Berlusconi ai servizi sociali, Dell’Utri latitante: fuga da Forza Italia

Dell'Utri BerlusconiSilvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, i due uomini che nel 1993 scesero in campo per dare vita a Forza Italia sono nei guai con la giustizia e il partito, rinato appena pochi mesi fa, rischia adesso di andare in pezzi. Dopo l’addio di Angelino Alfano, che ha riunito parte della vecchia guardia azzurra dentro Ncd, dopo la fronda dei cosentiniani che hanno dato vita a Forza Campania, circolano voci sempre più insistenti sul fatto che altri siano tentati di mollare la nave che affonda. Un nome per tutti è quello di Paolo Bonaiuti, un tempo inseparabile scudiero del fu Cavaliere ed ora sparito dai radar mediatici. Pare che Paolino stia trattando con gli alfaniani, ma il suo tradimento vale un posto nel parlamento europeo. Alfano ci sta pensando
Berlusconi rimane in attesa di sapere se e dove sconterà i servizi sociali. Il presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano, Pasquale Nobile De Santis, ha comunicato che “la decisione verrà depositata tra un minimo di cinque giorni e un massimo di quindici” a partire dal 10 aprile. Marcello Dell’Utri, invece, non ci ha pensato proprio ad attendere la sentenza della Corte di Cassazione, fissata per il 15 aprile – che metterà fine al processo che vede il braccio destro di Berlusconi già condannato in appello a 7 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa – e si è reso uccel di bosco.
Il 7 aprile scorso la III sezione della Corte d’Appello di Palermo ha emesso un ordine di custodia cautelare per pericolo di fuga nei confronti del bibliofilo palermitano. E, infatti, lo scaltro Marcello, fiutato il pericolo di poter fare la stessa fine di Totò Cuffaro, chiuso a marcire nel carcere di Rebibbia, si è dileguato diventando formalmente latitante. Il procuratore generale di Palermo, Luigi Patronaggio, annuncia che l’utenza cellulare intestata all’ex senatore è stata localizzata in Libano ai primi di aprile. Ma è stato lo stesso Dell’Utri a farsi vivo da un luogo non meglio precisato per consegnare una nota alla stampa.
Quello che i magistrati palermitani considerano il trait d’union, fin dagli anni ’70, tra il rampante imprenditore milanese Berlusconi e le famiglie di Cosa Nostra, al tempo comandate dal Principe di Villagrazia, Stefano Bontate, ha definito “aberrante” la richiesta di custodia cautelare ed ha assicurato di trovarsi all’estero “per il periodo di cura e riposo”. Dell’Utri non intende sottrarsi “al risultato processuale”, ma nessuno in Italia punterebbe un penny sul ritorno in patria del compianto presidente della Bacigalupo Calcio.
Berlusconi, diversamente dal suo sodale, non è fuggito dall’amico Putin o in qualche paradiso tropicale, perché spera di cavarsela in pochi mesi. Che saranno mai una visita a settimana in qualche comunità di recupero o dagli assistenti sociali. Al netto dell’umiliazione per un personaggio dall’ego smisurato come è lui, Berlusconi resterà a fare politica e anche alla guida delle sue aziende finché ne avrà la forza. Peccato però che con le esigenze sempre più rapide della politica, così come vuole il renzismo al potere, non ci sia più tempo di aspettare che “il vecchietto” venga assegnato ai servizi sociali.
Entro mercoledì prossimo vanno consegnate le liste con i nomi dei candidati alle elezioni europee, e quelle di Forza Italia sono ancora in alto mare. Da una parte ci sono i falchi come Daniela Santanchè e i ras locali come il pugliese Raffaele Fitto che reclamano visibilità e poltrone, dall’altra c’è la necessità per Berlusconi di inserire facce nuove, che però non si trovano; e quelle vecchie, come l’ex sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, stanno passando con Alfano. Con il fiato dei giudici sul collo tutto è diventato tremendamente difficile per Berlusconi.

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Rivoluzione Forza Italia, Berlusconi decide: triumvirato e volti nuovi

triumvirato FILa rivoluzione delle poltrone in atto nella rinata Forza Italia si concluderà dopo le festività natalizie, quando Silvio Berlusconi nominerà i tre vicepresidenti che guideranno il partito. Il triumvirato, dicono le indiscrezioni, sarà formato da Giovanni Toti, Antonio Tajani e un’amazzone a scelta tra Anna Maria Bernini, Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini. Non proprio degli esordienti in politica, ma almeno una sensazione di “aria nuova” rispetto ai coordinatori del defunto Pdl Verdini, Bondi e La Russa. Marcello Fiori, coordinatore dei club Forza Silvio, Simone Furlan, fondatore dell’Esercito di Silvio, il deputato Antonio Palmieri, sono gli altri volti nuovi che dovrebbero ricoprire posizioni di vertice nella Nuova Forza Italia.

Certo, la vecchia guardia non verrà mandata totalmente in pensione. Denis Verdini continuerà a recitare il ruolo dell’eminenza grigia, un Richelieu sempre pronto a tramare e contrattare per conto del Luigi XIII di Arcore. Renato Brunetta, invece, dopo aver rischiato l’impeachment per mano dei suoi compagni di partito, è stato riconfermato alla guida dei deputati forzisti da Silvio in persona nel giorno della Vigilia di Natale. Berlusconi pensa di ottenere un giusto equilibrio tra volti vecchi e nuovi in vista della data fatidica del 25 maggio quando, alle già previste elezioni Europee, potrebbero sommarsi le Politiche verso le quali, questa la certezza del Cavaliere, Matteo Renzi sta spingendo.

Ecco perché non c’è più tempo da perdere col nuovo organigramma. E poi c’è da mettere il guinzaglio ai falchi del partito che, dopo la rottura con gli alfaniani, pensavano di avere in mano le poltrone di Forza Italia. Ma Berlusconi vuole stupire ancora. E inaspettata, infatti, è l’intenzione di affidarsi a Giovanni Toti, direttore di Studio Aperto e Tg4, quale responsabile del partito per l’Italia. Il falco dell’informazione targata Mediaset, trasferirà la sua esperienza nella comunicazione forzista e, si mormora, svolgerà anche le funzioni di primo consigliere del capo. “Il partito non avrà struttura verticistica, perché l’unica vera carica è quella di Silvio Berlusconi”, questa la prima uscita di Toti. Tanto per far capire di che pasta è fatto l’uomo.

 

Discorso diverso va fatto per Antonio Tajani che, al contrario del “televisivo” Toti, fa politica all’ombra di Berlusconi da quando portava i calzoni corti. Attuale Commissario europeo per l’industria e vicepresidente della Commissione Europea, Tajani è stato uno dei fondatori di Forza Italia nel 1994 e deve tutto al Cavaliere. Il pupillo berlusconiano andrà a ricoprire il ruolo di responsabile per l’Europa. La carta Tajani, inoltre, potrebbe sempre tornare utile nel caso di un futuro riavvicinamento ad Alfano con il quale non sono mai venuti meno i buoni rapporti. Ipotesi tutt’altro che campata per aria se si considera che il Nuovo Centro Destra rischia l’irrilevanza politica, schiacciato come è tra i due fuochi del governo Letta-Napolitano e la spinta rottamatrice di Renzi.

Ancora vuota la casella del terzo nome del triumvirato, quella del responsabile dei rapporti con il parlamento. L’unica cosa certa è che sarà una donna. La lotta sembra ristretta al trio Carfagna-Bernini-Gelmini, ma quest’ultima potrebbe anche accontentarsi del posto di coordinatrice regionale della Lombardia. I retroscena raccontano di Francesca Pascale impegnata in prima persona nella scelta dell’amazzone del triumvirato, ma al momento la Bernini è data avanti di un’incollatura rispetto alla Carfagna.

Infine, c’è da aggiungere che Berlusconi ha affidato ad un altro grande vecchio, Giancarlo Galan, il compito di reperire volti nuovi, facce pulite e giovani che facciano concorrenza alla segreteria Pd scelta da Renzi. Lo stesso Galan, insieme a Toti, ha partecipato ad un pranzo organizzato ad Arcore da Berlusconi per prendere confidenza con i membri dell’Esercito di Silvio. Un vero incubo per Daniela Santanchè e gli altri falchi.

Berlusconi decaduto. Si chiude una pagina della storia d’Italia

Berlusconi decadutoSilvio Berlusconi non è più un senatore della Repubblica e non potrà rientrare in parlamento prima di 6 anni. Alle 17.42 e 30 secondi del fatidico mercoledì 27 novembre 2013, il Senato ha reso effettiva la sua decadenza. A 77 anni suonati, la decadenza suona per il Cavaliere come la campana a morto della sua vita istituzionale. Difficile, anche se non impossibile, rivederlo in pista a 83 anni. Per quella politica, invece, la sua ora potrebbe non essere ancora scoccata, vista la possibilità di trasformarsi in un guru extraparlamentare come Beppe Grillo. Anche dagli arresti domiciliari e dai servizi sociali previsti dalla sentenza Mediaset. Persino dalla galera, se le procure di Napoli e Milano decidessero di forzare la mano nelle inchieste “De Gregorio” e “Ruby ter”.

Una giornata, quella del 27 novembre 2013 che, indipendentemente da come la si pensi (berlusconiani, antiberlusconiani, spettatori imparziali) rappresenta la chiusura di una pagina di storia d’Italia. La fine (forse) di quello che molti hanno definito il ventennio berlusconiano. In realtà, in questo ventennio hanno sguazzato come pesci nel mare anche i “rivali” dell’attuale PD, due volte al governo con Romano Prodi nel 1996 e nel 2006, ma l’influenza sull’intero sistema del leader di Forza Italia resta innegabile. Il berlusconismo è entrato nel dna della maggior parte degli italiani attraverso il tubo catodico.

Una giornata drammatica e grottesca allo stesso tempo, con Berlusconi impegnato ad arringare la folla di fronte a Palazzo Grazioli e gli ex colleghi senatori a darsele di santa ragione fino all’ultimo su insignificanti questioni procedurali. Il Cavaliere è apparso pimpante, almeno rispetto al rischio di collasso corso durante il giorno della rifondazione di Forza Italia, ma la sua performance oratoria non è riuscita a nascondere la sconfortante realtà dei numeri: poche migliaia di fedelissimi giunti (gratis) proprio accanto ad un’altra famigerata finestra, quella di Palazzo Venezia. Il braccio teso in segno di saluto è stato sempre un must di Berlusconi, ma l’augurio è quello di non seguire il destino del Cavaliere originale, Benito Mussolini, finito ignominiosamente appeso a Piazzale Loreto.

 

Tornando ai particolari burocratici, l’aula di Palazzo Madama  ha respinto i nove ordini del giorno contrari alle conclusioni della Giunta delle elezioni presieduta da Stefàno di Sel. I berluscones (compresi Casini e Albertini di Sc) ci hanno provato fino alla fine, in tutti i modi, a convincere Pietro Grasso della necessità del voto segreto. Urla e strepiti rivelatisi inutili. Una battaglia che ha visto uniti per l’ultima volta FI e Ncd, il partito di Alfano che, per bocca di Renato Schifani, ha parlato di “pagina buia della nostra democrazia parlamentare”. L’appello era quello al mancato rispetto dell’art. 3 della Costituzione sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Per i berlusconiani, l’ormai ex senatore è stato trattato come un cittadino meno uguale degli altri (irretroattività della legge Severino). Proprio all’art.3 della Carta, ma interpretato in maniera completamente opposta, si sono rifatti invece i “giustizieri” di Berlusconi: Pd e M5S. I primi convinti di essersi finalmente liberati (“per via giudiziaria” direbbe l’interessato) dell’avversario. Errare è umano, ma perseverare è Partito Democratico, se è vero come vero che il partito che sarà di Renzi sottovaluta le responsabilità in comune con il Caimano di fronte allo sfascio del Paese. Durissimo l’intervento in aula di Paola Taverna, capogruppo del M5S, che ha rievocato il nebuloso passato di Berlusconi (debiti Mediaset, processi subiti, rapporti con la mafia) e lo ha descritto nei termini di un “delinquente abituale”. Interpretazione giacobina, ma quantomeno coerente.

Scenari: adesso per Berlusconi si apre la fase dell’opposizione attiva ed operante, contro il governo e contro la magistratura. Grillo prepara il V-day 3, mentre Renzi affila le lame per il post 8 dicembre. Fossimo in Letta Nipote ci asterremmo dal cantare vittoria.

Forza Italia rompe le larghe intese. Letta si salva in Senato

fiducia governo LettaQuello sul voto di fiducia alla legge di Stabilità è stato il primo passaggio parlamentare in cui il governo Letta ha dovuto fare a meno dei voti di Forza Italia. La maratona notturna si è alla fine conclusa con un risultato confortante per l’esecutivo: 171 voti a favore, contro 135 contrari. Tre voti in più per Letta rispetto ai 168 calcolati dal pallottoliere degli addetti ai lavori. Evidentemente, più di un senatore dato all’opposizione ha temuto che il fallimento della Finanziaria avrebbe portato ad una caduta anticipata del governo e alla fine della legislatura, con annessa cessazione di privilegi e posti in poltrona.

Letta esulta perché vede finalmente “maggiore chiarezza” nei rapporti tra governo e maggioranza che lo sostiene. “Più coesa” secondo il premier, pericolosamente traballante secondo l’opposizione. L’uscita di Forza Italia dalle Larghe Intese resta comunque un dato di fatto che, unito alla cacciata da Palazzo Madama del leader Silvio Berlusconi, renderà la vita difficile al duo Letta-Alfano, titolari di un esecutivo divenuto improvvisamente di Piccole Intese. Per il momento comunque, al netto della vendetta mediatica e politica già messa in atto dal Caimano ferito, il governo sembra reggere. Anche perché Giorgio Napolitano si sta spendendo in prima persona come garante di queste Intese un po’ ristrette. Sua, infatti, l’idea di confermare la fiducia a Letta dopo lo strappo di FI proprio con il voto di fiducia sulla legge di Stabilità, senza la necessità di ricorrere ad una ulteriore verifica parlamentare.

Fatto sta che i numeri al Senato potrebbero non essere sempre così rosei per Letta. Da oggi nasce di fatto un governo retto da un Quadripartito (Pd, Ncd, PPI, Sc) il cui indiscusso azionista di maggioranza resta il Partito Democratico, costretto a portare sulle spalle tutto il peso di scelte economiche impopolari e di interventi insufficienti per far uscire l’Italia dalla crisi. Il rischio per l’esecutivo è quello di essere ricordato come il “governo delle tasse”, accerchiato dall’opposizione feroce di Beppe Grillo e, da oggi, anche di Berlusconi; ma pressato anche dall’interno, con gli “alleati” centristi risoluti a far pesare i loro voti decisivi anche attraverso ricatti politici.

 

Una situazione insostenibile per il Pd che dal 9 dicembre, quando con ogni probabilità Matteo Renzi ne conquisterà la segreteria, si trasformerà in un partito di lotta e di governo. Il neo-segretario è deciso a non farsi schiacciare dagli attacchi di Grillo e Berlusconi, mentre il compagno di partito Enrico Letta è disposto a cedere ai diktat sull’austerità imposti da Bruxelles pur di non farsi cacciare dall’esclusivo club del rigore a cui sono iscritti Ue, Bce e Fmi. Due posizioni inconciliabili che Renzi non vede l’ora di liquidare se il “governo del Fare” da lui preteso continuerà a rimanere “stabile come un cimitero”. “Il Pd ha la maggioranza assoluta della maggioranza, se non si fa quello che chiediamo noi… finish”, aveva minacciato ieri il sindaco di Firenze. Una maniera molto cruenta per chiedere a Letta un “patto programmatico” modellato sulle esigenze del nuovo Pd renziano.

Già da questa sera, poi, il governo delle Piccole Intese dovrà parare i colpi dell’offensiva mediatica (è saltata però la prevista ospitata da Bruno Vespa) e di piazza (manifestazione a via del Plebiscito) che Berlusconi ha scatenato per ribattere al voto sulla decadenza. Il Cavaliere ha paura di essere arrestato ed è disposto a tutto pur di evitare un’uscita di scena ingloriosa. Intanto, dal fronte grillino, gli attacchi al Colle e le bordate verso il duo Letta-Alfano aumenteranno di intensità per conquistare voti nelle prossime elezioni Europee. Una situazione drammatica che stride con lo sconfinato ottimismo mostrato da Letta in queste ore.

Scissione Berlusconi-Alfano: nasce il governo delle Piccole Intese

L’accelerazione impressa da Angelino Alfano con l’annuncio della scissione da Berlusconi e della formazione di nuovi gruppi parlamentari, il Nuovo Centrodestra, ha tolto un po’ di suspance all’appuntamento del Consiglio Nazionale che oggi ha sancito il ritorno di Berlusconi al primo amore Forza Italia. Gli alfaniani hanno disertato l’appuntamento, ma Berlusconi ha tirato dritto per la sua strada decidendo di non cambiare una virgola del suo discorso e puntando tutto sul ritorno al futuro di Forza Italia. I retroscena lo davano arrabbiato, deluso e amareggiato, sentimenti rimasti ai margini del palco del Palazzo dei Congressi di Roma. Una professione di ottimismo che non nasconde però i problemi prodotti dallo strappo di Alfano.

La drammatica spaccatura dei berlusconiani si porta dietro due effetti negativi immediati: l’indebolimento del centrodestra a tutto vantaggio di Renzi e Grillo e, soprattutto, la fine del governo delle larghe intese, ridimensionato ad esecutivo di Piccole Intese. La destra infatti non è più rappresentata, Berlusconi passa di fatto all’opposizione e i numeri per tenere in vita Enrico Letta e soci dipendono dalla pattuglia centrista guidata da Alfano. Una brutta notizia per Letta nipote, anche se alcuni commentatori vedono nella ritrovata coesione governativa, se pur a scapito della schiacciante maggioranza delle larghe intese, la chiave di volta per allungare la legislatura fino almeno al 2015.

 

In realtà, il governo divenuto delle Piccole Intese sembra sempre più accerchiato. Da una parte c’è da tenere a bada un trio di oppositori che nelle urne (anche quelle delle Europee di giugno) fa paura: Berlusconi, Grillo e Renzi. Dall’altra ci sono i problemi interni come il caso Cancellieri e, soprattutto, la bocciatura data dall’Europa e dal commissario Olly Rehn in persona alla legge di Stabilità. Sorvegliato speciale resta sempre il nostro mostruoso debito pubblico, anche se il ministro dell’Economia Saccomanni (anche lui a rischio) si è dimostrato maestro nel minimizzare la portata del fallimento della ricetta economica lettiana.

I numeri in parlamento consentono per il momento a Letta di respirare. Facendo due conti dando retta all’Innovatore Roberto Formigoni, pare che il Nuovo Centrodestra possa contare su 33-37 senatori e 26-27 deputati, più che sufficienti per formare nuovi gruppi, autonomi da Forza Italia. Ma il ballo delle cifre è destinato inevitabilmente a cambiare le carte in tavola nei prossimi mesi. Collante di questa nuova maggioranza delle Piccole Intese è il desiderio di molti di rimanere attaccati alla Poltrona, mentre per altri (è il caso proprio di Formigoni, indagato a Milano per corruzione) mantenere l’immunità parlamentare è una questione di vita o di morte per evitare eventuali richieste di arresto.

Al di là degli annunci roboanti, quella guidata da Letta e Alfano sembra un’Armata Brancaleone la cui presunta coesione è tutta di facciata. Il Nuovo Centrodestra, infatti, di “nuovo” ha veramente poco, se si considera che tra le sue fila annovera dinosauri del calibro di Cicchitto, Giovanardi, Sacconi, Formigoni, Schifani e lo stesso Alfano che, pur essendo anagraficamente giovane, giovane non lo è mai stato. Inconcepibile persino immaginare che, con questi nomi e con queste facce, il Nuovo Centrodestra possa avere un destino elettorale diverso da quello di Fli di Fini, dell’Udc di Casini o di Sc di Monti: il “suicidio politico” di Alfano secondo Vittorio Feltri.

La guerra dei delegati decide il futuro politico di Berlusconi

Sono stati i risultati del pallottoliere manovrato da Denis Verdini a convincere Silvio Berlusconi ad accelerare i tempi della convocazione del Consiglio Nazionale Pdl che si terrà il 16 novembre prossimo al Palazzo dei Congressi dell’Eur, a Roma. “Siamo già arrivati a 650 firme” sul totale di poco più di 830 delegati aventi diritto di voto all’assise romana, ha esultato ieri il falco Verdini di fronte al Cavaliere. Molte di più delle 560 necessarie per raggiungere la quota dei 2/3dei delegati che serve per cambiare lo statuto del partito e tornare a Forza Italia.

La “svolta a destra” che i lealisti guidati da Raffaele Fitto si attendevano da giorni. Un colpo basso per gli alfaniani, impegnati in questi giorni a raccogliere firme (Formigoni), convincere i malpancisti (Giovanardi), stilare documenti (Scopelliti) e, soprattutto, recitare proclami di scissione (Cicchitto). È stato lo stesso Berlusconi ad alzare la cornetta per chiamare Alfano nel cuore della notte tra mercoledì e giovedì per comunicargli la decisione irrevocabile di convocare il Consiglio Nazionale, presa dopo l’incontro di Palazzo Grazioli con lo stesso Verdini e gli altri fedelissimi Bondi, Gasparri, Fitto e Matteoli. Una doccia scozzese per Angelino che, a sentire le voci di corridoio pidielline, deve ancora decidere da che parte stare. Una senso unico da imboccare, invece, per il Cavaliere, obbligato ad invertire l’ordine degli appuntamenti di un novembre politico mai stato così bollente. Il 18 Montecitorio dovrebbe chiudere sulla legge di Stabilità, il 27 Pietro Grasso ha calendarizzato al Senato il voto sulla decadenza.

 

Andare alla conta interna nel Pdl, questo il ragionamento dei lealisti, dopo due appuntamenti che potrebbero sancire l’irrilevanza politica di Berlusconi, avrebbe significato rischiare la mancata incoronazione del sovrano di Arcore sul trono di Forza Italia. Ma Forza Italia deve rinascere, oltre che per cercare di salvare il Capo dai processi, proprio per ritornare ad essere il baluardo anti-tasse che Berlusconi pubblicizza con successo da 20 anni, così da scaricare sul Pd e sui “traditori” il peso di un governo impopolare come quello di Letta. Ecco spiegata la convocazione lampo del Consiglio Nazionale con l’ordine del giorno “Relazione del presidente e adempimenti conseguenti l’Ufficio di presidenza del 25 ottobre”, ovvero ritorno a Forza Italia con pieni poteri rimessi al fondatore. Una mossa che evidentemente sta scompaginando i ranghi già disorientati degli innovatori vicini ad Alfano, a loro volta divisi tra i “tentati al ritorno” come lo stesso Angelino e Lupi, e i centristi decisi alla spaccatura pur di non entrare in Forza Italia.

Tra questi ultimi, da segnalare il superattivismo di Formigoni e Cicchitto. Il primo, più impegnato di un teen-ager a mandare messaggi su twitter; il secondo, protagonista della minaccia di scissione. “A breve faremo conoscere il documento degli Innovatori de @ilpdl con le nostre posizioni sul partito, il governo, il futuro. E lo diffonderemo”, ha twittato mercoledì il Celeste, meritandosi però un’agghiacciante sconfessione da Alfano e Quagliariello che negano di aver vergato il testo. Il giorno dopo, l’ex governatore lombardo (nuovamente al centro delle cronache per le vacanze da sogno pagate da altri) ha aggiustato il tiro, giurando di aver assicurato alla causa degli Innovatori molti degli 830 delegati: “Consiglio Naz PDL il 16 novembre. Ns documento è ufficiale e le firme (tante!) stanno arrivando. Ovviamente si dovrà votare a scrut. Segreto”.

Ancora più grave, se possibile, lo strappo consumato da un berlusconiano della prima ora come Fabrizio Cicchitto. Tagliato fuori dai ruoli che contano, l’ex socialista e piduista, ha deciso di farsi portavoce dei governisti intransigenti paventando la possibilità di disertare il Consiglio Nazionale, anticamera della scissione vera e propria. Dopo aver ribadito che non entrerà mai in un “partito estremista”, alla domanda su una possibile assenza dei governisti il 16 novembre ha risposto: “È una partita tutta da vedere. La riunione è prevista per il 16, c’è tutto il tempo per riflettere e per decidere”.

Alfano prova a prendersi Forza Italia con le primarie

Domani è il giorno del vertice di Palazzo Grazioli tra Silvio Berlusconi e Angelino Alfano. L’ennesimo e probabilmente non risolutivo capitolo della telenovela Forza Italia. Ma Alfano non ha alcuna intenzione di andare a recitare la parte dell’agnello sacrificale, pentito di essersi sentito diversamente berlusconiano. Il vicepremier ha voluto sfoderare il suo asso nella manica rilanciando –attraverso la solita anticipazione del libro Sale, zucchero e caffè di Bruno Vespa– la proposta di elezioni primarie. La partita per la conquista delle posizioni di vertice nella rinata creatura berlusconiana si è da qualche tempo spostata su un tavolo da poker. Lealisti contro governisti, falchi contro colombe, berlusconiani contro alfaniani.

L’impressione che si deve dare all’esterno è quella di un partito unito, deciso a sostenere il governo Letta, ma la messa in scena non sta riuscendo molto bene. Il 25 ottobre Berlusconi in persona era ridisceso in campo, riprendendosi di imperio la guida di Forza Italia, dopo aver azzerato le cariche del Pdl (segreteria di Alfano compresa) con il putsch di Palazzo Grazioli. Poi, l’annuncio unilaterale di convocazione anticipata del Consiglio nazionale al 16 novembre per non rischiare di perdere l’appoggio di 2/3 degli 800 delegati, necessario per il parricidio del Pdl e il ritorno a Forza Italia. Giro vincente per i lealisti di Fitto che in mano hanno altre carte pesanti come il doppio ultimatum recapitato a Enrico Letta dal moto perpetuo Renato Brunetta: via l’appoggio di Forza Italia al governo in caso di voto favorevole alla decadenza di Berlusconi e, soprattutto, se non ci saranno modifiche ad una legge di Stabilità “tutte tasse”.

Alfano e i governisti leggono nelle pressioni dei falchi sulla legge di Stabilità un tentativo di creare il casus belli per far cadere il governo e consegnare tutto il potere al “dittatore” Berlusconi. L’ex segretario Pdl era anche quotato dai bookmakers come rientrante all’ovile di Arcore. Un generale senza truppe, pronto a mollare i colonnelli Quagliariello, Formigoni e Giovanardi ad un oscuro futuro centrista. Ma ecco, inaspettato, il colpo d’orgoglio, a poche ore dalla pronosticata resa delle armi di fronte al Cavaliere. “La mia idea non è cambiata rispetto alla fine del 2012 quando lanciammo le primarie –confida Alfano a Vespa- Io stesso, poi, le bloccai quando Berlusconi decise di ripresentarsi, e Giorgia Meloni ancora me lo rimprovera”. Una dichiarazione che suona come una impertinente sconfessione del suo padre politico che pochi giorni fa aveva detto di sentire il “dovere di impegnarmi direttamente”

Ma Alfano decide di tirare fuori il quid, non si capisce ancora se per istinto suicida, lucido calcolo, oppure estremo tentativo di alzare la posta prima della resa a Berlusconi. “Alle prossime elezioni il nostro candidato dovrà essere scelto attraverso primarie il più aperte possibile –continua– alle quali partecipi il più alto numero di simpatizzanti. Chi prende più consensi diventa il candidato”. Come se lo stesso Alfano non fosse conscio che in una ipotetica corsa nelle primarie tra il Cavaliere, l’ex segretario senza quid e, chi sa, degli impetuosi desertificatori di urne e gazebo del calibro di Sacconi o Cicchitto, il confronto sarebbe impari e imbarazzante. Per chi ha votato Silvio per una vita, Angelino rappresenta la sua antitesi. Bisogna che le colombe del Pdl se ne facciano una ragione e abbandonino, come dice lo stesso Alfano, “l’idea di far nascere un partito centrista che aderisca autonomamente al Ppe è una cavolata cosmica”.

Tanto Angelino si è messo in testa di portare a termine la mission impossible di diventare leader di un “grande movimento a guida e a prevalenza moderata” che “non finisca in mano a estremisti”. Parole che hanno indispettito non poco i pasdaran della seconda rivoluzione Berlusconiana Fitto, Bondi e Capezzone. Per non parlare di Berlusconi.

Torna Forza Italia, azzerato Alfano. Il Predellino 2 di Berlusconi

Silvio Berlusconi ha deciso: il Pdl non esiste più, si torna al primo amore Forza Italia. È un Cavaliere raggiante quello che si concede un bagno di folla (di giornalisti) in via del Plebiscito, al termine di un Ufficio di presidenza che a Palazzo Grazioli ha visto trionfare i lealisti per 19 a 0. Dopo quello del 2007, un Predellino 2 per Berlusconi. Sepolte, probabilmente per sempre, le ambizioni di Angelino Alfano di mettere le mani sul partito. Anzi, il delfino dal quid ritrovato si ritrova senza la poltrona di segretario perché Berlusconi ha deciso di sposare in pieno la “linea Fitto” ed ha azzerato tutte le cariche del partito, in attesa che il Consiglio Nazionale convocato per l’8 dicembre sancisca ufficialmente la rinascita di Forza Italia.

A quel punto sarà il Cavaliere, titolare delle fidejussioni che tengono in vita il centrodestra, a proporre nomi nuovi e volti giovani per Forza Italia 2.0. Da tempo si parla della discesa in campo della figlia Marina. Ma tra un mese e mezzo è probabile che i conti con gli alfaniani, o gli innovatori come li chiama Formigoni, siano già stati fatti. Alfano si trova adesso con le spalle al muro. Sembra già un pallido ricordo la tracotanza con cui il 2 ottobre, giorno della fiducia al governo Letta, l’ex segretario sventolava la lista dei nomi degli scissionisti e minacciava la formazione di gruppi autonomi. Fino a ieri c’era la scusa della crisi economica da affrontare, oggi la motivazione sarebbe la mancata adesione a Forza Italia. Praticamente un tradimento che porterebbe i congiurati a fondare un partitino di centro con risultati elettorali alla Fini: lo zero virgola.

 

La mossa di Berlusconi manda all’aria i piani dei governativi. Formigoni, Giovanardi e Sacconi non hanno partecipato alla riunione e hanno già fatto intendere, soprattutto Giovanardi, che in Forza Italia non ci entreranno mai. La delegazione ministeriale formata, oltre che dal vicepremier Alfano, da Quagliariello, Lupi, Lorenzin e De Girolamo mantiene al momento uno sbigottito silenzio, mentre i pontieri Schifani e Gasparri provano a ricucire lo strappo, ma con un piede già ben saldo sul carro di Forza Italia. Adesso non resta che attendere le prossime mosse. Molti commentatori sono sicuri che il redde rationem tra lealisti e governativi ci sarà l’8 dicembre, data fatidica in cui si terrà anche il congresso Pd, ma la cacciata dei centristi filo lettiani potrebbe avvenire anche prima, magari con una Notte dei lunghi coltelli meno cruenta e aggiornata al teatrino della odierna politica italiana.

Il prossimo Consiglio Nazionale vedrà Alfano partecipare con le mani legate ed una palla di piombo attaccata al piede. Se la matematica non è un’opinione, infatti, degli 800 delegati autorizzati a parteciparvi, 600 avrebbero già sottoscritto un documento pro Forza Italia fatto girare da Raffaele Fitto. I 200 rimasti non hanno nemmeno i numeri per arrivare a 1/3 dei votanti e bloccare così il passaggio dal Pdl a Forza Italia.

Nel corso della conferenza stampa Berlusconi si è tolto qualche sassolino dalla scarpa. Ha lasciato la porta aperta ad Alfano (“se vorrà potrà mantenere l’incarico”), ma allo stesso tempo ha bollato i ministri come poltronisti (“Sono invece prevalse in questi ministri umane preoccupazioni per una mancata loro rielezione in caso di crisi”). La sensazione è che l’abbraccio mortale del Caimano, così come anticipato da Informazioneweb, voglia soffocare il traditore Alfano e che la rivolta degli innovatori si concluderà in un bagno di sangue, tra defezioni, pentimenti e abbandoni più o meno forzati. La carriera di Angelino non sembra avere invece alternative: o maggiordomo al servizio di Berlusconi, oppure capo di un partito centrista, un “centrino”, dall’appeal elettorale di poco superiore al Nulla.

Alfano e il “Manifesto politico di Palazzo Chigi”

La conferenza stampa convocata mercoledì pomeriggio a Palazzo Chigi dai cinque ministri Pdl del governo Letta, gli alfaniani, ha rappresentato per Angelino Alfano l’occasione per alzare la posta nella partita interna che si sta giocando per la conquista del movimento berlusconiano. Più che una conferenza stampa, l’inedita riunione di ministri di uno stesso partito è sembrata la presentazione di un vero e proprio manifesto politico. Certo, il rassicurante scenario di Palazzo Chigi scelto dai governativi del Pdl, tradisce un dato di fatto abbastanza singolare: la truppa degli alfaniani è un movimento politico talmente innovativo e in divenire da non avere a disposizione neppure una sede adeguata per pubblicizzare le proprie idee.

Alla storica sede di Forza Italia-Pdl di Via dell’Umiltà, al centro di Roma, le porte sono sprangate e nessuno risponde al citofono. Chiusa, per sempre. Sostituita dagli stanzoni dipinti di fresco dell’elegante palazzo che affaccia su Piazza San Lorenzo in Lucina. Sempre al centro, sempre a due passi dal Potere, ma più economico, più cool. Peccato che sul portone ci sia scritto (Nuova) Forza Italia e che il padrone di casa, Silvio Berlusconi, abbia pagato come sempre tutto con i soldi suoi (o chi sa di chi) e non sia per niente d’accordo a regalare sede e partito al segretario senza quid e all’ala governista-alfaniana di quello che fu il Pdl. “Traditori” che non si riconoscono in Forza Italia, cioè nella leadership indiscussa del Cavaliere Decadente.

 

Si diceva della location scelta per lanciare il nuovo prodotto, il manifesto politico degli alfaniani, da spendere in favore della stabilità e della lunga durata del governo di larghe intese guidato da Enrico Letta. Le prime frasi pronunciate da Alfano nella veste di “padre politico” hanno tratto in inganno un po’ tutti, lasciando intendere che il nuovo Pdl (o come si chiamerà) continuerà a svolgere il grato ruolo di “sentinella antitasse” all’interno del governo. Una riproposizione del brunettismo più spinto, ma solo in un’altra veste? Sicuramente no, anche se Alfano è in qualche modo costretto a porgere la carota e non il bastone ai lealisti, i fedelissimi berlusconiani. Gli alfaniani, infatti, non hanno né il potere, né le televisioni, né soprattutto il denaro di Berlusconi, per compiere adesso uno strappo clamoroso con il passato, abbandonando il Cavaliere al suo destino di esodato dalla politica. Ancora troppo alto il rischio di metodo Boffo.

Smessa prontamente la maschera del falco, l’ambizioso Angelino ha indossato quella da governista rivendicando –seduto al centro dei sorridenti colleghi Quagliariello, Lorenzin, Lupi e De Girolamo– il merito di aver reso il governo “più forte e coeso”, azzerando il rischio di “ricatti” da parte dell’anima nera del Pdl. In maniera molto soft, alla democristiana, Angelino ha poi lanciato una sorta di OPA su un Pdl a rischio implosione affermando che “noi non solo non siamo qui per parlare di regole interne al Pdl ma per ribadire che il nostro scopo è tenere unito il partito”. Unito sì, ma nelle sue mani. Dopo la solita lisciata di pelo al mentore Berlusconi, ancora vitale e quindi pericolosissimo, Alfano ha poi ribadito l’unica intenzione sua e dei Suoi ministri “che intendono realizzare nei limiti di una grande coalizione gli altri punti programmatici su cui ci siamo impegnati in campagna elettorale”. Niente più strappi, trappole o diktat come successo con l’Imu, ma il diritto di rivendicare i risultati ottenuti “insieme ai colleghi di governo e in rappresentanza del nostro movimento politico”.

Gli alfaniani, in pratica, si autonominano veri rappresentanti del proprio movimento politico. Gli unici su cui fare affidamento per il futuro. Gli altri? I vari Brunetta, Santanché, Verdini, Capezzone e Bondi? Solo un passato da dimenticare. I “condannati” non ci stanno e provano ad alzare la voce, ma Alfano ha già lo sguardo rivolto al futuro, verso “un grande centrodestra che riunisca tutti i moderati alternativi alla sinistra italiana”.

Forza Italia verso la spaccatura. Ecco la lista degli scissionisti

Il piano di Silvio Berlusconi per tornare alle urne alla guida di Forza Italia, prima di decadere dalla carica di senatore e diventare incandidabile, rischia di fallire proprio a un passo dalla meta. La causa dello stop alla corsa verso le elezioni anticipate è clamorosa e inaspettata: il tradimento da parte di buona parte del cerchio magico di Palazzo Grazioli. Lo scontro intestino scatenatosi tra le due anime del fu Pdl per la conquista delle posizioni di vertice nel rinascente partito –con al centro la discussione sul giudizio politico e sulla fiducia da assegnare al governo di larghe intese guidato da Enrico Letta- sembra ormai essere giunto ad una svolta decisiva. Da Giovanardi a Cicchitto, passando per i ministri Quagiariello e Lupi per arrivare a lambire persino il delfino Angelino Alfano,i big del centrodestra non ci stanno a fare la fine dei Filistei e a morire insieme a Sansone-Berlusconi. E, miracolo italiano, cominciano a parlare con una voce diversa da quella del Padrone.

Il primo a uscire fuori dal coro era stato Carlo Giovanardi, esperto navigatore parlamentare di scuola democristiana. “Non ho firmato e non firmerò le dimissioni da senatore”, aveva detto a caldo, smarcandosi dalla commedia delle dimissioni di massa. Ma da un battitore libero come Giovanardi c’era da aspettarselo. La pugnalata che Silvio non si aspetta arriva invece dal delfino senza quid Angelino Alfano. Il vicepremier ci ha pensato su una notte intera, ma alla fine ha deciso di fare outing. “Non possono prevalere nel partito posizioni estremistiche estranee alla nostra storiascrive in una nota un Alfano dal quid ritrovato-  Se prevarranno quegli intendimenti, il sogno di una nuova Forza Italia non si avvererà. So bene che quelle posizioni sono interpretate da nuovi berlusconiani ma, se sono quelli i nuovi berlusconiani, io sarò diversamente berlusconiano”. Tutta colpa dei falchi, alias Denis Verdini e Daniela Santanchè– salvando Berlusconi nel segno del “se lo avesse saputo Lui” di mussoliniana memoria.

 

Partito Alfano, la valanga azzurra ha cominciato a montare. Il fronte governativo dei ministri trombati loro malgrado sembra compatto. Gaetano Quagliariello, amico di Napolitano e già in odore di fronda, annuncia con tono ultimativo: “Se Forza Italia è questa, io non aderirò”. Decisa fino al martirio anche Beatrice Lorenzin, ministro della Sanità a sua insaputa: “Non condivido una linea di partito che spinge verso una destra radicale”. Appena più accomodante il “ciellino sempre” Maurizio Lupi: “Noi vogliamo stare con Berlusconi, con la sua storia e con le sue idee, ma non con i suoi cattivi consiglieri”. La lista dei ministri si chiude con Nunzia De Girolamo, anche lei snocciola la litania “con Berlusconi sì, con i falchi no”. Prima di loro, era stato il sottosegretario al Tesoro, Alberto Giorgetti a parlare col fegato in mano: “Non lascio da deputato”.

Ma la lista dei “Bruto” si allunga di ora in ora. A dire la verità, per dare a Bruto quel che è di Bruto, il secondo congiurato dopo Giovanardi era stato uno che di intrighi ne ha vissuti fin troppi per non pensare di vendere cara la pelle. Fabrizio Cicchitto, l’ex socialista e piduista ritenuto fino a ieri un fedelissimo del Cavaliere. Proprio lui. “Una decisione come quella di far cadere il governo Letta-Alfano in un momento economico e sociale così delicatoha commentato in una nota con la solita ambiguità-  non può essere assunta da un ristretto vertice del Pdl. Berlusconi non ha bisogno di un partito di alcuni estremisti che nelle occasioni cruciali parlano con un linguaggio di estrema destra”. Non un benservito a Forza Italia, ma qualcosa di molto simile. A proposito, nelle ultime ore diverse indiscrezioni giornalistiche hanno dato forma addirittura al nome del nuovo partito di transfughi, responsabili, venduti o traditori che dovrebbe nascere per dare la fiducia a un Letta-bis e conservare così l’indennità parlamentare per tutta la legislatura. Si chiamerebbe Italia Popolare, un contenitore misterioso di cui dovrebbero far parte, oltre ai già nominati, anche Maurizio Sacconi, Osvaldo Napoli e una quindicina di senatori siciliani e campani come Naccarato, Compagna, Castiglione, Torrisi, Pagano, Falanga. Fantapolitica? Si attendono conferme e smentite.