“Grillo come Stalin”: Martin Schulz fa volare il M5S nei sondaggi

Grillo Schulz“Beppe Grillo è come Stalin e Hugo Chavez”. Il presidente del parlamento europeo Martin Schulz – candidato alla poltrona di Commissario UE e figura di punta dei socialisti tedeschi dell’Spd- esprime la sua opinione sul capo del Movimento5Stelle cercando di entrare a gamba tesa nella campagna elettorale italiana per favorire Renzi. Lo fa attraverso un’intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera dichiarando chiaramente di considerare Grillo alla stregua di uno spietato satrapo orientale. Un attacco scomposto che fa meritare a Schulz la gogna sul blog di Grillo e finisce per far lievitare ancora di più il M5S nei sondaggi (favorito anche dall’Effetto Expo).

Se il barbuto socialista teutonico, famoso in Italia solo per il comico siparietto del kapò recitato con Berlusconi, pensa che Grillo sia ingiudicabile perché come “il vento”, lo scaltro comico genovese ne approfitta subito per postare sul blog una risposta “alla Grillo”: violenta e offensiva, ma che coglie nel segno. Il guru a 5Stelle paragona Matteo Renzi a Benito Mussolini che durante la II Guerra Mondiale prometteva di “spezzare le reni alla Grecia”. Secondo Grillo la Germania di Schulz e Merkel corre oggi in aiuto dell’”ebetino di Firenze” per difendere il Fiscal Compact ed evitare gli Eurobond, così come nell’aprile del 1941 Hitler approvò l’Operazione Marita e spedì la Wehrmacht in Grecia per aiutare il Duce.

Per Schulz il fatto che Grillo minacci “ammende ed espulsioni per i deputati che non votano come dice lui” è la dimostrazione di come egli sia “espressione di un totalitarismo moderno”, una persona in cui si sente una “tendenza autoritaria”, quello che in Spagna, aggiunge Schulz, “si direbbe caudillismo”. Il socialista tedesco che con la regina dell’austerity, Angela Merkel, ci governa in coalizione senza vergognarsi, pensa che la libertà di mandato dei parlamentari sia “uno dei fondamenti della democrazia”. Paragona Grillo, come detto, a Stalin e Chavez e fa sapere che nella sua Germania Beppe (ma non i suoi amici italiani Greganti e D’Alema) “avrebbe dovuto temere l’intervento della magistratura”.

Invettiva che suona come musica per le orecchie del capo dei grillini che risponde a tono. Grillo scrive di “soccorso teutonico sotto forma dello sturmtruppen Martin Schulz”, impegnato ormai in una “campagna elettorale permanente” per Renzi. Poi, l’affondo contro Renzie, considerato il “mandatario degli interessi tedeschi in Italia”, e l’elogio del M5S “pericolo numero uno dei banchieri tedeschi, della BCE e della Troika”. Schulz sta “insultando con il suo linguaggio milioni di italiani”, conclude Grillo dando persino ragione allo “psiconano” Berlusconi che “non aveva tutti i torti a chiamarlo kapò anche se assomiglia di più a un krapò, , nel senso di crapùn, crapa dura con il chiodo sull’elmetto, che non tiene vergogna a sparare cazzate”.

La rivalutazione del berlusconiano kapò, rivisitata nella chiave ironica di krapò, deve essere andata indigesta al troppo politically correct Martin Schulz, incappato in una caduta di stile per inseguire Grillo sul suo terreno, ed ora chiuso in un imbarazzante silenzio.

Ma la guerra tra gli antieuro come il M5S di Grillo e gli europeisti per interesse come l’Spd di Schulz non finisce certo qui. Nel suo programma per l’Europa il krapò Schulz ammette che l’austerità è stato un errore, ma nega che la responsabilità sia stata esclusivamente tedesca. Rivendica per i socialisti il merito della legge sull’unione bancaria e la tassa sulle transazioni finanziarie ma non riesce (o non può perché legato a doppio filo alle banche) fornire una soluzione per portare l’Europa fuori dalla crisi. Sui parametri di Maastricht è lapidario: “Il rapporto deficit/Pil al 3% va rispettato”. Mentre per gli Eurobond “non ci sono le condizioni”. Proprio il tipo di concezione dell’Europa che porta voti al M5S.

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Taglio delle tasse. La televendita di Renzi non convince Olly Rehn

Renzi televenditaMatteo Renzi taglia le tasse per 10 miliardi di euro. Con lo sconto sull’Irpef i lavoratori che guadagnano fino a 1500 euro se ne ritroveranno 1000 in più all’anno. Tagliati anche l’Irap e il cuneo fiscale. Trovati i fondi per saldare i debiti della PA e anche quelli per ristrutturare le scuole. Questo è più o meno quello che i mass media italiani hanno riportato dopo la conferenza stampa tenuta a Palazzo Chigi dal premier. Una presentazione da televendita degna dell’imbonitore di Firenze, con tanto di slides e disegni colorati. Buona per abbindolare la stampa di casa nostra, ma non i severi custodi dell’ortodossia rigorista europea, la Bce e Olly Rehn.

In effetti, i ponti d’oro costruiti a parole dal loquace Renzi poggiano al momento su fondamenta di argilla. Il 12 maggio il Consiglio dei Ministri si è limitato ad approvare esclusivamente la Relazione presentata dal presidente del Consiglio, un inedito legislativo per la Repubblica italiana. Non è stato varato un decreto legge, né si è visto un disegno di legge ma, soprattutto, le coperture economiche per i provvedimenti promessi ad oggi non esistono.

Per questo motivo l’implacabile commissario Ue agli Affari economici ha stroncato gli entusiasmi del Belpaese con un comunicato gelido come la sua Finlandia. “L’Europa accoglie con favore le riforme annunciate mercoledì dall’Italia – ha fatto sapere Rehn tramite il suo portavoce Simon O’Connor – le valuterà non appena avrà i dettagli legislativi, ma ricorda l’importanza di rispettare le regole del patto di stabilità, cioè il pareggio in termini strutturali e di essere in regola con la regola del debito”. Insomma, l’Europa del Fiscal compact e del rapporto deficit/Pil al 3% non rinuncia all’austerità, nemmeno di fronte alla trascinante simpatia del giovane premier italiano.

L’affondo di Rehn è ancora più grave perché fa il paio con il bollettino di marzo della Bce, diffuso lo stesso 13 marzo, la mattina successiva al One man show di Renzi. La Banca europea guidata dall’italiano Mario Draghi – piuttosto che vedersi rifilare l’ennesimo set di pentole scadenti dai nostri governi – bacchetta Palazzo Chigi perché “non ha fatto tangibili progressi rispetto alla raccomandazione della Commissione Ue” per far calare il rapporto deficit/Pil dal 3% del 2013 al 2,6%. Inoltre, il debito pubblico decollato ad oltre 2100 mld continua a strozzare l’economia dello Stivale. Altro che entusiasmo per le magie compiute dal premier prestidigitatore che promette 1000 euro per tutti solo per farsi campagna elettorale in vista delle europee.

Il governo italiano aveva provato a rintuzzare la ramanzina della Bce, tentando di sminuire la portata del suo report. “Il bollettino Bce di marzo è una pubblicazione programmata e quindi non è una risposta agli annunci di ieri” fatti da Renzi, hanno comunicato fonti del ministro dell’Economia Piercarlo Padoan. Sortita stoppata sul nascere dall’intervento di Olly Rehn, considerato ormai dagli italiani come il perfido Dart Fener nemico del coraggioso Luke Renzi Skywalker della saga di Guerre Stellari.

Rehn se ne infischia delle buone intenzioni del boy-scout di governo (costretto intanto a rassicurare l’Europa) se prima non si rispettano gli impegni sul Patto si stabilità, il mantra ultraliberista dei banchieri europei. Comunque sia, se quello di Renzi è un bluff lo si scoprirà il 1 maggio, a meno di clamorosi rinvii, quando il governo ha promesso di mettere per iscritto il libro dei sogni sfogliato dal premier. Intanto, sorge il dubbio che a vigilare sui diktat imposti dalla Ue ci sia un “nemico interno” per Renzi . Sembra, infatti, che il presidente Napolitano abbia frenato su un decreto che il premier avrebbe voluto approvare senza coperture. Il titolare di via XX settembre Padoan, invece, ha ricordato che per fare le leggi in Italia ci vuole pur sempre il permesso di Bruxelles.

In Germania trionfa la Merkel, in Italia il rigore di Bruxelles

Elezioni tedesche. Angela Merkel ha trionfato al di là di ogni più rosea previsione: 42,5% dei consensi e la maggioranza assoluta, o quasi, dei seggi al Bundestag per la sua creatura, la Cdu, orfana felice degli ex alleati Liberali (meno del 5%). Tutta Europa era da mesi col fiato sospeso, in attesa del risultato delle elezioni politiche in Germania. Una conferma delle attese di “Mutti” Merkel avrebbe significato il mantenimento della linea del rigore finanziario per i paesi dell’Unione Europea. Una eventuale, ma ormai naufragata, bocciatura dei rigoristi merkelliani avrebbe ridato fiato alle campane di tutti quei membri dell’Ue, a cominciare dai Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), che sperano in un allentamento dei vincoli economici imposti dai burocrati di Bruxelles per far respirare i propri conti pubblici giunti da tempo al collasso.

Ebbene, i tedeschi hanno scelto e lo hanno fatto senza lasciare spazio a sogni di grande coalizione o a pretese antieuro e antieuropeiste (il partito Afd ha sfiorato la soglia minima del 5%, fermandosi al 4,8). Il popolo, il volk tedesco, vuole una Germania strettamente ancorata all’Unione, ma da una posizione di forza, in modo da poter continuare a spolpare gli altri partner, soprattutto i più deboli come l’Italia, con il peso di un euro forte sui mercati internazionali. L’Spd di Peer Steinbruck, in pratica il Pd in salsa teutonica, ha interpretato solo un ruolo da comprimario, fermandosi poco sopra il 26%. L’unico possibile avversario dello strapotere della tre volte cancelliera è rimasto vittima della sua stessa paura di formare una coalizione con Verdi e Linke (la Sinistra-sinistra) con l’obiettivo di allentare i rigori del Trattato di Maastricht e le regole stringenti del Fiscal compact e del Two-pack. La parola d’ordine di Steinbruck durante la campagna elettorale è stata “mai con i comunisti”, perché l’Spd sarebbe comunque stata una solida stampella per europeisti convinti e spietati del calibro di, tanto per capirci, Olli Rehn e Manuel Barroso.

 

E l’Italia? Già, l’Italia. Come avranno preso da noi i risultati in arrivo da Berlino i fiduciari dei Palazzi mitteleuropei che di nome fanno Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni? Lo sanno ormai anche i bambini –e la recente visita a Roma del Commissario economico Rehn ne è la prova- che in Europa non si muova più foglia economica che Bruxelles non voglia. Ecco così spiegato il ruolo da passacarte a cui è stato ridotto il nostro governo, commissariato non solo da Giorgio Napolitano, ma monitorato costantemente dall’Ue in attesa dell’approvazione della Legge di Stabilità in ottobre. In fondo in fondo, anche Letta e Saccomanni speravano in una scivolata della Merkel e in un rovesciamento del tavolo del rigore economico per dare fondo allo sperpero di altri denari pubblici e salvare così pelle e carriera. Ma che la Mutti (o Mamma) uscisse di scena era meno probabile di vedere Berlusconi ai giardinetti a dar da mangiare ai piccioni.

Si spiega così, con la sottomissione ai forzieri della Bce, l’allarme lanciato da Letta su un nuovo sforamento al 3,1% del rapporto deficit-pil così caro agli amici d’oltralpe. Tutta “colpa dell’instabilità di governo” ha detto il premier. Una strategia seguita anche dal ministro del Tesoro Saccomanni che proprio ieri ha confermato i dati snocciolati da Letta e ha addirittura minacciato le dimissioni nel corso di una intervista rilasciata al Corriere della Sera. “Dobbiamo trovare subito 1,6 miliardi per rientrare di corsa nei limiti del 3 per cento –ha detto l’inquilino di via XX settembre- Poi si dovrà concordare una tregua su Iva e Imu, rinviando la questione al 2014 con la legge di Stabilità che va presentata entro il 15 ottobre”. Accontentare subito le ignobili pretese di Rehn, Merkel e compagnia “altrimenti non ci sto”, ha aggiunto Saccomanni tirandosi dietro le ingiurie e lo scherno degli italiani che di questa Europa, e solo di questa, cominciano ad averne le tasche piene.

G8: Berlusconi rovina la luna di miele a Letta e Obama

Fonti molto vicine al presidente del Consiglio Enrico Letta riferiscono che il premier non abbia preso per niente bene l’ennesima sparata dell’alleato Silvio Berlusconi sulla necessità per l’Italia di sforare il tetto del 3% tra deficit e Pil imposto dai burocrati di Bruxelles. Uno scatto di nervi nascosto da una pacata nota ufficiale in cui Letta rassicura i partner europei sul fatto che “rispetteremo gli impegni di bilancio, la nostra posizione resta la stessa”.

Eppure il G8 di Lough Erne in Irlanda del Nord, chez il padrone di casa David Cameron, si era aperto sotto i migliori auspici per i Grandi della terra con europei e americani ben avviati sulla strada di un accordo sull’apertura di un mercato di libero scambio sulle due sponde dell’Atlantico. Quell’ambizioso di Letta junior era perfino riuscito a coronare il sogno di sedere allo stesso tavolo col gotha del potere mondiale, da Cameron ad Hollande, passando per Putin per arrivare a Barack Obama. Ed è stato proprio il presidente a stelle e strisce, riferendosi al mantra lettiano del lavoro ai giovani, ad offrire al nostro premier un assist al bacio, di fronte alla porta avversaria e, per giunta, senza portiere.

 

“Il presidente ha potuto esprimere il suo appoggio al programma economico del presidente del consiglio Letta e la sua enfasi sulla crescita”, ha affermato il vice capo della sicurezza Usa Ben Rhodes. Ma non solo. Il presidente Obama si è spinto anche più in là in nome della crescita economica e del rilancio dell’occupazione, invitando ufficialmente Enrico Letta ad un incontro bilaterale alla Casa Bianca nel prossimo autuno. Quando si dice un raccomandato di lusso. E infatti Letta non si era fatto trovare impreparato e si era portato già all’altezza del dischetto del calcio di rigore per spingere comodamente la palla in rete quando, con un entrata a gamba tesa da terga, è arrivato a soffiargli il pallone quello che dovrebbe essere il suo compagno di squadra: il Caimano Berlusconi.

Comprensibile il disappunto e la rabbia lettiane di fronte ad un inaspettato colpo di teatro con cui il Cavaliere si è voluto riprendere la scena. “L’Italia sfori i patti tanto non ci cacciano –ha detto Berlusconi imitando il “che fai mi cacci” di finiana memoria per poi aggiungere-  basta sbattere i tacchi, bisogna che qualcuno nel Governo abbia il coraggio e l’autorevolezza di andare a Bruxelles e dire a quei signori che noi siamo in queste condizioni perché ci avete cacciato voi, con la vostra dannata politica dell’austerità”. Sembra che durante il crescendo rossiniano del Cavaliere, culminato con uno scioccante “dobbiamo rimettere a posto le cose e, da qui in avanti, il limite del 3% all’anno e il fiscal compact ve li potete dimenticare”, Letta si sia sentito soffocare da quell’abbigliamento da giovane vecchio (pantaloni marroni e camici blu da finto casual) che invece è convinto gli doni molto.

Mentre la luna di miele tra Letta e Obama veniva mandata a rotoli da Berlusconi, qui da noi, in Italia, i falchi forzisti come Brunetta si spendevano per spiegare che il governo seguirà la strada indicata dal Pdl su Equitalia, Iva, Imu e Lavoro altrimenti cadrà. Ipotesi per il momento lontana visto che i detrattori leggono la boutade antieuropea di Silvio solo come un espediente per allontanare l’attenzione dai suoi processi la cui prima puntata (della nuova serie) è prevista per mercoledì 17 quando la Consulta deciderà sul legittimo impedimento di B. al processo Mediaset.