Svendita Telecom: Letta sospettato di tifare per Telefonica

Sono giorni decisivi per il destino di Telecom Italia. E le polemiche coinvolgono persino il premier, sospettato di non agire da arbitro e di tifare per Telefonica. Domani a Milano l’assemblea degli azionisti dovrà decidere se mandare a casa il Consiglio di amministrazione, compreso l’amministratore delegato, Marco Patuano, accusato da Consob e azionisti di minoranza di favorire il gruppo spagnolo Telefonica dell’amico Cesar Alierta nella corsa per la conquista di Telecom.

Piccoli azionisti guidati da Marco Fossati (5% delle azioni) che proveranno a scardinare il blocco di potere dei “fantastici 4” formato da Mediobanca, Generali, Intesa San Paolo e Telefonica che, attraverso la società Telco, con solo il 22,4% del monte azionario, hanno già le mani su tutta l’azienda di telefonia italiana. E non hanno alcuna intenzione di mollarla, se non per girarla ad un prezzo di favore, una specie di regalo di Natale, all’iberico Alierta e alla sua Telefonica. I soliti capitani coraggiosi italiani (questa volta sono Mediobanca, Intesa e Generali a fare la parte degli Schettino) uscirebbero così senza rompersi le ossa dalla disastrata gestione di Telecom, cominciata con il benestare del governo D’Alema da Marco Tronchetti Provera e proseguita poi da Roberto Colaninno (lo stesso di Alitalia).

Il regalo Telecom spedito da Roma direttamente sotto l’albero di Alierta a Madrid. Il fiocco ce lo avrebbe messo addirittura Enrico Letta, tirato in ballo dal compagno di partito Massimo Mucchetti, anche se il nome del premier non viene associato direttamente all’operazione Telecom. Il renzismo dilagante nel Pd deve aver dato alla testa al presidente della commissione Industria del Senato che ha preso carta e penna per scrivere un appello su l’Unità indirizzato sia a Letta che a Renzi per salvare Telecom “dalle opache mene di un concorrente, Telefonica” e per costringere “tale insidioso soggetto a pagare il dovuto lanciando un’Opa per contanti rivolta a tutti gli azionisti”.

 

Una mossa disperata, dettata dai silenzi ricevuti dal governo Letta e dal rifiuto di accettare l’emendamento Mucchetti alla legge di Stabilità che, attraverso l’introduzione di una Offerta Pubblica di Acquisto obbligatoria, avrebbe costretto Alierta a mettere mano al portafoglio oppure a ritirarsi dall’affare Telecom. Il distacco dimostrato da Letta (“Guardiamo, valutiamo, stiamo in un mercato europeo, bisogna considerare che Telecom è una società privata”) ha mandato su tutte le furie Mucchetti che ha deciso di rispondere con un colpo basso. L’onorevole-giornalista racconta di una visita ricevuta da Gabriele Galateri, presidente delle Generali, per scoraggiarlo dal presentare una legge sull’Opa obbligatoria.

Alierta, amico di Galateri, non ha alcuna intenzione di pagare il giusto, riferisce Mucchetti, che poi conclude con un ragionamento inquietante: “Galateri ha detto di aver avuto via libera da chi di dovere prima del 24 settembre. Letta mi ha sempre detto di non averne mai saputo nulla. E questo il governo ha detto in Senato. Quali sono i poteri occulti che hanno dato via libera al presidente delle Generali oppure questi viene in Senato a millantare?”.

Improbabile che Galateri millanti, come è evidente che Mucchetti voglia tirare in mezzo Letta col solo fatto di nominarlo e di accostarlo ai “poteri occulti”. Chiaro segno che sulla pelle di Telecom si sta giocando una partita infuocata, una delle ultime per il disarmato capitalismo di relazione italiano. Clima da corrida confermato anche dal ritiro della candidatura del bocconiano Angelo Provasoli dalla presidenza Telecom. Evidentemente la poltrona lasciata vuota da Franco Bernabè scotta troppo. Intanto Mucchetti paragona l’intesa tra Telefonica e il fondo di private equity americano Blackrock, suo grande azionista, ai nostrani furbetti del quartierino, protagonisti della scalata Antonveneta. Anche Telecom rischia di fare la stessa fine.

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Rehn boccia l’Italia e Brunetta chiede le dimissioni di Saccomanni

Rehn SaccomanniA 6 mesi dalle elezioni Europee Olli Rehn ufficializza la candidatura con i Liberali come prossimo presidente della Commissione, ma per il momento resta responsabile per gli Affari Economici UE. Ed è in questa veste che il corpulento ex calciatore della serie A finlandese sta facendo impazzire il governo Letta e il nostro ministro dell’Economia Maurizio Saccomanni. Rehn ha rilasciato un’intervista a Repubblica che ha scatenato una reazione a catena di risposte polemiche. Il super-commissario boccia di fatto le misure economiche intraprese dal governo italiano ricevendo in cambio la piccata risposta di Letta e Saccomanni.

Intanto, il capogruppo alla Camera di Forza Italia, Renato Brunetta, coglie la palla al balzo per chiedere le dimissioni del titolare del ministero di Via XX settembre. E Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, si dice preoccupato. Con l’intervista a Repubblica Olli Rehn -il quale da parte sua non muove un dito per rendersi meno antipatico agli italiani- non ha fatto altro che ribadire il contenuto del Rapporto della Commissione scritto un mese fa, ma così facendo è andato a toccare il nervo scoperto del governo Letta: i conti che non tornano con la legge di Stabilità. Rehn dice di aver “preso nota delle buone intenzioni del governo italiano su privatizzazioni e spending review. Ma lo scetticismo è un valore profondamente europeo. E io ho il preciso dovere di restare scettico, fino a prova del contrario. In particolare per quanto riguarda i proventi delle privatizzazioni e i loro effetti sul bilancio del 2014”.

 

Giudizio impietoso che ha fatto sobbalzare sulla sedia il presidente del Consiglio, impegnato a convincere i connazionali che l’ennesima Finanziaria lacrime e sangue servirà a fare da apripista per la ripresa prevista (da lui) nel 2014. Letta cerca a fatica di far sopravvivere l’intesa con Alfano, incalzato dal trio Grillo-Berlusconi-Renzi, e l’entrata a gamba tesa di Rehn proprio non ci voleva. È per questo che il premier ha atteso solo poche ore per offrire la sua acida risposta. “Il Commissario deve essere garante dei Trattati, non può permettersi di esprimere il concetto di scetticismo”, ha detto Letta all’aspirante presidente, soprattutto perché potrebbe lui stesso ritrovarsi presto con “un Europarlamento pieno di euroscettici”. Una frecciata a Rehn che diventa un involontario assist all’euroscettico Beppe Grillo.

Ma Rehn ha detto anche altro. Ad esempio che “l’Italia deve rispettare un certo ritmo di riduzione del debito, e non lo sta rispettando”, il che non gli permetterà di avere margini di manovra sugli investimenti. Una doccia fredda per Saccomanni che non ha potuto fare altro che chiudersi in un catenaccio difensivo. “Non c’è nulla di nuovo in quello che ha detto Olli Rehn –ha dichiarato da New York il ministro del Tesoro- non c’è stata alcuna richiesta di misure correttive da parte della Ue”. Difesa ballerina che, infatti, non ha convinto il mastino Brunetta, scatenato nell’azzannare le caviglie del malcapitato Saccomanni. “Ieri lo abbiamo definito ineffabile e ridicolo per le sue dichiarazioni sul governo che ‘va avanti con il programma’ (quale?) e sui ‘passi avanti’ del nostro debito pubblico –ha infierito Brunetta– Ci chiedevamo: passi avanti nel senso che aumenta? Pensavamo finisse qui. Invece, come per ogni dichiarazione del ministro che si rispetti, è subito arrivata un’altra doccia fredda”.

Secondo Brunetta la bocciatura di Rehn non fa altro che confermare la necessità delle dimissioni di Saccomanni. Un gradino meno dure le critiche espresse nei confronti dell’operato del ministro da Giorgio Squinzi che non arriva fino alla richiesta di dimissioni: “Il ministro Saccomanni è molto ottimista. Diciamo che la situazione è molto seria. Chiedendo investimenti alle imprese dimentica che prima abbiamo bisogno di ritrovare la crescita”. In difesa del governo riscende però in campo il “pensionato” Romano Prodi che definisce quelle di Rehn “parole severe che devono valere anche per gli altri”.

Letta chiede la fiducia a Renzi: un patto per il 2014

Il governo chiederà al Parlamento un nuovo voto di fiducia, ma solo dopo l’8 dicembre, giorno delle primarie Pd. Da Vilnius in Lituania, dove si trovava per un vertice europeo, Enrico Letta si è detto convinto di ottenere “una nuova fiducia che rafforzerà il governo”. Giudizio ribadito da Venezia, durante il Congresso Nazionale Socialista dove il premier si è lasciato andare ad uno sfrenato ottimismo quando ha parlato di “svolta” per il governo e per l’Italia nel 2014. Il passaggio nelle due Camere, in effetti, non dovrebbe nascondere trabocchetti, considerati i 171 voti già ottenuti al Senato sulla legge di Stabilità che potrebbero presto salire a 174-175. Non tutto però potrebbe filare liscio come auspicato da Letta.

Eliminato Berlusconi dal Parlamento, adesso l’ostacolo più insidioso per la tenuta del governo Letta-Alfano si chiama Matteo Renzi. Non a caso il premier ha rinviato al post-primarie Pd il voto di fiducia imposto da Napolitano. Inevitabile dover fare i conti con lo scalpitante segretario in pectore per non dover assistere, primo caso nella storia italiana, ad un governo di fatto monocolore Pd (appoggiato da Ncd, Ppi e Sc) buttato giù dallo stesso Pd. Negli ultimi giorni -compresa la serata di ieri durante il confronto a tre su Sky con Cuperlo e Civati- Renzi ha continuato a mettere paletti e porre condizioni affinchè il nuovo Partito Democratico dominato dai renziani continui a tenere in vita Letta e i suoi ministri.

 Immancabile il mantra, divenuto un tormentone televisivo, sul governo del “Fare” che se resterà immobile dovrà andare a “casa”. Decisa anche la presa di posizione sul tema della cancellazione del porcellum. “Ancora qualche giorno e poi la portiamo alla Camera questa benedetta legge elettorale. E si fa sul serio”, ha detto Renzi che ha anche fatto capire di non voler vedere l’Italia schiacciata dai diktat europei sulla stabilità dei conti. Nonostante la serenità mostrata da Letta, l’arrivo di Renzi fa paura. Un sondaggio commissionato a Ixè dalla trasmissione Agorà di Rai3 vede il nuovo fenomeno del centro-sinistra schiacciare gli avversari con il 56% delle preferenze contro il 23 di Cuperlo e il 13 di Civati.

Con l’ambizione renziana pronta a prendere il comando del Pd, Letta è costretto a correre ai ripari puntando tutto su un patto con Renzi per il 2014. Patto dal quale passa il nuovo voto di fiducia che il presidente Giorgio Napolitano ha ritenuto onesto concedere agli sconfitti di Forza Italia dopo l’incontro avvenuto al Quirinale con la delegazione berlusconiana guidata da Brunetta e Romani. Obbligatorio dunque attendere l’8 dicembre per ascoltare le “condizioni” che Renzi porrà sul tavolo della trattativa. Ecco perché, per non rimanere schiacciato, il capo del governo ha cercato di pubblicizzarsi al meglio dichiarando che “il prossimo anno l’Italia avrà finalmente il segno più, con l’avvio della crescita e la fine dell’emorragia dell’occupazione che ci angoscia, e con le riforme”.

Quale arma migliore se non quella di prendersi i meriti della ripresa economica –anche se finora nascosta agli occhi dei comuni mortali- per bloccare sul nascere la corsa di Renzi verso elezioni anticipate? Letta Nipote è scaltro, conosce da sempre la politica, ha avuto come mentore lo Zio Gianni e si è fatto ancora più accorto da quando siede a Palazzo Chigi. “Il 2013 è un anno che abbiamo giocato in difesa, sotto assedio come eravamo” ha aggiunto durante l’incontro Socialista, con un chiaro riferimento al senso di liberazione provocato dalla cacciata di Berlusconi dal Palazzo e di FI dalla maggioranza. Ma il premier dalla verve inusuale è destinato presto a scontrarsi col rullo compressore mediatico Matteo Renzi.

Cancellieri scaricata anche da Letta e Caselli: pronte le dimissioni

Si allunga sempre di più la lista di quanti prendono le distanze da Annamaria Cancellieri, e si fanno sempre più insistenti le voci di dimissioni del ministro della Giustizia. Del M5S, di Sel e della Lega si conosceva da tempo la posizione intransigente di richiesta di dimissioni. Volontà sancita, nel caso dei grillini, dalla presentazione di una mozione di sfiducia a Montecitorio che dovrebbe essere messa ai voti mercoledì 20 novembre. “Dovrebbe”, il condizionale è d’obbligo, perché in queste ultime ore sembra che anche la granitica fiducia riposta nel Guardasigilli da Enrico Letta e dal suo governo stia cominciando a scricchiolare.

L’indiscrezione arriva addirittura dal Financial Times, l’autorevole quotidiano d’Oltremanica secondo il quale non meglio precisate “fonti interne” al governo Letta avrebbero riferito che il ministro ha cambiato linea e sta pensando seriamente alle dimissioni. Una maniera elegante e dissimulatrice, quella di Palazzo Chigi spalleggiato dal foglio anglofono, per invitare la Cancellieri a farsi da parte togliendo dall’impaccio l’esecutivo. A parte Letta, anche la procura di Torino ha deciso di forzare i tempi per sbarazzarsi della patata bollente rappresentata dall’indagine sulla Cancellieri. Ieri pomeriggio il procuratore Capo Gian Carlo Caselli ha preso carta e penna per comunicare di aver aperto un fascicolo senza indagati e senza reati e di averlo spedito subito a Roma, competente territorialmente. “Nessun soggetto è stato iscritto nel registro degli indagati – scrive Caselli – E’ stato invece formato un fascicolo modello K di atti relativi a fatti nei quali non si ravvisano reati allo stato degli atti, ma che possono richiedere approfondimenti”.

 

I magistrati piemontesi rispondono – prima con una dura nota del procuratore generale Marcello Maddalena e poi con Caselli che scarica il caso Cancellieri – all’attacco ricevuto dai collaboratori del ministro che, secondo la ricostruzione fatta dal quotidiano La Stampa, accusano la procura sabauda di aver commesso cinque gravi violazioni delle regole nella conduzione dell’inchiesta FonSai che ha coinvolto la Cancellieri. Mancata trasmissione delle carte al Tribunale dei ministri, assenza di un avvocato difensore all’interrogatorio del 22 agosto, obbligo di rispondere imposto a torto, mancata autorizzazione del Senato all’uso delle intercettazioni e assenza del filtro di un giudice tra procura e ministro. Accuse che a Caselli e colleghi saranno sembrate una rappresaglia per non aver rispettato le regole non scritte della “omertà istituzionale”. Il “fatte li cazzi tua” di Antonio Razzi, insomma.

Tornando alla lista degli “scaricatori” della Cancellieri, il Pd rischia seriamente di ricompattarsi, almeno per una volta, se anche i governativi lettiani propenderanno per la richiesta di dimissioni avanzata dai quattro moschettieri candidati alle primarie Renzi, Cuperlo, Civati e Pittella. Il viceministro dell’Economia, il Giovane Turco Stefano Fassina, si è già espresso sull’opportunità di un passo indietro del ministro. Oggi, invece, Pippo Civati presenta la sua mozione di sfiducia, mentre in serata è prevista una riunione del gruppo Pd alla Camera al termine della quale il segretario reggente Guglielmo Epifani è chiamato a prendere una posizione chiara.

Se il Pd non riesce a separare il caso Cancellieri dalle beghe precongressuali interne, Mario Monti, reduce dalla scissione della già impalpabile Scelta Civica, decide di sbarazzarsi sobriamente della Cancellieri affermando che “alcune telefonate del ministro sono state inopportune”. Un modo come un altro per non sparire dai titoli dei giornali. Anche nella rinata Forza Italia il trend anti-Cancellieri ha preso piede, come dimostrano le dichiarazioni della coppia Bondi-Repetti. A conti fatti, dunque, solo Ncd di Angelino Alfano, i lettiani (poco convinti come si è visto) e il presidente Napolitano non recedono dalla linea della fiducia. L’intento è quello di mantenere la stabilità di governo e lo status quo di cui si è fatto garante l’inquilino del Colle, attaccato per questo da Paolo Becchi sul blog di Beppe Grillo.

Renzi scarica Letta e punta a prendersi segreteria Pd e Palazzo Chigi

Matteo Renzi chiude la convention della Leopolda 2013 con il bagno di folla che voleva e, in poco meno di un’ora, presenta il suo programma da futuro e quasi certo segretario del Pd. Ma Renzi è uno che pensa ancora più in grande, alla presidenza del Consiglio. 4 i punti fondamentali del credo renzista che spaziano in tutto lo scibile della politica: Italia, Europa, lavoro ed educazione. La sostanza della discesa in campo del Berlusconi di Sinistra, però,  è la bocciatura del governo delle larghe intese guidato dal collega di partito Enrico Letta e la decisa presa di posizione in favore del bipolarismo.

“Noi siamo i custodi del bipolarismo e dell’alternanza. Mai più inciuci e larghe intese”, ha detto il segretario in pectore. La tentazione di far saltare il banco del governo dell’inciucio per prendersi anche Palazzo Chigi con una campagna di primavera traspare chiaramente, rafforzata dalla coda di paglia che lo stesso Renzi non riesce a nascondere quando aggiunge che “dire questo non è contro il governo”. La sensazione però è che Renzi abbia rotto gli indugi e si sia messo proprio contro il governo guidato dall’amico Enrico. C’è chi dice che il sindaco di Firenze sarebbe disposto anche a tenersi il Porcellum pur di far naufragare l’accordo su un sistema proporzionale benedetto da Giorgio Napolitano che consegnerebbe l’Italia nelle mani delle eterne larghe intese. In questo senso è significativa anche la giravolta del segretario provvisorio, Guglielmo Epifani che, proprio dal palco della stazione Leopolda, ha condiviso la linea maggioritaria e bipolarista sostenuta da Renzi, iscrivendosi lui stesso al partito dei renziani. Ma Renzi sembra comunque avere le idee chiare: “La legge elettorale che funziona è quella dei sindaci: è educativa, responsabilizza”.

 

Dopo aver liquidato il Vecchio Berlusconi con una gelida battuta (“non si è parlato di Berlusconi perché si è scelto di parlare del futuro”), il Giovane Renzi ha puntato il mirino contro Letta decidendo di sparargli alle spalle con l’idea che “la sinistra che non cambia si chiama destra”. Secondo Renzi un governo di Sinistra è quello che aumenta i posti di lavoro e che risponde ai bisogni della gente. Guarda caso, l’esatto contrario di quello che sta facendo Letta il quale, appoggiando senza condizioni l’austerità imposta da Bruxelles, si sta dimostrando un uomo di Centro o, tutt’al più, di Destra. Con toni da campagna elettorale, Renzi proclama la sua visione di Europa quando afferma di voler rimettere in discussione i parametri europei. Azione da compiere “dopo aver dimostrato che l’Italia mostra di saper affrontare i problemi: i conti a posto non li deve mettere per la Merkel ma per noi stessi”. Altra stoccata a Letta, descritto praticamente come il portaborse di Angelona.

Intanto si sono aperte le scommesse su chi tra Berlusconi e Renzi riuscirà per primo a far cadere il governo. Renzi fa il modesto quando dice di non credere che Letta e Alfano cadranno un minuto dopo che il Senato avrà votato la decadenza del Cavaliere. Ma in cuor suo la speranza arde ancora dopo la cocente delusione rimediata il 2 ottobre, giorno della Fiducia, quando sembrava inevitabile che la situazione dovesse precipitare. Dal canto loro i berlusconiani si dicono convinti che sarà proprio il nuovo leader del Pd a fare il lavoro sporco, logorando Letta dall’interno. L’appuntamento Renzi lo dà comunque alla Leopolda 2014, ma chi sa se tra un anno l’ambizioso “conducator di Ponte Vecchio” avrà già spiccato il volo.

Kerry in Italia: Letta succube degli Usa sul Datagate

Il Segretario di Stato americano John Kerry è sbarcato ieri in Italia proprio nel mezzo della bufera diplomatica e mediatica scatenata dalle nuove rivelazioni del quotidiano francese Le Monde sul Datagate, lo scandalo “intercettazioni” scoppiato grazie alle rivelazioni di Edward Snowden. Obbligato l’incontro al vertice con il premier Enrico Letta che tuttavia, al contrario dei colleghi del governo francese di Hollande, non si è permesso di mettere i bastoni tra le ruote all’amministrazione americana. D’altronde, Kerry è arrivato nel Belpaese non certo per rendere conto al governo italiano delle milioni di comunicazioni private che la Nsa, la National Security Agency, avrebbe intercettato coperta dal Patriot Act firmato da George Bush. Il Segretario di Stato Usa ha, infatti, avuto un faccia a faccia con il presidente israeliano Benjamin Netanyahu per discutere di argomenti ben più incalzanti: il processo di pace tra Israele e Palestina.

Logico che Enrico Letta, reduce da un doppio viaggio negli States -l’ultimo per un vertice ufficiale con Barack Obama che gli ha portato una enorme visibilità internazionale-, non si sarebbe permesso di disturbare il manovratore della politica mondiale per una faccenda di sì poco conto che riguarda l’italietta e il trascurabile argomento delle intercettazioni. Meglio non far arrabbiare il proprio protettore politico offrendo però alla stampa, per salvare almeno la faccia, la versione di comodo della “richiesta di chiarimenti”, magari avvenuta pure a muso duro. La cifra della sottomissione italiana al gigante americano l’ha data l’incontro di Palazzo Chigi, presente anche il ministro degli Esteri Emma Bonino, raccontato ai media attraverso un freddo comunicato e non con una scomoda ma doverosa conferenza stampa.

 

Letta ha fatto presente a Kerry la “necessità di verificare la veridicità delle indiscrezioni” su una eventuale violazione della privacy degli italiani. Kerry, dal canto suo, ha tagliato corto confermando che l’obiettivo dell’amministrazione Usa è quello di “trovare il giusto equilibrio tra la protezione della sicurezza e la privacy dei nostri cittadini”. Tradotto: gli americani continueranno a fare quello che gli pare. Secondo fonti del governo italiano l’atteggiamento del ministro degli esteri di Obama sarebbe stato “collaborativo”. Non la pensano di certo così i francesi. Il ministro degli Esteri Laurent Fabius ha definito “inaccettabili” le “pratiche di spionaggio” messe in atto dalla Nsa e ha convocato l’ambasciatore americano, dando credito allo scoop di Le Monde secondo il quale, tra il 2012 e il 2013, sarebbero state intercettate 70 milioni di telefonate su territorio francese.

Non da meno è stata la reazione del Parlamento europeo che ha approvato una risoluzione, dal valore non vincolante, che chiede alla Ue di sospendere l’accordo con gli Usa per il programma anti-terrorismo sul tracciamento delle finanze. Quella che Nicola D’Angelo sul fattoquotidiano.it ha definito “una sistematica e dettagliata attività di spionaggio dei cittadini di molti paesi” che “è stata ed è attuata dalla principale agenzia di intelligence americana, la Nsa”, per il governo italiano, invece, non è altro che un fastidioso ostacolo sulla strada dell’asservimento alla politica statunitense. A questo proposito fanno sorridere, ma ci sarebbe da piangere, le dichiarazioni rilasciate al Copasir da Marco Minniti. Il sottosegretario con delega all’intelligence ha garantito che “mi sento di escludere che i servizi sapessero” dello spionaggio americano. Oltre che cornuti, pure mazziati, visto che i servizi segreti italiani, in passato utili esecutori del rapimento di Abu Omar, questa volta sono divenuti addirittura ospiti in casa propria.

A mettere la ciliegina sulla torta della perduta autorevolezza del governo italiano ci aveva pensato il vicepremier Angelino Alfano poco prima dell’incontro Letta-Kerry. “Noi abbiamo un dovere di chiarezza nei confronti dei cittadini italiani – ha detto Alfano– dobbiamo acquisire tutta la verità e dire tutta la verità senza guardare in faccia a nessuno”. Certo, come no. Intanto Kerry è già in volo verso gli States insieme ai segreti del Datagate.

La legge di stabilità non taglia la Sanità. Letta e Alfano illustrano il provvedimento

“In questa manovra non ci sono tagli alla sanità per questi tre anni. E questo lo voglio dire per tranquillizzare i cittadini”, ha detto un incontenibile Enrico Letta durante la conferenza stampa convocata per esporre i dettagli della legge di stabilità. “Nello scaffale dei farmaci si possono chiudere gli antibiotici e tirare fuori le vitamine”, ha chiosato con una metafora medica Angelino Alfano. È durato appena due ore il consiglio dei ministri che ha varato, a sentire i toni trionfalistici usati da premier Letta e vicepremier Alfano, una legge di indirizzo economico per il prossimo triennio che riuscirà a tirare fuori l’Italia dalla palude della crisi. “Diminuisce la pressione fiscale su cittadini e imprese”, ha aggiunto il premier, non contento di aver appena ammutolito le tante voci che avevano parlato di tagli alla Sanità per quasi 3 miliardi.

“Credo di essere soddisfatto del lavoro fatto in questo periodoha continuato Lettaun passo significativo nella giusta direzione, la riduzione delle tasse per imprese e famiglie. La legge di stabilità non sarà più vista come una mannaia. Abbiamo mantenuto gli impegni presi”. Passati gli iniziali entusiasmi giovanili, il premier è passato poi a snocciolare il contenuto del provvedimento. Innanzitutto le coperture: 11 miliardi e mezzo di euro nel 2014, 7,5 nel 2015, 7,5 nel 2016. I dati del 2014 riportano che le risorse sono state reperite da 4 grandi voci: 4,5 miliardi da tagli alla spesa di Stato e Regioni, 3,2 miliardi da dismissioni immobiliari e di assets del patrimonio pubblico, 1,5 da interventi fiscali. Per Letta queste “sono tutte voci che non hanno a che vedere direttamente con tasse sui cittadini come l’irpef”.

 

Con la legge di stabilità riparte poi la spesa per investimenti in infrastrutture, soprattutto interventi infrastrutturali sulle ferrovie, come la velocizzazione del “corridoio adriatico”. Si prevedono anche fondi per l’Anas per la manutenzione straordinaria della rete autostradale. Verrà istituita una cabina di regia sulle politiche industriali ed economiche. Nel triennio diminuirà di un punto la pressione fiscale. Le aziende potranno assumere usufruendo di sgravi fiscali. Ci sarà un incentivo per spingere verso contratti di lavoro a tempo indeterminato. Previsto anche lo sblocco del pagamento dei debiti commerciali della PA attraverso gli introiti previsti nel triennio.

Capitolo a parte è rappresentato da alcune voci di bilancio che, continua Letta, “hanno a che vedere con il sociale” e che fino ad oggi erano prosciugate. Si tratta del rifinanziamento del fondo sulle politiche sociali, di quello sulla non autosufficienza, del blocco dell’aumento dell’iva per le cooperative sociali, del rifinanziamento del 5 per mille, di una generica “lotta alla povertà”, del finanziamento piano anti-violenza sulle donne e della social card. Tutti dettagli ancora in alto mare comunque, come lascia intendere lo stesso Letta: “Lasciamo adesso spazio a parlamento e parti sociali per trovare il modo migliore con cui allocare queste risorse”.

Sul fronte caldo dei conti con l’Europa Letta si lascia andare e ribadisce di aver “mantenuto gli impegni con Bruxelles”, di essere uscito dalla procedura di deficit eccessivo e di poter beneficiare oggi di un duplice premio: “Riduciamo le tasse con politiche di investimento e allo stesso tempo riduciamo il rapporto deficit-pil” fissato a Maastricht. Sarà la prima legge di stabilità che non stanzia tasse o tagli per ridurre il deficit con Bruxelles, ovviamente grazie alla “flessibilità che abbiamo negoziato”. La chiusura Letta la dedica agli investimenti previsti per gli enti locali. Con l’allentamento del patto di stabilità ci sarà un miliardo di euro per i comuni che “adesso potranno fare investimenti in conto capitale per creare occupazione ed attività economica”. Per i comuni in arrivo anche un altro miliardo di euro con la Tirse, cioè la Service Tax. Il ministro dell’Economia Saccomanni si sofferma, invece, sulle possibili entrate ancora non contabilizzate: normativa sul rientro dei capitali parcheggiati all’estero, revisione della contabilizzazione delle quote della Banca d’Italia, nuovo commissario per la Spending review.

Una vittoria per il governo -anche se parziale fino all’approvazione definitiva del parlamento- ma comunque un successo da sbandierare mediaticamente contro le tante Cassandre che avevano profetizzato tagli draconiani per un Sistema Sanitario italiano già al collasso. E, infatti, Angelino Alfano ha rincarato subito la dose parlando di una “ricetta di politica economica nella quale crediamo: meno spesa, debito pubblico e tasse”. Secondo il segretario Pdl “il saldo per i cittadini tra entrate e uscite è positivo perché pagheranno meno tasse”, da realizzare attraverso l’aumento di investimenti pubblici e privati e più privatizzazioni.

Letta sfida Berlusconi: senza Fiducia aumenta l’Iva

Berlusconi mette sul tavolo della maggioranza le dimissioni di massa dei suoi parlamentari? Letta risponde non facendo approvare dal consiglio dei ministri il decreto sulle misure economiche che, tra le altre cose, avrebbe dovuto evitare l’aumento dell’Iva di un punto percentuale dal 1 ottobre. È questo il primo atto della riscossa lettiana rispetto al ricatto politico di Forza Italia, naturalmente con l’approvazione e sotto l’attenta guida del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, incontrato nel pomeriggio. L’azione governativa, se mai ce n’è stata una, rimarrà bloccata in attesa del tanto atteso “chiarimento”, concetto politichese che potrebbe essere tradotto con un voto di fiducia su una mozione governativa all’inizio della prossima settimana.

Ma quello visto e sentito venerdì sera in Cdm è un Letta inedito, furioso per lo sgarbo istituzionale subito mentre si trovava negli Usa, per giunta di fronte al consesso dell’Onu. Troppo grande l’ego di Letta Nipote per non perdere le staffe, lui che dell’aplomb da burocrate europeista ne ha fatta una ragione di vita, di fronte a quella sottospecie di colpo di stato rappresentato dalla raccolta firme forzista per costringere Napolitano, o chi per lui, a concedere l’agognato lasciapassare giudiziario al Cavaliere (a proposito, clamoroso, (Carlo Giovananrdi si rifiuta di firmare). “Avete compiuto un’operazione vergognosa annunciando le dimissioni dei parlamentari mentre ero all’Onuavrebbe urlato Letta in Cdm rivolto ai ministri FIavete umiliato l’Italia. Ma dove caspita è il vostro senso della responsabilità?”.

Sfogo più che comprensibile, se non fosse per il piccolo particolare che sia Letta, sia Napolitano sapevano benissimo di firmare un patto con il diavolo quando hanno deciso di formare un governo di larghe intese con il Caimano, inseguito dai processi e prossimo alla condanna definitiva (come poi è stato sul caso Mediaset). Che cosa si aspettavano i due? Non era logico pensare che il Berlusconi di sempre avrebbe fatto saltare il tavolo del governo, ma anche quello dell’Italia, pur di salvare il suo “culo flaccido” (Minetti dixit) dalla decadenza e, soprattutto, dalla galera? Ingenuità e stupore un po’ pelosi quelli del duo Letta-Napolitano, campioni di ipocrisia. Al culmine del suo contrattacco Letta ha comunque scoperto un coraggio prima sconosciuto: “Se non ci fosse questa legge elettorale mi sarei già dimesso –ha continuato il premier– comunque non ho alcuna intenzione di vivacchiare o di farmi logorare. O si rilancia il governo o è finita”.

 

Un bagno di chiarezza, in attesa del chiarimento, che è servito a lanciare il blocco della manovrina da 3 miliardi già preparata dal ministro economico Saccomanni. Niente pareggio di bilancio (il rapporto deficit-pil è schizzato al 3,2%, un’onta per Letta l’amico di Bruxelles), niente blocco dell’aumento dell’Iva dal 21 al 22% e rischio per gli italiani di dover pagare l’Imu a dicembre. Il tutto condito da parole di fuoco. “Non sarebbe serio fare un provvedimento che vale miliardi senza garanzie di continuità dell’azione di governoha aggiunto Letta jr in un crescendo rossinianoAl momento non ci sono le condizioni politiche per andare avanti, prima di ogni cosa deve avvenire in Parlamento un chiarimento inequivoco.

La strategia aggressiva del premier sembra però sbattere sul solito muro delle irricevibili richieste dei berlusconiani. In assenza del titolare, è stato il vicepremier Alfano a tentare di scrollare di dosso da FI l’accusa di essere responsabile dello sfascio del governo. “Inserire la questione della giustizia nel chiarimentoavrebbe preteso Angelinoaltrimenti non si va da nessuna parte, altrimenti il chiarimento sarebbe ipocrita e servirebbe solo per tirare a campare”. Dove per “questione giustizia” si intende quella dell’agibilità politica di Berlusconi. Richiesta che già Napolitano aveva giudicato irricevibile. Premier e ministri del Pd hanno però ribadito che non interferiranno sul voto della Giunta del 4 ottobre che sancirà la decadenza del Cavaliere. Tutto sembra portare verso una crisi di governo, ma con la casta mai dire mai.

Caso Saccomanni: Letta pretende un Patto politico per il 2014

“Stabilità e riforme”. Dopo le roventi polemiche su Iva e Imu che hanno portato il ministro dell’Economia Maurizio Saccomanni sulla soglia delle dimissioni, è tutta l’Italia che conta –il presidente della Bce Mario Draghi, quello di Confindustria Giorgio Squinzi, della Repubblica Giorgio Napolitano, la Cgil e addirittura il cardinal Bagnasco– a scendere in campo in favore del governo Letta. L’ultimo a spezzare una lancia in favore della continuità del governo delle larghe intese è stato proprio il premier in carica che, da quel di Ottawa in Canada dove è in visita ufficiale (da oggi negli Usa), ha deciso di passare al contrattacco prima che il logoramento imposto da Berlusconi e da Forza Italia lo porti al collasso, e ad una sonora sconfitta elettorale.

“La Legge di Stabilità sarà il passaggio chiave, il momento in cui chiameremo i partner della coalizione ad assumersi gli impegni per il futuro, per tutto il 2014”, ha affermato Letta durante la conferenza stampa canadese che ha preceduto la sua partenza per gli States. Quella che una volta si chiamava legge Finanziaria, ha poi aggiunto, “conterrà un vero e proprio patto politico fino a tutto il 2014; i documenti di Confindustria e sindacati ne formeranno parte integrante”. Il premier è costretto dunque a scoprire le sue carte e passare al contrattacco dopo le minacce subite in questi giorni dal responsabile del Tesoro Saccomanni. Soprattutto da Forza Italia che con i falchi Brunetta, Santanchè e Gasparri minaccia un giorno si e l’altro pure di togliere la fiducia a Letta “un minuto dopo l’aumento dell’Iva” previsto dal primo ottobre. Ma era stato anche lo stesso Pd durante l’Assemblea Nazionale, per bocca del segretario Guglielmo Epifani, a sollecitare il tecnico di via XX settembre a non toccare l’Iva, a tutti i costi.

 

Ultimatum che hanno fatto perdere la pazienza perfino al serafico Letta che ha atteso lo sbarco nel Nuovo continente per togliersi qualche sassolino dalle scarpe per lanciare lui un controultimatum consistente in una verifica di maggioranza, magari con un voto di Fiducia alle Camere. Facendo riferimento alle elezioni tedesche e alla seria possibilità di una riedizione della Grosse Koalition Cdu-Spd, il premier italiano ha colto la palla al balzo per affermare che “sarebbe un fatto positivo anche per l’Italia, perché sarà un modello di cooperazione assai simile a quella che in Italia stiamo sperimentando da qualche tempo”. Letta ha così ventilato l’ipotesi di un Letta-bis, ma senza crisi di governo, provando a blindare il suo esecutivo con la motivazione che “ognuno vorrebbe vincere e governare da solo, ma se dalle elezioni si esce che bisogna fare una grande coalizione, per il bene del Paese bisogna impegnarsi a rendere il tutto più utile e produttivo possibile”.

Letta il Nipote passa dunque al contrattacco forte, come sempre nella sua vita, dell’appoggio di quasi tutti i pezzi da 90 dell’Italia politica ed economica. Il primo a farsi sentire è stato il presidente della Bce Mario Draghi assicurando che “la politica monetaria resterà accomodante per tutto il tempo necessario”, ma a patto che i governi (leggi quello italiano) mantengano una stabilità politica. Dopo di lui è toccato al numero uno di Confindustria, Giorgio Squinzi: “Noi siamo preoccupatissimi, non preoccupati, per la stabilità del Governo perché riteniamo che questo sia l’unico Governo possibile in questo momento, le cose da fare sono tantissime e sarebbe meglio concentrarci sui problemi dell’economia reale”. Con lui, per una volta alleati come ai tempi di Lama e Agnelli, anche il segretario Cgil Susanna Camusso (“giù le tasse sul lavoro”). Sponsor lettiani di lusso ai quali si è aggiunto l’ennesimo monito di Napolitano: “I primi segni di ripresa si vedono, la politica proceda senza incertezze e tantomeno rotture”. Difficile che Berlusconi decida di staccare la spina adesso, ma dal 15 ottobre, giorno dell’esecuzione della sua pena, ogni colpo di scena sarà possibile.

Assemblea Nazionale Pd: le regole le detta Renzi

Sembra ormai inarrestabile la marcia di Matteo Renzi verso la conquista della segreteria del Partito Democratico. La due giorni rosso-verde all’Auditorium della Conciliazione di Roma non si era aperta sotto i migliori auspici per il sindaco di Firenze, visto che anche la fissazione della data del Congresso era ancora in alto mare. Dopo mesi di estenuanti tira e molla la segreteria di Guglielmo Epifani ha dovuto però cedere alla mediazione e concedere, è proprio il caso di dirlo, la data dell’8 dicembre come primo traguardo delle ambizioni renziane. Ma non solo, perché, già durante la notte, gli sherpa delle varie correnti –bersaniani, dalemiani e lettiani per Cuperlo, renziani vecchi e nuovi per Renzi- sono riuscite finalmente a trovare l’accordo sulle regole, anche se i giochi non sono ancora chiusi.

Prima regola: il nuovo segretario del Pd, chiunque dovesse essere, sarà automaticamente iscritto alle primarie per la premiership in caso di elezioni politiche. Proprio come voleva Renzi. Seconda regola: le elezioni delle rappresentanze regionali si terranno entro tre mesi dalla celebrazione del congresso. Tutto secondo i piani del Renzi-pensiero. La sensazione, confermata dal tono dell’annuncio di Epifani, è che l’ala “governativa” del partito abbia dovuto cedere all’enorme appeal elettorale di Renzi. “Da statuto spetta al presidente fissare la data –ha detto a denti stretti il segretario pro tempore– ho parlato con i due vice-presidenti e propongo, a nome loro, di fissare la data dello svolgimento finale del congresso per l’8 dicembre”. Finalmente una data certa, a meno di clamorosi colpi di scena ancora possibili, che ha fatto esclamare a Renzi “basta che il congresso non si faccia a Natale”.

 

A salire oggi sul palco, sono stati invece Roberto Gualtieri della commissione congresso e lo stesso Renzi. Il primo doveva sostanzialmente confermare la data dell’8 dicembre e i risultati delle febbrili trattative occorse nella notte. Il secondo, invece, doveva fare il primo passo per prendersi il partito. Ora che anche il premier Enrico Letta si è svegliato e ha capito che Berlusconi lo sta solo logorando, in attesa del momento opportuno per staccare la spina al governo, nel Pd si è diffuso il panico di perdere un’altra volta le elezioni contro la rinata Forza Italia. Da una parte ci sono le forche caudine del possibile aumento dell’iva e del nuovo sforamento del rapporto deficit-pil (siamo già al 3,1% secondo Letta Jr), dall’altra la tortura di dover chinare la testa ogni giorno di fronte alle pretese del Pdl-FI di menare la danza sulle scelte dell’esecutivo.

L’unica àncora di salvezza sembra essere rimasto proprio il giovane Renzi che con una sola battuta è riuscito a sverniciare, asfaltare e rottamare il sogno di una nuova avventura di Letta a Palazzo Chigi. Ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo, il mattatore fiorentino ha messo in evidenza tutte le contraddizioni di un giovane-vecchio chiamato Enrico Letta. “La mia generazione era convinta che si dicesse ‘non ho scritto in fronte Giocondo’”, ha detto Renzi facendo riferimento alla battuta del rivale su un vecchio Carosello in cui compariva il personaggio di Jo Condor. Un’affermazione vera come il fatto che la terra è tonda. Tutti gli italiani al di sotto dei 40 anni, infatti, o non hanno idea di chi sia l’ammuffito Jo Condor, oppure avevano sempre pensato, come Renzi, che la misteriosa parola fosse “Giocondo”. Praticamente uno scontro di civiltà tra generazioni in cui la vecchia è destinata a soccombere.

Ma, metafore a parte, è chiaro l’intento di Renzi di passare per la segreteria Pd per gettarsi subito dopo nella rincorsa al Potere, quello vero. Il giovane “berluschino”, così come lo ha apostrofato il cantante, anche lui fiorentino, Piero Pelù, dovrà adesso affrontare la formalità di sconfiggere gli altri candidati: Pippo Civati, Gianni Cuperlo e Gianni Pittella. Un semplice allenamento per il Giovane Renzi in vista dello scontro finale con Berlusconi. Sempre che il Vecchio riesca ancora a tirare a campare prima di tirare le cuoia.