Società partecipate e nuovo premier: Scaroni chiede il conto a Renzi

 

Renzi ScaroniIl forzato passaggio di consegne alla guida del governo, avvenuto tra Letta e Renzi, non è stato frutto del caso, né un’operazione a costo zero per le tasche del nuovo premier. Il sindaco dimissionario di Firenze è stato costretto a firmare cambiali pesanti pur di ottenere l’appoggio dei Poteri Forti nella sua ascesa a Palazzo Chigi. Entro la fine del 2014 ci sono da rinnovare i consigli di amministrazione e i collegi sindacali di molte società partecipate dallo Stato. Un valzer di circa 400 poltrone – tra cui quelle di Eni, Enel, Finmeccanica, Poste e Terna – a cui Renzi non sarebbe mai stato invitato come ospite d’onore senza aver dato preventive assicurazioni.

Il primo boiardo di Stato a decidere di rompere gli indugi, per presentare a modo suo il conto al segretario Pd, è stato Paolo Scaroni, da 9 anni amministratore delegato di Eni. Quello che tutti i commentatori hanno definito erroneamente un endorsement è arrivato con un intervista rilasciata da Scaroni a Bloomberg Tv. “Quel che mi piace di Renzi è la sua volontà di agire e di agire velocemente – ha diciarato l’ad Eni – Ha impeto, è davvero una persona che vuole riformare il paese e riformare il paese a volte non equivale a essere popolari, ma quando si vuole qualcosa davvero si è già a metà strada”. Una manifestazione di fiducia totale, perlomeno inusuale per chi, come Scaroni, la sua poltrona in scadenza rischia di perderla. Più logico pensare che i melliflui complimenti rappresentino il risultato di un do ut des.

E infatti, dalle parole di Scaroni emerge chiaramente quali siano le sue intenzioni. “Certamente sono disponibile per un nuovo mandato – aggiunge – Ho il miglior lavoro del mondo e mi diverto parecchio quindi per me avere qualche altro anno di divertimento sarebbe una buona notizia”. Che tradotto significa: “La mia conferma in Eni rappresenta il ringraziamento dovuto da Renzi per l’appoggio ricevuto da me”. A dire la verità, già qualche giorno fa durante una puntata di Porta a Porta, lo scaltro Scaroni non era riuscito a dissimulare l’intesa d’acciaio stretta con Renzi.

A tradirlo, forse, la tensione per l’inchiesta Eni-Saipem. Scaroni è sospettato dai pm milanesi di essere coinvolto, perché “non poteva non sapere”, nello scandalo delle presunte tangenti pagate dalla Saipem, società del gruppo Eni, al governo Algerino. Un déjà vu per il nuovo amico di Matteo Renzi perché già nel 1992, in piena Tangentopoli, quando era manager della Techint, venne arrestato per un giro di mazzette pagate ai partiti in cambio di appalti Enel.

Comunque sia, Scaroni prova a non mostrarsi affatto preoccupato per l’inchiesta e pensa a mettere nel cassetto la nomina in Eni, una delle più importanti società partecipate dallo Stato (direttamente o indirettamente). Con lui ci sono gli altri “dinosauri” come Massimo Sarmi (in Poste dal 2002) e Fulvio Conti (in Enel dal 2005). Ancora mistero sulle poltrone da assegnare in Finmeccanica dopo l’inchiesta sugli elicotteri Agusta e le tangenti indiane. Tutto da decidere anche in Consap, Enav, Istituto Luce, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Italia Lavoro, Rete Autostrade Mediterranee, Sogesid, StMicroelectronics, Studiare Sviluppo, Arcus, Coni Servizi, Gse, Sogin, Sose, Rai, Anas, Invitalia, Fintecna e le altre società indicate sul sito del ministero del Tesoro. Un fiume di potere e denaro il cui destino adesso è nelle mani dell’affidabile Matteo Renzi.

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Berlusconi difende Formigoni e Fitto: “Magistratura cancro della democrazia”. La Casta al contrattacco

Nervi tesi per Berlusconi. Prima il rinvio a giudizio di Roberto Formigoni, accusato dai pm milanesi di corruzione, finanziamento illecito e associazione a delinquere nello scandalo della sanità lombarda. Poi, a ruota, la condanna dell’ex ministro Raffaele Fitto, ras pugliese del Pdl, a quattro anni (di cui tre indultati) per corruzione, finanziamento illecito ai partiti, e abuso d’ufficio nell’ambito del processo La Fiorita. Il tutto a pochi giorni, se non poche ore, da altre inchieste che rischiano di decapitare il gotha del capitalismo predatorio italiano: l’arresto dell’ad di Finmeccanica Giuseppe Orsi per corruzione, le indagini sul presidente Eni Paolo Scaroni per tangenti e, sullo sfondo, il Sistema Monte dei Paschi, appannaggio sì del Pd, ma terreno di caccia anche di berlusconiani come Denis Verdini.

È forse per questo che il Cavaliere non è più riuscito a contenersi e, di fronte alle telecamere mattutine di Agorà su RaiTre è sbottato: “Mps è uno scandalo da 3 miliardi, altro che 12 elicotteri, in cui il Pd è assolutamente coinvolto. “La tangente è un fenomeno che esiste non si possono negare le situazioni di necessità se si va trattare nei Paesi del terzo mondo o con qualche regime”. Ammettere il sistema tangentizio al fine di legittimarlo, invece di negarne l’esistenza di fronte all’evidenza, e attaccare la Rossa Mps, alla quale una volta Berlusconi era legato a doppio filo, per mettere alla gogna mediatica anche l’odiato Pd. È questa la nuova strategia approntata dagli uomini di Arcore per ribattere alla tempesta giudiziaria che rischia di spazzare via tutti i punti di appoggio che contano nel mondo Pdl.

 

Ma è un Silvio Berlusconi a briglie sciolte quello che, parlando della possibile reintroduzione dell’immunità parlamentare, ritira fuori dal cilindro un vecchio cavallo di battaglia: “C’è una magistratura rossa che è il cancro della nostra democrazia, è una patologia, come la cosa barbara delle intercettazioni”. Descrivere la magistratura come cancro della democrazia è oramai divenuto un classico della letteratura politica berlusconiana. Toni forti utilizzati per coprire le ruberie e il malaffare della casta imprenditoriale buttando la palla nel campo dello scontro politico. Nel caso specifico, poi, il Cavaliere potrebbe aver ricominciato a spararle grosse anche per sovrapporre la sua voce a quella di Joseph Ratzinger, il papa dimissionario che sta monopolizzando l’attenzione dei media.

Coperti dal fuoco di fila sparato dal capo, è stato gioco facile per Fitto e Formigoni sparare contro la solita “giustizia ad orologeria”, azionata per sotterrare definitivamente lo scandalo Mps. Non importa che pm senesi e Guardia di Finanza stiano continuando indagini e perquisizioni, il messaggio che deve passare è quello di una magistratura di sinistra che arresta solo esponenti di destra. È su questo canovaccio che si innestano le bordate di Berlusconi convinto, almeno a favore di telecamere, che le indagini sui benefits milionari a Formigoni e sul giro di tangenti e stecche intascate dai vertici delle due più importanti aziende del paese, Finmeccanica e Eni, rappresentino soltanto dei “moralismi assurdi, dato che in tutto il mondo funziona così.

Una logica da Caimano alla quale si sono comodamente adeguati in questi anni tutti i padroni del vapore italiani, convinti che la mano politica potesse sempre lavare quella che si sporca negli affari. La chiusura il Cavaliere l’ha dedicata a Mario Monti, suo vero e unico avversario. Informato della volontà di Monti di schierarsi dalla parte dei magistrati, con la richiesta di un cambio ai vertici di Finmeccanica, Berlusconi ha definito quello del Professore “un moralismo da sepolcri imbiancati”.