Caos Pd: purghe renziane, franchi tiratori e sospetti sulla Leopolda

purghe renzianeDalle parti di via del Nazareno sono certi che per i 13 senatori dissidenti siano già pronte le purghe renziane. Il gruppo dei 13 si è autosospeso dal Pd in solidarietà con Corradino Mineo e Vannino Chiti, epurati dalla commissione Affari Costituzionali perché non in linea con il percorso di Riforme costituzionali imposto dal cerchio magico del premier. Giusto il tempo per Renzi di rientrare dal viaggio nella Repubblica Popolare Cinese, dove sicuramente avrà potuto prendere ispirazione, e poi il destino “siberiano” di Mineo & co. sarà segnato.

Altro che democrazia interna, il Pd somiglia sempre di più, anche se con un tocco di amatriciana, al Partito Comunista dell’Unione Sovietica degli anni ’30 quando, per essere bollati come dissidenti e traditori, bastava il solo sospetto, uno sguardo o un bicchiere di vodka di troppo bevuto da Stalin. Oggi i tempi sono cambiati. Spedire un oppositore politico di fronte al plotone di esecuzione o nelle gelide steppe della Siberia non va più di moda, almeno dalle parti del Colosseo. Meglio usare i pugnali avvelenati delle congiure di Palazzo. Per il Pd a trazione Renzi il record elettorale del 40,8% nelle urne europee, ottenuto appena pochi giorni fa, non è stato però sufficiente a tacitare il dissenso interno. La pax renziana è stata rotta dalla disperata azione dei dissidenti che pagheranno inevitabilmente con l’espulsione. Ma senza fare troppo rumore. Corradino Mineo, il Che Guevara dei dissidenti, ha promesso comunque battaglia nell’assemblea nazionale Pd del 14 giugno.

Ecco i nomi dei 13 che sono stati subito marchiati a fuoco come traditori dai fedelissimi del premier Luca Lotti e Maria Elena Boschi perché hanno avuto il coraggio di metterci la faccia: Felice Casson, Vannino Chiti, Paolo Corsini, Erica D’Adda, Nerina Dirindin, Maria Grazia Gatti, Sergio Lo Giudice, Claudio Micheloni, Corradino Mineo, Massimo Mucchetti, Lucrezia Ricchiuti, Walter Tocci, Renato Turano (giallo sul 14esimo nome, quello della deputata Maria Chiara Gadda).

Che il partito non sia ancora un monolite come in URSS ai tempi dello Zio Joe, lo dimostra però l’inquietante vicenda dei franchi tiratori grazie ai quali è passato a Montecitorio l’emendamento del leghista Pini sulla responsabilità civile dei magistrati. Mercoledì 11 giugno ci sono state tra le 50 e le 70 “manine” piddine che, nel segreto dell’urna e senza metterci la faccia, hanno votato contro il parere del governo e approvato una norma che, se confermata a Palazzo Madama, si porrebbe come una vendetta nei confronti dei magistrati impegnati a scoperchiare la Nuova Tangentopoli. Questo almeno il parere di Csm, Anm e diversi costituzionalisti che leggono nella limitazione della libertà di giudizio dei giudici un vulnus all’indipendenza della magistratura sancita dalla Costituzione.

Fatto sta che il Pd si è spaccato, sommerso dalle vicendevoli accuse tra correnti. Renzi non controlla il partito in parlamento, si è detto da più parti. Ma nel caso specifico della responsabilità civile dei magistrati montano i sospetti che siano stati proprio i renziani a travestirsi da franchi tiratori per lanciare un segnale ai berlusconiani (nemici giurati dei giudici) in vista delle prossime larghe intese.

Pd sotto il pieno controllo del dittatore fiorentino, dunque? Se si volesse dar credito alle indiscrezioni riportate sul Fatto Quotidiano del 12 giugno da Fabrizio D’Esposito non parrebbe proprio. Voci di transatlantico di origine Dem riportano un tremendo sospetto: “Vuoi vedere che dal Consorzio Venezia Nuova sono partiti contributi per la Leopolda?”. Ma sono solo voci, per il momento.

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