Il Pd liquida Letta. Nasce il governo Renzi-Alfano-Monti-Casini

 

Renzi contro Letta“La Direzione del Pd ringrazia il presidente del Consiglio Enrico Letta per il notevole lavoro svolto. Rileva la necessità urgente di un esecutivo nuovo che arrivi alla fine naturale della legislatura”. Con queste fredde parole Matteo Renzi decide di dare il benservito ad Enrico Letta. Fuori, dunque, Letta Nipote da Palazzo Chigi. Dentro il segretario-sindaco e, tra poche ore, anche premier del nuovo governo. Una successione di stampo democristiano, avvenuta con una logica da Prima repubblica. Una decisione presa in pieno stile Renzi, prima ancora che la Direzione del Partito Democratico si pronunciasse con un voto. Nasce così il governo Renzi-Alfano-Monti-Casini, alla faccia delle dichiarazioni di Renzi che aveva giurato: “Mai più larghe intese” e “Mai al governo con la Destra”.

 L’ultimo patetico tentativo di resistenza dell’ormai ex capo del governo, ovvero la conferenza stampa di mercoledì pomeriggio in cui Letta ha “offerto” ai partiti della coalizione governativa, e allo stesso Pd, un ennesimo patto di governo, chiamato questa volta Impegno Italia, non ha fatto altro che contribuire a far precipitare la situazione. Da una parte Renzi, furibondo per non essere stato avvertito dal nemico, se l’è legata al dito e ha deciso di liquidarlo poche ore dopo, appena salito sul palco del Nazareno. Dall’altra, i partiti della maggioranza (Ncd, Sc, Udc e Popolari), dopo aver preso già le distanze dal morente Letta, non conoscevano nemmeno il contenuto di Impegno Italia. Segno evidente che la manovra lettiana è stata puramente mediatica e politica, un modo per costringere il “traditore” Renzi a pugnalarlo alla luce del sole.

Il segretario del Pd non se l’è fatto ripetere due volte, non si è perso nelle solite chiacchiere e ha pronunciato le paroline magiche che gli hanno aperto le porte della stanza dei bottoni: “Un esecutivo che arrivi alla fine naturale della legislatura”. Di fronte alla prospettiva di occupare le poltrone parlamentari per altri 4 anni, senza passare nemmeno dal fastidioso passaggio delle elezioni anticipate, i veti e i dubbi dei professionisti della politica si sono sciolti come neve al sole. Da giovedì pomeriggio, infatti, si registra un continuo scintillio di dichiarazioni altisonanti e professioni di fede nei confronti del genio fiorentino.

Gli uomini e le donne del Pd hanno ritrovato per incanto una coesione, peraltro mai avuta prima, ed hanno tributato gli onori del caso all’uomo che li porterà compatti fino al 2018. Nel volgere di poche ore sono diventate un pallido ricordo le divisioni tra la schiacciante maggioranza renziana, uscita trionfatrice dalle primarie dell’8 dicembre, e la minoranza cosiddetta di “Sinistra” dei vari Cuperlo, Fassina, Orfini, Speranza e Zanda. Gli sconfitti si sono rimessi alla magnanimità del munifico Renzi, abbandonando come un cane Letta al suo destino, divenuto spettatore impotente del fenomeno carsico che ha inghiottito persino la dispersa corrente lettiana (Paola De Micheli, Vito De Filippo, Anna Ascani, Lorenzo Basso).

Da oggi un nuovo sol dell’avvenire splende nel cielo Democratico. È la stella di Renzi, al cui cospetto sono evaporati bersaniani, lettiani e giovani turchi. L’opera di rottamazione è finalmente completata. La vecchia nomenklatura dei D’Alema, delle Bindi e delle Finocchiaro è ridotta all’oblio. Letta è tornato ad essere l’eterno secondo, il Nipote di suo zio Gianni. Tutto merito delle larghe vedute di Renzi che ha assicurato a tutti glorie e prebende fino alla fine della legislatura. In casa Pd ci sono da registrare la magistrale piroetta di Dario Franceschini che gli ha permesso di sopravvivere al renzismo (unico della vecchia guardia) e il gran rifiuto opposto dal coraggioso Pippo Civati, unico nome di spicco ad aver detto no alla brama di dominio renziana.

Sul fronte del nuovo governo, alfaniani e montiani si sono già riposizionati, pur nascondendosi dietro al solito linguaggio politichese. Mentre il pallottoliere non fa segnare numeri importanti sul fronte dei nuovi arrivi (qualche transfuga da Sel e una manciata grillini “traditori”). Resta invece in sospeso l’accordo sull’Italicum stretto con Berlusconi. Le elezioni non sono più così importanti visto che il governo di legislatura Renzi-Alfano-Monti-Casini assicura la pagnotta a tutti fino al 2018. Compreso il Cavaliere, trasformato da Renzi da Condannato in Padre Costituente. Al settimo cielo anche il presidente Napolitano per il quale, da buon monarca, le elezioni anticipate sono una “sciocchezza”.

Annunci

L’ultimatum di Renzi al Pd sulla legge elettorale

È un Matteo Renzi deciso a chiudere in pochi giorni la partita sulla legge elettorale quello che si presenta alla direzione nazionale del Partito Democratico. Se necessario, anche a costo di far cadere il governo Letta-Alfano. Ufficialmente non dà una scadenza all’esecutivo, ma forza i tempi chiedendo al presidente Gianni Cuperlo di “convocare per lunedì 20 la riunione della direzione sulla legge elettorale”. “Nella mia cultura – dice il segretario – la direzione deve votare”

Sulla legge elettorale e sugli altri temi in agenda, come il Jobs Act, l’abolizione del Senato, il taglio dei costi della politica e i diritti civili “ci giochiamo la faccia”, aggiunge Renzi. E questo anche per colpa della stabilità da cimitero del governo delle larghe intese sponsorizzato da Giorgio Napolitano. A Enrico Letta – che ieri ha declinato la sua partecipazione alla riunione di quello che dovrebbe essere anche il suo partito, irritando non poco il sindaco/segretario -, Renzi non riesce a non riservare una critica al vetriolo: “Se guardiamo a questi 10 mesi ci troviamo di fronte a un elenco di fallimenti”.

Il segretario dimostra di non avere dubbi sul fatto che “o il Pd realizza le riforme o andiamo incontro a una devastante campagna elettorale, con la demagogia di Berlusconi e di Grillo”. Tutto si deciderà nei prossimi quattro mesi che costringeranno il nuovo Pd targato Renzi a “portare a casa dei risultati” perché “se andiamo avanti come se niente fosse saremo spazzati via”. Questione di vita o di morte per il renzismo, impostosi a valanga sulla vecchia nomenklatura con il voto delle primarie, è cambiare la politica da cima a fondo e non accontentarsi di cambiare un paio di ministri con il rimpasto più volte annunciato dai giornali.

 

Renzi intende “creare un sistema istituzionale e politico che duri per i prossimi vent’anni”, pena la sua scomparsa dalla ribalta politica. La paura è quella di cedere terreno a Sinistra ai grillini. Ecco perché snobba Casaleggio, irridendolo perché il M5S non ha accettato di discutere sulle tre proposte di legge elettorale presentate da lui. Ed ecco così spiegata l’ennesima sortita su ius soli e unioni civili, a cui il segretario non vuole rinunciare, nonostante i contrasti con gli alfaniani.

Renzi si sofferma anche sulla  riforma del titolo V della Costituzione e punta nuovamente il dito sugli stipendi d’oro dei consiglieri regionali. A conclusione del suo intervento, poi, entra nello specifico della nuova legge elettorale. “Per me la legge elettorale deve avere il premio di maggioranza – dice – Io ho fatto tutta la campagna delle primarie contro il proporzionalismo puro. Il punto centrale per noi è il sistema che consente di governare. E questo è il premio di maggioranza. Che tu lo dia al primo o al secondo turno è assolutamente indifferente”.

Conferma di non essere sicuro che la legge elettorale si farà “nell’ambito della maggioranza e basta”, e aggiunge di non temere di essere impallinato in aula dal voto segreto della Sinistra del Pd. Il riferimento è naturalmente al paventato accordo con Berlusconi sul modello spagnolo. La vecchia guardia Pd vede come fumo negli occhi persino un incontro col Cavaliere (al momento previsto per sabato), ma Renzi è perentorio nello stoppare le critiche. “La polemica se devo incontrare Forza Italia o meno è surreale – conclude il suo intervento il segretario -Si parla con tutti ovunque. È del tutto evidente che si parla anche con Forza Italia.

Pd: primarie il 24 novembre. Scontro tra Renzi e Letta

Finalmente il Partito Democratico ha fissato la data delle elezioni primarie. O forse ancora no. È vero che il segretario reggente, Guglielmo Epifani, al termine dell’ennesima Direzione Nazionale –convocata eccezionalmente a Montecitorio per permettere ai propri deputati di partecipare ai lavori dell’aula- ha individuato il 20-21 settembre come data di convocazione dell’Assemblea Nazionale e il 24 di novembre come giorno adatto per chiamare i simpatizzanti alle urne (o gazebo), ma è altrettanto vero che non si è ancora parlato della data del Congresso e, inoltre, non sono state messe nero su bianco le regole della tornata elettorale in casa Pd.

La confusione è talmente alta sotto il cielo di largo del Nazzareno che le dichiarazioni rilasciate dagli esponenti del fu partito di Togliatti e Berlinguer vanno in direzioni ostinatamente opposte e contrarie. I primi a farsi sentire sono stati naturalmente i fedelissimi di Matteo Renzi, timorosi di restare schiacciati dalla gioiosa macchina da guerra messa in piedi dalla nomenklatura interna. “Epifani: save the date, 20 e 21 settembre. Non è il Congresso, solo l’Assemblea che dovrebbe fissarne le regole”, ha twittato ieri sera a caldo Paolo Gentiloni, l’ex ministro della Comunicazione, anche lui rimasto folgorato sulla via di Firenze. Evidentemente i renziani hanno fiutato l’aria che tira: nessuna regola per le primarie, dubbio se l’impegno ai gazebo serva ad eleggere il segretario o il candidato premier e ancora nessuna data per il Congresso. Questi i tre pomi della discordia che rischiano di spaccare il partito.

 

Nubi fosche che le parole pronunciate dal segretario Epifani non hanno di certo contribuito a diradare. “Confermo tutto: tempi e funzione del congressoha detto Epifanila commissione ha fatto uno sforzo molto serio di condivisione che consentirà di consegnare all’assemblea nazionale le proposte di modifica delle regole congressuali. L’Assemblea si svolgerà il 20-21 settembre e da lì partirà l’iter del nostro Congresso”. Una supercazzola alla Ugo Tognazzi che dice tutto per non dire niente. Una trappola, insomma, alla quale Renzi ha cercato di sfuggire non prendendo la parola in Direzione e lasciando la sala di Montecitorio visibilmente contrariato. A scoprire il bluff di epifaniani e lettiani è stata l’ex senatrice Magda Negri la cui precisa domanda, “Allora, 24 novembre per il Congresso?”, ha trovato un agghiacciante riscontro nella risposta di Davide Zoggia, responsabile bersaniano dell’organizzazione del partito.

“La data delle primarie, in realtà, non e’ stata stabilita per il semplice motivo che la deve fissare l’Assemblea convocata per il 20-21 settembreha confessato l’ingenuo ZoggiaL’impegno preso e ribadito dal segretario, però, è di mantenere le date previste nell’ultima Direzione. Dipenderà anche dalle regole perché se non si approvassero quelle alle quali stiamo lavorando in queste settimane le primarie rischierebbero di slittare”. Una confessione quasi alla Spatuzza, il famoso pentito di mafia, forse superflua per chi, come Pippo Civati, non è renziano ma rappresenta l’opposizione interna “da sinistra” nel partito: “Non c’è nessuna data, nessun impegno, nemmeno nella nota ufficiale del partito. Le regole ancora non ci sono, fino a quando non c’è una determinazione dell’Assemblea io resto cauto”.

Insomma, il Pd rischia di bruciarsi definitivamente prima ancora di eleggere il nuovo segretario e, soprattutto, con un Berlusconi ancora sulla scena politica. Un gioco al massacro che il premier Enrico Letta ha cercato di stoppare gettando democristianamente acqua sul fuoco. “Se viene meno l’unità del Pd in questo momento di sfilacciamentoha detto il dolce Enrico (con tutto il rispetto per Berlinguer e Venditti)- il sistema rischia di venir giù. L’Italia può farcela non è impossibile e non è propaganda. E’ alla nostra portata, dipende da noi”. Ma intanto tra lui e Renzi è calato il gelo. Vatti a fidare dei compagni del Pd.

Congresso Pd: Pannella candidato, un problema in più per Renzi

Marco Pannella candidato alla segreteria Pd. Ci mancava solo questa notizia imprevista a turbare i sogni di gloria di Matteo Renzi e il suo tentativo di scalare il Partito Democratico diventandone segretario attraverso il Congresso, per poi spiccare il volo verso Palazzo Chigi. In realtà, al momento non c’è niente di sicuro. Né l’ufficialità dell’iscrizione dello storico leader Radicale nella lista dei pretendenti alla segreteria di largo del Nazzareno, né tantomeno una data certa in cui celebrare l’assise del fu Partito Comunista, anche se il segretario reggente Guglielmo Epifani ha parlato di “24 novembre”. E poi, la strada della premiership è tutt’altro che spianata per Renzi, visto che l’inamovibile nomenklatura del partito sta facendo ricorso anche al gioco sporco pur di mettere i bastoni tra le ruote del carro del sindaco di Firenze che tutti i commentatori danno per vincente.

Ricapitolando. Le ultime notizie uscite dalla Casa Democratica al termine della Direzione del 27 luglio scorso riferiscono del solito “rinvio”. Parola divenuta un tormentone per il duo di governo Pd-Pdl in questa torrida estate 2013. Nessuna decisione definitiva sulle regole e tutto rimandato al Comitato del 31 luglio a cui, il primo di agosto, seguirà la seconda parte della Direzione. Una confusione da manicomio originata dalla guerra senza quartiere scoppiata tra le varie correnti del Pd sulle regole che dovranno portare all’elezione del segretario. I renziani vorrebbero una votazione “aperta” anche ai non iscritti al partito, motivandola con la necessità di coinvolgere più cittadini possibile nel boccheggiante progetto Democratico.

 

La risposta della vecchia guardia -bersaniani, lettiani, dalemiani etc.- non si è fatta attendere durante la Direzione di sabato con quello che lo stesso Renzi ha definito un “blitz fallito”. A tentare la sortita sono stati il segretario Epifani in persona e il ministro per i Rapporti col Parlamento, Dario Franceschini, divenuti impettiti portabandiera di una corrente di pensiero che vorrebbe vedere il nuovo segretario del Pd dedicarsi esclusivamente al partito e , di conseguenza, eletto solo da chi del partito fa parte integrante: gli iscritti. Un messaggio chiaro e preciso diretto al clan Renzi che invece punta proprio sul voto agli esterni, meno controllabili, per far fuori una volta per tutte il politburo degli ex Ds e Margherita. Non è un caso che Matteo Renzi si sia mostrato alle telecamere mentre abbandonava stizzito la riunione piddina, portandosi però in tasca la promessa di Epifani sul 24 novembre.

Il vero dramma per il Pd, che appare sempre più un partito allo sbando, è che le sue sorti non sono legate alla fatidica data del Congresso, ma ad un giorno del calendario ben più vicino e che potrebbe sconvolgere gli equilibri dello stesso governo Letta: il 30 luglio, giorno della prevista sentenza della Cassazione –salvo rinvii o colpi di scena- sul caso Mediaset e sul conseguente destino politico di Berlusconi, già calatosi nei panni del Silvio Pellico della situazione con un’intervista rilasciata a Maurizio Belpietro su Libero. Caduto il Cavaliere verrebbe meno la stessa ragione di esistere di quello che Beppe Grillo chiama il Pdmenoelle.

Tornando però a bomba sulla stretta cronaca della corsa alla segreteria Pd, c’è da aggiungere che il provocatore Pannella dai microfoni di Radio Radicale ha sì dichiarato che sta “riflettendo sulla possibilità e doverosità di rinnovare la mia iscrizione e la mia eventuale nuova candidatura alla segreteria del Pd”, ma che la sua ennesima discesa in campo è subordinata all’accettazione delle sue battaglie libertarie da parte dell’ammuffita segreteria rosso-verde. Pura utopia. Un giovanotto (del pensiero), Marco Pannella, rispetto ai nomi dei papabili segretari che al momento circolano tra gli allibratori politici. Oltre al sovraesposto Renzi, sulla lista troviamo l’eterno sconosciuto Gianni Cuperlo, il governatore siciliano Rosario Crocetta, il finto oppositore Pippo Civati e l’europarlamentare Gianni Pittella, autocandidatosi su twitter. Ma gli altri saranno stati avvertiti?