Appalti 118 e voto di scambio. Pisapia svela il Sistema De Girolamo

Nunzia De GirolamoAppalti del 118 assegnati senza gara alle imprese amiche. Favoritismi per quelle aziende che finanziavano le iniziative Pdl. Composizione pilotata delle commissioni mediche in cambio di voti (reato di voto di scambio). Sono queste alcune delle accuse mosse al Sistema De Girolamo da Felice Pisapia e contenute nel verbale di interrogatorio condotto dal pm di Benevento, Giovanni Tartaglia Polcini, nel gennaio del 2013. Un anno fa. Intanto, proprio l’ex manager della Asl Beneventana è finito agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione.

Il ministro dell’Agricoltura in quota Nuovo Centrodestra almeno per il momento non risulta indagato. Ma l’imbarazzante riunione a casa De Girolamo del luglio 2012 -registrata di nascosto dallo stesso Pisapia e finita in una informativa della Gdf del 12 dicembre scorso-, seguita adesso dalle nuove rivelazioni contenute nel verbale pubblicato integralmente dal Fatto Quotidiano, rischiano di far precipitare la situazione. La De Girolamo è stata costretta a promettere di riferire al Parlamento, ma non è detto che la sua tardiva iniziativa la possa salvare dalle dimissioni che in molti, anche all’interno del governo Letta, ritengono ormai inevitabili.

Le accuse mosse dal “pentito” Pisapia sono talmente gravi che lo stesso Polcini ne rimane stupito. “Si rende conto che lei sta accusando le persone del delitto di voto di scambio o quanto meno abuso di ufficio?”, sbotta il magistrato al termine dell’ennesima sparata di Pisapia che, dopo aver confermato di aver partecipato a più di una riunione del clan guidato da Nunzia, afferma che lì si decideva di “comporre le commissioni mediche in maniera da renderle affini all’orientamento politico del direttore generale chiaramente per fini elettorali, avevano necessità di voti. Si fa proselitismo politico utilizzando la pubblica amministrazione e gli stipendi”.

Naturalmente lui, Pisapia, si descrive come l’unico ad essersi opposto alla “gestione complessiva dell’azienda” Asl e agli affidamenti diretti senza gara che “non sono stati effettuati perché l’ho impedito non fornendo documentazione a chi era stato incaricato di occuparsi di questa cosa”. Quello degli appalti del 118 da assegnare senza gara alle imprese amiche è un altro capitolo del castello accusatorio costruito da Pisapia, uscito con le ossa rotte da quel “direttorio politico-partitico” di cui comunque, secondo l’accusa, faceva parte insieme a Michele Rossi (Dg dell’Asl), Gelsomino Ventucci (dirigente dell’Asl), l’avvocato Giacomo Papa e il giornalista Luigi Barone (uomini della De Girolamo).

In pratica, secondo il racconto di Pisapia, la società Modisan, che gestiva il 118 beneventano insieme alla Sanit, sarebbe stata favorita per aver finanziato un congresso del Pdl, mentre i concorrenti sarebbero stati danneggiati “con il mancato pagamento delle spettanze”. Secondo Papa (attuale vicecapogabinetto della De Girolamo al ministero) per l’assegnazione di un nuovo appalto delle ambulanze bisognava “by-passare la gara”. Pisapia giura di aver sventato la manovra rifiutandosi di “consegnare personalmente i documenti dei capitolati da predisporre all’avvocato Giacomo Papa che avrebbe operato le sue modifiche per poi consegnarle a me per l’Asl”.

Secondo la gola profonda tutti i partecipanti alle riunioni “erano consapevoli” della natura illegale delle deliberazioni prese e, cosa altrettanto inquietante, “partecipavano in qualità di esponenti del Pdl vicini a Nunzia De Girolamo” e lo stesso ministro si rendeva conto di tutto essendo “presente a casa del padre a San Nicola Manfredi”. Il verbale dell’interrogatorio di Pisapia si conclude poi con una serie di date e nomi fornite dal manager accusatore e sotto accusa. Per il momento la procura di Benevento non si è mossa contro Nunzia De Girolamo. Ma la sensazione è che il ministro abbia le ore contate. Pronta la mozione di sfiducia del M5S.

Cancellieri scaricata anche da Letta e Caselli: pronte le dimissioni

Si allunga sempre di più la lista di quanti prendono le distanze da Annamaria Cancellieri, e si fanno sempre più insistenti le voci di dimissioni del ministro della Giustizia. Del M5S, di Sel e della Lega si conosceva da tempo la posizione intransigente di richiesta di dimissioni. Volontà sancita, nel caso dei grillini, dalla presentazione di una mozione di sfiducia a Montecitorio che dovrebbe essere messa ai voti mercoledì 20 novembre. “Dovrebbe”, il condizionale è d’obbligo, perché in queste ultime ore sembra che anche la granitica fiducia riposta nel Guardasigilli da Enrico Letta e dal suo governo stia cominciando a scricchiolare.

L’indiscrezione arriva addirittura dal Financial Times, l’autorevole quotidiano d’Oltremanica secondo il quale non meglio precisate “fonti interne” al governo Letta avrebbero riferito che il ministro ha cambiato linea e sta pensando seriamente alle dimissioni. Una maniera elegante e dissimulatrice, quella di Palazzo Chigi spalleggiato dal foglio anglofono, per invitare la Cancellieri a farsi da parte togliendo dall’impaccio l’esecutivo. A parte Letta, anche la procura di Torino ha deciso di forzare i tempi per sbarazzarsi della patata bollente rappresentata dall’indagine sulla Cancellieri. Ieri pomeriggio il procuratore Capo Gian Carlo Caselli ha preso carta e penna per comunicare di aver aperto un fascicolo senza indagati e senza reati e di averlo spedito subito a Roma, competente territorialmente. “Nessun soggetto è stato iscritto nel registro degli indagati – scrive Caselli – E’ stato invece formato un fascicolo modello K di atti relativi a fatti nei quali non si ravvisano reati allo stato degli atti, ma che possono richiedere approfondimenti”.

 

I magistrati piemontesi rispondono – prima con una dura nota del procuratore generale Marcello Maddalena e poi con Caselli che scarica il caso Cancellieri – all’attacco ricevuto dai collaboratori del ministro che, secondo la ricostruzione fatta dal quotidiano La Stampa, accusano la procura sabauda di aver commesso cinque gravi violazioni delle regole nella conduzione dell’inchiesta FonSai che ha coinvolto la Cancellieri. Mancata trasmissione delle carte al Tribunale dei ministri, assenza di un avvocato difensore all’interrogatorio del 22 agosto, obbligo di rispondere imposto a torto, mancata autorizzazione del Senato all’uso delle intercettazioni e assenza del filtro di un giudice tra procura e ministro. Accuse che a Caselli e colleghi saranno sembrate una rappresaglia per non aver rispettato le regole non scritte della “omertà istituzionale”. Il “fatte li cazzi tua” di Antonio Razzi, insomma.

Tornando alla lista degli “scaricatori” della Cancellieri, il Pd rischia seriamente di ricompattarsi, almeno per una volta, se anche i governativi lettiani propenderanno per la richiesta di dimissioni avanzata dai quattro moschettieri candidati alle primarie Renzi, Cuperlo, Civati e Pittella. Il viceministro dell’Economia, il Giovane Turco Stefano Fassina, si è già espresso sull’opportunità di un passo indietro del ministro. Oggi, invece, Pippo Civati presenta la sua mozione di sfiducia, mentre in serata è prevista una riunione del gruppo Pd alla Camera al termine della quale il segretario reggente Guglielmo Epifani è chiamato a prendere una posizione chiara.

Se il Pd non riesce a separare il caso Cancellieri dalle beghe precongressuali interne, Mario Monti, reduce dalla scissione della già impalpabile Scelta Civica, decide di sbarazzarsi sobriamente della Cancellieri affermando che “alcune telefonate del ministro sono state inopportune”. Un modo come un altro per non sparire dai titoli dei giornali. Anche nella rinata Forza Italia il trend anti-Cancellieri ha preso piede, come dimostrano le dichiarazioni della coppia Bondi-Repetti. A conti fatti, dunque, solo Ncd di Angelino Alfano, i lettiani (poco convinti come si è visto) e il presidente Napolitano non recedono dalla linea della fiducia. L’intento è quello di mantenere la stabilità di governo e lo status quo di cui si è fatto garante l’inquilino del Colle, attaccato per questo da Paolo Becchi sul blog di Beppe Grillo.

Cancellieri-Ligresti: spunta una terza telefonata. Il ministro ha mentito

Guai in vista per il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, attesa dalla mozione di sfiducia alla Camera il 21 novembre prossimo. Il 22 agosto, ai pm di Torino che facevano riferimento alla ormai famosa telefonata fatta a Gabriella Fragni, la Cancellieri rispondeva decisa: “Dopo di allora non l’ho più sentita né ho sentito altri in relazione al caso Ligresti ad eccezione della telefonata con Antonino Ligresti di cui ho già riferito”. Tutto messo a verbale dalla magistratura piemontese, anche il colpo di telefono del 19 agosto con cui lo zio Antonino si informava sulle condizioni della nipote Giulia. Ma le carte della procura di Torino continuano a riservare brutte notizie per il Guardasigilli.

Come riportato con dovizia di particolari dal quotidiano Repubblica, adesso è spuntato un tabulato telefonico a dir poco imbarazzante, che contiene la trascrizione di una sfilza di numeri di telefono, durata e orari delle chiamate, tutti riconducibili alle due famiglie di vecchi amici, Cancellieri-Peluso e Ligresti. Tabulati e non intercettazioni. Dati e non voci. Almeno non ancora. Ma tra queste telefonate ce n’è una che ha destato l’interesse di pm e opinione pubblica: quella del 21 agosto tra Anna Maria e Antonino. Una seconda telefonata con “lo zio”, la terza in assoluto con i Ligresti, tenuta nascosta ai pm che il giorno seguente la stavano interrogando in veste di testimone dell’inchiesta FonSai. Un fatto gravissimo, se confermato, perché confermerebbe la malafede del Guardasigilli nei confronti dei magistrati guidati dal pensionando Gian Carlo Caselli.

 

Roba da dimissioni immediate (chieste dal deputato M5S Alfonso Bonafede), perché sarebbe improponibile mantenere sulla sua Poltrona un ministro della Giustizia sospettato di aver mentito, insabbiato, favorito gli amici, deviato i sospetti e intralciato un’indagine. Stando alle anticipazioni di Repubblica, comunque, il ministro Cancellieri ha mentito di fronte ai magistrati, al parlamento e a tutti gli italiani. Con l’aggravante di aver dato una mano istituzionale ai propri amici, per giunta potenti, accusati di aver fatto perdere centinaia di milioni alla collettività a causa della loro scriteriata e criminale gestione della società assicurativa FonSai.

A far sorgere ulteriori dubbi, oltre alla terza telefonata “segreta” del ministro, sono le troppo frequenti chiamate intercorse tra Sebastiano Peluso e i Ligresti nel periodo successivo alla carcerazione di Giulia e Jonella. Vietato sostenere che il marito facesse da tramite fra Anna Maria e gli amici, ma un pensierino è logico farlo alla luce degli inequivocabili tabulati. È proprio il ministro, dal suo numero di telefono che comincia con 366, a comporre il 21 agosto il numero non intercettato di Antonino. 7 minuti e mezzo di chiacchierata per rispondere ad un sms inviatole dal fratello di don Salvatore. Ma cosa si siano detti i due il Guardasigilli si è guardato bene dal raccontarlo ai pm il giorno successivo.

Dunque, il ministro ha mentito. La questione al momento non è penale, ma politica e morale sì, perché a questo punto viene meno la motivazione “umanitaria” sbandierata dalla Cancellieri per evitare le dimissioni. Ecco allora che il voto sulla mozione di sfiducia, che fino a ieri sembrava una formalità, visto che il caso-Cancellieri era uscito immediatamente dall’agenda dei partiti (esclusi M5S e Lega), torna a far tremare il ministro e lo stesso governo Letta. Come spiegherà il Guardasigilli questo compulsivo rapporto telefonico con una famiglia di imprenditori pregiudicati, carcerati o latitanti? Il caso-Cancellieri si riapre, un atto dovuto nei confronti dei quasi 70mila detenuti presi in giro da un ministro che ha fatto credere di interessarsi alle condizioni di tutti e non solo di quelli che di cognome fanno Ligresti.

La Cancellieri si autoassolve e diventa testimonial anti-carcerazione preventiva

Di ritorno da Strasburgo -dove ha incontrato i vertici del Consiglio d’Europa e della CEDU per illustrare il  piano carceri del governo italiano-Anna Maria Cancellieri si reca in parlamento per riferire sul caso delle telefonate scambiate con i membri della famiglia Ligresti per far uscire Giulia dal carcere. Si autoassolve da accuse e sospetti di favoritismo, ma diventa testimonial della lotta alla carcerazione preventiva. Parlano di dimissioni solo Lega e M5S, mentre Pd e Scelta Civica lasciano correre e il Pdl ne approfitta con Schifani per incastrarla, non come “nuova Berlusconi” del caso Ruby, ma come sponsor della riforma carceraria contro le “manette facili”. Tutto secondo copione, o quasi, durante un passaggio parlamentare apparso scontato.

Ottenuto l’appoggio incondizionato di Enrico Letta, al quale per due volte aveva presentato la disponibilità a dare le dimissioni (sempre respinte), la Cancellieri ha rotto gli indugi istituzionali, forte della fiducia del governo, e si è presentata a Palazzo Madama con l’aria di chi non ha nulla da farsi perdonare, anzi, con la spocchia di chi le scuse le pretende. “Non ho mai sollecitato la scarcerazione di Giulia Ligresti”, esordisce con sicurezza il Guardasigilli, incurante del controsenso di aver invece “sollecitato” i vertici del Dap, dopo le pressanti richieste ricevute dall’amico Antonino Ligresti.

Atto già di per sé grave, perché compiuto da un ministro in carica sull’amministrazione penitenziaria a lui sottoposta. Una indebita pressione da manuale. Ma la Cancellieri si trincera dietro la posizione ufficiale espressa dalla procura torinese di Caselli per ribadire che il suo è stato solo un atto “umanitario”, compiuto per lo spirito di amicizia che lega i Peluso-Cancellieri ai Ligresti da più di 30 anni. Al massimo lo considera una leggerezza, mentre non la sfiora proprio il sospetto sull’inopportunità di intrattenere rapporti così stretti (“sono a tua completa disposizione” dice al telefono a Gabriella Fragni il 17 luglio, giorno dell’arresto della Ligresti Family) con persone accusate e condannate (Giulia ha già patteggiato, Jonella quasi) per reati gravi come il falso in bilancio e l’aggiotaggio. Di dimissioni poi, neanche a parlarne.

 

Critiche feroci su questo aspetto del caso Cancellieri sono state espresse dalla Lega e dal M5S, fermo nella decisione di presentare una mozione di sfiducia, ribadita sul blog di Grillo con il post #cancellieridimettiti. Leghisti e grillini rimasti unici rappresentanti del parlamento a voler tenere alta l’attenzione su quell’intreccio di interessi e di favori -che legano il mondo della politica, della finanza, delle banche, a faccendieri, imprenditori e facilitatori di ogni sorta- che fa dell’Italia uno dei paesi con il più alto tasso di corruzione del mondo. La reazione piccata della Cancellieri -che si comporta come un Re Sole qualsiasi, infastidito dalle critiche e dal doveroso controllo democratico sull’operato dei Potenti messo in atto da opposizione parlamentare e organi di stampa- dimostra invece la totale incapacità dei membri della casta di uscire dalla propria dorata autoreferenzialità per confrontarsi finalmente con i problemi reali.

Ora che si trova suo malgrado sulla graticola mediatica, la Cancellieri è costretta a fare buon viso a cattivo gioco per presentarsi con il volto umano di chi quotidianamente si fa carico delle segnalazioni di disagio carcerario: fino ad oggi sono 110, Giulia compresa, i miracolati di via Arenula. L’autoritratto di madre Teresa di Calcutta più che di un Guardasigilli, l’ideale per il ricatto politico posto in essere dai berlusconiani. È Renato Schifani -forse a causa dei prossimi sviluppi delle inchieste su Berlusconi- a battere sul tasto della necessità di abolire il ricorso alla carcerazione preventiva (tranne per i casi più gravi) nell’ordinamento italiano. Come era ingiusto privare della libertà Giulia Ligresti e, prima di lei, il manager di Fastweb Silvio Scaglia, così sarebbe civile evitare le sbarre per tutti i presunti innocenti. Ragionamento garantista e libertario che non fa una piega. Peccato che Schifani, la Cancellieri e il resto della casta continuino a strumentalizzare le drammatiche condizioni di 65mila detenuti solo a proprio uso e consumo.

Caso Canccellieri: Giulia Ligresti e il “tradimento” di Peluso

Anna Maria Cancellieri sta rischiando il posto da ministro a causa dell’intervento “umanitario” compiuto in favore della scarcerazione di Giulia Maria Ligresti. Il M5S ha già depositato una mozione di sfiducia, il Pd è naturalmente spaccato sull’ipotesi di scaricare il Guardasigilli, mentre Forza Italia per bocca di Daniela Santanchè le invia un bacio della morte quando paragona le telefonate del ministro a quelle fatte in questura a Milano da Silvio Berlusconi per far liberare Ruby. In queste ore drammatiche non si esclude più nemmeno il gesto clamoroso delle dimissioni. Tutta questa bufera politica è stata scatenata in nome dell’antica amicizia che lega la famiglia Peluso-Cancellieri ai membri della dinastia di don Salvatore Ligresti.

Ed è proprio dal versante dei rapporti amicali tra i protagonisti di questa torbida storia italiana che continuano ad emergere particolari scottanti. Il sospetto dei Ligresti è che il figlio della Cancellieri, Piergiorgio Peluso, abbia contribuito al crollo del loro impero. Il manager di Unicredit -spedito dalla sua banca nel 2011 ad aggiustare i conti della disastrata Fondiaria-Sai, ed uscitone poco più di un anno dopo con una buonuscita multimilionaria- viene accusato proprio dagli amici Ligresti di essere un raccomandato che ha fatto solo i suoi interessi. Ed è la stessa Giulia, intercettata mentre parla al telefono con un’amica il 19 ottobre 2012, a squarciare il velo di omertà che copre la presunta amicizia con i Peluso-Cancellieri. La procura di Torino ha già cominciato a sbirciare nella holding Ligresti e, secondo Giulia, “a Peluso… Gli hanno dato una buona uscita di cinque milioni, ti rendi conto? Cinque milioni, è stato un anno, ha distrutto tutto”.

 

Ma come, le due famiglie non erano amiche per la pelle? E perché il Guardasigilli si sarebbe comunque mossa per favorire la scarcerazione dell’anorressica Giulia? Un modo per riparare il danno commesso dal figlio, o cosa? A sentire Giulia, Peluso era un vero e proprio nemico. “Sì, invece di chiedergli i danni! Mi hanno detto che in consiglio nessuno ha fiatato. Sì, sì.. Approvato all’unanimità –continua la rampolla– Che se fosse stato il nome di qualcun altro… A mio padre di 85 anni avrebbero contestano quella cifra. Questo qui ha 45 anni, è un idiota. Perché veramente è venuto a distruggere una compagnia. Perché lo ha fatto proprio su mandato la distruzione… 5 milioni, è andato in Telecom, e l’Italia non scrive niente”.

Peluso sarebbe un “idiota”, ma la mamma è disposta persino a rivolgersi direttamente al Dap per aiutare Giulia che non risparmia critiche neanche a lei: “C’è un articolo su sua mamma, sai che è il ministro Cancellieri, pieno di lodi, figurati… Secondo me quella è un’area intoccabile proprio. Pazzesco…. L’Italia è un paese distrutto, è veramente una mafia. I giornali che scrivono tutti uguali, poi appena uno alza la testa”. E per dirlo uno della dinastia Ligresti che “l’Italia è una mafia” vuol dire che i Peluso-Cancellieri contano veramente molto.

Come diceva il defunto Giulio Andreotti “a pensar male si fa peccato, ma ci si indovina quasi sempre”. Cosa ha spinto dunque la Cancellieri a prendersi gioco di oltre 65mila detenuti per liberarne uno solo quando il figlio, nella migliore delle ipotesi, era considerato un “traditore” dalla detenuta eccellente? L’italiano medio potrebbe pensare ad un obbligato scambio di favori, ma queste sono solo illazioni. Non è un’illazione, invece, il disprezzo dimostrato da Giulia nei confronti di Peluso quando afferma che “mi sono occupata più da vicino delle vicende della Premafin-Fondiaria dal dicembre 2011, quando vi era la pressione di Peluso per un nuovo aumento di capitale e mio padre era in difficoltà”. A questi interrogativi siamo certi che la Cancellieri non risponderà quando si presenterà in parlamento non prima di mercoledì.

La telefonata che salva dalla galera (Ligresti): M5S e renziani chiedono le dimissioni della Cancellieri

Rischia di assumere i contorni dello scandalo politico, mediatico e morale il caso della telefonataintercettata per ordine della procura di Torino– che il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, ha ricevuto il 17 luglio scorso da Gabriella Fragni per discutere delle condizioni di salute della detenuta Giulia Maria Ligresti. Definita sua “buona amica” dalla stessa Cancellieri, la signora Fragni è la compagna di Salvatore Ligresti, il costruttore e faccendiere siculo-milanese arrestato nel luglio scorso per ordine dei giudici di Torino nell’ambito dell’inchiesta FonSai. Insieme al capo famiglia erano finite al fresco le figlie Jonella e Giulia Maria, mentre l’altro figlio, Paolo, si era reso uccel di bosco grazie alla cittadinanza svizzera. Tutti i Ligresti sono accusati di aver fatto una cresta multimilionaria sui conti del colosso assicurativo frutto della fusione tra Fondiaria e Sai.

La giovane Ligresti fu effettivamente scarcerata ai primi di agosto e trasferita ai domiciliari per una presunta anoressia, comunque certificata dai medici. Secondo la Cancellieri, spalleggiata dal procuratore capo del capoluogo piemontese, Gian Carlo Caselli, non c’è stata nessuna pressione per fornire una corsia preferenziale ad un detenuto vip come Giulia Maria Ligresti. Anche se era stato lo stesso Guardasigilli, sentito ad agosto nella veste di testimone e non di indagato, ad ammettere un paio di telefonate a due vice capi del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria (DAP) al fine di “sensibilizzarli” sulle condizioni di tutti i detenuti. E un’altra chiamata ricevuta dallo zio di Giulia, Giuseppe Ligresti. Quel vecchio vizietto di alzare un po’ troppo la cornetta per scambiarsi favori tra potenti che ha rovinato non poche carriere politiche.

 

La versione della Cancellieri non convince, soprattutto alla luce del contenuto della telefonata con la Fragni. “Comunque guarda, qualsiasi cosa io possa fare conta su di me, non lo so io cosa posso fare, però guarda sono veramente dispiaciuta –dice la Cancellieri all’amica e poi continua– Se tu vieni a Roma, proprio qualsiasi cosa adesso serva, non fate complimenti, guarda non è giusto, non è giusto”. Hai voglia a dire che poi non c’è stata alcuna “spintarella” al DAP. Ma ve lo immaginate il ministro della Giustizia che, invece di interessarsi della condizione carceraria di un potente come Ligresti, si mettesse a parlare al telefono con la moglie di Ciruzzo Malacarne, capoclan di Scampia, arrestato per decine di omicidi ma sofferente di emicrania?

I primi a non essere convinti delle spiegazioni fornite dalla Cancellieri sono Beppe Grillo e il M5S. I grillini attaccano dal blog: “Su 63.000 e rotti detenuti su chi si è posato l’occhio benevolo della ministra Cancellieri? Giulia Ligresti, un nome, anzi un cognome, a caso, che è uscita dal carcere dopo l’interessamento della Cancellieri”. E dalla commissione Giustizia chiedono al ministro una spiegazione diversa dalle addotte “ragioni umanitarie”, altrimenti non restano che le dimissioni. Si muovono Lega e Sel, ma anche il sonnolento Pd viene svegliato dalle parole del renziano Carboni per il quale la Cancellieri “dovrebbe fare un passo indietro e rassegnare le dimissioni”.

Insomma, anche se il ministro per ora non è indagato, e forse non lo sarà mai, l’impressione che si ricava è che ai condannati di serie A basta farsi amico qualcuno dei Piani Alti per evitare la galera, mentre per quelli di serie B non ci sono amicizie e presunte malattie che tengano. Per la loquace Cancellieri si aggiunge anche un’aggravante: il figlio Piergiorgio Peluso –ex Unicredit, adesso in Telecom- nel 2012 ha incassato una buonuscita di 3,6 milioni di euro dopo un solo anno di lavoro come direttore generale della compagnia assicurativa Fondiaria Sai, proprio quella di don Salvatore Ligresti.