L’ombra di Licio Gelli dietro l’accordo Renzi-Berlusconi

Renzi Berlusconi massoneriaDietro la decisione di Matteo Renzi di formare il governo con una maggioranza da Prima Repubblica – rinunciando al ruolo vincente di rottamatore per rischiare di impantanarsi con Alfano nella palude dei veti incrociati dei  partitini centristi – ci sarebbe un accordo segreto con Silvio Berlusconi. Di più. Il patto stretto con il Cavaliere ricalca in molti punti il Piano di Rinascita Democratica della P2 di Licio Gelli. A proporre questa ipotesi è stato Rino Formica nei giorni immediatamente precedenti l’accettazione dell’incarico di premier da parte del segretario Pd.

Lo scaltro politico, socialista e più volte ministro ai tempi d’oro di Craxi, ha scritto una nota sulla rivista storica del socialismo Critica Sociale, per accusare Renzi di “protervia” e “insolenza” perché il neo premier avrebbe avviato “sue personali consultazioni da capo del governo non ancora incaricato”. Il j’accuse di Formica si chiudeva con un passaggio inquietante: “Dopo 35 anni vedo il realizzarsi del programma di Rinascita Nazionale del ‘toscano’ Licio Gelli”. Nazionale, o Democratica che dir si voglia, la Rinascita teorizzata da Gelli colpisce ancora l’immaginario del politico socialista che, non a caso, virgoletta la toscanità del Venerabile per accostarla a quella del giovane Renzi.

Passata sotto il silenzio complice dei media, la denuncia di Formica viene ribadita da lui stesso con una intervista rilasciata a ilsussidiario.net venerdì 21 febbraio, giorno dell’incarico. Questa volta però l’accusa è più circostanziata. Secondo Formica il paese si trova ad affrontare una “crisi di sistema”. Impensabile vedere “due diverse maggioranze” (quella “ufficiale” con Alfano per occuparsi di economia, l’altra con Berlusconi per le riforme istituzionali). Un modus operandi che metterebbe addirittura a rischio la democrazia in Italia.

“C’è un patto tra Renzi e Berlusconi – aggiunge Formica, secondo il quale i due – “non sopportano i corpi intermedi, non hanno un’idea della democrazia partecipativa e vogliono semplificare senza riguardo”. Renzi avrebbe accettato di governare con una maggioranza identica a quella del governo Letta perché “ha verificato con Berlusconi la saldezza del patto di ‘maggioranza occulta’ che non si sottoporrà al vaglio costituzionale del voto di fiducia”. In pratica, i partitini “morenti” usati per svolgere il lavoro sporco, mentre “la maggioranza in sonno si legge invece su una intesa solidissima”.

L’indicibile patto si reggerebbe su tre punti fondanti: intesa sull’elezione del presidente della Repubblica (Mario Draghi?), elezioni politiche entro un anno, legge elettorale pro Pd e Forza Italia. Tutto in nome delle richieste dei “Mercati”. Una “fotocopia del programma di Gelli” con maggioranze catto-massoniche al posto di quelle catto-comuniste. E, in effetti, alcuni dei punti fondanti della Rinascita Democratica piduista sono proprio la nascita di due partiti, il controllo dei media, il presidenzialismo, la riforma della magistratura, la riduzione dei parlamentari e l’abolizione delle province.

A pensar male si fa peccato, ma ci si indovina quasi sempre, diceva Giulio Andreotti, uno che di trame segrete se ne intendeva. In questo senso, un altro indizio del possibile connubio massonico tra Berlusconi e il suo erede è l’articolo pubblicato dal sito linkiesta.it. “L’attuale presidente di Mps Antonella Mansi – scrive Antonio Vanuzzo – è stata numero uno di Banca Federico Del Vecchio, istituto privato della borghesia fiorentina controllato da Banca Etruria, feudo della massoneria aretina nel cui consiglio d’amministrazione siede il padre di Maria Elena Boschi”.

La promettente figlia di Pier Luigi Boschi, il ministro delle Riforme Maria Elena, legata come il padre alla massoneria. Niente più di un sospetto, corroborato però dai frequenti incontri avuti dalla Boschi con Denis Verdini per discutere di legge elettorale. Verdini, il plenipotenziario berlusconiano, da sempre in contatto con la massoneria toscana, è stato tirato in mezzo anche da Beppe Grillo durante l’incontro in streaming con Renzi. “Ti sei messo insieme a Verdini e alla massoneria per fare la legge elettorale”, ha detto il guru del M5S al segretario Pd. E chi sa che non avesse ragione lui.

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Legge elettorale. Verdini sostituisce Brunetta nella trattativa con Renzi

renzi verdiniRenzi e Berlusconi hanno un obiettivo in comune: andare al più presto alle urne con una nuova legge elettorale di tipo maggioritario. Ecco perché, da quando Matteo è divenuto segretario del Pd, i rispettivi staff hanno avviato un trattativa. Segreta però, perché Renzi non può far sapere ufficialmente in giro di cercare il “patto col diavolo”. Pena la perdita dei consensi appena raccolti. A questa necessità di discrezione è legata la decisione di Berlusconi di retrocedere Renato Brunetta dal rango appena acquisito di rappresentante ufficiale della posizione di Forza Italia sulla legge elettorale per sostituirlo con Denis Verdini.

La colpa di Brunetta è quella di non aver tenuto segreto l’incontro con Dario Nardella (fedelissimo di Renzi) e, soprattutto, di aver aperto sul Mattarellum corretto, sistema elettorale che i berlusconiani vedono come fumo negli occhi. Al suo posto, dunque, subentra in re delle trattative nascoste, quel Verdini protagonista fin dai tempi del secondo governo Prodi e di Sergio De Gregorio di conteggi al pallottoliere, telefonate, incontri carbonari in Transatlantico, abboccamenti vari, atti a portare gli avversari dalla parte del Cavaliere. Un esperto in materia che non ha perso tempo ad alzare la cornetta per chiamare il conterraneo Renzi (sono ambedue toscani doc).

“O Matteo, io e te ci si deve parlare”. Così Denis avrebbe apostrofato Matteo, secondo quanto riportato dall’Huffington Post che cita una “autorevole fonte” anonima, interna a FI. Il tono colloquiale di chi sa di trovare un interlocutore aperto e ben disposto. E Renzi non è sembrato spaventarsi troppo di fronte al diktat berlusconiano che, in cambio del sì ad una legge elettorale, pretende la caduta del governo e elezioni politiche accorpate alle europee di primavera. Che il segretario del “nuovo verso” Pd non voglia correre il rischio di consumarsi tenendo in vita l’esecutivo Letta-Alfano, lo si era capito già mercoledì scorso quando, in occasione dell’ennesima presentazione dell’ennesimo libro di Bruno Vespa, il primo faccia a faccia tra lui e il leader di Ncd si era concluso con una vittoria all’attacco per il sindaco di Firenze.

 

Il primo passo della trattativa Renzi-Berlusconi si è concluso però in un flop. Il dossier legge elettorale è finito inopinatamente nelle mani di Brunetta, un asso dell’economia, ma completamente asciutto in materia di sistemi elettorali. Berlusconi aveva comunque affidato al capogruppo alla Camera il delicato incontro con Nardella (“Dovevano vedersi in segreto e lontano da occhi indiscreti”). Ma le mosse del piccolo Renato sono sembrate quelle di un elefante in una cristalleria e l’incontro massonico è finito sulle prime pagine di tutti i giornali. Come se non bastasse, Brunetta si è fissato col Mattarellum con premio di maggioranza. Una soluzione che, sempre secondo l’informatissimo Huffington Post, non piace ai big di Forza Italia e a cui Verdini preferirebbe il sistema spagnolo (“collegi o circoscrizioni piccole ritagliate sulle attuali Province, primo turno a base proporzionale e poi, casomai, apertura a un eventuale ballottaggio e/o doppio turno”).

Ora che c’è Denis al posto di Renato, la trattativa torna ad insabbiarsi. La paura dei berluscones non è tanto il feeling con Renzi e la sua reale intenzione di far saltare il tavolo del governo per prendersi Palazzo Chigi. L’ambizione del segretario Pd traspare, infatti, da ogni dichiarazione. Il vero pericolo è ancora Giorgio Napolitano, arrivato a minacciare le dimissioni in caso di caduta del “governo del presidente”. La conferma arriva dalle parole del costituzionalista Valerio Onida, uno dei Saggi più vicini alle posizioni del Quirinale. Secondo Onida le motivazioni della Consulta sulla bocciatura del Porcellum arriveranno dopo il 14 gennaio. Tempi lunghi che potrebbero nascondere l’intenzione di stoppare tutti i tentativi di stringere su una legge elettorale sgradita al governo Letta-Alfano-Napolitano.

Compravendita senatori: De Gregorio patteggia e incastra anche Verdini

L’udienza preliminare svoltasi di fronte al gup di Napoli, Amelia Primavera, in cui si doveva decidere se rinviare a giudizio Sergio De Gregorio, Walter Lavitola e la guest star Silvio Berlusconi per la vicenda della presunta compravendita di senatori nel 2008, non fa che riservare continui colpi di scena. Protagonista dell’ennesima battaglia giudiziaria del Cavaliere è l’ex senatore Sergio De Gregorio, autore di un misterioso cambio di casacca dall’Idv di Di Pietro al centro-destra Berlusconiano (con gli Italiani nel mondo) con il chiaro intento di far cadere il governo di Romano Prodi.

Ebbene, De Gregorio ha deciso di prendere la strada del patteggiamento che, tradotto dal linguaggio giuridico, significa che l’imputato ha ammesso il reato compiuto e ha chiesto (e ottenuto) di ricevere una pena inferiore (1 anno e 8 mesi). Ma non solo, perché l’ex presidente della commissione Difesa (scelto dal centro-destra per estromettere la comunista Lidia Menapace) si è messo in testa anche di fare il pentito, la gola profonda insomma. “Il coordinatore Pdl Denis Verdini fu il bomber di Berlusconi per il mercato parlamentare” afferma Sergione senza peli sulla lingua, tirando dentro al processo anche lo sherpa più scaltro di Casa Arcore.

In realtà che Verdini fosse deputato alla campagna acquisti (secondo le regole) nel mercato delle vacche dei senatori è un fatto risaputo; la novità è che, secondo il pentito della casta, era Verdini a offrire i denari di Berlusconi a quelli ritenuti più corruttibili. “Verdini comprò deputati per Berlusconi nel 2010. Un milione, ufficiale, al mio movimento, e due in nero”, questo il prezzo del tradimento che De Gregorio afferma di aver incassato. Fosche nubi si addensano dunque sulla testa del Cavaliere, accusato di essersi aggiudicato i favori di De Gregorio e di altri parlamentari nell’ambito di quella che era stata definita Operazione Libertà.

 

Adesso i destini del “traditore” e quelli del duo Berlusconi-Lavitola si dividono perché  a De Gregorio la pena verrà sospesa in quanto inferiore ai 2 anni. Potere dell’accordo raggiunto con il pm Henry John Woodcock & co. Contro gli altri imputati, invece, i pm hanno raccolto diverse testimonianze. Da quella di Italo Bocchino (“Berlusconi era molto legato a Lavitola per il fatto che si era prodigato in quella che fu chiamata Operazione Libertà”), a quella dell’imprenditore, oggi in galera per bancarotta, Bernardo Martano secondo il quale De Gregorio gli riferì che “Berlusconi era l’uomo più ricattabile d’Italia”. Contro Berlusconi ci sono anche le testimonianze di Gennaro Ammendola, uno dei finanziatori di De Gregorio, di Giovanni Cimmino, ma soprattutto quella di Patrizia Gazulli, segretaria di Big Sergio: “Dal 2006 le cose cambiarono, cominciò a darmi somme in contante e sempre con banconote da 500 euro. Un giorno mi diede circa 150mila euro in contanti e banconote da 500, prelevò la somma da un cassetto dove c’erano altri soldi e mi disse, sorridendo, che da lì in poi non avremmo avuto più problemi, dal momento che Berlusconi gli aveva dato del denaro”.

Il 19 luglio il gup Primavera deciderà il destino processuale del Caimano ma, a giudicare dalle dichiarazioni rilasciate ieri da De Gregorio, le previsioni non sono di certo positive. “Sono stato conseguente alla mia decisione. Racconterò queste vicende in aula come testimone, se ci sarà un processo. Mi avevano offerto di restare in Senato il 19 dicembre, ma al coordinatore del Pdl Denis Verdini ho detto no. Non credo alla possibilità di sfuggire alla giustizia rifugiandosi in Parlamento; non lo credo per me, non lo credo per altri”. Sincero pentimento o messaggio trasversale lanciato a qualcuno? Corrado Guzzanti risponderebbe: “La seconda che hai detto”.

Denis Verdini coinvolto nell’inchiesta Mps

Mentre le procure di mezza Italia, e non solo quella di Siena, continuano le indagini sull’enorme buco di bilancio aperto dai Mussari-boys e dalla Banda del 5% (il numero degli indagati è salito a 14), la nuova dirigenza Mps, con in testa il presidente Alessandro Profumo e l’ad Fabrizio Viola, sta cercando in tutti i modi di distrarre l’attenzione mediatica dall’inchiesta, coadiuvata dai fedeli cani da riporto della stampa amica. Oggi a Bergamo si apre il congresso Assiom-Forex 2013, il forum annuale dei banchieri italiani e il duo Viola-Profumo non si è lasciato sfuggire l’occasione per cambiare discorso e buttare in tribuna la palla delle indagini dei pm senesi e non.

Sono le morbide e accoglienti colonne del Sole24Ore, organo ufficiale di Confindustria, ad ospitare l’intemerata dialettica di Profumo: “Questa è una banca che può stare benissimo in piedi in modo autonomo e indipendente”, ha spiegato il presidente che ha poi scaricato ogni responsabilità sulla gestione precedente. “Penso che arriveranno sanzioni – ha infatti aggiunto – ma quella è una cosa che valuterà la Banca d’Italia. Pagheranno i sanzionati, le persone che hanno fatto queste cose che non vanno fatte”. Profumo dunque, che per gli stessi motivi di Mussari qualche problemino con la giustizia lo ha già avuto, cerca di gettarsi alle spalle uno scandalo che potrebbe affossare i suoi sogni di gloria, coadiuvato in questo intento da Viola, uno che quando parla sembra appena arrivato da Marte, completamente all’oscuro delle magagne contabili della banca dove siede ormai da più di un anno.

 

Ma lasciamo da parte il duo che, se la situazione non fosse tragica, potrebbe risultare quasi comico, per tornare al cuore delle indagini. Oggi a Siena l’ex ad Antonio Vigni ha ripreso a cantare di fronte ai magistrati, dopo le otto ore di interrogatorio già sopportate mercoledì scorso. Da lui i pm Aldo Natalini, Antonino Nastasi e Giuseppe Grosso si aspettano qualcosa di più, dopo le mezze ammissioni (secretate) dell’altro giorno. Ma c’è un nuovo filone dell’inchiesta senese che va ad incrociare un’altra indagine già in corso: quella aperta dalla procura dei cugini di Firenze che da più di un anno indaga sul Credito Cooperativo Fiorentino, la banca di Denis Verdini, uomo di fiducia di Berlusconi, caduta in disgrazia e sospettata di bancarotta fraudolenta.

Ebbene, ieri è stato ascoltato in procura a Siena il senatore toscano Paolo Amato, ex Pdl, ora nel Gruppo Misto. Amato definisce la chiacchierata con gli inquirenti “un ragionamento politico sui rapporti fra Pdl e Mps”. Frase sibillina che ha dovuto coprire con una toppa l’incauta intervista rilasciata dallo stesso senatore all’edizione fiorentina di Repubblica il 7 di febbraio. “Denis Verdini si è comportato da capo del Pdl. Ha fatto il suo, l’avrei fatto anch’io. Se la logica è una logica spartitoria… sono i compromessi necessari alla politica”, aveva spifferato al quotidiano il senatore Amato. Frase infelice, rafforzata dalla definizione del ruolo di Andrea Pisaneschi, primo presidente di Antonveneta dopo l’acquisto da parte di Mps nel 2007.

“Ho detto che non è stato nominato da Verdini, ma che è stato il frutto del ‘groviglio armonioso’ senese. Poi Verdini lo ha gestito”. Intervista choc che ha fatto sobbalzare sulla sedia sia i succitati pm che lo sfortunato Denis Verdini, letteralmente frastornato dalle mazzate che Amato ha continuato a menare: “Intratteneva sicuramente rapporti, ma non solo lui. Ed è chiaro che, se sei interessato al compromesso, il tuo potenziale alternativo diminuisce. Non lanci candidati forti. Non forti al punto di far saltare la chiave di volta del sistema”. Alla luce di queste accuse, i magistrati non hanno potuto fare a meno di convocare Amato e Verdini non ha potuto fare a meno di chiamare un’ambulanza.