Berlusconi decaduto. Si chiude una pagina della storia d’Italia

Berlusconi decadutoSilvio Berlusconi non è più un senatore della Repubblica e non potrà rientrare in parlamento prima di 6 anni. Alle 17.42 e 30 secondi del fatidico mercoledì 27 novembre 2013, il Senato ha reso effettiva la sua decadenza. A 77 anni suonati, la decadenza suona per il Cavaliere come la campana a morto della sua vita istituzionale. Difficile, anche se non impossibile, rivederlo in pista a 83 anni. Per quella politica, invece, la sua ora potrebbe non essere ancora scoccata, vista la possibilità di trasformarsi in un guru extraparlamentare come Beppe Grillo. Anche dagli arresti domiciliari e dai servizi sociali previsti dalla sentenza Mediaset. Persino dalla galera, se le procure di Napoli e Milano decidessero di forzare la mano nelle inchieste “De Gregorio” e “Ruby ter”.

Una giornata, quella del 27 novembre 2013 che, indipendentemente da come la si pensi (berlusconiani, antiberlusconiani, spettatori imparziali) rappresenta la chiusura di una pagina di storia d’Italia. La fine (forse) di quello che molti hanno definito il ventennio berlusconiano. In realtà, in questo ventennio hanno sguazzato come pesci nel mare anche i “rivali” dell’attuale PD, due volte al governo con Romano Prodi nel 1996 e nel 2006, ma l’influenza sull’intero sistema del leader di Forza Italia resta innegabile. Il berlusconismo è entrato nel dna della maggior parte degli italiani attraverso il tubo catodico.

Una giornata drammatica e grottesca allo stesso tempo, con Berlusconi impegnato ad arringare la folla di fronte a Palazzo Grazioli e gli ex colleghi senatori a darsele di santa ragione fino all’ultimo su insignificanti questioni procedurali. Il Cavaliere è apparso pimpante, almeno rispetto al rischio di collasso corso durante il giorno della rifondazione di Forza Italia, ma la sua performance oratoria non è riuscita a nascondere la sconfortante realtà dei numeri: poche migliaia di fedelissimi giunti (gratis) proprio accanto ad un’altra famigerata finestra, quella di Palazzo Venezia. Il braccio teso in segno di saluto è stato sempre un must di Berlusconi, ma l’augurio è quello di non seguire il destino del Cavaliere originale, Benito Mussolini, finito ignominiosamente appeso a Piazzale Loreto.

 

Tornando ai particolari burocratici, l’aula di Palazzo Madama  ha respinto i nove ordini del giorno contrari alle conclusioni della Giunta delle elezioni presieduta da Stefàno di Sel. I berluscones (compresi Casini e Albertini di Sc) ci hanno provato fino alla fine, in tutti i modi, a convincere Pietro Grasso della necessità del voto segreto. Urla e strepiti rivelatisi inutili. Una battaglia che ha visto uniti per l’ultima volta FI e Ncd, il partito di Alfano che, per bocca di Renato Schifani, ha parlato di “pagina buia della nostra democrazia parlamentare”. L’appello era quello al mancato rispetto dell’art. 3 della Costituzione sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Per i berlusconiani, l’ormai ex senatore è stato trattato come un cittadino meno uguale degli altri (irretroattività della legge Severino). Proprio all’art.3 della Carta, ma interpretato in maniera completamente opposta, si sono rifatti invece i “giustizieri” di Berlusconi: Pd e M5S. I primi convinti di essersi finalmente liberati (“per via giudiziaria” direbbe l’interessato) dell’avversario. Errare è umano, ma perseverare è Partito Democratico, se è vero come vero che il partito che sarà di Renzi sottovaluta le responsabilità in comune con il Caimano di fronte allo sfascio del Paese. Durissimo l’intervento in aula di Paola Taverna, capogruppo del M5S, che ha rievocato il nebuloso passato di Berlusconi (debiti Mediaset, processi subiti, rapporti con la mafia) e lo ha descritto nei termini di un “delinquente abituale”. Interpretazione giacobina, ma quantomeno coerente.

Scenari: adesso per Berlusconi si apre la fase dell’opposizione attiva ed operante, contro il governo e contro la magistratura. Grillo prepara il V-day 3, mentre Renzi affila le lame per il post 8 dicembre. Fossimo in Letta Nipote ci asterremmo dal cantare vittoria.

Legge di Stabilità: Alfano non vota la fiducia e la decadenza di B. slitta

alfano berlusconi alleatiAlfano e Ncd sono contrari al voto di fiducia sulla legge di Stabilità calendarizzato al Senato per martedì. Un favore a Berlusconi la cui decadenza è prevista per il giorno successivo. Una tegola imprevista per Letta, costretto ad allungare i tempi della discussione della manovra economica. Strada aperta dunque per il rinvio del voto sulla decadenza del Cavaliere. Silvio Berlusconi e Angelino Alfano sembravano aver avviato due percorsi separati con la scissione tra Forza Italia e Nuovo Centrodestra, ma per il momento continuano a rimanere alleati all’interno di un centro-destra divenuto di lotta e di governo. Inaccettabile per gli alfaniani forzare i tempi della legge di Stabilità a Palazzo Madama solo per liberarsi al più presto possibile di Berlusconi, rinviando poi la modifica di una legge colabrodo nel passaggio alla Camera.

Il voto al Senato sulla decadenza era stato confermato per il 27 novembre dal presidente Pietro Grasso, ma la contromossa di Alfano mischia le carte in tavola. Certo, i guai per il Cavaliere sembrano non finire mai. Giovedì sono uscite le motivazioni della sentenza del processo Ruby. Una mazzata sul morale del rifondatore di FI, descritto come il libidinoso organizzatore dei bunga-bunga di Arcore a cui partecipava anche la minorenne Karima el Mahroug, e non come il munifico ospite di presunte cene eleganti. Le ragioni dei giudici di Milano, oltre a confermare, non si capisce come, che B. “ha fatto sesso con Ruby oltre ogni ragionevole dubbio”, hanno alimentato i timori del Cavaliere di essere arrestato per corruzione di testimoni (Ruby ter) non appena scatterà la decadenza.

 

“Mi convinco sempre di più che finirò in galera, solo così si fermeranno”, avrebbe commentato Berlusconi, aggrappato adesso alla speranza del rinvio della decadenza prospettato da Alfano. “Ci vuole il tempo che ci vuole – dichiara il vicepremier – la legge di Stabilità riguarda milioni di italiani e non si può mettere la fiducia e votarla in due giorni perché mercoledì il Pd vuole far decadere Berlusconi da senatore”. Quello di Ncd potrebbe però rivelarsi anche un doppio gioco visto che, anche in caso di decadenza dell’ex Padrone, non è in discussione l’appoggio al governo Letta.

Da parte sua, Forza Italia è costretta a cercare lo scontro con Grasso in punta di diritto e procedura, non potendo più sfoderare l’arma spuntata della crisi di governo. A parere del presidente del Senato “non si ravvisano gli estremi per una nuova convocazione del Consiglio di Presidenza ai fini del prosieguo di un dibattito su una questione già dichiarata formalmente chiusa il 6 novembre”. Ma i senatori forzisti la pensano diversamente, convinti che le violazioni del regolamento avvenute durante la camera di consiglio della Giunta per le Elezioni (il caso Crimi) meritino un ulteriore approfondimento. “Anche se ritenesse chiusa la faccenda della violazione del regolamento resta sul tappeto la questione di definire quale sia l’organo competente a decidere sulle violazioni del regolamento”, recita la senatrice azzurra Elisabetta Casellati con una “supercazzola” degna del miglior Ugo Tognazzi.

Intanto i falchi come Verdini, Dell’Utri, Fitto e Santanché si preparano a scendere in piazza a sostegno del leader. Una prima volta il 27 novembre con un sit-in di fronte a Palazzo Madama, e poi con una manifestazione dei club Forza Silvio prevista a Milano l’8 dicembre. Stesso giorno delle primarie Pd. Ma l’impressione, o la speranza dei fedelissimi, è che il Cavaliere stia attendendo il post 27 novembre per rovesciare il tavolo con l’ennesimo colpo a sorpresa. Intanto non resta che sperare nell’iniziativa dilatoria di Angelino il “senza quid”. Prospettiva poco rassicurante.

L’errore palese del Pd sulla decadenza di Berlusconi

L’ultima puntata della telenovela sulla decadenza di Silvio Berlusconi si è chiusa nella Giunta per il Regolamento del Senato con la decisione di votare in aula con il voto palese, anche se con data da destinarsi. Il voto segreto, comunque, codice di Palazzo Madama alla mano, è ancora possibile, se richiesto da almeno 20 senatori e in seguito approvato dai colleghi. Dunque, il Cavaliere è destinato ad uscire dalla scena dei Palazzi del Potere sia a causa dell’interdizione dai pubblici uffici, quantificata in 2 anni dai giudici di Milano, sia per la decadenza decisa in base alla legge Severino alla quale i berlusconiani sembrano non avere i numeri per opporsi. Ma è proprio a questo proposito che i conti non tornano.

Il bizzarro comportamento tenuto dal Pd, appoggiato dal voto decisivo in Giunta della montiana di Scelta Civica, Linda Lanzillotta, rischia infatti di trasformare la doverosa cacciata del Cavaliere in una crociata contra personam. Sul piano mediatico, infatti, sta prendendo corpo la versione della congiura dei Democratici, incapaci di sconfiggere Berlusconi nelle urne, ma desiderosi di liberarsene al più presto attraverso un “frettoloso voto politico”. Il ragionamento è questo: perché il Pd -forte della sentenza definitiva su Mediaset che estromette il Caimano, e soprattutto in netta maggioranza (insieme al M5S) al Senato quando si voterà la decadenza- ha voluto forzare la mano per esprimersi con un voto palese quando con il voto segreto il risultato dovrebbe essere lo stesso?

 

Le risposte a questo harahiri mediatico che sta consegnando alle cronache l’immagine di un Berlusconi martire non possono essere che tre. La prima, improbabile ma non impossibile, è che il Pd stia commettendo degli errori dovuti all’incapacità dei suoi dirigenti, divisi e confusi. La seconda, molto suggestiva e avanzata anche da diversi esponenti del Pdl come Renato Schifani, si riferisce ad una ipotetica strategia mefistofelica che vedrebbe i piddini nel ruolo di provocatori per costringere l’ala governativa e alfaniana del Pdl a rompere con i falchi per andare poi ad elezioni in cui il partito che sarà di Renzi la farà da padrone. E la durezza dimostrata dal segretario reggente Epifani (“la legge Severino va applicata”) lo dimostrerebbe. La terza risposta, la più probabile alla luce della guerra per bande in atto nel Pd, è che i Democratici non si fidino per niente dei Democratici. Cioè, il Pd ha paura del voto segreto che potrebbe scuotere la coscienza garantista (ma solo per i membri della casta) dei suoi senatori, consegnando alla storia il clamoroso salvataggio del Cavaliere.

A confermare i dubbi sulla scelta del voto palese –coerente con quanto sempre dichiarato dai grillini, ma assurda per il Pd che con il Pdl sostiene il governo Letta- è l’esponente centrista dei democrats Beppe Fioroni secondo il quale la decisione del partito potrebbe rivelarsi “l’ennesimo regalo a chi griderà all’esecuzione politica e alla vittima in virtù di un voto che, anche se segreto avrebbe avuto lo stesso esito perché si tratta del rispetto delle leggi e delle norme. Gli uomini di Berlusconi vedono nel comportamento del Pd, questa volta non a torto, una inutile provocazione che renderà di certo più difficile il cammino del già traballante governo Letta-Bruxelles-Alfano.

Ed è proprio il segretario azzerato del Pdl, riberlusconizzato anche grazie al metodo Boffo, a guidare la riscossa dei suoi, nuovamente uniti in nome della salvezza del capo. “La decisione di Sc e Pd di sostenere il voto palese col M5S –ha detto a caldo il vicepremier– è la violazione del principio di civiltà che regola, da decenni, il voto sulle singole persone e i loro diritti soggettivi. E ora, innanzitutto in sede parlamentare, lì dove si è consumato il sopruso, sarà battaglia per ripristinare il diritto alla democrazia”. E con lui questa volta ci sono anche Bondi, Santanché e il resto dei falchi e delle colombe. Potere dell’errore palese commesso dal Pd.

No alla decadenza: i numeri pro Berlusconi al Senato

Il pallottoliere di Denis Verdini segna al momento 132 voti sfavorevoli alla decadenza di Silvio Berlusconi da senatore ma ne servono almeno 162 per salvarlo. Al netto dei franchi tiratori e del gran rifiuto opposto da Mario Monti, le speranze di salvezza per il Cavaliere sembrano comunque aumentare di giorno in giorno. A rimpinguare le fila del blocco garantista che, in nome della presunta incostituzionalità della legge Severino, si è detto disposto a dire No alla decadenza del capo del Pdl dal Senato, ci sono le new entry Pierferdinando Casini e Mario Mauro, in realtà due pecorelle smarrite del berlusconismo. Insieme a loro, una sporca dozzina di senatori ormai ex Scelta Civica, pronti a formare un nuovo gruppo a palazzo Madama sotto le insegne del Partito Popolare Europeo.

La ragione dell’omicidio politico del senatore a vita Monti sta tutta nella risposta data a Lucia Annunziata nel corso della trasmissione In Mezz’ora: “Voterò per la decadenza di Berlusconi”. In realtà, la perifrasi utilizzata dal Professore è un po’ più complessa ed ambigua, ma la sostanza della chiusura fatta a Berlusconi è questa. Troppo tardi comunque per salvare una carriera politica breve, intensa ma inevitabilmente finita. Ma cosa ci guadagnano Casini e Mauro a tornare nell’ovile del berlusconismo che solo fino a pochi giorni fa sembrava sulla via del tramonto? La formazione di un nuovo contenitore di centrodestra –Forza Italia guidata ancora da Silvio in ticket con i Popolari legati ad Angelino Alfano- in cambio del voto contrario sulla questione decadenza.

 

Berlusconi ci crede ancora. I due anni di interdizione comminati dalla corte d’appello di Milano vengono considerati solo un incidente di percorso la cui discussione è rinviata in Cassazione. Se ne riparlerà almeno a gennaio. Il voto sulla decadenza, che sembrava avviato in dirittura di arrivo dalla strana maggioranza Pd-M5S, ha perso spinta propulsiva ed ora rischia di rimanere invischiato nelle sabbie mobili di Palazzo Madama dove Pietro Grasso, presidente dell’aula oltre che della Giunta per il Regolamento, ha detto di “voler riflettere bene” sulla possibilità di ricorrere ad un voto palese richiesto proprio dai 5Stelle che, così facendo, sono caduti nella trappola dei professionisti della melina. Anche qui votazione rinviata ad un giorno indefinito di novembre.

La strategia del nuovo centrodestra, “emendato” da Monti e dal montismo, è quella di attaccare senza posa la legge Severino come fatto ieri da Alfano, ora che una breccia sembra essersi aperta nel muro. È proprio Casini -quasi estinto con l’Udc, salvatosi grazie all’alleanza con il Professore e in rotta fino a ieri con Berlusconi- a parlare di “dubbia costituzionalità” di una legge votata appena un anno fa anche da lui per non perdere la faccia con gli elettori e i loro voti nelle urne. Ma si sa che, soprattutto in politica, chi non cambia mai idea è uno stupido, e Casini di certo non lo è. Come non lo è il ciellino Mario Mauro, passato in pochi mesi da un addio burrascoso con il Cavaliere a paladino del montismo e poi, ancora, tornato nella “disponibilità” di Arcore. L’incontro del 16 ottobre al circolo ufficiali del ministero della Difesa sarebbe servito proprio a garantire il binomio Nuovo centrodestra-salvezza di Berlusconi.

Dietro al duo Mauro-Casini potrebbe presto infoltirsi una pattuglia di senatori “moderati” e “cattolici”, anche di area Pd come l’anti-Renzi Beppe Fioroni, disposti a salvare il Cav. per salvare la Poltrona. A ulteriore dimostrazione dell’aria che tira c’è la dichiarazione rilasciata al Giornale, e riportata dall’Huffington Post, dall’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, anche lui antimontiano di Scelta Civica: “La decadenza di Berlusconi è incostituzionale e Monti lo sa bene”. Una profezia che sa quasi di minaccia: chi si oppone alla nuova versione del centrodestra italiano muore.

Paura delle manette: Berlusconi ordina dimissioni di massa a Forza Italia

Forza Italia atto primo. Dopo ore di drammatiche riunioni tra Palazzo Grazioli e Montecitorio il risorto partito tricolore ha deciso: un minuto dopo l’avvenuta decadenza di Silvio Berlusconi dal Senato, i parlamentari (per la legge ancora Pdl) si dimetteranno in blocco in segno di protesta. Una riedizione riveduta e aggiornata in uno stile un po’ più pecoreccio della storica Secessione dell’Aventino, luogo scelto dagli Onorevoli oppositori del governo fascista di Mussolini per riunirsi, in segno di protesta, dopo l’avvenuto omicidio di Giacomo Matteotti nel 1924. Oggi, per il momento, non ci sono cadaveri sul campo, ma le indiscrezioni provenienti dall’entourage berlusconiano descrivono il caro leader convinto che gli avversari politici vogliano toglierlo di mezzo con le maniere forti.

“Ormai ne sono sicuro: i giudici vogliono arrestarmi, vogliono umiliarmi –avrebbe tuonato il Cavaliere- dobbiamo denunciare che è in atto un colpo di Stato”. Un’accelerazione improvvisa, che ha colto in contropiede anche i servi devoti di FI, dovuta alle indiscrezioni su una possibile richiesta di arresto che potrebbe arrivare da Napoli (De Gregorio-compravendita dei senatori) o da Milano (presunta corruzione dei 32 testimoni del processo Ruby), quando Berlusconi non potrà più ripararsi dietro lo schermo protettivo dell’immunità parlamentare. La data segnata in rosso sul calendario dovrebbe essere quella del 4 ottobre, quando la Giunta per le Elezioni del Senato sancirà la sua decadenza da Palazzo Madama, ma è logico pensare che la partita più importante si stia giocando sul tavolo del Quirinale, avversario Giorgio Napolitano.

Non è un caso, infatti, che i gruppi parlamentari forzisti siano stati chiamati a raccolta in fretta e furia, a poche ore dall’incontro avvenuto tra Angelino Alfano e il presidente Napolitano. Evidentemente non ha fatto breccia l’ennesimo tentativo di ottenere un lasciapassare giudiziario per il capo in nome della stabilità di governo. Napolitano continua a pretendere che Berlusconi accetti la sentenza Mediaset che lo ha etichettato come frodatore fiscale e inizi a svolgere i servizi sociali come residuo di pena. Solo allora l’ipotesi Grazia verrebbe presa in considerazione. Un atteggiamento equivoco che non è di certo piaciuto al Cavaliere del “non sa chi sono io”. Impossibile per lui piegarsi di fronte ad una “magistratura comunista che mi vuole ammazzare da vent’anni” e alle beghe del presidente il cui unico interesse è quello di mandare avanti il carrozzone del governo Letta.

 

Ecco così spiegato il ricorso alla Forza (Italia) per cercare di far saltare il banco. Certo, al momento nessuno tranne il protagonista può sapere se la minaccia di dimissioni in blocco rappresenti l’ennesima boutade, un altro grido di “al lupo, al lupo”, oppure non sia veramente l’ultimo spuntone di roccia a cui si aggrappa un Cavaliere in precario equilibrio politico. A sentire il falchetto Renato Brunetta, questa volta calato nel ruolo del poliziotto buono, ci sarebbe ancora uno spiraglio per la trattativa Stato-Mediaset. “Non c’è nessuna ‘direttiva’, non ci sono dimissioni di massaha detto in serata il bulldog forzistama c’è stata una domanda del capogruppo rivolto ai singoli parlamentari su come reagirebbero di fronte al vulnus democratico rappresentato dal voto per la decadenza, e quindi la privazione delle garanzie per Silvio Berlusconi. Ognuno deciderà secondo la propria coscienza”.

La decisione dei parlamentari berlusconiani è stata ovviamente per un’adesione in massa, con tanto di adulatoria acclamazione,  all’ipotesi di una gita su uno dei colli più belli di Roma. D’altronde, chi avesse osato togliere il freno alla lingua per denunciare la follia di un atto eversivo dell’ordine repubblicano, compiuto solo per difendere gli interessi personali di un condannato in via definitiva che comincia persino a fare pena (bontà sua), sarebbe stato linciato sul momento con le cornici dei numerosi ritratti del Salvatore (di poltrone e privilegi). Le sorprese comunque non sono finite qui perché fonti interne al Quirinale lasciano trapelare l’irritazione di Napolitano che si sarebbe detto pronto alle dimissioni ma fermamente contrario a sciogliere le Camere di fronte a “un atto eversivo delle istituzioni repubblicane” come le dimissioni di massa (peraltro non previste dal codice). Berlusconi sembra dunque arrivato al capolinea. Riuscirà a smentire tutti per l’ennesima volta?

La Giunta impallina Augello e spinge Letta verso la caduta

Il voto finale della Giunta per le elezioni di Palazzo Madama sulla relazione esposta lunedì dal senatore Andrea Augello dovrebbe arrivare, ma il condizionale è d’obbligo, nella serata di martedì al termine di un nuovo incontro previsto per le 20. La versione di Augello sulla questione della decadenza di Silvio Berlusconi da parlamentare non è stata ancora bocciata ufficialmente. Allo stato dei fatti, però, il governo Letta non esiste più, messo in soffitta dalla furente reazione pidiellina alla dura presa di posizione degli esponenti Pd in Giunta i quali, spalleggiati dai duri e puri del M5S, hanno deciso di forzare i tempi chiedendo e ottenendo un unico voto valido per la relazione fiume di 71 cartelle e le tre pregiudiziali presentate da Augello.

Già, perché la novità gettata sul tavolo dal relatore Augello, aiutato si immagina dalla solita manina di Ghedini, è stata la richiesta di sospendere i lavori della Giunta al fine di esaminare non una ma ben tre questioni pregiudiziali che vieterebbero la cacciata di Berlusconi dal parlamento. La prima freccia nell’arco di Augello era la richiesta alla Giunta di verificare la possibilità di un ricorso alla Corte Costituzionale contro la legge Severino. La seconda, tanto per non farsi mancare nulla, sarebbe un ricorso diretto (l’ennesimo) dell’interessato alla Consulta per verificare i dieci profili di incostituzionalità della Severino. Una richiesta quasi grottesca se si pensa che solo nel dicembre 2012 Augello firmò di corsa il testo della legge senza accorgersi del guazzabuglio giuridico che lui e i suoi colleghi avevano cucinato.

 

Messa per il momento da parte la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), pur di mantenere un profilo internazionale il paffuto Augello non si è fatto però mancare la richiesta, pregiudiziale, di rinvio interpretativo della legge Severino alla Corte Ue di Giustizia del Lussemburgo per verificarne, ancora una volta, la conformità ai principi legislativi comunitari. Insomma, alzi la mano chi ancora non ha capito che il volatile Augello è stato mandato in prima linea a collezionare schioppettate e figuracce per il solo motivo di prendere tempo e far slittare la decisione finale della Giunta.  L’obiettivo di Berlusconi è quello di arrivare almeno al 19 di ottobre, giorno in cui la Corte di appello di Milano dovrà ricalcolare la durata della sua interdizione dai pubblici uffici (da 1 a 3 anni), quando il Cavaliere avrà già dovuto decidere se scontare il residuo di pena di un anno ai domiciliari oppure nei servizi sociali.

Il perché dell’accanimento berlusconiano a restare attaccato alla poltrona, invece di diventare un guru extraparlamentare alla Grillo, resta per il momento un mistero. Fatto sta che ieri si è scatenata la guerra tra le placide mura di S. Ivo alla Sapienza, sede della Giunta. I 4 esponenti del M5S, guidati da Michele Giarrusso e Vito Crimi, hanno infatti trovato un insperato terreno fertile negli 8 rappresentanti del Pd in Giunta. I 12 uomini (e donne), insieme a Benedetto Della Vedova di Scelta Civica, non hanno fatto buon viso a cattivo gioco alla strategia dilatoria messa in campo dal figurante Augello, ottenendo così a maggioranza di esprimere un voto unico sia sulla relazione che sulle 3 pregiudiziali esposte dal relatore Pdl.

Augello leggerà un’integrazione al suo lavoro già alle 20 di oggi, e non è escluso, anzi sembra ormai probabile, che la Giunta opterà per la votazione finale proprio nella serata di oggi. Logico che di fronte a questa accelerata dei membri del Pd come Felice Casson e Stefania Pezzopane (forse senza l’assenso del partito e di Letta stesso) gli alleati del Pdl abbiano subito gridato al tradimento e minacciato di far cadere il governo Letta. Così parlava ieri sera a Porta a Porta Renato Schifani: “Se si voterà ad oltranza sulle pregiudiziali valuteremo attentamente se partecipare a questo tipo di lavori che ritengo illegittimo. Se la Giunta vota la decadenza il governo cade”. Ma il finale della storia del berlusconismo è ancora tutto da scrivere.

Ricorso a Strasburgo: la strategia di Berlusconi allontana la decadenza

Il B-day è finalmente arrivato. Il giorno tanto atteso della convocazione della Giunta per le elezioni del Senato, che dovrà pronunciarsi sulla decadenza di Silvio Berlusconi da parlamentare in base alla legge Severino, si risolverà di certo in una bolla di sapone, nel solito rinvio a data da destinarsi della decisione. Il clan berlusconiano, infatti, non ne vuole sapere di accettare senza reagire l’estromissione “per via giudiziaria” del Cavaliere dalla vita politica. Si spiega così il ricorso depositato sabato scorso dai suoi legali niente di meno che alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, il tribunale istituito nel 1959 e formato da 47 giudici, uno per ogni paese membro del Consiglio d’Europa.

Nel documento di 33 pagine dattiloscritte, titolato “Berlusconi contro l’Italia” e già trasmesso alla Giunta presieduta da Dario Stefano di Sel, si chiede ai giudici europei di verificare la compatibilità della legge Severino con le norme del diritto comunitario. Secondo l’ardita tesi avanzata da Ghedini e colleghi, la legge approvata nel dicembre del 2012 da tutto il Pdl -con la firma e la faccia dell’ex ministro della Giustizia Paola Severino– non sarebbe niente altro che un coacervo di norme formulate in maniera dilettantesca, anticostituzionali e addirittura contrarie ai diritti dell’uomo Berlusconi. In particolare, il pasticcio Severino andrebbe a cozzare contro gli articoli 3, 13 e 7 della Convenzione europea sui diritti dell’Uomo. Contrario ai primi due per il presunto mancato diritto della parte lesa Berlusconi di impugnare una sentenza peraltro definitiva e a potersi ricandidare. Evidentemente avverso all’articolo 7 per lo smaccato ricorso alla retroattività della pena, la decadenza da Senatore, in barba al noto assunto giuridico che “nessuno può essere condannato per un’azione o una omissione che, al momento in cui è stata commessa non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale”.

 

Se si volesse dare credito agli onorevoli-avvocati di Arcore, o alle nidiate di falchi, pitonesse e colombe estremiste che popolano la giungla Pdl, il punto sarebbe proprio questo: la “Severino” è divenuta legge nel 2012, ma colpisce Berlusconi con 8 anni di ritardo, visto che il Cavaliere ha la sola colpa di essere stato condannato definitivamente dalla Cassazione per il reato di frode fiscale commesso nel 2004. È più o meno questa la conclusione a cui sono giunti anche i pareri pro veritate (berlusconiana) offerti da giuristi di specchiata onestà intellettuale come Giovanni Guzzetta, Nicolò Zanon, Giorgio Spangher, Antonella Marandola, Domenico Nania e Gustavo Pansini.

Messa in questo modo non ci sarebbe nemmeno da discutere sul diritto dei berlusconiani di ricorrere al lodo Violante (ovvero il diritto di Berlusconi di difendersi a oltranza fino alle calende greche). Ma è proprio sul punto “retroattività” che si è schierata l’altra metà del cielo dell’universo giuridico italiano. “Berlusconi non ha speranze a Strasburgo. Non siamo di fronte a una sanzione, ma ad un limite oggettivo a candidarsi”, ha tagliato corto il costituzionalista Stefano Ceccanti, seguito a ruota da altri esimi luminari come Alessandro Pace, convinti che la decadenza sia solo una sanzione amministrativa. A chi dare ragione dunque? Ai posteri e agli storici l’ardua sentenza.

Intanto però la macchina di Arcore continua a macinare terreno in vista del traguardo del rinvio della decadenza. Berlusconi, infatti, nonostante gli anni che avanzano, non ha perso lucidità ed è ben consapevole che il suo futuro di onorevole è precluso per sempre non solo dalla scure Severino, ma anche dall’interdizione dai pubblici uffici in arrivo in autunno (da 1 a 3 anni) e soprattutto dal veto posto dal presidente Napolitano, disponibile a concedere la Grazia in cambio di una trasformazione di Silvio in guru stile Beppe Grillo. Fuori dal Palazzo. E allora? Perché non accettare la proposta di pace di Re Giorgio? Ci sarebbe l’onore da difendere, e poi, gli interessi di Mediaset e i voti della Nuova Forza Italia. Ecco allora che il ricorso a Strasburgo si riduce ad essere solo l’ennesimo escamotage per prendere tempo. Sono già pronti nell’ordine: la richiesta di revisione del processo Mediaset a Brescia, il ricorso alla Consulta, quello alla Corte di Giustizia di Lussemburgo, la richiesta di Grazia, di commutazione della pena e, last but no least, la canonizzazione del perseguitato di Arcore.

Decadenza Berlusconi: Letta-bis o ipotesi Amato

Conto alla rovescia in attesa della riunione della Giunta per le elezioni del Senato che si terrà lunedì 9 settembre alle 15.00. Sarà quella la data spartiacque della sopravvivenza del governo Letta. Voci interne al Pdl raccontano di un Berlusconi infuriato e pronto a staccare la spina al governo dell’inciucio Pd-Pdl non appena la Giunta si pronuncerà in senso favorevole alla sua decadenza da parlamentare secondo la legge Severino (il suo videomessaggio potrebbe essere trasmesso proprio lunedì). Per cercare di fermare la frana ieri sera Angelino Alfano si è precipitato ad Arcore, non si capisce bene se nel ruolo di incendiario segretario del partito, o in quello a lui più consono di pompiere vice-presidente del Consiglio.

Lo stesso Alfano aveva rilasciato una dichiarazione nel pomeriggio con la quale ribadiva la cieca fiducia nel Cavaliere (“È ovvio che ogni governo futuro che non prevedesse il Popolo della libertà sarebbe inevitabilmente un governo di estrema sinistra”) e cercava di allontanare lo spettro di una crisi di governo: “Mi sento di escludere che il presidente Enrico Letta stia lavorando a piani e soluzioni alternative a questa maggioranza e lo ha ribadito più volte”. Ma è proprio dalle parti del Popolo della Libertà che le parole del vicepremier senza quid vengono messe in dubbio. È il direttore di Libero Maurizio Belpietro, vox berlusconiana tra le più urlanti e fedeli, ad ipotizzare che, in caso di decadenza di Berlusconi e di conseguente uscita da Palazzo Chigi del Pdl, “nel governo si libererebbero venti posti. Cinque da ministro più 15 da sottosegretario”. Un boccone troppo ghiotto per non far gola alle decine di parlamentari azzurri che rischiano di non essere ricandidati nella prossima legislatura.

 

I soliti voltagabbana della politica italiana, o “responsabili” come li definirebbe Scilipoti, pronti ad abbandonare persino Silvio Berlusconi, ormai considerato un animale ferito e sulla via del tramonto. Continua Belpietro: “Ci sarebbe la fila di onorevoli pronti a vendersi per un dicastero e venti traditori basterebbero e avanzerebbero a Enrico Letta” quantomeno per andare avanti qualche mese, anche con l’aiuto dei 4 senatori a vita nominati da Napolitano, e riuscire a modificare la legge elettorale in senso sfavorevole alla rinata Forza Italia, già in alto nei sondaggi. Un cerchio che si sta chiudendo intorno al Cavaliere e una paura dei traditori confermata anche dall’amazzone Michaela Biancofiore.

I nomi dei possibili saltafosso li hanno già fatti molti giornali, anche se al momento nessuno dei protagonisti si azzarda a scoprirsi. All’interno del Pdl si guarda con sospetto al gruppo dei “siciliani” Salvatore Torrisi, Bruno Mancuso, Marcello Gualdani, ma anche ad altri onorevoli eletti al Sud: Pippo Pagano, Giuseppe Ruvolo, Francesco Scoma, Antonio Milo, Pietro Langella, Ciro Falanga, oltre all’immancabile Domenico Scilipoti. Una folta pattuglia che andrebbe a rimpolpare le fila dei 142 voti sicuri al Senato per un Letta-bis (Pd, scelta civica e i 4 già fuoriusciti dal M5S). Ma non è tutto perché i fari sono puntati anche sul gruppo Gal, Grandi Autonomie e Libertà, teoricamente legato a Berlusconi, ma imbottito di cani sciolti come l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e Paolo Naccarato, ex sottosegretario nel governo Prodi.

A completare l’ipotetico en plein per una riedizione riveduta e corretta del governo Letta ci sarebbero anche i 15 dissidenti grillini che starebbero attendendo la fuoriuscita di Luis Orellana dal Movimento per mostrare le loro carte. Insomma, i numeri sembrano essere tutti contro Berlusconi e l’atteggiamento di chiusura del presidente Napolitano su una Grazia a la carte, sull’impossibilità di garantire un generico salvacondotto giudiziario per il Cavaliere e sul mancato scioglimento delle Camere non lasciano sperare nulla di buono. Anche dalle parti di via del Nazareno ci si sta convincendo che l’esperienza del governo dell’inciucio stia esaurendosi. È per questo che l’Huffington Post riporta le voci dei corrodoi piddini secondo le quali lo stesso presidente Napolitano starebbe pensando seriamente ad un’ipotesi Amato per il governo, almeno per approvare legge di Stabilità e riforma del Porcellum.

Miccichè denuncia: campagna acquisti del Pd sui senatori Pdl

Il grido di allarme lanciato da Gianfranco Miccichè su un presunto tentativo di compravendita di senatori del Pdl da parte dei nemici-alleati di governo del Pd, in vista di un probabile Letta-bis, arriva proprio nel giorno in cui Silvio Berlusconi stava cercando di ricompattare il partito, mettendo la museruola alle scaramucce mediatiche tra falchi e colombe, sintomo innegabile di una spaccatura all’interno del movimento azzurro sul tema dell’agibilità politica del Padrone. A sentire l’ex plenipotenziario di Forza Italia in Sicilia -uno degli artefici dello storico 61 a 0 nelle elezioni del 2001 e adesso leader del partito satellite Forza Sud– dalle parti di via del Nazareno si starebbero scoprendo le carte prima che Berlusconi riesca a far saltare il banco, allontanando con il ricorso alle urne la discussione sulla sua decadenza da senatore.

La bomba a mano Miccichè la lancia a metà di un umido pomeriggio di fine agosto: “Da parte del Pd, ma non del premier, è in corso una campagna acquisti nel Pdl per un Letta-bis”. Parole che hanno richiamato subito alla mente una ben più famosa accusa di compravendita; quella avanzata dal “pentito” Sergio De Gregorio -l’ex senatore dipietrista passato armi e bagagli nel Pdl contribuendo a dare la spintarella decisiva alla traballante maggioranza prodiana costituitasi nel 2006- proprio nei confronti di Silvio Berlusconi. De Gregorio, secondo molti divenuto delatore per salvarsi la pelle con il patteggiamento, ha coinvolto il Cavaliere in una brutta storia di corruzione all’interno dei Palazzi romani, condita anche dalla comparsa del maggiordomo Walter Lavitola, dotato persino di capienti borse colme di denaro.

Il processo a carico di Berlusconi e soci sulla presunta corruzione di De Gregorio si terrà in autunno a Napoli, mentre il polverone alzato ieri da Miccichè (per la cronaca, sorprendente difensore da Destra della tesi della legalizzazione delle droghe leggere) viene in parte sgonfiato dallo stesso protagonista della vicenda. “Non si tratta di una compravendita basata sui quattriniha aggiunto l’attuale sottosegretario alla P.A.ma su promesse, come ad esempio un posto da sottosegretario, e che coinvolge quanti temono la crisi perché non vogliono andare a casa e hanno paura di non essere ricandidati”. Nessuna condotta da codice penale, dunque, ma semplicemente “alcune colombe del Pd che parlano con quelle del Pdl condividendo l’idea che una crisi sarebbe assurda”.

 

Corruzione o compravendita, campagna acquisti o calciomercato che sia, fatto sta che il sasso lanciato nello stagno dal navigato politico di Trinacria ha fatto un rumore molto simile a quello di un messaggio cifrato. La spaccatura tra falchi e colombe pidielline non è infatti frutto di fantasie giornalistiche, ma uno specchio fedele della realtà. Miccichè ha voluto di proposito mettere il dito nella piaga del Gesù Cristo di Arcore (copyright di Angelino Alfano) per assicurarsi un posto nel paradiso della rinascente Forza Italia. La rottura tra filogovernativi e SS berlusconiane anticipata domenica scorsa da Daniela Santanchè è stata, infatti, la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, costringendo la badante Berlusconi a sgridare i riottosi pargoli.

La voce di Arcore è giunta per mezzo di una dichiarazione ufficiale pubblicata dalle agenzie di stampa. “Si smetta di fornire alibi alle manipolazioniscrive Berlusconi in persona– In questa situazione di difficoltà per il nostro Paese e di confronto tra le forze politiche, il dibattito all’interno del Popolo della Libertà, che nasce come chiaro segnale di democrazia, viene sempre più spesso alimentato, forzato e strumentalizzato dagli organi di stampa”. Il Cavaliere ha paura che le divisioni dei suoi trasformino il day after Letta in un salto nel buio e per questo conclude: “Invito tutti a non fornire con dichiarazioni e interviste altre occasioni a questa manipolazione continua che alimenta le polemiche e nuoce a quella coesione interna, attorno ai nostri ideali e ai nostri valori”. Intanto è il senatore Francesco Scoma è il primo a trovare il coraggio di fare outing antiberlusconiano. Segno dei tempi.