Mps: Grillo chiede una commissione di inchiesta

L’ultimo atto della tragedia targata Monte dei Paschi di Siena è il sequestro preventivo di 1,8 miliardi di euro, effettuato nella mattinata di martedì dalla guardia di finanza, in relazione all’accordo con cui, il 9 luglio del 2009, i vertici di Mps e quelli della banca giapponese Nomura rinegoziarono i termini contrattuali del derivato Alexandria. La ristrutturazione del titolo tossico provocò, secondo gli inquirenti, un danno notevole alle casse dell’istituto di Rocca Salimbeni di cui, ovviamente, l’ex presidente Giuseppe Mussari e i suoi sodali Gianluca Baldassarri e Antonio Vigni erano ben consapevoli.

È per questi gravi motivi che i pm senesi si sono spinti ad ipotizzare persino il reato di “usura aggravata in concorso”, praticamente un inedito nella storia giudiziaria italiana, nei confronti della trascorsa dirigenza di Mps, ma anche dell’amministratore delegato della banca d’affari nipponica Nomura, Sadeq Sayeed e il funzionario italiano Raffaele Ricci. Tutti i galantuomini succitati sono indagati al contempo per una sfilza di presunti reati che vanno dalla “truffa pluriaggavata in concorso mediante induzione in errore” all’infedeltà “patrimoniale aggravata in concorso” e alle “false comunicazioni sociali aggravate” (solo i vertici Mps).

 

“D’altro canto, la formidabile e spregiudicata operazione ristrutturatrice pluriennale al centro del procedimento scrivono i magistrati nel decreto di perquisizioneha provocato effetti disastrosi alle casse del terzo gruppo bancario italiano, merita senz’altro una risposta penalistica che sia adeguata alla loro inusitata gravità ed al loro rilevante impatto economico-finanziario, anche per il futuro, sull’intero settore bancario italiano e non solo”. Ragion per cui il trio dei miracoli senese si è visto confiscare circa 14 milioni di euro (2,3 milioni a Mussari; 9,9 milioni a Vigni e 2,2 milioni a Baldassarri). Una somma che però conta quasi come i bruscolini per manager spregiudicati che hanno potuto mettere le mani per anni su ben più consistenti montagne di denaro.

Un buco nero, un pozzo senza fondo, quello rappresentato dall’affaire Mps, che spinge l’opinione pubblica a chiedere misure draconiane per i colpevoli, visto soprattutto il momento di drammatica crisi economica che colpisce l’Uomo Qualunque e non certo i furbetti del Monte. A farsi unico portavoce della mentalità diffusa è il solito Beppe Grillo il quale, da quel di Zoppola in provincia di Pordenone –dove sta tenendo l’ennesima tappa dello Tsunami Tour in vista delle elezioni regionali- ha replicato il suo attacco alla struttura, ritenuta marcia e corrotta, della banca più antica del mondo. “Voglio una commissione di inchiesta su Mps, per cercare chi ha preso i 21 miliardi di euro; questa banca va nazionalizzata”, ha detto il portavoce del M5S, riservando anche una stoccata al Partito Democratico che controllerebbe l’istituto di credito senese dal 1995.

Quello che i magistrati stanno facendo emergere è un quadro di cleptomane delinquenza sconcertante perché, allo scopo di abbellire i bilanci dissipati dalla sconsiderata operazione Antonveneta (16 miliardi di spesa e non 9 come inizialmente ipotizzato), i Mussari boys “concordavano, organizzavano e ponevano in essere una strutturata operazione finanziaria pluriennale dissipativa del patrimonio Mps”. Mentre Nomura si portava a casa plusvalenze da 88 milioni di euro, il trio senese si assicurava la permanenza sulla poltrona grazie alla distribuzione di dividendi agli azionisti e nascondendo la reale e disastrosa situazione contabile legata ai titoli derivati. I dubbi degli inquirenti sul ruolo giocato dalla Fondazione Mps, poi, si trasformano giorno dopo giorno in certezze. Un gioco delle tre carte che è costato a Pierluigi Bersani la non-vittoria alle elezioni politiche e che adesso rischia di affossare un’intera città (il “suicidio” di David Rossi potrebbe essere solo il primo ha detto Grillo).

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