Fallito il Piano Mori: il processo sulla Trattativa resta a Palermo

trattativa MoriL’ennesimo capitolo della vicenda giudiziaria che vede sul banco degli imputati la trattativa Stato-mafia si è chiuso con una sconfitta per Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno. I tre ex ufficiali del Ros dei carabinieri – imputati nel processo sulla trattativa in corso davanti alla corte d’Assise di Palermo – si sono visti rigettare dalla Sesta Sezione Penale della Cassazione la richiesta di trasferire il procedimento dal capoluogo siciliano a Caltanissetta. La motivazione del rischio per l’incolumità pubblica in caso di svolgimento del dibattimento a Palermo, contenuta nell’istanza di rimessione presentata il 5 marzo scorso dai loro legali Giuseppe Saccone e Basilio Milio, non ha retto all’esame della corte presieduta da Stefano Agrò.

Sfuma così per Mori, Subranni e De Donno la possibilità di far ripartire da zero nella città nissena il processo sulla trattativa iniziato a Palermo il 27 maggio 2013 e giunto ormai alla 29esima udienza. Almeno per il momento non potranno liberarsi del pm Nino Di Matteo e, ulteriore umiliazione, saranno anche costretti a pagare le spese processuali occorse per giudicare il loro maldestro tentativo di “fuga da Palermo”.

Ma quali circostanze hanno permesso agli ex carabinieri di motivare la loro richiesta con il pericolo per la sicurezza pubblica? La prima sono le misteriose lettere del corvo, scritte da un anonimo che dimostra di conoscere molto bene le vicende della trattativa tra le Istituzioni e Cosa Nostra. I destinatari del cosiddetto protocollo fantasma sono Di Matteo e gli altri magistrati del pool di Palermo, messi sotto controllo secondo il corvo da uomini dello Stato. Nelle missive si accusano proprio i carabinieri del Ros di aver fatto il doppio gioco nella storia della sparizione dell’Agenda Rossa di Paolo Borsellino e in quelle della mancata perquisizione del covo di Totò Riina nel 1993 e del mancato arresto di Bernardo Provenzano nelle campagne di Mezzojuso nel 1995.

La seconda motivazione addotta da Mori e i suoi è strettamente legata alla prima. Si riferisce all’inquietante presenza di persone sospette vicino l’abitazione del pm Francesco Del Bene e alla rocambolesca effrazione compiuta nel giugno scorso in casa del collega Roberto Tartaglia per rubare una pen drive in cui erano custoditi importanti atti del processo sulla trattativa. Ma senza lasciare alcuna traccia, tanto per far risultare ancora più evidente agli inquirenti un’intimidazione che “puzza di Servizi”.

La circostanza decisiva che ha convinto gli ex militi del Ros del pericolo attentato a Palermo, sono però le minacce proferite dal Capo dei Capi di Cosa Nostra, intercettato nel carcere milanese di Opera. Il sanguinario boss, autore delle stragi di Capaci e via D’Amelio, avrebbe più volte manifestato l’intenzione di far fare la “fine del tonno” a Di Matteo. Il sospetto è che Riina si sia prestato al gioco, facendo finta di non sapere di essere spiato, allo scopo di difendere il suo onore che verrebbe macchiato dall’emersione di un suo rapporto troppo stretto con gli “sbirri”. La trattativa, appunto. Quella che Mori, Subranni e De Donno (insieme agli altri imputati eccellenti Dell’Utri, Mancino e Mannino) hanno sempre negato, ma che adesso vorrebbero ancora mettere in atto spostando il processo da Palermo e cedendo così alle minacce degli stragisti mafiosi guidati sempre da Riina.

Intanto, a bloccare la strada della Verità sui rapporti tra politica e mafia nel biennio 1992-93, ci si mette anche Marcello Dell’Utri. Il Libanese, riparato a Beirut per sfuggire alla condanna per concorso esterno con la mafia, risulta anche tra gli imputati nel processo sulla trattativa (avrebbe curato i rapporti tra i boss e Berlusconi) e ha diritto ad assistere al dibattimento. Assente “Marcello”, dichiarato contumace, la prossima udienza, fissata al 15 maggio dal presidente Alfredo Montalto, potrebbe saltare. Mori & co. possono respirare.

La procura di Roma apre un’inchiesta sugli stipendi gonfiati al Tg1

Decine di caporedattori e caposervizio del Tg1, il telegiornale della rete ammiraglia Rai, regolarmente stipendiati per ore di straordinario soprattutto notturne, ma quasi sempre assenti dal posto di lavoro. Ad anticipare lo scandalo degli stipendi gonfiati al Tg1 era stato sabato scorso Il Fatto Quotidiano. Ma la notizia non è ancora riuscita a bucare il muro mediatico visto che per il momento, tra le grandi testate, solo il Corriere della Sera ha deciso di metterci la faccia pubblicando un articolo sul web. Sembra che a fiutare le madornali irregolarità sia stato proprio il direttore generale di nomina montiana Luigi Gubitosi.

Si vocifera che il dg Rai soffra di insonnia e sia solito recarsi a fare un giro nelle redazioni. Dopo aver studiato il palinsesto pare che Gubitosi si sia presentato negli studi di Unomattina, Domenica In e proprio al Tg1. È così che all’ex amministratore delegato di Wind –uno abituato a fare il cane da guardia per un gruppo privato e quindi refrattario per natura al nepotismo Rai– sono saltate subito agli occhi le pesanti infrazioni commesse da quei dipendenti che hanno il potere di segnare le presenze al lavoro dei colleghi. Centinaia di ore rubate, soprattutto durante i giorni festivi e con il ricorso a riposi fasulli, che hanno costretto Gubitosi a dare avvio ad una inchiesta interna sulla struttura, chiamata audit, guidata da Marco Zuppi.

 

Spronato dal severo Gubitosi, Zuppi si è messo subito a spulciare i dati di una struttura che comprende circa 3000 persone. Ricordiamo, a beneficio di chi ne fosse all’oscuro, che questa categoria di dipendenti Rai –storica terra di conquista per nepotismo, sprechi, parentado e amici degli amicinon ha l’obbligo né di timbrare un cartellino né, tantomeno, quello di firmare un foglio presenza. Il bengodi del fantozziano assenteismo all’italiana. L’inchiesta portata avanti da Zuppi si concluderà in qualche settimana, ma i primi dati raccolti danno la certezza che Gubitosi dovrà presentare una denuncia a Procura e Corte dei conti. Procura di Roma che, di fronte alla notizia di reato, ha dovuto aprire un fascicolo, al momento contro ignoti.

Ma chi ha messo il segugio Gubitosi sulle tracce dei furbetti del Tg1? La colpa, o il merito, sarebbe tutta del solito corvo (tanto di moda di questi tempi) che due mesi fa avrebbe spedito una lettera anonima in triplice copia allo stesso Gubitosi e alla procura di piazzale Clodio, oltre che al presidente di viale Mazzini, Anna Maria Tarantola. Lo scandalo della concessione di indennità notturne, festive e di orario straordinario, tutte fittizie, a un gruppo di una trentina di redattori da parte di non meglio identificati vertici del Tg1, probabilmente capi redattori o vicedirettori, sta dunque per esplodere fragorosamente. Al momento nomi, soprattutto noti,  non se ne sono fatti, ma sospetti ce ne sono molti.

La patata è talmente bollente che è stato il procuratore capo della Capitale in persona, Luigi Pignatone, a prendere in mano la situazione, affidando il fascicolo al procuratore aggiunto Francesco Caporale. Pare che i furbetti del Tg1 abbiano agito nel periodo a cavallo tra la direzione di Augusto Minzolini e quella di Alberto Maccari, mentre il neo-direttore Mario Orfeo sta partecipando alla battuta di caccia contro gli assenteisti perché avvertito dell’inchiesta interna. Ambigua la posizione presa dall’Usigrai –il sindacato dei giornalisti Rai- che con una mano dà una carezza alla procura (“L’Usigrai è sempre stata e sempre sarà dalla parte delle regole. Quindi se qualcuno ha commesso illeciti è giusto che venga sanzionato”), mentre con l’altra la schiaffeggia: “Ma non possiamo accettare che si metta in moto la macchina del fango”. Dichiarazione che nasconde la paura che lo Tsunami grillino spazzi via anche gli scandalosi privilegi dei furbetti della Rai.