Le dichiarazioni della Cancellieri riaprono il dibattito su carcere e amnistia

Il caso delle telefonate intercorse tra il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, e alcuni membri della famiglia Ligresti sembra già chiuso. Il Guardasigilli riferirà martedì in Parlamento ma, a giudicare dalle dichiarazioni rilasciate sabato scorso durante la conferenza stampa svoltasi a margine del XII Congresso dei Radicali Italiani, non ci dovrebbero essere dimissioni a sorpresa. La Cancellieri, infatti, ha respinto con decisione le accuse di aver utilizzato una corsia preferenziale per ottenere la scarcerazione di Giulia Maria Ligresti, la figlia di Salvatore finita in carcere insieme alla sorella Jonella per essersi intascata decine di milioni della FonSai (condanna a 2 anni e 8 mesi patteggiata dalla Ligresti a fine agosto).

Anche il Enrico Letta si è detto laconicamente convinto che il ministro “chiarirà”, mentre la mozione di sfiducia individuale presentata dal M5S sembra destinata a non ottenere larghi consensi tra i banchi della maggioranza Pd-Pdl. Caso chiuso allora, a meno di nuovi clamorosi sviluppi dell’inchiesta di Torino, ma dibattito sulle condizioni carcerarie degli istituti di pena italiani riaperto più che mai. Il Guardasigilli, infatti, pur di trovare una linea difensiva credibile per difendersi dalle accuse di favoritismo nei confronti dei soliti Potenti -per giunta anche amici di famiglia ed ex datori di lavoro del figlio Piergiorgio Peluso– che gli sono piovute addosso da grillini, renziani, dal web e dalla quasi totalità dell’opinione pubblica, non ha esitato ad alzare nervosamente la voce per presentarsi come paladina dei diritti umani e angelo custode dei 65mila detenuti italiani. Folgorata sulla via di Chianciano, la Cancellieri ha dichiarato in crisi mistica: “Ho ascoltato e capito che occorre un cambiamento culturale nel mondo e nell’inferno delle carceri, e ora sono pronta ad andare a Strasburgo […] vado a testa alta, l’Italia va a Strasburgo a testa alta”.

Logico che, di fronte ad affermazioni del tipo “Io ho la responsabilità dei detenuti, ho fatto oltre cento interventi per persone che ho incontrato nel corso delle mie visite in carcere o i cui i familiari si sono rivolti a me anche solo tramite una e-mail”, migliaia di reclusi in condizioni disumane abbiano di colpo ritrovato la speranza, dopo che la questione amnistia e indulto sollevata dal presidente Napolitano si era persa in un polverone di inutili dichiarazioni politiche. “Non ci sono detenuti di serie A e serie B. Dobbiamo lottare per migliorare il sistema carcerario” ha aggiunto la Cancellieri, assurta al ruolo di Giovanna D’Arco dei galeotti. Segnalazioni al Dap, note scritte e, soprattutto, tanta “umanità” per un ministro che, a sentire solo la sua campana, sarebbe pronto per la canonizzazione.

Messa una pietra sopra su quella che Beppe Grillo chiama “l’inestricabile foresta pietrificata” dei rapporti tra Politica e Affari che in Italia fa dei Ligresti, e di quelli come loro, dei cittadini un po’ più uguali degli altri, adesso tutti si aspettano dal ministro delle soluzioni pratiche per risolvere il dramma del sovraffollamento carcerario. E in questo senso va la relazione sulle carceri che il Guardasigilli ha inviato alla commissione Giustizia in Parlamento. Il mantra è sempre quello usato da Napolitano (“è l’Europa che ce lo chiede”). Le soluzioni proposte dalla Cancellieri sono due: la riforma della custodia cautelare, definita come una “odiosa anticipazione della pena” e il ricorso massiccio a pene alternative al carcere. Dei 64.564 detenuti, 24.774 non sono ancora “definitivi”, a rischio quindi di “indebita anticipazione della pena”. I reati legati a  droga e immigrazione quelli più puniti (più di metà dei reclusi, ma nessun accenno alla modifica di Bossi-Fini e Fini-Giovanardi), mentre è proprio il concetto di carcere così come lo conosciamo che i tecnici del ministero vorrebbero stravolgere.

Il linguaggio burocratese parla di “riscrittura del sistema sanzionatorio, in modo che la sanzione definitiva in carcere sia contenuta e riservata ai casi in cui la finalità rieducativa della pena non possa prescindere dalla privazione delle libertà”. Che tradotto significa che dietro le sbarre (discorso valido anche per gli animali) ci devono finire solo gli individui pericolosi per la società (assassini, stupratori, criminali seriali e violenti). Giusto che la regola valga anche per i Ligresti. Niente carcere, ma ai ricchi, soprattutto se riconosciuti ladri multimilionari, basterebbe togliere tutti i loro averi per punirli. D’altronde l’ha detto la stessa Cancellieri che Giulia Ligresti in carcere soffriva di più perché “abituata ad un alto tenore di vita”.

Annunci