Guerra civile in Ucraina: comunità ebraica pronta ad evacuare Odessa

comunità ebraica OdessaCome ammesso dallo stesso presidente ad interim Oleksandr Turčinov, nell’est dell’Ucraina imperversa una vera e propria guerra civile contro i filorussi che sta facendo decine di vittime. Sloviansk, circondata dalle truppe giallo-blu, è diventata la città simbolo della resistenza degli insorti vicini a Mosca contro quelli che vengono da loro stessi definiti i “nazisti ucraini”. Il ministro dell’Interno di Kiev, Arsen Avakov, ha dovuto ammettere la morte di 4 soldati e il ferimento di una trentina. Imprecisato il numero dei caduti tra i russofoni. Da Mosca, intanto, avvertono l’Occidente che “è a rischio la pace in Europa” perché la guerra civile si sta estendendo anche nel sud del paese e Putin non ha certo intenzione di restare a guardare.

La polveriera Ucraina rischia, infatti, di esplodere nella città di Odessa, già teatro dell’orrenda strage di venerdì 2 maggio, quando più di quaranta persone, in prevalenza filorussi, sono morti bruciati nell’incendio di un palazzo seguito a scontri furibondi tra le due fazioni. In quell’occasione rimasero feriti molti membri della nutrita comunità ebraica della città (circa 30mila persone) e ora il timore è che il risorgere di rigurgiti antisemiti possa portare ad un pogrom in stile nazista. La situazione in città è drammatica, i poliziotti rifiutano di usare la forza contro i russofoni che sono riusciti a liberare senza colpo ferire 67 loro compagni arrestati. Il governo di Kiev è stato così costretto ad inviare un battaglione delle forze speciali per cercare di non far cadere nell’anarchia Odessa, ma la situazione resta confusa.

In questo clima si inserisce l’intervista rilasciata al quotidiano israeliano Jerusalem Post dal rabbino Refael Kruskal – capo dell’organizzazione Tikva che si occupa di gestire i servizi sociali per gli anziani e i giovani – e da altri autorevoli rappresentanti della comunità ebraica di Odessa. Gli ebrei dichiarano di essere pronti ad evacuare la città in caso la situazione dovesse deteriorarsi. La prima cosa da fare, dice Kruskal, sarebbe chiudere le sinagoghe e portare i bambini fuori da Odessa. Il rabbino teme che la violenza antiebraica possa esplodere il 9 maggio in occasione della ricorrenza della vittoria sovietica sui nazisti nel 1945.

Anche Kira Verkhovsky, direttore del Migdal International Center of Jewish Community Programs, se pur con toni meno allarmistici, conferma l’intenzione di scappare in caso di nuove tensioni. Il principale piano di evacuazione prevede il trasferimento di parte della comunità nella città moldava di Kishinev utilizzando dei pullman.

Ma quale fondamento storico-politico hanno in Ucraina le ataviche paure degli ebrei di subire un nuovo olocausto da parte dei nazisti? A battere sul tasto del nazionalismo radicale diffuso in Ucraina, soprattutto tra i sostenitori del nuovo governo come l’organizzazione Pravy Sektor, sono naturalmente i mass media legati alla Russia di Putin. Tipico esempio ne è il quotidiano filorusso in lingua inglese Russia Today che ha subito rilanciato la notizia dei preparativi della comunità ebraica per evacuare Odessa. Accuse di nazismo spesso strumentali, ma che trovano una loro giustificazione nel passato dell’Ucraina.

Nell’ottobre del 1941, in piena Operazione Barbarossa, le truppe di occupazione naziste, supportate dall’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, sterminarono tra i 25mila e i 34mila ebrei nella zona di Odessa. In totale gli ebrei uccisi con la collaborazione della polizia ucraina furono 200mila. Tornando alla cronaca, Russia Today cita alcuni casi recenti di antisemitismo ad Odessa, come la profanazione del cimitero ebraico avvenuta il 10 aprile scorso. È comprensibile che, di fronte a questi fatti, la comunità ebraica di Odessa tema un ritorno al passato. La propaganda russa, inoltre, getta benzina sul fuoco denunciando le violenze commesse da forze “ultranazionaliste, estremiste e neonaziste” e consegna al presidente Putin un libro bianco sulla violazione dei diritti umani in Ucraina.

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Lerner e Ovadia denunciano la corruzione della comunità ebraica

Ovadia LernerSei milioni di euro scomparsi dalle casse della comunità milanese. I presunti rimborsi gonfiati all’Ospedale Israelitico di Roma. È una torbida vicenda di corruzione, truffa e denaro sporco quella che sta tormentando la vigilia della settimana del Pesach, la celebrazione della Pasqua Ebraica (14-22 aprile). Due ebrei Vip come Gad Lerner e Moni Ovadia, insieme all’architetto Stefano Levi della Torre, hanno deciso di scrivere una lettera aperta, postata sul blog di Lerner, per denunciare che i due scandali che hanno colpito la comunità ebraica italiana sono il frutto, a loro modo di vedere, di “leadership dedite a rapporti privilegiati col potente di turno” e “disinvolte nell’abbinare il settarismo identitario con le pratiche clientelari “.
Tanto è bastato per scatenare la dura reazione dei diretti interessati: i presidenti delle comunità romana e milanese, Riccardo Pacifici e Walker Meghnagi, e il capo dell’Unione delle Comunità Ebraiche, Renzo Gattegna. I tre leader con la kippah bollano come “invenzioni” le accuse mosse da Lerner e Ovadia e promettono di “passare oltre” (traduzione di Pesach) a quella che definiscono una “provocazione”. Ma ormai è palpabile l’insofferenza tra gli ebrei italiani per una gestione allegra che rischia di mettere in crisi i “valori fondativi” della comunità. E le procure continuano ad indagare.
Il primo caso è quello dell’indagine della procura meneghina sui fondi sottratti ai 6mila ebrei milanesi. Il responsabile si chiama Giorgio Lainati, direttore amministrativo della comunità fino a pochi mesi fa e dipendente da oltre da trent’anni. Adesso è indagato per truffa. La notizia dell’inchiesta pare aver fatto cadere dalle nuvole Meghnagi che ha così commentato: “Non avremmo mai ritenuto potesse verificarsi qualcosa di simile”. Secondo il suo accusatore Lerner, però, la responsabilità è anche della “negligenza” del presidente della comunità milanese.
Alcuni retroscena giustificano il livore dimostrato dal famoso giornalista nei confronti del correligionario con la condanna del “rapporto molto intenso” tra Meghnagi e Ignazio La Russa. Ma la causa scatenante della separazione di Lerner dalla comunità milanese furono le frasi pronunciate da Silvio Berlusconi il 27 gennaio 2013, Giornata della Memoria della Shoah. Quel giorno, durante la commemorazione al Binario 21 della stazione, l’ex Cavaliere disse che “per tanti versi Mussolini aveva fatto bene, ma il fatto delle leggi razziali è stata la peggiore colpa”. L’indignazione di facciata dimostrata in quel caso dai rappresentanti degli ebrei era stata considerata troppo servile da Lerner che uscì sbattendo la porta e trasferendosi a Casale Monferrato.
L’attenzione di Moni Ovadia è invece incentrata sui fatti romani. Non è un caso che nella lettera che chiede di “fare pulizia prima di Pasqua” compaia un accenno agli “atteggiamenti di intolleranza” che nel gennaio scorso a Roma hanno portato “all’interruzione di un pubblico dibattito”. Il riferimento è alla presentazione del libro Sinistra e Israele in cui fu impedito di parlare al “dissidente” Giorgio Gomel. In quello stesso periodo alcuni giovani subirono il pestaggio di una ronda in kippah all’interno del ghetto di Roma. Fatti che, sommati all’amicizia di Pacifici con l’ex missino Gianni Alemanno, avevano portato Ovadia ad accusare di fascismo la comunità ebraica romana.
Logico che il mal governo del Popolo di Israele in Italia dovesse legarsi giocoforza alle “pratiche clientelari” che hanno permesso la presunta truffa allo Stato di 85 mln di euro da parte dell’Ospedale Israelitico ai tempi diretto dal poltronista Antonio Mastrapasqua. Le malelingue dicono che Ovadia si stia facendo pubblicità perché candidato alle elezioni europee con la Lista Tsipras, ma che gli ebrei debbano cominciare a specchiare di meno il loro storico narcisismo è un dato di fatto, se non vogliono che la loro comunità venga travolta dalla corruzione.