La guerra dei delegati decide il futuro politico di Berlusconi

Sono stati i risultati del pallottoliere manovrato da Denis Verdini a convincere Silvio Berlusconi ad accelerare i tempi della convocazione del Consiglio Nazionale Pdl che si terrà il 16 novembre prossimo al Palazzo dei Congressi dell’Eur, a Roma. “Siamo già arrivati a 650 firme” sul totale di poco più di 830 delegati aventi diritto di voto all’assise romana, ha esultato ieri il falco Verdini di fronte al Cavaliere. Molte di più delle 560 necessarie per raggiungere la quota dei 2/3dei delegati che serve per cambiare lo statuto del partito e tornare a Forza Italia.

La “svolta a destra” che i lealisti guidati da Raffaele Fitto si attendevano da giorni. Un colpo basso per gli alfaniani, impegnati in questi giorni a raccogliere firme (Formigoni), convincere i malpancisti (Giovanardi), stilare documenti (Scopelliti) e, soprattutto, recitare proclami di scissione (Cicchitto). È stato lo stesso Berlusconi ad alzare la cornetta per chiamare Alfano nel cuore della notte tra mercoledì e giovedì per comunicargli la decisione irrevocabile di convocare il Consiglio Nazionale, presa dopo l’incontro di Palazzo Grazioli con lo stesso Verdini e gli altri fedelissimi Bondi, Gasparri, Fitto e Matteoli. Una doccia scozzese per Angelino che, a sentire le voci di corridoio pidielline, deve ancora decidere da che parte stare. Una senso unico da imboccare, invece, per il Cavaliere, obbligato ad invertire l’ordine degli appuntamenti di un novembre politico mai stato così bollente. Il 18 Montecitorio dovrebbe chiudere sulla legge di Stabilità, il 27 Pietro Grasso ha calendarizzato al Senato il voto sulla decadenza.

 

Andare alla conta interna nel Pdl, questo il ragionamento dei lealisti, dopo due appuntamenti che potrebbero sancire l’irrilevanza politica di Berlusconi, avrebbe significato rischiare la mancata incoronazione del sovrano di Arcore sul trono di Forza Italia. Ma Forza Italia deve rinascere, oltre che per cercare di salvare il Capo dai processi, proprio per ritornare ad essere il baluardo anti-tasse che Berlusconi pubblicizza con successo da 20 anni, così da scaricare sul Pd e sui “traditori” il peso di un governo impopolare come quello di Letta. Ecco spiegata la convocazione lampo del Consiglio Nazionale con l’ordine del giorno “Relazione del presidente e adempimenti conseguenti l’Ufficio di presidenza del 25 ottobre”, ovvero ritorno a Forza Italia con pieni poteri rimessi al fondatore. Una mossa che evidentemente sta scompaginando i ranghi già disorientati degli innovatori vicini ad Alfano, a loro volta divisi tra i “tentati al ritorno” come lo stesso Angelino e Lupi, e i centristi decisi alla spaccatura pur di non entrare in Forza Italia.

Tra questi ultimi, da segnalare il superattivismo di Formigoni e Cicchitto. Il primo, più impegnato di un teen-ager a mandare messaggi su twitter; il secondo, protagonista della minaccia di scissione. “A breve faremo conoscere il documento degli Innovatori de @ilpdl con le nostre posizioni sul partito, il governo, il futuro. E lo diffonderemo”, ha twittato mercoledì il Celeste, meritandosi però un’agghiacciante sconfessione da Alfano e Quagliariello che negano di aver vergato il testo. Il giorno dopo, l’ex governatore lombardo (nuovamente al centro delle cronache per le vacanze da sogno pagate da altri) ha aggiustato il tiro, giurando di aver assicurato alla causa degli Innovatori molti degli 830 delegati: “Consiglio Naz PDL il 16 novembre. Ns documento è ufficiale e le firme (tante!) stanno arrivando. Ovviamente si dovrà votare a scrut. Segreto”.

Ancora più grave, se possibile, lo strappo consumato da un berlusconiano della prima ora come Fabrizio Cicchitto. Tagliato fuori dai ruoli che contano, l’ex socialista e piduista, ha deciso di farsi portavoce dei governisti intransigenti paventando la possibilità di disertare il Consiglio Nazionale, anticamera della scissione vera e propria. Dopo aver ribadito che non entrerà mai in un “partito estremista”, alla domanda su una possibile assenza dei governisti il 16 novembre ha risposto: “È una partita tutta da vedere. La riunione è prevista per il 16, c’è tutto il tempo per riflettere e per decidere”.

Letta rifonda la Democrazia Cristiana, ma Berlusconi non è sconfitto

Solo l’ennesimo e inaspettato colpo di teatro di Silvio Berlusconi, l’annuncio del sì al voto di fiducia al governo Letta , ha reso nuovamente incerto quello che sembrava un risultato politico ormai acquisito: la formazione di un grande contenitore di Centro, deberlusconizzato, nato intorno al sostegno incondizionato alla linea di governo ribadita ieri mattina al Senato da Enrico Letta. La Democrazia Cristiana del XXI secolo. Il piano del presidente del Consiglio -che evidentemente ha appreso l’arte della Politica dallo Zio molto meglio di quanto dimostra- era ben congegnato, quasi diabolico, tanto riuscire ad andare quasi in porto. L’intenzione del premier che tutti vogliono (Napolitano, Merkel, Bce, Europa, Banche e perfino l’America) era quella di mettere all’angolo un Berlusconi ormai prossimo alla decadenza, forte di un accordo carbonaro siglato con i ministri del Pdl, conosciuti fino a ieri come “colombe” e da oggi come alfaniani.

Troppo facile sfruttare il passo troppo lungo fatto dal Cavaliere con la richiesta di far dimettere tutti i suoi parlamentari e l’intera delegazione ministeriale Pdl. La tensione per le stringenti vicende giudiziarie personali deve per forza aver condizionato la lucidità mentale di Berlusconi, anche se l’Uomo possiede risorse infinite. Gli scissionisti guidati da AlFini (Alessandra Mussolini dixit) hanno subito risposto al segnale concordato con Letta, mettendo Berlusconi con le spalle al muro: o voti la fiducia con noi, oppure il partito si spacca. Anzi, ormai si spaccherà comunque. Un sfida suicida che il Capo aveva accettato. Poi, però, nel corso della drammatica nottata di trattative tra martedì e mercoledì, sondaggi sfavorevoli e nomi dei traditori alla mano, qualcosa deve essere cambiato. Pur di non rimanere chiuso all’angolo, l’imprevedibile Cavaliere ha preso la parola a Palazzo Madama e in 2 soli minuti ha mandato in frantumi il sogno DC del duo Letta-Alfano.

 

Risultato: Sì alla fiducia al governo Letta con 235 voti, due in più dell’esordio. Tutto da rifare dunque. Niente maggioranza “più ristretta, ma coesa” auspicata dal premier. Rimarranno nei libri di storia –oltre all’inevitabile, lento addio alla scena di Mister B.- i volti segnati da un ghigno di terrore misto a stupore esibiti dai due giovani democristiani (lì, all’ombra dello scudo crociato, sono cresciuti entrambi) nel momento in cui il vecchio rivale pronunciava le fatidiche parole: “…per queste ragioni voteremo la fiducia al governo Letta”. Certo, una mossa disperata da parte di un Berlusconi conscio dei ristretti spazi di manovra e dei prossimi conti con la giustizia da saldare. Comunque spiazzante, e non è detto che il putsch non riesca ancora una volta.

Il piano di avvicinamento alla nuova DC prevedeva e prevede ancora la formazione di gruppi autonomi di centrodestra sia al Senato che alla Camera, una terza gamba per il “governo di Bruxelles” tenuto in piedi da Letta. Liberi da Berlusconi, ma liberi anche dalle pressioni dell’ambizioso Matteo Renzi, annichilito dall’obbligo mediatico di sostenere un governo a guida PD. A questo proposito, i diversamente berlusconiani, quelli cioè che hanno pugnalato alle spalle Silvio, sono rimasti completamente sorpresi dalla mossa del Cavaliere e adesso sono nel panico. I più duri, Roberto Formigoni e Carlo Giovanardi, tengono ancora la posizione di un gruppo autonomo al Senato (tra 25 e 35 membri, dicono loro). Ma pezzi grossi come Maurizio Sacconi e il ministro Quagliariello (di nome e di fatto) già cominciano a frenare, timorosi del metodo Boffo. “Nei prossimi giorni si aprirà un processo di riflessione”, ha smorzato i toni Quagliariello intervistato dal Tg3.

Stessa situazione alla Camera, dove Fabrizio Cicchitto, bastonato martedì sera da “Berja” Sallusti a Ballarò, ha perso il suo proverbiale senno annunciando la richiesta di un gruppo autonomo di cui farebbero parte 12 alfaniani, presto moltiplicati fino a 26. Ma nella lista Cicchitto risultano anche i ministri Alfano, Lupi, De Girolamo e Lorenzin i quali, tranne quest’ultima, hanno già smentito la fronda. La formazione dei gruppi è al momento congelata .“Sono nel Pdl e rimango nel Pdl”, ha detto decisa la De Girolamo. E chi sa se “l’offerta che non si può rifiutare” Berlusconi la sta già facendo agli altri emuli del figliol prodigo. Addio sogno DC.

Forza Italia verso la spaccatura. Ecco la lista degli scissionisti

Il piano di Silvio Berlusconi per tornare alle urne alla guida di Forza Italia, prima di decadere dalla carica di senatore e diventare incandidabile, rischia di fallire proprio a un passo dalla meta. La causa dello stop alla corsa verso le elezioni anticipate è clamorosa e inaspettata: il tradimento da parte di buona parte del cerchio magico di Palazzo Grazioli. Lo scontro intestino scatenatosi tra le due anime del fu Pdl per la conquista delle posizioni di vertice nel rinascente partito –con al centro la discussione sul giudizio politico e sulla fiducia da assegnare al governo di larghe intese guidato da Enrico Letta- sembra ormai essere giunto ad una svolta decisiva. Da Giovanardi a Cicchitto, passando per i ministri Quagiariello e Lupi per arrivare a lambire persino il delfino Angelino Alfano,i big del centrodestra non ci stanno a fare la fine dei Filistei e a morire insieme a Sansone-Berlusconi. E, miracolo italiano, cominciano a parlare con una voce diversa da quella del Padrone.

Il primo a uscire fuori dal coro era stato Carlo Giovanardi, esperto navigatore parlamentare di scuola democristiana. “Non ho firmato e non firmerò le dimissioni da senatore”, aveva detto a caldo, smarcandosi dalla commedia delle dimissioni di massa. Ma da un battitore libero come Giovanardi c’era da aspettarselo. La pugnalata che Silvio non si aspetta arriva invece dal delfino senza quid Angelino Alfano. Il vicepremier ci ha pensato su una notte intera, ma alla fine ha deciso di fare outing. “Non possono prevalere nel partito posizioni estremistiche estranee alla nostra storiascrive in una nota un Alfano dal quid ritrovato-  Se prevarranno quegli intendimenti, il sogno di una nuova Forza Italia non si avvererà. So bene che quelle posizioni sono interpretate da nuovi berlusconiani ma, se sono quelli i nuovi berlusconiani, io sarò diversamente berlusconiano”. Tutta colpa dei falchi, alias Denis Verdini e Daniela Santanchè– salvando Berlusconi nel segno del “se lo avesse saputo Lui” di mussoliniana memoria.

 

Partito Alfano, la valanga azzurra ha cominciato a montare. Il fronte governativo dei ministri trombati loro malgrado sembra compatto. Gaetano Quagliariello, amico di Napolitano e già in odore di fronda, annuncia con tono ultimativo: “Se Forza Italia è questa, io non aderirò”. Decisa fino al martirio anche Beatrice Lorenzin, ministro della Sanità a sua insaputa: “Non condivido una linea di partito che spinge verso una destra radicale”. Appena più accomodante il “ciellino sempre” Maurizio Lupi: “Noi vogliamo stare con Berlusconi, con la sua storia e con le sue idee, ma non con i suoi cattivi consiglieri”. La lista dei ministri si chiude con Nunzia De Girolamo, anche lei snocciola la litania “con Berlusconi sì, con i falchi no”. Prima di loro, era stato il sottosegretario al Tesoro, Alberto Giorgetti a parlare col fegato in mano: “Non lascio da deputato”.

Ma la lista dei “Bruto” si allunga di ora in ora. A dire la verità, per dare a Bruto quel che è di Bruto, il secondo congiurato dopo Giovanardi era stato uno che di intrighi ne ha vissuti fin troppi per non pensare di vendere cara la pelle. Fabrizio Cicchitto, l’ex socialista e piduista ritenuto fino a ieri un fedelissimo del Cavaliere. Proprio lui. “Una decisione come quella di far cadere il governo Letta-Alfano in un momento economico e sociale così delicatoha commentato in una nota con la solita ambiguità-  non può essere assunta da un ristretto vertice del Pdl. Berlusconi non ha bisogno di un partito di alcuni estremisti che nelle occasioni cruciali parlano con un linguaggio di estrema destra”. Non un benservito a Forza Italia, ma qualcosa di molto simile. A proposito, nelle ultime ore diverse indiscrezioni giornalistiche hanno dato forma addirittura al nome del nuovo partito di transfughi, responsabili, venduti o traditori che dovrebbe nascere per dare la fiducia a un Letta-bis e conservare così l’indennità parlamentare per tutta la legislatura. Si chiamerebbe Italia Popolare, un contenitore misterioso di cui dovrebbero far parte, oltre ai già nominati, anche Maurizio Sacconi, Osvaldo Napoli e una quindicina di senatori siciliani e campani come Naccarato, Compagna, Castiglione, Torrisi, Pagano, Falanga. Fantapolitica? Si attendono conferme e smentite.

Cicchitto al Copasir per fermare Grillo

Fabrizio Cicchitto potrebbe essere eletto presidente del Copasir, la Commissione parlamentare di controllo dei servizi segreti, per sbarrare la strada ad una possibile candidatura di un esponente del Movimento5Stelle. La denuncia politica l’ha fatta lo stesso Beppe Grillo dalle pagine del suo blog con un post apparso nella giornata di venerdì. L’accusa di Grillo è grave e circostanziata, ricavata da un lancio di agenzia del sito agenparl.it.

“A quanto apprende AgenParl da fonti parlamentariscrive l’agenzia di stampal’on. Fabrizio Cicchitto sarebbe il membro dell’opposizione ad aggiudicarsi la presidenza del Copasir. La sua nomina oltre a placare le ambizioni interne al Pdl, leverebbe la presidenza del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica ai grillini che l’hanno richiesta al Pd insieme ad altri ruoli di prestigio come la presidenza di una delle Camere”. Tanto è bastato per indurre Grillo a prendere carta e penna virtuali per chiarire a modo suo la vicenda.

“Un ex-iscritto alla P2 alla commissione parlamentare di controllo dei servizi segreti? E perché no? Si tratta di Fabrizio Cicchitto, già capogruppo PDL alla Camera”. Esordisce così il guru dei 5Stelle, legando Cicchitto ad un passato mai sepolto completamente. Secondo Grillo l’ordine di far fuori dal Copasir una forza ritenuta anti-sistema come quella dei grillini sarebbe venuto direttamente da due dei più giurassici dinosauri rimasti a calcare la scena politica italiana: Beppe Pisanu e Lamberto Dini. Citando come fonte il quotidiano Repubblica, Grillo riporta sul blog le frasi furtive che i due, certi di non essere ascoltati si sarebbero scambiati a Palazzo Madama giovedì scorso.

 

È interessante citare per intero gli scampoli di chiacchierata tra quelli che il capopopolo genovese definisce “due vacche sacre”: “In un Senato semideserto Lamberto Dini dice a Beppe Pisanu: “Se i grillini arrivano in commissioni delicate come l’Antimafia o il Copasir è un problema. E tu lo sai.”. “Eccome”, risponde l’ex ministro, “se avranno un questore renderanno pubblici i costi di qualsiasi cosa qui dentro. Caramelle comprese”. Per chiudere poi con un equivocabile: ” Dini, fai outing! Se credi che il M5S al Copasir sia un problema, racconta subito tutto quello che sai”. L’Italiano medio a questo punto si starà chiedendo quali segreti inconfessabili si celino dietro la gestione delle due commissioni. Una stanza rimasta sempre chiusa, difesa addirittura, questa l’accusa di Grillo, dai membri della loggia massonica Propaganda 2 fondata dal Venerabile Maestro Licio Gelli, mai scioltasi definitivamente.

Dopo un breve riepilogo della poco edificante carriera col cappuccio di Cicchitto, Grillo passa all’attacco del Copasir stesso, da aprire “come una scatola di sardine” allo stesso modo del parlamento. La collaborazione con giornalisti come l’agente Betulla Renato Farina, il caso Abu Omar, la nuova legge targata Pd-Pdl che ha segnato una stretta sulla trasparenza dell’operato dei servizi. Sono tutti punti dolenti sui quali Beppe Grillo batte il chiodo del M5S. Con la nuova legge, secondo lui, i magistrati che hanno indagato sulle stragi di piazza Fontana, Brescia, i delitti Mattei e De Mauro non avrebbero potuto “utilizzare le milioni di pagine provenienti dagli archivi dei servizi”.

Un inciucio della casta quello messo in piedi dal duo Dini-Pisanu, con la collaborazione di tutti i mass-media di Regime che, fino ad oggi, non hanno scritto una riga sulla questione Copasir. Questa l’idea di Grillo. La chiusura del post non poteva essere che grillina: “Immaginare che a capo del Copasir finisca un ex-piduista è davvero troppo. Dopo Cicchitto Presidente della Commissione, avremo Licio Gelli come consulente?”.