Strage di Bologna e caso Moro: la versione di Carlos lo Sciacallo

Carlos lo SciacalloLa strage di Bologna? Giusva Fioravanti e Francesca Mambro sono “dei coglioni” che non c’entrano niente. La responsabilità è dei servizi segreti militari americani attraverso Gladio. Il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro? Orchestrato da agenti del Mossad israeliano infiltrati nelle Brigate Rosse. Il terrorista Ilich Ramírez Sánchez, meglio noto con il soprannome di Carlos lo Sciacallo, ribadisce la sua versione dei fatti sui misteri d’Italia degli anni ’70-’80 in occasione dell’intervista rilasciata al saggista Marco Dolcetta e pubblicata sul Fatto Quotidiano. Ma, dalla Maison centrale di Poissy, il carcere speciale francese dove sconta l’ergastolo, Carlos aggiunge qualche particolare interessante al suo racconto in bilico tra realtà e romanzo.

Occorre premettere che il venezuelano Ilich Ramírez Sánchez ha abbracciato sin da giovane il credo comunista-leninista-stalinista, senza mai abbandonarlo. Ha iniziato la carriera di eversore nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e in seguito ha fondato il gruppo terrorista Separat, composto quasi esclusivamente da tedeschi. Un comunista vecchio stile che ha flirtato pericolosamente con i servizi segreti di mezzo mondo, una persona che valuta gli avvenimenti ancora come uno scontro tra Capitale e rivoluzione socialista.

Con queste credenziali Carlos si permette di ritornare sulla vicenda di Thomas Kram, un rivoluzionario tedesco membro del suo gruppo che si trovava a Bologna, vicino alla stazione, proprio il 2 agosto 1980, giorno dell’attentato. La pista Kram è stata battuta più volte anche dagli inquirenti che indagano sulla strage di Bologna, ma lo Sciacallo conferma che Kram, appena giunto nel capoluogo felsineo, “è stato seguito da un sacco di gente con dei cappotti lunghi”. La prova, secondo Carlos, che “c’è gente che ha interesse a non far passare la verità” e che voleva coinvolgere il giovane tedesco nella strage (magari facendolo “casualmente” morire nell’esplosione) perché “era la copertura ideale per l’attentato”. La nonna di Kram, spiega Carlos, era un’ebrea a capo della Resistenza comunista di Berlino che si occupava proprio di sabotare i treni.

Dunque, il botto di Bologna non l’hanno organizzato né il Mossad né la Cia, ma gli 007 militari americani tramite la struttura segreta Gladio (Stay Behind). E poi, aggiunge lo Sciacallo, “non credo che quei giovani fascisti del cavolo (Fioravanti e Mambro condannati all’ergastolo ndr) siano dietro quest’attentato, non si danno a dei coglioni quelle quantità di esplosivi militari”.

Anche sul caso Moro il compagno Carlos dimostra di essere preparato. Secondo lui non ci sono dubbi che le BR romane fossero infiltrate dal Mossad. E la dimostrazione sarebbe la geometrica potenza con cui i terroristi hanno annientato la scorta del presidente DC. Per Carlos sui morti di via Fani c’è la firma dei servizi israeliani perché non era nell’interesse delle BR “giustiziare” quei poliziotti. Quella strage è stata solo una “provocazione”. Sulla morte di Moro cala anche l’ombra della collaborazione degli “spioni” italiani. Carlos accusa il generale Giuseppe Santovito (membro della P2 e capo del Sismi durante i 55 giorni) di essere un “generale fascista” che insieme ad altri ha tramato per impedire uno scambio tra Moro, detenuto nella prigione del popolo, e alcuni compagni brigatisti che potevano facilmente essere trasferiti a Beirut.

Una “operazione da professionisti”, insomma, che ha permesso agli americani di sbarazzarsi di Moro e dei “patrioti che controllavano il segreto militare”. Ma non solo, perché Carlos accusa Valerio Morucci e Adriana Faranda, membri della colonna romana delle BR, di essersi “riempiti le tasche” con il doppiogioco per i Servizi, e ne ha anche per il PCI dell’epoca che “si è messo d’accordo con Cossiga per abbandonare Moro. E la P2 è arrivata al potere”. E lì sembra rimasta.

Annunci

Via Fani, Servizi e Br alleati. Svolta investigativa o depistaggio?

via FaniEnrico Rossi, ispettore in pensione della Digos, ha riferito all’Ansa che i due uomini presenti in via Fani a bordo di una moto Honda il 16 marzo 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro, erano membri dei servizi segreti con il compito di proteggere le Br. Le sue conclusioni sono il frutto di risultanze investigative da lui stesso riscontrate tra il 2009 e il 2012 sulla base di una lettera anonima ricevuta dal quotidiano La Stampa.
Nella missiva periziata da Rossi, uno dei due presunti componenti del commando di appoggio alle Brigate Rosse durante l’agguato costato la vita ai 5 uomini di scorta del politico Dc, si autoaccusa dell’azione, si dichiara alle dirette dipendenze del colonnello del Sismi Camillo Guglielmi, dice di essere malato terminale di cancro e fornisce elementi utili all’identificazione del pilota della due ruote giapponese. L’ex poliziotto lascia anche intendere di essere stato ostacolato nelle indagini da elementi interni alle forze dell’ordine e di essersi deciso a rassegnare le dimissioni nell’agosto del 2012 proprio a causa di queste “incomprensioni”.
Ma perché Rossi si decide a parlare solo adesso? La giustificazione di sentirsi al sicuro perché in pensione non regge. E infatti il procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo ed il sostituto Luca Palamara hanno deciso di convocare il Serpico de Noantri a piazzale Clodio per cercare di fare luce su uno dei più oscuri misteri italiani. Le rivelazioni di Enrico Rossi stanno facendo storcere il naso a più di un esperto del caso Moro. L’ex pg romano Luciano Infelisi solleva dubbi sulla tempistica. L’avvocato Giovanni Pellegrino, che dal 1994 fu presidente in quota Ds della Commissione parlamentare su stragi e terrorismo, bolla la storia degli 007 sulla moto come una “gran bufala”.
Bisogna ricordare che il particolare di una moto Honda di grossa cilindrata e di colore blu, presente sulla scena dove si sviluppò la “geometrica potenza” dei brigatisti, non è estraneo all’inchiesta sull’omicidio Moro. Pellegrino, intervistato da Repubblica, cita l’episodio dell’ingegner Alessandro Marini, l’uomo il cui motorino fu colpito da una raffica di mitra sparata proprio dagli uomini sulla moto mentre si trovava tra via Fani e via Stresa. “I più pasticcioni di tutti” li definisce Pellegrino che poi cita, tanto per chiarire il concetto, le parole di Raimondo Etro, militante della colonna romana delle Br. Etro parlò dei “due cretini dell’Honda”, convinto che i presunti agenti segreti fossero membri dell’Autonomia Operaia “in cerca di gloria”.
Pellegrino giudica comunque inspiegabile la presenza nei dintorni di via Fani del colonnello Guglielmi. Lui si giustificò dicendo di essere stato invitato a pranzo da un amico, ma Sergio Flamigni, ex senatore del Pci e membro delle commissioni Moro e P2 non fece fatica a definirlo “uno dei migliori addestratori di Gladio”. Ed è proprio l’ombra di Gladio, l’organizzazione paramilitare segreta della Nato, ad alimentare i dubbi su un possibile tentativo di depistaggio messo in atto dalla solita manina con il più o meno consapevole supporto di Enrico Rossi.
Di questo avviso è anche Miguel Gotor. Secondo lo studioso “la nuova rivelazione non è un fulmine a ciel sereno” perché arriva alla vigilia dell’istituzione di una nuova Commissione parlamentare. Quello di Rossi potrebbe essere “un segnale” seguito presto da altri. Gotor sottolinea che la credibilità di Rossi è incrinata dalla sopraggiunta morte dei due motociclisti da lui identificati e dalla circostanza che le armi ritrovate (una Beretta e una Drulov cecoslovacca) sono state distrutte dopo che le procure di Torino e Roma non hanno dato credito alle indagini di Rossi.
Insomma, a sentire Gotor, ci troviamo di fronte ad un “classico tentativo di disinformazione” che serve a spostare l’attenzione sui nostri servizi segreti e a “intorbidire le acque” per nascondere la verità. “Il muro di gomma riguardante la Honda blu” è ancora in piedi, difeso anche da brigatisti come Mario Moretti, la sfinge delle Br, che non ha mai voluto fornire particolari sulla vicenda.