Cancellieri e governo: partita a due tra Renzi e Napolitano

Annamaria Cancellieri ha passato indenne la prova della mozione di sfiducia presentata alla Camera dal M5S. La maggioranza Pd, (ex) Pdl, (ex) Scelta Civica ha retto compatta alla prova del voto, sposando in toto la spericolata tesi del ministro della Giustizia sulla natura “amichevole” e “umanitaria” del suo rapporto telefonico con i Ligresti. Non proprio come il voto sulla famigerata “Ruby nipote di Mubarak”, ma qualcosa di molto simile. Le cronache narrano che sia stato il diktat pronunciato da Enrico Letta durante la drammatica assemblea Pd di martedì sera (“Sfiduciare la Cancellieri significa sfiduciare il governo”), a far rientrare nei ranghi Matteo Renzi e gli altri candidati alla segreteria, costretti a piegarsi alla linea della “fedeltà al partito e al governo”. Come ai tempi di Togliatti.

I retroscena pubblicati dal Fatto Quotidiano raccontano però un’altra storia, diversa dalla favola di Letta “Palle d’acciaio”, deciso a difendere il proprio Guardasigilli fino al punto di sfidare Renzi, segretario in pectore del Pd, e rischiare la caduta dell’esecutivo. “Caro Matteo – esordisce suadente al telefono “Enrico” martedì pomeriggio – è il presidente che lo chiede, sulla Cancellieri fate un passo indietro”. Il “presidente” a cui fa riferimento Letta è, naturalmente, Giorgio Napolitano, colui che in cambio della rielezione al Colle ha preteso le chiavi del governo delle larghe intese (poi divenute un po’ più strette), affidandone poi la guida al fiduciario Letta Nipote.

 

Altro che “Palle d’acciaio”. Letta si sarebbe rifugiato sotto l’ombrello di Napolitano per far cambiare idea ad uno scalpitante Renzi che, dopo un furioso scambio di opinioni su procura di Torino, innocenza della Cancellieri e “questione politica e non giudiziaria”, aveva twittato: “Il gruppo si riunisce: o il presidente del Consiglio pone una questione di fiducia sulla vicenda Cancellieri, e fossi in lui non lo farei, oppure il Pd deve votare”. Toni bellicosi magicamente dissoltisi poche ore dopo quando, per ricompattare il partito lacerato, il sindaco di Firenze ha compiuto il richiesto “passo indietro”. Napolitano ha così esercitato per l’ennesima volta il suo potere di persuasione, immenso, perché il presidente ha legato la cattiva sorte del governo Letta alle sue dimissioni dal Quirinale.

L’ambizioso Renzi è consapevole che il suo maggiore avversario sulla strada di Palazzo Chigi non sarà il “giovane” Letta, ma ancora il “vecchio” Napolitano, deciso con il suo interventismo a garantire all’Europa la “stabilità” richiesta. Resta ancora un mistero comprendere perché, nella testa del presidente, il governo Letta sia l’unica soluzione possibile e, soprattutto, perché la caduta di un ministro divenuto impresentabile di fronte all’opinione pubblica avrebbe condotto ad una reazione a catena. In attesa di prendersi la segreteria l’8 dicembre e il governo chissà quando, Renzi è costretto ad ingoiare anche il rospo degli sfottò di Massimo D’Alema, uomo di apparato per tutte le stagioni. “Renzi ha fatto tutto questo numero contro la Cancellieri che sembrava volesse rovesciare il mondo – ha detto il Lìder Massimo – Finito twitter, il Gruppo del Pd ha deciso di votare la Cancellieri e Renzi ha incartato e portato a casa”.

La ritirata strategica di Renzi sul caso Cancellieri risveglia la vena polemica di Beppe Grillo sul vero ruolo di Napolitano. “La scissione del Pdl con un gruppo di residuati tossici è stata ispirata con tutta probabilità dal Colle a protezione del cocco di mamma Letta – posta Grillo sul blog – E come dimenticare i senatori a vita eletti da Napolitano, quattro voti sicuri per il Nipote?”. Un j’accuse, peraltro non inedito nei confronti del Quirinale (vedi la richiesta di impeachment), che si conclude scandendo che “Napolitano è il collante di questa situazione, Letta è solo un pupazzo”. Esattamente quello che pensa Renzi, pronto a dare il via allo scontro finale con Napolitano, ma solo dopo le primarie dell’8 dicembre.

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Cancellieri scaricata anche da Letta e Caselli: pronte le dimissioni

Si allunga sempre di più la lista di quanti prendono le distanze da Annamaria Cancellieri, e si fanno sempre più insistenti le voci di dimissioni del ministro della Giustizia. Del M5S, di Sel e della Lega si conosceva da tempo la posizione intransigente di richiesta di dimissioni. Volontà sancita, nel caso dei grillini, dalla presentazione di una mozione di sfiducia a Montecitorio che dovrebbe essere messa ai voti mercoledì 20 novembre. “Dovrebbe”, il condizionale è d’obbligo, perché in queste ultime ore sembra che anche la granitica fiducia riposta nel Guardasigilli da Enrico Letta e dal suo governo stia cominciando a scricchiolare.

L’indiscrezione arriva addirittura dal Financial Times, l’autorevole quotidiano d’Oltremanica secondo il quale non meglio precisate “fonti interne” al governo Letta avrebbero riferito che il ministro ha cambiato linea e sta pensando seriamente alle dimissioni. Una maniera elegante e dissimulatrice, quella di Palazzo Chigi spalleggiato dal foglio anglofono, per invitare la Cancellieri a farsi da parte togliendo dall’impaccio l’esecutivo. A parte Letta, anche la procura di Torino ha deciso di forzare i tempi per sbarazzarsi della patata bollente rappresentata dall’indagine sulla Cancellieri. Ieri pomeriggio il procuratore Capo Gian Carlo Caselli ha preso carta e penna per comunicare di aver aperto un fascicolo senza indagati e senza reati e di averlo spedito subito a Roma, competente territorialmente. “Nessun soggetto è stato iscritto nel registro degli indagati – scrive Caselli – E’ stato invece formato un fascicolo modello K di atti relativi a fatti nei quali non si ravvisano reati allo stato degli atti, ma che possono richiedere approfondimenti”.

 

I magistrati piemontesi rispondono – prima con una dura nota del procuratore generale Marcello Maddalena e poi con Caselli che scarica il caso Cancellieri – all’attacco ricevuto dai collaboratori del ministro che, secondo la ricostruzione fatta dal quotidiano La Stampa, accusano la procura sabauda di aver commesso cinque gravi violazioni delle regole nella conduzione dell’inchiesta FonSai che ha coinvolto la Cancellieri. Mancata trasmissione delle carte al Tribunale dei ministri, assenza di un avvocato difensore all’interrogatorio del 22 agosto, obbligo di rispondere imposto a torto, mancata autorizzazione del Senato all’uso delle intercettazioni e assenza del filtro di un giudice tra procura e ministro. Accuse che a Caselli e colleghi saranno sembrate una rappresaglia per non aver rispettato le regole non scritte della “omertà istituzionale”. Il “fatte li cazzi tua” di Antonio Razzi, insomma.

Tornando alla lista degli “scaricatori” della Cancellieri, il Pd rischia seriamente di ricompattarsi, almeno per una volta, se anche i governativi lettiani propenderanno per la richiesta di dimissioni avanzata dai quattro moschettieri candidati alle primarie Renzi, Cuperlo, Civati e Pittella. Il viceministro dell’Economia, il Giovane Turco Stefano Fassina, si è già espresso sull’opportunità di un passo indietro del ministro. Oggi, invece, Pippo Civati presenta la sua mozione di sfiducia, mentre in serata è prevista una riunione del gruppo Pd alla Camera al termine della quale il segretario reggente Guglielmo Epifani è chiamato a prendere una posizione chiara.

Se il Pd non riesce a separare il caso Cancellieri dalle beghe precongressuali interne, Mario Monti, reduce dalla scissione della già impalpabile Scelta Civica, decide di sbarazzarsi sobriamente della Cancellieri affermando che “alcune telefonate del ministro sono state inopportune”. Un modo come un altro per non sparire dai titoli dei giornali. Anche nella rinata Forza Italia il trend anti-Cancellieri ha preso piede, come dimostrano le dichiarazioni della coppia Bondi-Repetti. A conti fatti, dunque, solo Ncd di Angelino Alfano, i lettiani (poco convinti come si è visto) e il presidente Napolitano non recedono dalla linea della fiducia. L’intento è quello di mantenere la stabilità di governo e lo status quo di cui si è fatto garante l’inquilino del Colle, attaccato per questo da Paolo Becchi sul blog di Beppe Grillo.

Primarie Pd: Renzi e Cuperlo divisi sui numeri, uniti dal caso Cancellieri

Si fa sempre più duro lo scontro interno al Partito Democratico in vista delle primarie dell’8 dicembre. Il caso Cancellieri sta spaccando il partito. Una non-notizia, l’ennesima spaccatura dei Democratici, che riesce a conquistare le prime pagine grazie alla notizia, questa sì, che tutti e 4 i candidati alla segreteria del partito, Matteo Renzi, Gianni Cuperlo, Pippo Civati e Gianni Pittella, si sono schierati dalla parte di chi ritiene inopportuna la permanenza di Annamaria Cancellieri sulla poltrona di ministro della Giustizia. In pratica, la parte del Pd rimasta a sostenere senza se e senza ma l’amica dei Ligresti è quella dei “governativi”; il premier Enrico Letta, il ministro dei Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini, qualche ministro e il segretario uscente Guglielmo Epifani.

I lettiani temono un effetto valanga sul governo, innescato dalla sostituzione del ministro “garantito” da Napolitano che ora rischia persino di essere indagato. Gli aspiranti segretari Renzi e Cuperlo preferirebbero delle politicamente comode dimissioni, ma non se la sentono di “strappare” con un voto positivo sulla mozione di sfiducia alla Cancellieri, presentata dal M5S e calendarizzato a Montecitorio il 20 novembre prossimo. Una posizione pilatesca messa alle strette in queste ultime ore dal colpo di teatro architettato da Civati: la presentazione di una mozione di sfiducia targata Pd per rispondere all’ipocrisia di quanti, come il ministro Franceschini, pensano che sia “un atto dovuto” respingere una mozione presentata dall’opposizione, ovvero dal M5S.

 

“Siccome per la serie ‘gli argomenti più stupidi del mondo’ il Pd dice di non poter ‘sfiduciare’ la Cancellieri perché non si può votare la mozione del M5S, segnalo che ne possiamo presentare una noi”, scrive Civati sul suo blog, mettendo nel sacco in un colpo solo sia i lettiani, sdraiati sulle posizioni di Napolitano, sia i due cavalli favoriti nella corsa delle primarie. Renzi non ha ancora risposto personalmente all’appello civatiano, ma è stato costretto a mettere in campo le sue giovani leve. “Il ministro Cancellieri deve dimettersi – sbatte i pugni sul tavolo la “Mara Carfagna renziana” Maria Elena Boschi – ha dato l’idea profondamente sbagliata di un sistema in cui solo se conosci qualcuno riesci a vedere tutelati i tuoi diritti”. Cuperlo si dimostra più diplomatico, ma si rivela più infido. “Non è in discussione la correttezza del ministro Cancellieri –fa sapere il dalemiano dal Piemonte – quel che ho posto è un problema di opportunità politica: se esistono tutte le ragioni di serenità per adempiere appieno a una funzione particolarmente delicata come è quella del Guardasigilli”.

Ma qui finiscono le analogie tra Renzi e Cuperlo per lasciare spazio allo scontro all’ultimo voto della campagna elettorale. Una guerra di cifre e numeri. La votazione nei circoli di tutta Italia si è chiusa da poche ore e i renziani, con migliaia di schede ancora da scrutinare, cantano vittoria con più del 46% delle preferenze contro il 38% di Cuperlo e le briciole per gli altri. L’esatto contrario di quanto risulta ai cuperliani che danno il loro candidato vincente per un’incollatura.

Dietro al confronto Renzi-Cuperlo si cela lo scontro epocale tra la nomenklatura storica del partito, formata da ex comunisti ed ex democristiani, rappresentata da Cuperlo, e il renzismo rampante vissuto da molti della vecchia guardia come un berlusconismo di centro-sinistra. Si spiega così l’affondo di Massimo D’Alema che ha evocato persino la scissione in caso di vittoria di Renzi alle primarie. “Può esserci il rischio che una parte del Pd non si senta più nelle condizioni di viverci dentro. Sarebbe la cosa peggiore – ha detto il Lìder Massimo – C’è uno schieramento del potere economico e dei mass media a favore di Renzi che è impressionante. Basta sfogliare i giornali, guardare le tv. Ma vedo, con ammirazione, che c’è una parte notevole di iscritti al Pd che reagisce e resiste”. La fusione a freddo che ha preso il nome di Pd rischia di fare la stessa fine del Pdl, nato sul Predellino e scomparso al Palazzo dei Congressi dell’Eur.

Cancellieri-Ligresti: spunta una terza telefonata. Il ministro ha mentito

Guai in vista per il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, attesa dalla mozione di sfiducia alla Camera il 21 novembre prossimo. Il 22 agosto, ai pm di Torino che facevano riferimento alla ormai famosa telefonata fatta a Gabriella Fragni, la Cancellieri rispondeva decisa: “Dopo di allora non l’ho più sentita né ho sentito altri in relazione al caso Ligresti ad eccezione della telefonata con Antonino Ligresti di cui ho già riferito”. Tutto messo a verbale dalla magistratura piemontese, anche il colpo di telefono del 19 agosto con cui lo zio Antonino si informava sulle condizioni della nipote Giulia. Ma le carte della procura di Torino continuano a riservare brutte notizie per il Guardasigilli.

Come riportato con dovizia di particolari dal quotidiano Repubblica, adesso è spuntato un tabulato telefonico a dir poco imbarazzante, che contiene la trascrizione di una sfilza di numeri di telefono, durata e orari delle chiamate, tutti riconducibili alle due famiglie di vecchi amici, Cancellieri-Peluso e Ligresti. Tabulati e non intercettazioni. Dati e non voci. Almeno non ancora. Ma tra queste telefonate ce n’è una che ha destato l’interesse di pm e opinione pubblica: quella del 21 agosto tra Anna Maria e Antonino. Una seconda telefonata con “lo zio”, la terza in assoluto con i Ligresti, tenuta nascosta ai pm che il giorno seguente la stavano interrogando in veste di testimone dell’inchiesta FonSai. Un fatto gravissimo, se confermato, perché confermerebbe la malafede del Guardasigilli nei confronti dei magistrati guidati dal pensionando Gian Carlo Caselli.

 

Roba da dimissioni immediate (chieste dal deputato M5S Alfonso Bonafede), perché sarebbe improponibile mantenere sulla sua Poltrona un ministro della Giustizia sospettato di aver mentito, insabbiato, favorito gli amici, deviato i sospetti e intralciato un’indagine. Stando alle anticipazioni di Repubblica, comunque, il ministro Cancellieri ha mentito di fronte ai magistrati, al parlamento e a tutti gli italiani. Con l’aggravante di aver dato una mano istituzionale ai propri amici, per giunta potenti, accusati di aver fatto perdere centinaia di milioni alla collettività a causa della loro scriteriata e criminale gestione della società assicurativa FonSai.

A far sorgere ulteriori dubbi, oltre alla terza telefonata “segreta” del ministro, sono le troppo frequenti chiamate intercorse tra Sebastiano Peluso e i Ligresti nel periodo successivo alla carcerazione di Giulia e Jonella. Vietato sostenere che il marito facesse da tramite fra Anna Maria e gli amici, ma un pensierino è logico farlo alla luce degli inequivocabili tabulati. È proprio il ministro, dal suo numero di telefono che comincia con 366, a comporre il 21 agosto il numero non intercettato di Antonino. 7 minuti e mezzo di chiacchierata per rispondere ad un sms inviatole dal fratello di don Salvatore. Ma cosa si siano detti i due il Guardasigilli si è guardato bene dal raccontarlo ai pm il giorno successivo.

Dunque, il ministro ha mentito. La questione al momento non è penale, ma politica e morale sì, perché a questo punto viene meno la motivazione “umanitaria” sbandierata dalla Cancellieri per evitare le dimissioni. Ecco allora che il voto sulla mozione di sfiducia, che fino a ieri sembrava una formalità, visto che il caso-Cancellieri era uscito immediatamente dall’agenda dei partiti (esclusi M5S e Lega), torna a far tremare il ministro e lo stesso governo Letta. Come spiegherà il Guardasigilli questo compulsivo rapporto telefonico con una famiglia di imprenditori pregiudicati, carcerati o latitanti? Il caso-Cancellieri si riapre, un atto dovuto nei confronti dei quasi 70mila detenuti presi in giro da un ministro che ha fatto credere di interessarsi alle condizioni di tutti e non solo di quelli che di cognome fanno Ligresti.

La Cancellieri si autoassolve e diventa testimonial anti-carcerazione preventiva

Di ritorno da Strasburgo -dove ha incontrato i vertici del Consiglio d’Europa e della CEDU per illustrare il  piano carceri del governo italiano-Anna Maria Cancellieri si reca in parlamento per riferire sul caso delle telefonate scambiate con i membri della famiglia Ligresti per far uscire Giulia dal carcere. Si autoassolve da accuse e sospetti di favoritismo, ma diventa testimonial della lotta alla carcerazione preventiva. Parlano di dimissioni solo Lega e M5S, mentre Pd e Scelta Civica lasciano correre e il Pdl ne approfitta con Schifani per incastrarla, non come “nuova Berlusconi” del caso Ruby, ma come sponsor della riforma carceraria contro le “manette facili”. Tutto secondo copione, o quasi, durante un passaggio parlamentare apparso scontato.

Ottenuto l’appoggio incondizionato di Enrico Letta, al quale per due volte aveva presentato la disponibilità a dare le dimissioni (sempre respinte), la Cancellieri ha rotto gli indugi istituzionali, forte della fiducia del governo, e si è presentata a Palazzo Madama con l’aria di chi non ha nulla da farsi perdonare, anzi, con la spocchia di chi le scuse le pretende. “Non ho mai sollecitato la scarcerazione di Giulia Ligresti”, esordisce con sicurezza il Guardasigilli, incurante del controsenso di aver invece “sollecitato” i vertici del Dap, dopo le pressanti richieste ricevute dall’amico Antonino Ligresti.

Atto già di per sé grave, perché compiuto da un ministro in carica sull’amministrazione penitenziaria a lui sottoposta. Una indebita pressione da manuale. Ma la Cancellieri si trincera dietro la posizione ufficiale espressa dalla procura torinese di Caselli per ribadire che il suo è stato solo un atto “umanitario”, compiuto per lo spirito di amicizia che lega i Peluso-Cancellieri ai Ligresti da più di 30 anni. Al massimo lo considera una leggerezza, mentre non la sfiora proprio il sospetto sull’inopportunità di intrattenere rapporti così stretti (“sono a tua completa disposizione” dice al telefono a Gabriella Fragni il 17 luglio, giorno dell’arresto della Ligresti Family) con persone accusate e condannate (Giulia ha già patteggiato, Jonella quasi) per reati gravi come il falso in bilancio e l’aggiotaggio. Di dimissioni poi, neanche a parlarne.

 

Critiche feroci su questo aspetto del caso Cancellieri sono state espresse dalla Lega e dal M5S, fermo nella decisione di presentare una mozione di sfiducia, ribadita sul blog di Grillo con il post #cancellieridimettiti. Leghisti e grillini rimasti unici rappresentanti del parlamento a voler tenere alta l’attenzione su quell’intreccio di interessi e di favori -che legano il mondo della politica, della finanza, delle banche, a faccendieri, imprenditori e facilitatori di ogni sorta- che fa dell’Italia uno dei paesi con il più alto tasso di corruzione del mondo. La reazione piccata della Cancellieri -che si comporta come un Re Sole qualsiasi, infastidito dalle critiche e dal doveroso controllo democratico sull’operato dei Potenti messo in atto da opposizione parlamentare e organi di stampa- dimostra invece la totale incapacità dei membri della casta di uscire dalla propria dorata autoreferenzialità per confrontarsi finalmente con i problemi reali.

Ora che si trova suo malgrado sulla graticola mediatica, la Cancellieri è costretta a fare buon viso a cattivo gioco per presentarsi con il volto umano di chi quotidianamente si fa carico delle segnalazioni di disagio carcerario: fino ad oggi sono 110, Giulia compresa, i miracolati di via Arenula. L’autoritratto di madre Teresa di Calcutta più che di un Guardasigilli, l’ideale per il ricatto politico posto in essere dai berlusconiani. È Renato Schifani -forse a causa dei prossimi sviluppi delle inchieste su Berlusconi- a battere sul tasto della necessità di abolire il ricorso alla carcerazione preventiva (tranne per i casi più gravi) nell’ordinamento italiano. Come era ingiusto privare della libertà Giulia Ligresti e, prima di lei, il manager di Fastweb Silvio Scaglia, così sarebbe civile evitare le sbarre per tutti i presunti innocenti. Ragionamento garantista e libertario che non fa una piega. Peccato che Schifani, la Cancellieri e il resto della casta continuino a strumentalizzare le drammatiche condizioni di 65mila detenuti solo a proprio uso e consumo.

Le dichiarazioni della Cancellieri riaprono il dibattito su carcere e amnistia

Il caso delle telefonate intercorse tra il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, e alcuni membri della famiglia Ligresti sembra già chiuso. Il Guardasigilli riferirà martedì in Parlamento ma, a giudicare dalle dichiarazioni rilasciate sabato scorso durante la conferenza stampa svoltasi a margine del XII Congresso dei Radicali Italiani, non ci dovrebbero essere dimissioni a sorpresa. La Cancellieri, infatti, ha respinto con decisione le accuse di aver utilizzato una corsia preferenziale per ottenere la scarcerazione di Giulia Maria Ligresti, la figlia di Salvatore finita in carcere insieme alla sorella Jonella per essersi intascata decine di milioni della FonSai (condanna a 2 anni e 8 mesi patteggiata dalla Ligresti a fine agosto).

Anche il Enrico Letta si è detto laconicamente convinto che il ministro “chiarirà”, mentre la mozione di sfiducia individuale presentata dal M5S sembra destinata a non ottenere larghi consensi tra i banchi della maggioranza Pd-Pdl. Caso chiuso allora, a meno di nuovi clamorosi sviluppi dell’inchiesta di Torino, ma dibattito sulle condizioni carcerarie degli istituti di pena italiani riaperto più che mai. Il Guardasigilli, infatti, pur di trovare una linea difensiva credibile per difendersi dalle accuse di favoritismo nei confronti dei soliti Potenti -per giunta anche amici di famiglia ed ex datori di lavoro del figlio Piergiorgio Peluso– che gli sono piovute addosso da grillini, renziani, dal web e dalla quasi totalità dell’opinione pubblica, non ha esitato ad alzare nervosamente la voce per presentarsi come paladina dei diritti umani e angelo custode dei 65mila detenuti italiani. Folgorata sulla via di Chianciano, la Cancellieri ha dichiarato in crisi mistica: “Ho ascoltato e capito che occorre un cambiamento culturale nel mondo e nell’inferno delle carceri, e ora sono pronta ad andare a Strasburgo […] vado a testa alta, l’Italia va a Strasburgo a testa alta”.

Logico che, di fronte ad affermazioni del tipo “Io ho la responsabilità dei detenuti, ho fatto oltre cento interventi per persone che ho incontrato nel corso delle mie visite in carcere o i cui i familiari si sono rivolti a me anche solo tramite una e-mail”, migliaia di reclusi in condizioni disumane abbiano di colpo ritrovato la speranza, dopo che la questione amnistia e indulto sollevata dal presidente Napolitano si era persa in un polverone di inutili dichiarazioni politiche. “Non ci sono detenuti di serie A e serie B. Dobbiamo lottare per migliorare il sistema carcerario” ha aggiunto la Cancellieri, assurta al ruolo di Giovanna D’Arco dei galeotti. Segnalazioni al Dap, note scritte e, soprattutto, tanta “umanità” per un ministro che, a sentire solo la sua campana, sarebbe pronto per la canonizzazione.

Messa una pietra sopra su quella che Beppe Grillo chiama “l’inestricabile foresta pietrificata” dei rapporti tra Politica e Affari che in Italia fa dei Ligresti, e di quelli come loro, dei cittadini un po’ più uguali degli altri, adesso tutti si aspettano dal ministro delle soluzioni pratiche per risolvere il dramma del sovraffollamento carcerario. E in questo senso va la relazione sulle carceri che il Guardasigilli ha inviato alla commissione Giustizia in Parlamento. Il mantra è sempre quello usato da Napolitano (“è l’Europa che ce lo chiede”). Le soluzioni proposte dalla Cancellieri sono due: la riforma della custodia cautelare, definita come una “odiosa anticipazione della pena” e il ricorso massiccio a pene alternative al carcere. Dei 64.564 detenuti, 24.774 non sono ancora “definitivi”, a rischio quindi di “indebita anticipazione della pena”. I reati legati a  droga e immigrazione quelli più puniti (più di metà dei reclusi, ma nessun accenno alla modifica di Bossi-Fini e Fini-Giovanardi), mentre è proprio il concetto di carcere così come lo conosciamo che i tecnici del ministero vorrebbero stravolgere.

Il linguaggio burocratese parla di “riscrittura del sistema sanzionatorio, in modo che la sanzione definitiva in carcere sia contenuta e riservata ai casi in cui la finalità rieducativa della pena non possa prescindere dalla privazione delle libertà”. Che tradotto significa che dietro le sbarre (discorso valido anche per gli animali) ci devono finire solo gli individui pericolosi per la società (assassini, stupratori, criminali seriali e violenti). Giusto che la regola valga anche per i Ligresti. Niente carcere, ma ai ricchi, soprattutto se riconosciuti ladri multimilionari, basterebbe togliere tutti i loro averi per punirli. D’altronde l’ha detto la stessa Cancellieri che Giulia Ligresti in carcere soffriva di più perché “abituata ad un alto tenore di vita”.

Caso Canccellieri: Giulia Ligresti e il “tradimento” di Peluso

Anna Maria Cancellieri sta rischiando il posto da ministro a causa dell’intervento “umanitario” compiuto in favore della scarcerazione di Giulia Maria Ligresti. Il M5S ha già depositato una mozione di sfiducia, il Pd è naturalmente spaccato sull’ipotesi di scaricare il Guardasigilli, mentre Forza Italia per bocca di Daniela Santanchè le invia un bacio della morte quando paragona le telefonate del ministro a quelle fatte in questura a Milano da Silvio Berlusconi per far liberare Ruby. In queste ore drammatiche non si esclude più nemmeno il gesto clamoroso delle dimissioni. Tutta questa bufera politica è stata scatenata in nome dell’antica amicizia che lega la famiglia Peluso-Cancellieri ai membri della dinastia di don Salvatore Ligresti.

Ed è proprio dal versante dei rapporti amicali tra i protagonisti di questa torbida storia italiana che continuano ad emergere particolari scottanti. Il sospetto dei Ligresti è che il figlio della Cancellieri, Piergiorgio Peluso, abbia contribuito al crollo del loro impero. Il manager di Unicredit -spedito dalla sua banca nel 2011 ad aggiustare i conti della disastrata Fondiaria-Sai, ed uscitone poco più di un anno dopo con una buonuscita multimilionaria- viene accusato proprio dagli amici Ligresti di essere un raccomandato che ha fatto solo i suoi interessi. Ed è la stessa Giulia, intercettata mentre parla al telefono con un’amica il 19 ottobre 2012, a squarciare il velo di omertà che copre la presunta amicizia con i Peluso-Cancellieri. La procura di Torino ha già cominciato a sbirciare nella holding Ligresti e, secondo Giulia, “a Peluso… Gli hanno dato una buona uscita di cinque milioni, ti rendi conto? Cinque milioni, è stato un anno, ha distrutto tutto”.

 

Ma come, le due famiglie non erano amiche per la pelle? E perché il Guardasigilli si sarebbe comunque mossa per favorire la scarcerazione dell’anorressica Giulia? Un modo per riparare il danno commesso dal figlio, o cosa? A sentire Giulia, Peluso era un vero e proprio nemico. “Sì, invece di chiedergli i danni! Mi hanno detto che in consiglio nessuno ha fiatato. Sì, sì.. Approvato all’unanimità –continua la rampolla– Che se fosse stato il nome di qualcun altro… A mio padre di 85 anni avrebbero contestano quella cifra. Questo qui ha 45 anni, è un idiota. Perché veramente è venuto a distruggere una compagnia. Perché lo ha fatto proprio su mandato la distruzione… 5 milioni, è andato in Telecom, e l’Italia non scrive niente”.

Peluso sarebbe un “idiota”, ma la mamma è disposta persino a rivolgersi direttamente al Dap per aiutare Giulia che non risparmia critiche neanche a lei: “C’è un articolo su sua mamma, sai che è il ministro Cancellieri, pieno di lodi, figurati… Secondo me quella è un’area intoccabile proprio. Pazzesco…. L’Italia è un paese distrutto, è veramente una mafia. I giornali che scrivono tutti uguali, poi appena uno alza la testa”. E per dirlo uno della dinastia Ligresti che “l’Italia è una mafia” vuol dire che i Peluso-Cancellieri contano veramente molto.

Come diceva il defunto Giulio Andreotti “a pensar male si fa peccato, ma ci si indovina quasi sempre”. Cosa ha spinto dunque la Cancellieri a prendersi gioco di oltre 65mila detenuti per liberarne uno solo quando il figlio, nella migliore delle ipotesi, era considerato un “traditore” dalla detenuta eccellente? L’italiano medio potrebbe pensare ad un obbligato scambio di favori, ma queste sono solo illazioni. Non è un’illazione, invece, il disprezzo dimostrato da Giulia nei confronti di Peluso quando afferma che “mi sono occupata più da vicino delle vicende della Premafin-Fondiaria dal dicembre 2011, quando vi era la pressione di Peluso per un nuovo aumento di capitale e mio padre era in difficoltà”. A questi interrogativi siamo certi che la Cancellieri non risponderà quando si presenterà in parlamento non prima di mercoledì.