La Cancellieri si autoassolve e diventa testimonial anti-carcerazione preventiva

Di ritorno da Strasburgo -dove ha incontrato i vertici del Consiglio d’Europa e della CEDU per illustrare il  piano carceri del governo italiano-Anna Maria Cancellieri si reca in parlamento per riferire sul caso delle telefonate scambiate con i membri della famiglia Ligresti per far uscire Giulia dal carcere. Si autoassolve da accuse e sospetti di favoritismo, ma diventa testimonial della lotta alla carcerazione preventiva. Parlano di dimissioni solo Lega e M5S, mentre Pd e Scelta Civica lasciano correre e il Pdl ne approfitta con Schifani per incastrarla, non come “nuova Berlusconi” del caso Ruby, ma come sponsor della riforma carceraria contro le “manette facili”. Tutto secondo copione, o quasi, durante un passaggio parlamentare apparso scontato.

Ottenuto l’appoggio incondizionato di Enrico Letta, al quale per due volte aveva presentato la disponibilità a dare le dimissioni (sempre respinte), la Cancellieri ha rotto gli indugi istituzionali, forte della fiducia del governo, e si è presentata a Palazzo Madama con l’aria di chi non ha nulla da farsi perdonare, anzi, con la spocchia di chi le scuse le pretende. “Non ho mai sollecitato la scarcerazione di Giulia Ligresti”, esordisce con sicurezza il Guardasigilli, incurante del controsenso di aver invece “sollecitato” i vertici del Dap, dopo le pressanti richieste ricevute dall’amico Antonino Ligresti.

Atto già di per sé grave, perché compiuto da un ministro in carica sull’amministrazione penitenziaria a lui sottoposta. Una indebita pressione da manuale. Ma la Cancellieri si trincera dietro la posizione ufficiale espressa dalla procura torinese di Caselli per ribadire che il suo è stato solo un atto “umanitario”, compiuto per lo spirito di amicizia che lega i Peluso-Cancellieri ai Ligresti da più di 30 anni. Al massimo lo considera una leggerezza, mentre non la sfiora proprio il sospetto sull’inopportunità di intrattenere rapporti così stretti (“sono a tua completa disposizione” dice al telefono a Gabriella Fragni il 17 luglio, giorno dell’arresto della Ligresti Family) con persone accusate e condannate (Giulia ha già patteggiato, Jonella quasi) per reati gravi come il falso in bilancio e l’aggiotaggio. Di dimissioni poi, neanche a parlarne.

 

Critiche feroci su questo aspetto del caso Cancellieri sono state espresse dalla Lega e dal M5S, fermo nella decisione di presentare una mozione di sfiducia, ribadita sul blog di Grillo con il post #cancellieridimettiti. Leghisti e grillini rimasti unici rappresentanti del parlamento a voler tenere alta l’attenzione su quell’intreccio di interessi e di favori -che legano il mondo della politica, della finanza, delle banche, a faccendieri, imprenditori e facilitatori di ogni sorta- che fa dell’Italia uno dei paesi con il più alto tasso di corruzione del mondo. La reazione piccata della Cancellieri -che si comporta come un Re Sole qualsiasi, infastidito dalle critiche e dal doveroso controllo democratico sull’operato dei Potenti messo in atto da opposizione parlamentare e organi di stampa- dimostra invece la totale incapacità dei membri della casta di uscire dalla propria dorata autoreferenzialità per confrontarsi finalmente con i problemi reali.

Ora che si trova suo malgrado sulla graticola mediatica, la Cancellieri è costretta a fare buon viso a cattivo gioco per presentarsi con il volto umano di chi quotidianamente si fa carico delle segnalazioni di disagio carcerario: fino ad oggi sono 110, Giulia compresa, i miracolati di via Arenula. L’autoritratto di madre Teresa di Calcutta più che di un Guardasigilli, l’ideale per il ricatto politico posto in essere dai berlusconiani. È Renato Schifani -forse a causa dei prossimi sviluppi delle inchieste su Berlusconi- a battere sul tasto della necessità di abolire il ricorso alla carcerazione preventiva (tranne per i casi più gravi) nell’ordinamento italiano. Come era ingiusto privare della libertà Giulia Ligresti e, prima di lei, il manager di Fastweb Silvio Scaglia, così sarebbe civile evitare le sbarre per tutti i presunti innocenti. Ragionamento garantista e libertario che non fa una piega. Peccato che Schifani, la Cancellieri e il resto della casta continuino a strumentalizzare le drammatiche condizioni di 65mila detenuti solo a proprio uso e consumo.

Il decreto svuotacarceri arriva in Senato: Lega pronta alla guerra totale

Il cosiddetto decreto svuotacarceri è stato approvato dalla Camera dei deputati senza alcun intoppo. 317 i voti favorevoli al provvedimento, tutti arrivati dalla strana maggioranza Pd-Pdl. A votare contro sono state, invece, tutte le opposizioni ad esclusione di Sel. Fratelli d’Italia, Movimento5Stelle e Lega hanno messo nero su bianco in aula i loro 106 No ad una norma ritenuta ingiusta, anche se con motivazioni contrastanti tra loro. Adesso, la tanto contestata soluzione al problema del sovraffollamento delle carceri italiane, messa a punto dal Guardasigilli Anna Maria Cancellieri, dovrà passare per le forche caudine del Senato prima di essere tradotta in legge.

Certo, anche a Palazzo Madama i numeri parlano chiaro in favore della maggioranza che sostiene il governo Letta, ma la partita non può dirsi ancora chiusa, almeno a giudicare dalle dichiarazioni di fuoco rilasciate nella serata di lunedì dal segretario della Lega Roberto Maroni. “Faremo guerra totale contro questo gentile regalo fatto ai delinquenti. E’ l’ennesima porcata di Pd e Pdl”, ha postato su twitter il successore di Bossi, cercando di toccare i nervi scoperti dell’opinione pubblica, da sempre restia all’idea di veder uscire dalle patrie galere migliaia di condannati, anche se per motivi umanitari. Non per caso, infatti, il decreto legge a firma Cancellieri è stato denominato svuotacarceri. L’intento del legislatore è quello di allentare la pressione all’interno degli istituti carcerari.

 

Obsoleti, fatiscenti, inadeguati e sovraffollati (quasi 70mila detenuti a fronte di una capienza di circa 45mila), i penitenziari italiani sono diventati un girone dantesco. Lontana anni luce la meta della rieducazione e del rientro in società per il reo, tanto da spingere la Corte europea dei diritti dell’uomo a condannare ufficialmente il nostro paese con quella che è passata alle cronache come la sentenza Torreggiani. È così che la maggioranza ha pensato bene di liberarsi della patata bollente attraverso una serie di provvedimenti che però non hanno convinto i mastini leghisti di law & order (peraltro accusati di attaccare per distogliere l’attenzione dal caso Kyenge. Sei i punti principali della riforma carceraria.

Intanto, vengono ristretti i termini per poter ricorrere alla carcerazione preventiva: potrà essere disposta soltanto per quei reati per i quali è prevista la reclusione non inferiore ai 5 anni. Norma che ha scatenato le proteste delle opposizioni perché avrebbe messo in libertà gli autori dell’odioso reato di stalking. La questione è stata risolta con un tratto di penna, facendo passare da 4 a 5 anni la pena minima per gli stalker. Deroga anche per il finanziamento illecito ai partiti. Buone notizie anche per quanto riguarda i recidivi, finora esclusi da qualsiasi beneficio (sconto di pena, domiciliari, servizi sociali) dagli effetti della legge ex Cirielli. Novità anche sul fronte degli sconti di pena anticipati che, attraverso un complesso meccanismo, permetteranno ai condannati di non guardare il cielo a scacchi durante gli ultimi anni di pena.

Altro punto importante è la possibilità di accesso per i detenuti ritenuti non pericolosi a lavori di pubblica utilità, argomento collegato alla modifica della legge Smuraglia per quanto riguarda il reinserimento nel mondo lavorativo una volta espiata la pena. Per concludere, il governo ha previsto, per l’ennesima volta, la costruzione di nuove carceri, ma il problema resta sempre quello di trovare i fondi anche per pagare i secondini. Insomma, una legge che non piace quasi a nessuno per i motivi più diversi. Da una parte, come detto, ci sono i leghisti e i larussiani che considerano i carcerati come carne da macello da rinchiudere con chiave di cioccolata, piuttosto che puntare al loro recupero, come peraltro impone la Costituzione. Dall’altra, sono i pentastellati a farsi sentire puntando su una visione umanitaria che comprende la depenalizzazione di alcuni reati (droga e immigrazione) e la cancellazione di alcune leggi come la Fini-Giovanardi e la Bossi-Fini, ritenute criminogene.