OP è tornato…per dire NO a Renzi e Boschi

L’Osservatore Politiko è tornato a puntare il suo sguardo inquisitorio sul marcio e corrotto sistema politico italiano. La notizia potrebbe apparire di trascurabile o nessun interesse al lettore distratto e occasionale. Ma in tempi in cui il Regime politico del ‘berluschino’ Matteo Renzi ha ottenuto, senza il minimo sforzo, i favori della quasi totalità del circo mediatico -riducendo quei leccaculo nati dei giornalisti di carta stampata e tv mainstream ad innocui cagnolini da riporto delle malefatte del Potere-, risulta oltremodo necessario, anzi vitale, la presenza nel web di un esercito di pensatori liberi (di cui OP fa parte) che si impegnino, di qui al referendum costituzionale dell’ottobre prossimo, a mettere nel campo virtuale della rete tutti i loro sforzi per mandare a casa l’attuale governo.

L’occasione di liberarsi una volta per tutte dei Renzi’s boys&girls è, infatti, troppo ghiotta persino per quei pecoroni assonnati degli italiani che, con un semplice NO sulla scheda referendaria, non saranno più costretti a sorbirsi la montagna di sparate a reti unificate che il bugiardo di Rignano riversa quotidianamente nelle nostre orecchie. Il fatto strano, e tuttora inspiegabile per i non addetti ai lavori, è che a mettere da solo la testa dentro la ghigliottina è stato lo stesso Renzi con la promessa di togliersi dai piedi in caso di sconfitta nelle urne. Una scelta azzardata e misteriosa, comprensibile solo se si inquadra l’ascesa al potere del ‘bomba’ come una gentile concessione dei centri di potere più o meno occulti che dirigono la politica globale. Quel grumo di interessi vampireschi che, negli anni ’70 del ‘900, in modo più che mai attuale, i militanti delle Brigate Rosse avrebbero definito SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali).

renzi referendum costituzionaleChe Renzi sia stato infilato a Palazzo Chigi con un colpo di mano ai limiti della costituzionalità dal vecchio, ma ancora potentissimo, Giorgio Napolitano, seguendo naturalmente lo schema prefissato da una non ancora precisata compagnia di merende, non è certo un mistero. Perché la scelta sia caduta proprio su di lui, insieme a quella infornata di figli di papà nota come ‘Giglio Magico’, non è però ancora dato saperlo. Fatto sta che la conferma della spada di Damocle che pende sulla carriera dei giovani toscani al governo, costretti ad agire su ordinazione (come nel caso del Jobs Act, letteralmente dettato dalla Confindustria per abbattere i residui diritti dei lavoratori), è arrivata proprio l’altro giorno dalla numero 2 del regimetto, Maria Elena Boschi, che ha spergiurato di voler abbandonare, anche lei come il suo boss, la politica in caso di sconfitta del SI.

Una presa di posizione non richiesta, una vera e propria excusatio non petita, perché le riforme costituzionali per definizione (perché dovrebbero coinvolgere l’intero agone politico) non dovrebbero toccare il destino dei membri di un governo. Arrivati a questo punto -con i cazzari di governo impegnati a ripeterci un giorno si e l’altro pure, complici quei servi dei mass media, che l’Italia viaggia a gonfie vele verso il benessere generale quando, invece, le ricchezze sono concentrate sempre di più nelle mani dei pochi squali che dominano i mercati finanziari– non serve nemmeno entrare nel merito di una riforma costituzionale, peraltro elitaria e pasticciata.

La battaglia che si combatterà da qui ad ottobre diventa un vero e proprio spartiacque politico-sociale per il nostro Paese. Se vince Renzi il mito dell’uguaglianza, dell’onestà e del benessere per tutti resterà tale, con i lavoratori (i fortunati che un impiego riescono a trovarlo) ridotti al rango di servi ammaestrati del Capitale. Se vince il NO, al contrario, i Signori che comandano in Italia, in Europa, negli Usa e sull’intero globo dovrebbero finalmente fare i conti con una opinione pubblica informata e combattiva (vedi il caso dello studente catanese che ha messo in mutande ‘di pizzo’ la povera MEB). Ma il SIM è ancora spietatamente forte, mentre l’opinione pubblica italiana è tenuta costantemente sotto l’effetto della morfina mediatica. Che fare allora? Basta spegnere la tv e svegliarsi.

“Mi dichiaro prigioniero politico”: Dell’Utri e la casta copiano le BR

“Mi dichiaro prigioniero politico”. Dall’ospedale Al Hayat nella capitale libanese Beirut, dove sta passando una dorata latitanza, Marcello Dell’Utri ha riesumato un vecchio slogan degli anni ’70 del Novecento, tornato ultimamente di moda tra i politici finiti nei guai con la giustizia italiana. Nel secolo scorso erano i militanti delle Brigate Rosse arrestati dalle forze dell’ordine a dichiararsi prigionieri politici per rimarcare il loro rifiuto ideologico di uno Stato ritenuto “borghese e imperialista”. Oggi sono proprio i politici di professione a cercare di buttare il pallone nella tribuna dei prigionieri politici per cercare di coprire le loro malefatte incolpando la magistratura definita “politicizzata”. Ieri, i capi delle BR Renato Curcio e Mario Moretti; oggi, Dell’Utri, Berlusconi, Matacena e anche D’Alema per difendere Greganti.

Un confronto impietoso, con tutto il rispetto per i terroristi brigatisti nella cui ideologica forma mentis aveva almeno un senso dichiararsi prigionieri politici. I politici di oggi cercano solo di coprire ignobili tangenti o rapporti illegali con la criminalità organizzata. E pensare che lo status di prigioniero politico non è nemmeno previsto dall’ordinamento italiano. Secondo la definizione fornita da Wikipedia “un prigioniero politico è qualcuno tenuto in prigione o detenuto in altra maniera, come agli arresti domiciliari, perché le sue idee sono giudicate da un governo una sfida o una minaccia per l’autorità dello Stato”.

Di fronte a queste parole rimane alquanto oscuro comprendere le ragioni che hanno spinto il cofondatore di Forza Italia a calarsi nella parte del nuovo Nelson Mandela, rinchiuso per 28 anni nelle carceri del governo segregazionista sudafricano, oppure nei panni di Bobby Sands, il membro dell’Ira morto nel carcere di Maze il 5 maggio 1981 dopo 66 giorni di sciopero della fame. Non certo la condanna definitiva subita a causa delle proprie idee, visto che uno come Marcello Dell’Utri è abituato da decenni a coltivare stretti rapporti con mafiosi del calibro di Stefano Bontate e Vittorio Mangano e mica a fare il rivoluzionario come Pancho Villa o Che Guevara. Gli imbarazzanti accostamenti storici, anzi, servono all’ex senatore per dipingersi all’estero come un martire.

Io sono un prigioniero politico perché quella di venerdì (9 maggio ndr) è stata una sentenza politica – dice Dell’Utri all’inviato di Repubblica Francesco Viviano – una sentenza già scritta di un processo che mi ha perseguitato per oltre 20 anni soltanto perché ho fatto assumere Vittorio Mangano come stalliere nella villa di Arcore del Presidente Silvio Berlusconi. Una persona per me davvero speciale anche se aveva dei precedenti penali: per me Mangano era un amico e basta”. Altro che il romanzesco “Sono Mario Moretti, mi dichiaro prigioniero politico!” pronunciato dalla sfinge delle BR il 4 aprile 1981 a Milano, arrestato dopo 9 anni di latitanza.

Uno stravolgimento a 360 gradi della realtà, quello tentato da colui che secondo i giudici di Palermo è stato il trait d’union tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi, che non è di certo unico nel panorama politico dell’Italia odierna. Anche l’ex parlamentare Pdl Amedeo Matacena, condannato per aver favorito la ‘ndrangheta e latitante a Dubai, intervistato via Skype adombra il sospetto del “complotto politico”. Berlusconi, poi, si è autoiscritto di diritto nel club dei prigionieri politici. Ma disturbi della personalità da rivoluzionari radical chic colpiscono anche a Sinistra dello schieramento politico. È fresca di pochi giorni la goffa difesa d’ufficio tentata da Massimo D’Alema nei confronti del “compagno G” Primo Greganti, arrestato per le presunte tangenti Expo. “Ho imparato che il 40-45 per cento delle persone accusate vengono prosciolte”, ha detto il Lider Maximo, divenuto garantista a targhe alterne, insensibile alle critiche di chi lo considera diventato un Berlusconi qualsiasi.

Strage di Bologna e caso Moro: la versione di Carlos lo Sciacallo

Carlos lo SciacalloLa strage di Bologna? Giusva Fioravanti e Francesca Mambro sono “dei coglioni” che non c’entrano niente. La responsabilità è dei servizi segreti militari americani attraverso Gladio. Il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro? Orchestrato da agenti del Mossad israeliano infiltrati nelle Brigate Rosse. Il terrorista Ilich Ramírez Sánchez, meglio noto con il soprannome di Carlos lo Sciacallo, ribadisce la sua versione dei fatti sui misteri d’Italia degli anni ’70-’80 in occasione dell’intervista rilasciata al saggista Marco Dolcetta e pubblicata sul Fatto Quotidiano. Ma, dalla Maison centrale di Poissy, il carcere speciale francese dove sconta l’ergastolo, Carlos aggiunge qualche particolare interessante al suo racconto in bilico tra realtà e romanzo.

Occorre premettere che il venezuelano Ilich Ramírez Sánchez ha abbracciato sin da giovane il credo comunista-leninista-stalinista, senza mai abbandonarlo. Ha iniziato la carriera di eversore nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e in seguito ha fondato il gruppo terrorista Separat, composto quasi esclusivamente da tedeschi. Un comunista vecchio stile che ha flirtato pericolosamente con i servizi segreti di mezzo mondo, una persona che valuta gli avvenimenti ancora come uno scontro tra Capitale e rivoluzione socialista.

Con queste credenziali Carlos si permette di ritornare sulla vicenda di Thomas Kram, un rivoluzionario tedesco membro del suo gruppo che si trovava a Bologna, vicino alla stazione, proprio il 2 agosto 1980, giorno dell’attentato. La pista Kram è stata battuta più volte anche dagli inquirenti che indagano sulla strage di Bologna, ma lo Sciacallo conferma che Kram, appena giunto nel capoluogo felsineo, “è stato seguito da un sacco di gente con dei cappotti lunghi”. La prova, secondo Carlos, che “c’è gente che ha interesse a non far passare la verità” e che voleva coinvolgere il giovane tedesco nella strage (magari facendolo “casualmente” morire nell’esplosione) perché “era la copertura ideale per l’attentato”. La nonna di Kram, spiega Carlos, era un’ebrea a capo della Resistenza comunista di Berlino che si occupava proprio di sabotare i treni.

Dunque, il botto di Bologna non l’hanno organizzato né il Mossad né la Cia, ma gli 007 militari americani tramite la struttura segreta Gladio (Stay Behind). E poi, aggiunge lo Sciacallo, “non credo che quei giovani fascisti del cavolo (Fioravanti e Mambro condannati all’ergastolo ndr) siano dietro quest’attentato, non si danno a dei coglioni quelle quantità di esplosivi militari”.

Anche sul caso Moro il compagno Carlos dimostra di essere preparato. Secondo lui non ci sono dubbi che le BR romane fossero infiltrate dal Mossad. E la dimostrazione sarebbe la geometrica potenza con cui i terroristi hanno annientato la scorta del presidente DC. Per Carlos sui morti di via Fani c’è la firma dei servizi israeliani perché non era nell’interesse delle BR “giustiziare” quei poliziotti. Quella strage è stata solo una “provocazione”. Sulla morte di Moro cala anche l’ombra della collaborazione degli “spioni” italiani. Carlos accusa il generale Giuseppe Santovito (membro della P2 e capo del Sismi durante i 55 giorni) di essere un “generale fascista” che insieme ad altri ha tramato per impedire uno scambio tra Moro, detenuto nella prigione del popolo, e alcuni compagni brigatisti che potevano facilmente essere trasferiti a Beirut.

Una “operazione da professionisti”, insomma, che ha permesso agli americani di sbarazzarsi di Moro e dei “patrioti che controllavano il segreto militare”. Ma non solo, perché Carlos accusa Valerio Morucci e Adriana Faranda, membri della colonna romana delle BR, di essersi “riempiti le tasche” con il doppiogioco per i Servizi, e ne ha anche per il PCI dell’epoca che “si è messo d’accordo con Cossiga per abbandonare Moro. E la P2 è arrivata al potere”. E lì sembra rimasta.

Via Fani, Servizi e Br alleati. Svolta investigativa o depistaggio?

via FaniEnrico Rossi, ispettore in pensione della Digos, ha riferito all’Ansa che i due uomini presenti in via Fani a bordo di una moto Honda il 16 marzo 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro, erano membri dei servizi segreti con il compito di proteggere le Br. Le sue conclusioni sono il frutto di risultanze investigative da lui stesso riscontrate tra il 2009 e il 2012 sulla base di una lettera anonima ricevuta dal quotidiano La Stampa.
Nella missiva periziata da Rossi, uno dei due presunti componenti del commando di appoggio alle Brigate Rosse durante l’agguato costato la vita ai 5 uomini di scorta del politico Dc, si autoaccusa dell’azione, si dichiara alle dirette dipendenze del colonnello del Sismi Camillo Guglielmi, dice di essere malato terminale di cancro e fornisce elementi utili all’identificazione del pilota della due ruote giapponese. L’ex poliziotto lascia anche intendere di essere stato ostacolato nelle indagini da elementi interni alle forze dell’ordine e di essersi deciso a rassegnare le dimissioni nell’agosto del 2012 proprio a causa di queste “incomprensioni”.
Ma perché Rossi si decide a parlare solo adesso? La giustificazione di sentirsi al sicuro perché in pensione non regge. E infatti il procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo ed il sostituto Luca Palamara hanno deciso di convocare il Serpico de Noantri a piazzale Clodio per cercare di fare luce su uno dei più oscuri misteri italiani. Le rivelazioni di Enrico Rossi stanno facendo storcere il naso a più di un esperto del caso Moro. L’ex pg romano Luciano Infelisi solleva dubbi sulla tempistica. L’avvocato Giovanni Pellegrino, che dal 1994 fu presidente in quota Ds della Commissione parlamentare su stragi e terrorismo, bolla la storia degli 007 sulla moto come una “gran bufala”.
Bisogna ricordare che il particolare di una moto Honda di grossa cilindrata e di colore blu, presente sulla scena dove si sviluppò la “geometrica potenza” dei brigatisti, non è estraneo all’inchiesta sull’omicidio Moro. Pellegrino, intervistato da Repubblica, cita l’episodio dell’ingegner Alessandro Marini, l’uomo il cui motorino fu colpito da una raffica di mitra sparata proprio dagli uomini sulla moto mentre si trovava tra via Fani e via Stresa. “I più pasticcioni di tutti” li definisce Pellegrino che poi cita, tanto per chiarire il concetto, le parole di Raimondo Etro, militante della colonna romana delle Br. Etro parlò dei “due cretini dell’Honda”, convinto che i presunti agenti segreti fossero membri dell’Autonomia Operaia “in cerca di gloria”.
Pellegrino giudica comunque inspiegabile la presenza nei dintorni di via Fani del colonnello Guglielmi. Lui si giustificò dicendo di essere stato invitato a pranzo da un amico, ma Sergio Flamigni, ex senatore del Pci e membro delle commissioni Moro e P2 non fece fatica a definirlo “uno dei migliori addestratori di Gladio”. Ed è proprio l’ombra di Gladio, l’organizzazione paramilitare segreta della Nato, ad alimentare i dubbi su un possibile tentativo di depistaggio messo in atto dalla solita manina con il più o meno consapevole supporto di Enrico Rossi.
Di questo avviso è anche Miguel Gotor. Secondo lo studioso “la nuova rivelazione non è un fulmine a ciel sereno” perché arriva alla vigilia dell’istituzione di una nuova Commissione parlamentare. Quello di Rossi potrebbe essere “un segnale” seguito presto da altri. Gotor sottolinea che la credibilità di Rossi è incrinata dalla sopraggiunta morte dei due motociclisti da lui identificati e dalla circostanza che le armi ritrovate (una Beretta e una Drulov cecoslovacca) sono state distrutte dopo che le procure di Torino e Roma non hanno dato credito alle indagini di Rossi.
Insomma, a sentire Gotor, ci troviamo di fronte ad un “classico tentativo di disinformazione” che serve a spostare l’attenzione sui nostri servizi segreti e a “intorbidire le acque” per nascondere la verità. “Il muro di gomma riguardante la Honda blu” è ancora in piedi, difeso anche da brigatisti come Mario Moretti, la sfinge delle Br, che non ha mai voluto fornire particolari sulla vicenda.

Delitto Moro: Cossiga informato 2 ore prima della telefonata di Morucci

“Cossiga sapeva già della morte di Moro e di via Caetani almeno 2 ore prima che Morucci chiamasse Franco Tritto”. La rivelazione che riapre il caso mai chiuso del delitto Moro arriva a 35 anni di distanza per bocca di Vitantonio Raso, artificiere che per primo aprì la Renault 4 rossa. Chi però non ha stampata nella mente la voce di Valerio Morucci, membro delle Brigate Rosse, che il 9 maggio 1978 verso le 12 e 13 telefona al professor Franco Tritto, amico intimo della famiglia Moro, per dargli la terribile notizia dell’avvenuta esecuzione del presidente della Dc e indicargli il luogo dove ritrovare il corpo, via Caetani, all’interno di una Renault 4 di colore rosso? Eccone l’incipit:

– Pronto?

– E’ il professor Franco Tritto?

– Chi parla?

– Il dottor Niccolai.

– Chi Niccolai?

– E’ lei il professor Franco Tritto?

– Sì…

Morucci, alias il compagno Matteo, è poi costretto a cambiare tono di fronte alla sorpresa di Tritto:

– Ma chi parla? -continua a chiedere Tritto- Sì, ma io voglio sapere chi parla…

Morucci respira nervosamente nella cornetta: –Brigate Rosse. Va bene? Ha capito?

– Sì.

 

La drammatica telefonata prosegue poi con le indicazioni del brigatista: “Allora, lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’onorevole Aldo Moro in via Caetani…”.

Fino a questo momento, o meglio, fino a pochi giorni fa, la verità storica provata da immagini e registrazioni era che il povero professor Tritto fosse stata la prima persona, esterna all’organizzazione del Partito Armato, a ricevere la notizia dell’omicidio e conoscere il luogo dove poter recuperare le spoglie dello statista democristiano. Ebbene, anche queste certezze (per gli ingenui che ne avevano) vanno adesso invece a bollire nell’opaco calderone dei Misteri Italiani.

L’antisabotatore Raso, recentemente autore di un libro (La bomba umana), è miracolosamente guarito da una malattia quasi incurabile, l’amnesia istituzionale (stesso morbo da cui si sono “salvati” Martelli, Violante ed altri pezzi grossi riguardo alla “trattativa Stato-mafia” all’indomani delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino), ed ha ritrovato la memoria per trasformarsi finalmente in una bomba umana. Le parole di Raso riportate dall’Ansa e dal sito vuotoaperdere.org sono agghiaccianti: “La telefonata delle Br delle 12.13 fu assolutamente inutile. Moro era in via Caetani da almeno due ore quando questa arrivò. Chi doveva sapere, sapeva. Ne parlo oggi per la prima volta, dopo averne accennato nel libro, perché spero sempre che le mie parole possano servire a fare un po’ di luce su una vicenda che per me rappresenta ancora un forte choc. Con la quale ancora non so convivere”.

La scusa della patimenti spirituali (“un forte choc…non so convivere”) non regge proprio alla prova della ragione umana. Raso l’eroe, così almeno si pensava, diventa protagonista di un deja vu, “Non sono mai stato interrogato”, che ha rappresentato un classico della storia d’Italia. Quello che invece desta una morbosa attenzione, vista la caratura del personaggio, sono la accuse dirette al Picconatore, il defunto Francesco Cossiga: “Quando dissi a Cossiga, tremando, che in quella macchina c’era il cadavere di Aldo Moro, Cossiga e i suoi non mi apparvero né depressi, né sorpresi come se sapessero o fossero già a conoscenza di tutto”.

Dichiarazione da terremoto, supportata anche dal collega Giovanni Circhetta, che va a cozzare con quanto dichiarato all’Huffington post dall’81enne generale Antonio Cornacchia, nel 1978 comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri: “Me lo ricordo perfettamente quel 9 maggio del 1978. Quando mi dissero di andare in via Caetani erano le 13,20. Quando arrivammo, non c’era nessuno. La Renault era chiusa”. Cossiga ovviamente non può più difendersi, così come Andreotti non potrebbe più aiutarlo con l’archivio dei suoi ricordi, ma si ha la netta impressione che la morte dei Big della Prima Repubblica abbia riaperto dei sepolcri che sembravano saldati per sempre.

Omicidio Dalla Chiesa: in un video Rai la valigetta scomparsa

L’attenzione sul misterioso caso dell’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e della giovane moglie Emanuela Setti Carraro, avvenuto a Palermo il 3 settembre 1982, si era già ridestata da qualche giorno, quando il pm palermitano Nino Di Matteo aveva ricevuto la solita lettera anonima, un classico della letteratura dei molti Misteri italiani, nella quale lo sconosciuto autore riferiva che “un ufficiale dei carabinieri ha portato via quella borsa, che conteneva dei documenti”. La borsa in questione è quella descritta per l’ennesima volta la settimana scorsa dal figlio del generale, Nando Dalla Chiesa: “Mio padre non si separava mai da una valigetta di pelle marrone, senza manico. Dopo la sua morte, non l’abbiamo più trovata. Pensavano che fosse andata persa nel trambusto di quei giorni. Evidentemente, non era così”.

Adesso l’inchiesta sta subendo ufficialmente un’accelerazione perché quella borsa è ricomparsa. Non nelle mani dei magistrati della Dia o di qualcun altro, ma in un video custodito nelle teche della Rai che avrebbe ripreso, ma il condizionale è ancora d’obbligo, un ufficiale dell’Arma che tiene sotto il braccio un borsello molto simile a quello descritto da Nando. Per il momento ai media è stato fornito solo un fotogramma, sfocato e incerto, ma pm ed inquirenti credono di aver imboccato finalmente la pista giusta.

 

Ieri è stato subito convocato in procura, come persona informata sui fatti, proprio Nando Dalla Chiesa, probabilmente per confermare quanto già dichiarato e, forse, per visionare il filmato incriminato. Comunque, per il momento, nulla trapela dalla procura palermitana. Secondo l’anonimo corvo, autore della missiva, in quella valigetta erano contenuti dei documenti riservati su alcune indagini scottanti che il generale stava portando avanti. Di quali indagini si tratti starà ai magistrati scoprirlo; fatto sta che, fino ad oggi, le attenzioni investigative erano tutte incentrate solo sulla cassaforte situata nell’abitazione del da poco nominato prefetto di Palermo. Negli anni ’80 era stato proprio il pool di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino a indagare sulla presunta sparizione d importanti documenti proprio da quella cassaforte.

Adesso, invece, si viene a sapere che il contenuto della borsa di pelle era forse più scottante di tutto il resto. Una storia fitta di misteri che sembra ricalcare in parte la drammatica vicenda del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione dei 5 uomini della sua scorta da parte della “geometrica potenza” delle Brigate Rosse il 16 marzo 1978. La querelle sulle borse di Moro continua ancora oggi, a distanza di 35 anni, alimentata soprattutto dal doppio ritrovamento, nel 1978 prima e nel 1990 poi, dei documenti manoscritti del politico Dc nel covo Br di via Monte Nevoso 8 a Milano. Anche per quanto riguarda la strage di via D’Amelio, poi, in cui furono fatti a pezzi Borsellino e i suoi angeli custodi, non si è mai smesso di cercare la famosa Agenda Rossa, divenuta simbolo dell’omonima associazione presieduta da Salvatore Borsellino, fratello di Paolo.

Ma di documenti spariti e dossier volatilizzati è piena la storia giudiziaria italiana. Di depistaggi invece, neanche a parlarne. Uno su tutti quello messo in atto da Licio Gelli e dai vertici del Sismi infiltrati dalla P2 per far ricadere la responsabilità della strage di Bologna sullo spontaneismo armato dei Nar, coprendo così i veri autori dell’eccidio. Per Bologna sono stati riconosciuti colpevoli Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che a tutt’oggi si dichiarano però estranei alla vicenda di sangue. Con la valigetta di Dalla Chiesa non si fa altro che continuare a raccontare una vicenda che i libri di storia ancora non hanno scritto.

Le Brigate Rosse al funerale di Prospero Gallinari

Sono passate 72 ore, tre giorni, dalla sepoltura del corpo dell’ex membro delle Brigate Rosse, Prospero Gallinari, nel cimitero del comune di Coviolo, il piccolo paese alle porte di Reggio Emilia dove il brigatista è nato, ma sembra proprio che la pace non debba ancora arrivare per l’anima del defunto eccellente. Gli anni di piombo sono finiti da un pezzo, ma anche nell’Italia del 2013 era logico che un parterre du roi come quello visto durante il funerale di Gallinari, morto per un banale infarto, dovesse rinfocolare antichi rancori e far riemergere divisioni che si credeva appartenenti ad un’altra epoca. Renato Curcio, Barbara Balzerani, Francesco Piccioni, Oreste Scalzone, oltre a Bruno Seghetti e Raffaele Fiore, i due Compagni autori insieme a Gallinari ed altri della strage di via Fani e sabato scorso impegnati a sostenere la bara dell’amico scomparso.

br gallinariLe braccia alzate con il pugno chiuso, la bara avvolta in un drappo rosso con tanto di falce, martello e stella a cinque punte (anche se priva del cerchio tipico del simbolo Br), l’Internazionale intonata in coro seguendo il fischio di Oreste Scalzone, il fondatore di Potere Operaio apparso tra i più commossi e risoluti. Tutti simboli e messaggi provenienti dai libri di storia che non potevano non scatenare gli appetiti di rivalsa di tutti coloro, la stragrande maggioranza degli italiani, per i quali l’attivismo politico armato, Rosso o Nero che fosse, ha rappresentato solo un’ideologia terrorista.

E allora, ecco esplodere, fulminea e feroce, l’attesa polemica. A dare fuoco alle polveri è stata Liana Barbati, consigliere regionale dell’Idv in Emilia, nonché coordinatore provinciale del partito a Reggio Emilia: “Leggo con estrema perplessità e disappunto che Ferrigno e Grassi, membro della direzione nazionale, nonché ex deputato di Rifondazione Comunista, hanno partecipato ai funerali del brigatista”. Ha dichiarato alla stampa la Barbati, facendo riferimento ad Alberto Ferrigno, coordinatore provinciale di Rifondazione Comunista a Reggio Emilia, e a Claudio Grassi, già senatore di Rifondazione con l’Unione di Prodi nel 2006 e oggi candidato alla Camera per Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia.

Secondo la Barbati “chi ricopre cariche politiche o è candidato alle elezioni per rappresentare i cittadini, non dovrebbe neanche a titolo personale, partecipare al funerale di chi ha rappresentato un periodo così buio e triste per la nostra Repubblica”. In pratica, i due malcapitati vittime degli strali della Barbati, già noti da anni per il loro impegno civile e pacifista, dovrebbero essere messi alla gogna per il solo fatto di aver partecipato ad un funerale (Grassi era amico della compagna di Gallinari). Italia paese cristiano, ma non verso chi si è macchiato di gravi reati di sangue, soprattutto se di sinistra e, quindi, senza dio, è questa l’idea della Barbati che ha minacciato di sbattere la porta e di spaccare il partito di Ingroia se non ci sarà “una smentita o una parvenza di giustificazione” da parte dei due rifondaroli. Da parte sua Grassi -spalleggiato anche da Antonio di Pietro, in teoria Capo della Barbati- ha risposto nell’unico modo possibile: “Non credevo che partecipare ad un funerale di una persona che conoscevo potesse creare un caso politico”.

Caso chiuso allora e tirata d’orecchie per la consigliera dimostratasi priva di qualsiasi briciolo di umanità? Niente affatto perché sul cadavere di Gallinari e, soprattutto, sul corpo di Rivoluzione Civile si sono gettati i soliti avvoltoi della politica. Questa volta non tanto da Destra, se si esclude la dichiarazione del consigliere regionale del Pdl Fabio Filippi improntata anch’essa alla disumanità e le solite prese di posizione di Libero e del Giornale, ma soprattutto da Sinistra, quella sinistra radical-chic rappresentata mediaticamente dal quotidiano La Repubblica che si è gettata come un branco di squali, chez Ezio Mauro, sul corpo sanguinante del brigatista per condannare i danni provocati da un’ideologia che però i sinistrorsi imborghesiti hanno sempre abbracciato, quando gli faceva comodo, dal loro comodo salotto di casa.