OP è tornato…per dire NO a Renzi e Boschi

L’Osservatore Politiko è tornato a puntare il suo sguardo inquisitorio sul marcio e corrotto sistema politico italiano. La notizia potrebbe apparire di trascurabile o nessun interesse al lettore distratto e occasionale. Ma in tempi in cui il Regime politico del ‘berluschino’ Matteo Renzi ha ottenuto, senza il minimo sforzo, i favori della quasi totalità del circo mediatico -riducendo quei leccaculo nati dei giornalisti di carta stampata e tv mainstream ad innocui cagnolini da riporto delle malefatte del Potere-, risulta oltremodo necessario, anzi vitale, la presenza nel web di un esercito di pensatori liberi (di cui OP fa parte) che si impegnino, di qui al referendum costituzionale dell’ottobre prossimo, a mettere nel campo virtuale della rete tutti i loro sforzi per mandare a casa l’attuale governo.

L’occasione di liberarsi una volta per tutte dei Renzi’s boys&girls è, infatti, troppo ghiotta persino per quei pecoroni assonnati degli italiani che, con un semplice NO sulla scheda referendaria, non saranno più costretti a sorbirsi la montagna di sparate a reti unificate che il bugiardo di Rignano riversa quotidianamente nelle nostre orecchie. Il fatto strano, e tuttora inspiegabile per i non addetti ai lavori, è che a mettere da solo la testa dentro la ghigliottina è stato lo stesso Renzi con la promessa di togliersi dai piedi in caso di sconfitta nelle urne. Una scelta azzardata e misteriosa, comprensibile solo se si inquadra l’ascesa al potere del ‘bomba’ come una gentile concessione dei centri di potere più o meno occulti che dirigono la politica globale. Quel grumo di interessi vampireschi che, negli anni ’70 del ‘900, in modo più che mai attuale, i militanti delle Brigate Rosse avrebbero definito SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali).

renzi referendum costituzionaleChe Renzi sia stato infilato a Palazzo Chigi con un colpo di mano ai limiti della costituzionalità dal vecchio, ma ancora potentissimo, Giorgio Napolitano, seguendo naturalmente lo schema prefissato da una non ancora precisata compagnia di merende, non è certo un mistero. Perché la scelta sia caduta proprio su di lui, insieme a quella infornata di figli di papà nota come ‘Giglio Magico’, non è però ancora dato saperlo. Fatto sta che la conferma della spada di Damocle che pende sulla carriera dei giovani toscani al governo, costretti ad agire su ordinazione (come nel caso del Jobs Act, letteralmente dettato dalla Confindustria per abbattere i residui diritti dei lavoratori), è arrivata proprio l’altro giorno dalla numero 2 del regimetto, Maria Elena Boschi, che ha spergiurato di voler abbandonare, anche lei come il suo boss, la politica in caso di sconfitta del SI.

Una presa di posizione non richiesta, una vera e propria excusatio non petita, perché le riforme costituzionali per definizione (perché dovrebbero coinvolgere l’intero agone politico) non dovrebbero toccare il destino dei membri di un governo. Arrivati a questo punto -con i cazzari di governo impegnati a ripeterci un giorno si e l’altro pure, complici quei servi dei mass media, che l’Italia viaggia a gonfie vele verso il benessere generale quando, invece, le ricchezze sono concentrate sempre di più nelle mani dei pochi squali che dominano i mercati finanziari– non serve nemmeno entrare nel merito di una riforma costituzionale, peraltro elitaria e pasticciata.

La battaglia che si combatterà da qui ad ottobre diventa un vero e proprio spartiacque politico-sociale per il nostro Paese. Se vince Renzi il mito dell’uguaglianza, dell’onestà e del benessere per tutti resterà tale, con i lavoratori (i fortunati che un impiego riescono a trovarlo) ridotti al rango di servi ammaestrati del Capitale. Se vince il NO, al contrario, i Signori che comandano in Italia, in Europa, negli Usa e sull’intero globo dovrebbero finalmente fare i conti con una opinione pubblica informata e combattiva (vedi il caso dello studente catanese che ha messo in mutande ‘di pizzo’ la povera MEB). Ma il SIM è ancora spietatamente forte, mentre l’opinione pubblica italiana è tenuta costantemente sotto l’effetto della morfina mediatica. Che fare allora? Basta spegnere la tv e svegliarsi.

Omicidio Biagi: Scajola incastrato dalle lettere di Zocchi

omicidio BiagiClaudio Scajola non risulta al momento indagato nell’inchiesta sull’omicidio di Marco Biagi, riaperta a Bologna dal pm Antonello Gustapane 12 anni dopo l’agguato delle Brigate Rosse che ha posto fine alla vita del giuslavorista. Il fascicolo è ancora a carico di ignoti, ma l’accusa di omicidio per omissione sembra ritagliata su misura per l’ex ministro dell’Interno. Scajola, già in carcere per la vicenda Matacena-Lady Montecarlo, ha sempre dichiarato che le ripetute richieste di assegnare una scorta a Biagi avvennero a sua insaputa, ma ora è stato smentito clamorosamente dalla comparsa di due lettere, conservate dal suo segretario particolare dell’epoca Luciano Zocchi.

Nelle missive, vergate a mano su carta intestata del ministero il 15 marzo 2002 (4 giorni prima dell’omicidio Biagi) e già comparse sulla stampa, il segretario avverte il ministro che il direttore generale di Confindustria nel 2002, Stefano Parisi, e i coniugi Enrica Giorgetti e l’On. Maurizio Sacconi segnalano con preoccupazione l’opportunità di rafforzare la scorta al “successore di Tarantelli e D’Antona”. Già nel 2007 Scajola giurava di essere all’oscuro di tutto ( un difetto che si riproporrà con la vicenda della casa al Colosseo pagata secondo lui a sua insaputa).

“Io non sapevo nemmeno chi fosse Biagi- dichiarava Sciaboletta a Libero – le pare che se avessero detto al ministro: ‘metti la scorta a Biagi’ non sarei intervenuto? Se non l’ho fatto significa che nessuno mi avvertì”. Giustificazione spazzata via dalle lettere di Zocchi. “L’onorevole Maurizio Sacconi – si legge nel primo promemoria – ti segnala l’opportunità di rafforzare la tutela soprattutto del Prof. Marco Biagi, consulente del Ministro Maroni, ‘successore ’ di Tarantelli, D’Antona ecc…”. Nella seconda lettera, sotto la dicitura “URGENTE” scritta in stampatello, Zocchi appunta che “Il Direttore Generale di Confindustria, dott. Stefano Parisi (essendo assente il Presidente D’Amato), desidera incontrarti solo 5 minuti con urgenza (per parlare del pericolo di vita corso da Biagi ndr)”.

Certo, la tempistica della comparsa di queste carte compromettenti per Scajola è avvolta nel mistero, come spesso accade nelle vicende più oscure della storia repubblicana italiana. Risulta, infatti, che Zocchi avesse parlato delle lettere ai magistrati romani già nel corso di un interrogatorio tenuto il 10 luglio 2013. L’inchiesta era un’altra, quella su una presunta truffa ai preti Salesiani. La casa del funzionario venne perquisita e nell’occasione saltarono fuori gli appunti su Biagi. Nel verbale del 2013 Zocchi cita anche l’ex segretario di Stato Vaticano, Tarcisio Bertone, suo amico, che sulla vicenda dell’omicidio Biagi gli avrebbe detto: “Lascia stare non metterti nei guai”. Mistero su mistero.

Fatto sta che Zocchi, racconta il giornalista Marco Lillo, aveva rilasciato dichiarazioni scottanti al Fatto Quotidiano già nel 2011, a condizione di renderle pubbliche solo quando lui avesse dato l’assenso. Tre anni fa Zocchi raccontava di aver ricevuto una telefonata dalla Giorgetti (sua vecchia conoscente) il 15 marzo del 2002 per aggiornarlo sulla relazione dei Servizi Segreti che paventava il rischio attentati per i consulenti del ministero del Lavoro. La Giorgetti ha paura per il marito Sacconi, ma soprattutto per Biagi e implora “Luciano” di “fare il possibile” per lui.

Zocchi afferma di aver scritto immediatamente l’appunto che oggi incastra Scajola e di aver ricevuto “poco dopo” la telefonata di Parisi. Le due lettere sarebbero state messe in una busta marrone e consegnate a Fabiana Santini, segretaria del ministro. A questo punto una domanda sorge spontanea: perché Parisi e i coniugi Sacconi temono proprio per la vita di Biagi e non di qualcun altro? Sono forse in possesso di notizie sconosciute ai magistrati? Sembra un po’ di rivivere la storia della seduta spiritica del 1978 durante il sequestro Moro in cui, Romano Prodi presente, uscì il nome “Gradoli” (a via Gradoli fu effettivamente scoperto un covo BR). Il giallo si infittisce quando Zocchi tira in mezzo l’allora vicecapo della Polizia Giuseppe Procaccini e l’attuale prefetto Giuseppe Pecoraro (all’epoca responsabile scorte) che, secondo Zocchi, avrebbe definito Biagi “quello che si fa le telefonate da solo”. Altro che il “rompicoglioni” pronunciato da Scajola.

“Mi dichiaro prigioniero politico”: Dell’Utri e la casta copiano le BR

“Mi dichiaro prigioniero politico”. Dall’ospedale Al Hayat nella capitale libanese Beirut, dove sta passando una dorata latitanza, Marcello Dell’Utri ha riesumato un vecchio slogan degli anni ’70 del Novecento, tornato ultimamente di moda tra i politici finiti nei guai con la giustizia italiana. Nel secolo scorso erano i militanti delle Brigate Rosse arrestati dalle forze dell’ordine a dichiararsi prigionieri politici per rimarcare il loro rifiuto ideologico di uno Stato ritenuto “borghese e imperialista”. Oggi sono proprio i politici di professione a cercare di buttare il pallone nella tribuna dei prigionieri politici per cercare di coprire le loro malefatte incolpando la magistratura definita “politicizzata”. Ieri, i capi delle BR Renato Curcio e Mario Moretti; oggi, Dell’Utri, Berlusconi, Matacena e anche D’Alema per difendere Greganti.

Un confronto impietoso, con tutto il rispetto per i terroristi brigatisti nella cui ideologica forma mentis aveva almeno un senso dichiararsi prigionieri politici. I politici di oggi cercano solo di coprire ignobili tangenti o rapporti illegali con la criminalità organizzata. E pensare che lo status di prigioniero politico non è nemmeno previsto dall’ordinamento italiano. Secondo la definizione fornita da Wikipedia “un prigioniero politico è qualcuno tenuto in prigione o detenuto in altra maniera, come agli arresti domiciliari, perché le sue idee sono giudicate da un governo una sfida o una minaccia per l’autorità dello Stato”.

Di fronte a queste parole rimane alquanto oscuro comprendere le ragioni che hanno spinto il cofondatore di Forza Italia a calarsi nella parte del nuovo Nelson Mandela, rinchiuso per 28 anni nelle carceri del governo segregazionista sudafricano, oppure nei panni di Bobby Sands, il membro dell’Ira morto nel carcere di Maze il 5 maggio 1981 dopo 66 giorni di sciopero della fame. Non certo la condanna definitiva subita a causa delle proprie idee, visto che uno come Marcello Dell’Utri è abituato da decenni a coltivare stretti rapporti con mafiosi del calibro di Stefano Bontate e Vittorio Mangano e mica a fare il rivoluzionario come Pancho Villa o Che Guevara. Gli imbarazzanti accostamenti storici, anzi, servono all’ex senatore per dipingersi all’estero come un martire.

Io sono un prigioniero politico perché quella di venerdì (9 maggio ndr) è stata una sentenza politica – dice Dell’Utri all’inviato di Repubblica Francesco Viviano – una sentenza già scritta di un processo che mi ha perseguitato per oltre 20 anni soltanto perché ho fatto assumere Vittorio Mangano come stalliere nella villa di Arcore del Presidente Silvio Berlusconi. Una persona per me davvero speciale anche se aveva dei precedenti penali: per me Mangano era un amico e basta”. Altro che il romanzesco “Sono Mario Moretti, mi dichiaro prigioniero politico!” pronunciato dalla sfinge delle BR il 4 aprile 1981 a Milano, arrestato dopo 9 anni di latitanza.

Uno stravolgimento a 360 gradi della realtà, quello tentato da colui che secondo i giudici di Palermo è stato il trait d’union tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi, che non è di certo unico nel panorama politico dell’Italia odierna. Anche l’ex parlamentare Pdl Amedeo Matacena, condannato per aver favorito la ‘ndrangheta e latitante a Dubai, intervistato via Skype adombra il sospetto del “complotto politico”. Berlusconi, poi, si è autoiscritto di diritto nel club dei prigionieri politici. Ma disturbi della personalità da rivoluzionari radical chic colpiscono anche a Sinistra dello schieramento politico. È fresca di pochi giorni la goffa difesa d’ufficio tentata da Massimo D’Alema nei confronti del “compagno G” Primo Greganti, arrestato per le presunte tangenti Expo. “Ho imparato che il 40-45 per cento delle persone accusate vengono prosciolte”, ha detto il Lider Maximo, divenuto garantista a targhe alterne, insensibile alle critiche di chi lo considera diventato un Berlusconi qualsiasi.

Le Brigate Rosse al funerale di Prospero Gallinari

Sono passate 72 ore, tre giorni, dalla sepoltura del corpo dell’ex membro delle Brigate Rosse, Prospero Gallinari, nel cimitero del comune di Coviolo, il piccolo paese alle porte di Reggio Emilia dove il brigatista è nato, ma sembra proprio che la pace non debba ancora arrivare per l’anima del defunto eccellente. Gli anni di piombo sono finiti da un pezzo, ma anche nell’Italia del 2013 era logico che un parterre du roi come quello visto durante il funerale di Gallinari, morto per un banale infarto, dovesse rinfocolare antichi rancori e far riemergere divisioni che si credeva appartenenti ad un’altra epoca. Renato Curcio, Barbara Balzerani, Francesco Piccioni, Oreste Scalzone, oltre a Bruno Seghetti e Raffaele Fiore, i due Compagni autori insieme a Gallinari ed altri della strage di via Fani e sabato scorso impegnati a sostenere la bara dell’amico scomparso.

br gallinariLe braccia alzate con il pugno chiuso, la bara avvolta in un drappo rosso con tanto di falce, martello e stella a cinque punte (anche se priva del cerchio tipico del simbolo Br), l’Internazionale intonata in coro seguendo il fischio di Oreste Scalzone, il fondatore di Potere Operaio apparso tra i più commossi e risoluti. Tutti simboli e messaggi provenienti dai libri di storia che non potevano non scatenare gli appetiti di rivalsa di tutti coloro, la stragrande maggioranza degli italiani, per i quali l’attivismo politico armato, Rosso o Nero che fosse, ha rappresentato solo un’ideologia terrorista.

E allora, ecco esplodere, fulminea e feroce, l’attesa polemica. A dare fuoco alle polveri è stata Liana Barbati, consigliere regionale dell’Idv in Emilia, nonché coordinatore provinciale del partito a Reggio Emilia: “Leggo con estrema perplessità e disappunto che Ferrigno e Grassi, membro della direzione nazionale, nonché ex deputato di Rifondazione Comunista, hanno partecipato ai funerali del brigatista”. Ha dichiarato alla stampa la Barbati, facendo riferimento ad Alberto Ferrigno, coordinatore provinciale di Rifondazione Comunista a Reggio Emilia, e a Claudio Grassi, già senatore di Rifondazione con l’Unione di Prodi nel 2006 e oggi candidato alla Camera per Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia.

Secondo la Barbati “chi ricopre cariche politiche o è candidato alle elezioni per rappresentare i cittadini, non dovrebbe neanche a titolo personale, partecipare al funerale di chi ha rappresentato un periodo così buio e triste per la nostra Repubblica”. In pratica, i due malcapitati vittime degli strali della Barbati, già noti da anni per il loro impegno civile e pacifista, dovrebbero essere messi alla gogna per il solo fatto di aver partecipato ad un funerale (Grassi era amico della compagna di Gallinari). Italia paese cristiano, ma non verso chi si è macchiato di gravi reati di sangue, soprattutto se di sinistra e, quindi, senza dio, è questa l’idea della Barbati che ha minacciato di sbattere la porta e di spaccare il partito di Ingroia se non ci sarà “una smentita o una parvenza di giustificazione” da parte dei due rifondaroli. Da parte sua Grassi -spalleggiato anche da Antonio di Pietro, in teoria Capo della Barbati- ha risposto nell’unico modo possibile: “Non credevo che partecipare ad un funerale di una persona che conoscevo potesse creare un caso politico”.

Caso chiuso allora e tirata d’orecchie per la consigliera dimostratasi priva di qualsiasi briciolo di umanità? Niente affatto perché sul cadavere di Gallinari e, soprattutto, sul corpo di Rivoluzione Civile si sono gettati i soliti avvoltoi della politica. Questa volta non tanto da Destra, se si esclude la dichiarazione del consigliere regionale del Pdl Fabio Filippi improntata anch’essa alla disumanità e le solite prese di posizione di Libero e del Giornale, ma soprattutto da Sinistra, quella sinistra radical-chic rappresentata mediaticamente dal quotidiano La Repubblica che si è gettata come un branco di squali, chez Ezio Mauro, sul corpo sanguinante del brigatista per condannare i danni provocati da un’ideologia che però i sinistrorsi imborghesiti hanno sempre abbracciato, quando gli faceva comodo, dal loro comodo salotto di casa.