Caso Preiti: Flavio Tosi rilancia l’ipotesi strategia della tensione

L’attentatore di piazza Colonna, Luigi Preiti, si trova agli arresti nel carcere romano di Rebibbia, sorvegliato a vista 24 ore su 24 per paura di un gesto estremo e accusato di tentato omicidio plurimo premeditato, porto, detenzione illegale e uso di arma e munizioni. I magistrati titolari dell’inchiesta, il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani e il pm Antonella Nespola, lo hanno ritenuto in grado di intendere e volere al momento del tentato omicidio dei due carabinieri. Quello di Preiti non è stato il gesto di un folle, dunque, ma l’atto dissennato di una persona disperata ma lucida.

Le motivazioni del modus operandi del 49enne operaio calabrese di Rosarno -separato dalla moglie, con un figlio di 11 anni, rimasto senza lavoro e per questo tornato da Alessandria a casa della madre- sono ancora al vaglio degli inquirenti. Si cerca di capire che cosa ha armato veramente la mano di Preiti e se, dietro di lui, si sia mosso qualcuno che ha saputo premere i tasti giusti della sua disperazione. Al momento, la versione ufficiale abbraccia la tesi del cane sciolto, anche se le indagini spaziano a 360 gradi. Innanzitutto il Ris dei carabinieri sta svolgendo un accertamento tecnico sulla pistola Beretta 7.65 dalla matricola abrasa che Preiti afferma di aver acquistato al “mercato nero” alcuni anni fa.

Gli investigatori vogliono scoprire se quell’arma ha sparato in altri delitti e come Preiti sia riuscito a procurarsela visto che, anche al mercato nero, una pistola non si trova così facilmente sulle bancarelle. Il disoccupato calabrese oggi sosterrà l’interrogatorio di garanzia ma, allo stato dei fatti non sembrano persistere dubbi sul fatto che ad agire sia stato un “esibizionista” la cui rabbia è stata acuita dal fallimento economico e sociale.

 

Un gesto isolato dunque? Non sono ovviamente tutti d’accordo esperti, sociologi, addetti ai lavori e politici. Il sasso nello stagno lo ha lanciato chi meno te lo aspetti. Questa volta non è toccato al solito estremista di sinistra avanzare l’ipotesi della strategia della tensione. Il dubbio cioè che a manovrare la debole mente di Preiti sia stata la solita “manina” interessata a destabilizzare per stabilizzare lo ha messo sul tavolo delle indagini niente di meno che Flavio Tosi, il sindaco leghista-migliorista di Verona, ospite lunedì sera alla trasmissione Quinta Colonna, condotta da Paolo Del Debbio su Rete4. Secondo il rubicondo Tosi “qualcuno potrebbe aver armato la mano di Luigi Preiti per favorire un clima di violenza, oppure per dare la colpa a qualcun altro”.

Ha detto più o meno così Tosi –peraltro nel fragoroso silenzio dello studio, conduttore compreso, che forse non ha colto l’importanza della tesi proposta dal sindaco- avanzando a tentoni sul doppio binario attentato terroristico-strategia della tensione. Un’ipotesi solo di scuola a giudicare dagli elementi raccolti fino a questo momento, ma che lascia pensare, vista la fonte al di sopra di ogni sospetto da cui proviene. Altro che “gesto isolato di un folle” allora. A sentire Tosi, nel migliore dei casi Preiti sarebbe stato l’allievo di qualche cattivo maestro che, con uno sforzo di fantasia, potrebbe essere individuato non certo in Beppe Grillo e nel Movimento “gandhiano” dei 5 Stelle. A voler vedere il bicchiere mezzo vuoto, invece, potrebbe anche essere che i soliti servizi segreti deviati si siano deliberatamente serviti di un disperato per concentrare nuovamente il potere nei Palazzi scossi dalla crisi economica e dalla conseguente rabbia popolare.

Un giochino già visto più volte in passato. E infatti, il primo effetto pratico dell’attentato di domenica è stata l’ulteriore blindatura proprio dei Palazzi del Potere. Da ieri altri dieci metri di transenne dividono Montecitorio da Palazzo Chigi e, durante il voto di fiducia, la zona rossa è stata estesa fino al Pantheon. Una città di Roma quasi in assetto di guerra all’esterno mentre, all’interno, il governo di Enrico Letta riceveva una fiducia “blindata” (453 voti favorevoli) anche dalla paura della piazza che ormai attanaglia i politici della casta. Dopo Preiti, i casi degli insulti a Franceschini, Gasparri, Fassina e Giovanardi assumono una veste più inquietante.

Annunci