Quirinale, la legge di Renzi

Giornata politica italiana divisa tra le reazioni ai risultati clamorosi, ma attesi, delle elezioni in Grecia e le grandi manovre per il Quirinale. I membri del governo provano ad intestarsi la vittoria di Tsipras in Grecia, ma Lega, Sel e M5S li sbugiardano. Matteo Renzi incontra i parlamentari Pd per imporre un percorso condiviso (da lui e Berlusconi) sul Quirinale: porte aperte a una candidatura femminile, nessuna rosa di nomi come chiesto da Beppe Grillo, ma un candidato unico a partire dalla quarta votazione e scheda bianca nelle prime tre. Secondo il premier il nuovo capo dello Stato verrà eletto «sabato mattina», 31 gennaio. Francesco Storace denuncia la ‘tattica della scheda bianca’. Pippo Civati non ci sta e candida Romano Prodi. Domani al via le (finte) consultazioni tra partiti, M5S autoescluso.

 

renzi berlusconiL’incubo delle cancellerie europee, Alexis Tsipras, è divenuto reale dopo il trionfo di Syriza nelle elezioni greche. E allora i politici, soprattutto quelli italiani, per loro stessa natura ‘doppiogiochisti’, cercano di saltare sul carro del vincitore. È presto per abbandonare la nave dell’austerità di Bruxelles, la falla aperta da Tsipras potrebbe essere ancora riparata. Ma la casta dei nostri tenta comunque di piegare al proprio interesse la vittoria dei ‘rossi’ ellenici. Non si sa mai. Il primo a farsi avanti, di buon mattino, è il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che non considera affatto l’esperienza delle sinistra radicale greca come un trampolino di lancio per le aspirazioni degli antirenziani di casa nostra. Anzi, secondo lui, la vittoria di Tsipras non va letta come un gesto di rottura nei confronti delle politiche economiche Ue, ma solo come un passo avanti della ‘linea della flessibilità’ rispetto a quella, drammaticamente perdente, dell’austerità. In pratica, secondo la fantasia del titolare della Farnesina, Tsipras sarebbe il miglior alleato di Matteo Renzi che intanto però, con ostentato provincialismo, si perde in affettuose effusioni con Angela Merkel, cercando di venderle le bellezze artistiche di Firenze come nemmeno Totò con la Fontana di Trevi. Anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Sandro Gozi, pur di occupare poltrone, si presta senza problemi ad una presa in giro globale affermando che «Tsipras in Italia si chiama Renzi».

Ci pensa Nichi Vendola a denunciare il tentativo dei renziani di mettere il cappello perfino sulla vittoria della sinistra internazionalista. «Lui e Renzi hanno idee molto diverse», dichiara il leader di Sel, «ecco perché trovo ridicoli quelli che dal Pd ieri scrivevano tweet entusiasti per la vittoria di Tsipras». A mettere in guardia il ‘George Clooney del Partenone’ ci si mette anche il grillino Luigi Di Maio con un «consiglio non richiesto». «Stai lontano da Matteo Renzi, la sua ipocrisia è pericolosa», scrive su facebook il ‘pupillo a 5Stelle’. Che l’effetto Tsipras rischi di rivoltare l’impolverata Ue come un calzino lo dimostrano le parole del leghista Roberto Maroni secondo cui la vittoria di Syriza «è più che un’apertura all’euroscetticismo. Può essere il grimaldello che scardina questa vecchia Europa e crea le condizioni perché si apra una fase nuova». Un possibile connubio tra gli opposti estremismi di destra e sinistra anticipato nei giorni scorsi dall’endorsement di Tsipras pronunciato da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. In mezzo a questo sirtaki parlamentare, approfitta di Tsipras per farsi pubblicità persino il ‘fittiano’ Raffaele Fitto, in rotta con Arcore, secondo cui adesso «l’Ue cambia o muore».

Il capitolo Quirinale, entrato oggi nella settimana decisiva, si apre sulle Agenzie di stampa con una bugia grossa come una casa. A pronunciarla è il capogruppo del Pd alla Camera, Roberto Speranza, secondo cui «il patto del Nazareno riguarda solo le riforme, e non c’è nessuno scambio con la scelta del Presidente della Repubblica». Nessuno sprezzo del ridicolo da parte del lucano Speranza. Con queste premesse, si sono svolte in mattinata le riunioni dei gruppi parlamentari Dem con il premier, prima alla Camera e poi al senato. Scopo dichiarato è quello di tracciare una linea di partito comune in vista del primo scrutinio previsto per giovedì 29 gennaio. O meglio, sarà Renzi stesso ad imporre la sua volontà, pena la spaccatura del partito. «Il Pd voterà scheda bianca alle prime tre votazioni». È questa la proposta che non si può rifiutare formulata dal segretario/premier. Chi poi non dovesse condividere il nome del prescelto, calato dall’alto del patto del Nazareno, «dovrà dirlo apertamente». In modo da poter essere inserito per tempo, aggiungiamo noi, nelle liste di proscrizione che da qualche giorno circolano sui giornali (vedi ‘Il Foglio’ di Giuliano Ferrara imbeccato dal n. 2 renziano Luca Lotti).

Di fronte ai suoi Renzi sembra avere le idee chiare e risponde indirettamente a Beppe Grillo che ieri gli aveva chiesto di fare i nomi dei candidati piddini al Quirinale. «Non li facciamo perché poi decidano altri», ha detto il premier che non ci pensa proprio a farsi bruciare dai grillini il nome (uno ‘spaventapasseri’ che non disturbi i manovratori del Nazareno), probabilmente già deciso con Silvio Berlusconi, che verrà tirato fuori dal mazzo al momento opportuno. Del resto, è lui stesso ad ammetterlo candidamente: «Il Pd farà un nome secco per il Colle, alla quarta votazione, e non proporrà una terna». Ordini chiari e precisi che il ‘quasi dissidente’ lettiano Francesco Boccia non ode, augurandosi al contrario che «da oggi in poi si tiri fuori una rosa di nomi che vada bene a tutte le forze politiche», M5S compreso. A favore della ‘rosa’ si dice anche il deputato Franco Monaco, ma il presidente della Repubblica verrà eletto solo «con chi ci sta», ribadisce a muso duro Renzi. Fiori nei cannoni, invece, per il ‘dissidente a targhe alterne’ Stefano Fassina che caldeggia l’unità del partito e la necessità di «cercare l’interlocuzione anche con Forza Italia». Alla faccia di Tsipras e delle bellicose prese di posizione dei mesi scorsi. Al contrario, Davide Zoggia implora, inascoltato, di evitare la scelta di un nome che venga «associata al patto del Nazareno». Proposta condivisa da Cesare Damiano.

Decide invece di rompere gli indugi (forse) il ‘civatiano’ Pippo Civati che prende carta e penna per scrivere una lettera alla segreteria Pd per indicare il suo nome per il Colle: Romano Prodi. Un palese tentativo di mettere in difficoltà l’ex amico Renzi. Un nome, quello di Prodi, «fuori dai giochi» secondo il renziano doc Stefano Bonaccini. Chi invece sente puzza di marcio è Francesco Storace che giudica «gravissimo» l’annuncio di Renzi. «La scheda bianca alle prime tre votazioni significa che si va ad un soluzione di basso profilo», denuncia su facebook il fondatore de La Destra, «ad una scelta con la pistola sul tavolo quando i voti necessari saranno 505 e il premier potrà ricattare praticamente tutti gli schieramenti, ad un metodo che renderà determinanti 148 parlamentari eletti con un premio di maggioranza incostituzionale».

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Charlie Hebdo e i politici italiani

charlie hebdo renzi alfanoAnche i politici italiani non possono esimersi dal tempestare le Agenzie con decine di dichiarazioni più o meno intelligenti sulla portata storica dell’attentato di Parigi. Il premier Matteo Renzi si reca in visita all’Ambasciata di Francia e il ministro dell’Interno Angelino Alfano è costretto a convocare il Comitato Antiterrorismo. Allarme e panico tra i giornalisti dello Stivale, sedi dei Media presidiate. Un «gesto vile e barbaro» secondo il presidente Giorgio Napolitano. Una «follia» per Silvio Berlusconi.

Tra le reazioni dei nostri onorevoli da segnalare quelle degli esponenti di centrodestra come Renato Brunetta, Maurizio Lupi, Lucio Malan che vedono la priorità nella lotta al terrorismo rifacendosi al principio del presunto ‘scontro delle civiltà’ tra Occidente e Islam. Un passetto più in là lo fanno i soliti leghisti Mario Borghezio («siamo in guerra») e il suo segretario Matteo Salvini che incita a «bloccare l’invasione clandestina in corso» perché abbiamo «il nemico in casa». Li segue a ruota l’altrettanto solito Maurizio Gasparri per il quale bisogna «colpire le centrali del terrorismo» (riecco la ‘spirale guerra-terrorismo’). E pure Giorgia Meloni dice «basta all’immigrazione incontrollata». Di diverso tenore la reazione del M5S. «Nessuna guerra è giustificabile. Nessun colpo di pistola o di kalashnikov è giustificabile», twitta Carlo Sibilia del Direttorio grillino. E il collega Alberto Airola invita a non «alimentare guerre di religione».

Ma Beppe Grillo mette in dubbio la ‘paternità islamica’ dell’attentato e fornisce una versione complottista di una vicenda che porterà inevitabilmente a una stretta sulla libertà di stampa, chiedendosi «chi muove i fili del terrorismo e perché?». Dal fronte della ‘sinistra chic’, la ancor più ‘solita’ Laura Boldrini, presidente di Montecitorio, invita a «distinguere tra terroristi assassini e musulmani». Un classico. Per tutto il Pd per una volta unito, infine, è in gioco la «difesa della democrazia».

Trattative UE: Cameron pone il veto su Juncker. Grillo sceglie Farage

farage-grilloIn Europa continuano le grandi manovre per decidere il futuro assetto dell’UE. Archiviate le elezioni del parlamento di Strasburgo, adesso le attenzioni sono tutte concentrate sulla nomina del presidente della Commissione europea che dovrà sostituire il portoghese Josè Manuel Barroso. Di fronte ai risultati elettorali che confermano il Partito Popolare Europeo di centrodestra come prima famiglia politica di Bruxelles (seguiti a ruota dai Socialisti e Democratici di centrosinistra), ragione vorrebbe che a occupare la poltrona di Commissario sia il decano dei burocrati europei Jean Claude Junker, frontman dei Popolari nei recenti dibattiti elettorali contrapposto a Martin Schulz (D&S), Alexis Tsipras (Sinistra), Guy Verhofstadt (Liberali-Alde) e Ska Keller (Verdi).

Il colpo di scena arriva però da un’anticipazione fornita dal quotidiano tedesco Der Spiegel secondo cui i giochi per l’ex presidente dell’Eurogruppo, sostenuto da Angela Merkel, si sarebbero maledettamente complicati a causa del veto posto sul suo nome da David Cameron, il premier conservatore britannico (iscritto in Europa ad un gruppo diverso dai Popolari). Sconfitto e umiliato nelle urne dall’Ukip di Nigel Farage, Cameron è costretto adesso a fare la voce grossa e antieuropeista per non finire spazzato via in patria da un’opinione pubblica divenuta sempre più ferocemente euroscettica.

L’inquilino di Downing street avrebbe minacciato addirittura l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue in caso di elezione di Junker, definito “un volto degli anni ’80 che non può risolvere i problemi dei prossimi 5 anni”. La prospettiva di Cameron è quella di anticipare il referendum antieuropeo dal 2017 al 2016. Una mazzata a cui Junker ha risposto a stretto giro di posta dal giornale, sempre tedesco, Bild am Sonntag: “L’Europa non dovrebbe essere ricattata”.

Fibrillazioni nel centrodestra europeo che si riverberano anche a livello nazionale in Italia. I partiti di centrodestra per così dire “tradizionali”, berlusconiani come Forza Italia e diversamente berlusconiani come Ncd di Angelino Alfano, rimangono saldamente ancorati nella grande casa dei Popolari, se pur con pesanti distinguo. Non si è ancora sopita, infatti, l’eco del botta e risposta tra lo stesso Junker e Silvio Berlusconi: il burocrate lussemburghese pretendeva le scuse del capo di FI per aver detto che i tedeschi negarono i lager. Ma per il momento nessun provvedimento di espulsione degli azzurri dal gruppo europeo è in vista (i loro 13 parlamentari pesano eccome). Con i suoi 3 eletti risulta praticamente non pervenuta la lista Alfano-Casini, mentre la Lega di Matteo Salvini veleggia saldamente verso l’alleanza con il Front National di Marine Le Pen nel gruppo che ritiene l’Euro un fallimento.

Discorso più complicato, invece, per il M5S di Beppe Grillo. A giudicare dalla poderosa campagna pro-Farage comparsa sul blog di Grillo, sembrerebbe che il guru e Casaleggio abbiano già scelto l’alleanza con il leader Ukip (in attesa del decisivo voto della Rete). L’ultimo post è quello del professor Paolo Becchi che si scaglia contro la congiura mediatica che descrive Farage come un razzista xenofobo e invita il Movimento a stringere questa “alleanza necessaria”. Nei giorni scorsi era stato lo stesso Grillo a dire la verità su Nigel Farage, ricordando la libertà di voto concessa ai suoi iscritti dal gruppo Europe of Freedom and Democracy (EFD) di cui l’Ukip è il partito trainante (nucleare e rinnovabili vengono dopo la caduta di questa idea di Europa).

Superfluo ricordare ai sostenitori pentastellati asciutti di politica che l’iscrizione ad un gruppo nel parlamento di Strasburgo risulta vitale per non essere destinati all’oblio. Inutile e controproducente, dunque, gridare al gruppo autonomo come più o meno accade in Italia: qui di partiti antisistema che contano è rimasto solo M5S, mentre in Europa di euroscettici ce ne sono a palate. Assurdo, poi, avanzare una proposta di alleanza con i Verdi visto che Monica Frassoni, Presidente del Partito Verde Europeo, ha definito “un delirio” la proposta per l’Europa di Grillo. Il nemico del mio nemico è mio amico. Questa la logica che il grillismo deve seguire. E Farage è molto più nemico dell’Europa delle banche che non gli europeisti radical-chic, Verdi sì, ma solo per moda.

Farage-Grillo e Le Pen-Salvini, le coppie euroscettiche spaventano Bruxelles

Farage GrilloMercoledì 28 maggio, ore otto del mattino. Aeroporto Malpensa di Milano, volo per Bruxelles. Non si saprà mai se sia rimasto più sorpreso Matteo Salvini di ritrovarsi praticamente accanto Beppe Grillo, oppure il guru euroscettico del M5S di viaggiare verso la capitale della Ue insieme al giovane segretario della Lega, decisamente orientato su posizioni anti-euro. Ma cosa ci facevano i due portabandiera dell’euroscetticismo italiano (insieme a Giorgia Meloni, leader senza quorum di Fd’I) sullo stesso aereo diretto a Bruxelles?

Lo scopo del viaggio di Salvini non era un mistero per nessuno: pranzo di lavoro con Marine Le Pen, regista della vittoria del Front National in Francia, per concordare un piano comune e formare un gruppo di parlamentari anti-euro a Strasburgo che i detrattori già definiscono populista, razzista e fascista. Il colpo di scena arriva invece da Grillo che nella capitale belga c’è andato di soppiatto per incontrare Nigel Farage, animatore del britannico Ukip, partito euroscettico, ma senza connotazioni ideologiche, che punta a rivoltare l’Europa come un calzino e a far uscire la Gran Bretagna dall’Unione. Sul contenuto dell’incontro finora non è trapelato nulla e Grillo ha detto solo che “adesso stiamo solo sondando, sondiamo. Mi appello al quinto emendamento. Vedrete tutto sul mio blog”. Si sa che nel M5S non decide Grillo ma la Rete.

Farage è forte del sorpasso storico nelle urne sia dei Laburisti che dei Conservatori il cui leader David Cameron è attualmente inquilino del n.10 di Downing street. Per evitare una crisi di governo, ora Cameron dovrà mostrarsi più intransigente nei confronti dell’Europa e concedere a Farage nel 2017 un referendum sull’uscita dall’Ue. Grillo, al contrario, esce ridimensionato dalla batosta elettorale subita da Renzi, ma resta sempre a capo del secondo movimento politico italiano, dotato di un patrimonio di 17 europarlamentari molto scettici. Proprio il bottino che interessa a Nigel Farage che, senza i numeri di Grillo, può scordarsi di fare concorrenza a Le Pen figlia sul terreno dell’euroscetticismo. Per formare un gruppo a Strasburgo, infatti, pena l’irrilevanza politica, occorrono 25 parlamentari di 7 paesi diversi.

Fonti dell’Ukip assicurano che sono già stati presi contatti con delegazioni di partiti o singoli rappresentanti di altri 5 paesi. A questo punto mancherebbe solo il M5S per chiudere il cerchio magico dei 7. Per questo, già dal giorno successivo alle elezioni, era partito il pressing degli uomini di Farage nei confronti dei grillini. Secondo l’Huffington Post gli sherpa in incognito sarebbero stati Emmanuel Bordez, attuale segretario generale del gruppo euroscettico Efd, in rappresentanza di Farage, e Claudio Messora, responsabile comunicazione M5S, per conto di Grillo. Inoltre, gira voce di alcune telefonate intercorse tra Farage e Gianroberto Casaleggio.

Il gruppo Farage-Grillo partirebbe da una cinquantina di seggi, qualcuno in più della già affiatata coppia Le Pen-Salvini. L’unico impedimento che per il momento ha bloccato i pentastellati è proprio il rischio di essere additati come fascisti, visto che all’interno dell’Ukip, come afferma il giornalista del Financial Times John Lloyd, non mancano “opinioni estreme sull’immigrazione e contenuti razzisti”. Ma il rischio da correre vale l’uscita dalla scomoda posizione di isolamento in cui sono stretti i grillini.

Discorso diverso per la coppia Le Pen-Salvini che viaggia spedita verso l’unione di fatto. Dopo aver umiliato i socialisti del presidente Francois Hollande, la bionda Marine ha promesso un “referendum per chiedere ai francesi se vogliono uscire dall’Euro” se dovesse essere eletta all’Eliseo. Non più solo No all’euro, come teorizzato anche dal segretario leghista, ma messa in discussione della stessa partecipazione transalpina alla Ue. Musica per le orecchie di Salvini, fumo negli occhi per i boiardi europei come Merkel e Renzi che, sordi alle rivendicazioni dei popoli, si apprestano ad eleggere Jean Claude Junker, o un altro oscuro burocrate, alla testa della Commissione.

Europa, Comuni, Regioni: Pd pigliatutto. M5S resiste in Valsusa

Grillo NoTavDopo il trionfo alla democristiana nelle elezioni europee, Matteo Renzi fa il pieno anche alle amministrative. Forte di un livello di popolarità mai raggiunto da nessuno nell’Italia repubblicana, ora il premier cercherà di imporsi a livello internazionale come interlocutore principale della Merkel e di Obama. Sul fronte interno, invece, punta a spaccare il Movimento di Beppe Grillo, ancora frastornato dal contro-boom elettorale, cercando di coinvolgerlo nelle tanto declamate Riforme.

Il Pd di turbo-Renzi è una macchina da guerra inarrestabile. Le regioni Piemonte e Abruzzo vengono strappate con la forza al centrodestra. Tra i capoluoghi di provincia, i Comuni di Firenze, Prato, Pesaro, Sassari, Ferrara, Forlì, Modena, Reggio Emilia e Campobasso restano al Pd o passano sotto il suo controllo già al primo turno. Ballottaggio previsto a Bari, Livorno, Perugia, Terni, Bergamo, Padova, Foggia, Potenza, Cremona e Pavia. Ma anche in questo caso i Democratici fanno la parte dei leoni perché, a parte Pavia dove è in testa il sindaco uscente Alessandro Cattaneo (il rottamatore di destra) e la piccola Foggia, il Pd è in testa di molti punti ovunque. Berlusconi, al contrario, si deve accontentare di mettere la bandierina di Forza Italia su Ascoli Piceno. Quasi umiliante.

E il M5S? Se il 21% ottenuto nelle urne europee rappresenta una sconfitta bruciante, ma non un tracollo, le percentuali raggiunte nelle città sono un campanello d’allarme da non trascurare. Praticamente ovunque i numeri del Movimento non si scostano dal 5, 10, massimo 20%. L’unica città medio-grande in cui i grillini riescono a strappare almeno il ballottaggio è Livorno. Una volta rossissima, la città portuale toscana non ha cambiato pelle, solo che il candidato del centrosinistra Marco Ruggeri si è fermato al primo turno al 40%, mentre lo sfidante pentastellato, Filippo Nogarin, arranca con poco meno del 20%.

Beppe Grllo e il M5S non possono però considerarsi definitivamente sconfitti. La loro battaglia politica, come ribadito sul suo blog dal deluso ma combattivo guru, continua sotto lo slogan VinciamoPoi, naturale sostituto del VinciamoNoi preelettorale. Il punto di ripartenza non potrà che essere la Valsusa, terreno di scontro sul Tav Torino-Lione. Le percentuali raggiunte qui dal Movimento trasformano questa valle piemontese in una valle bulgara, nel segno della protesta dei NoTav.

Nella ridotta della Valsusa – attuale sostituta della storica ridotta della Valtellina in cui i fascisti più ferventi speravano che Mussolini volesse ritirarsi per continuare la lotta antimperialista nel 1945 – i grillini incamerano tra il 30 e il 40% dei consensi in paesi della Bassa valle come Almese, Villar Dora e Sant’Ambrogio di Susa. Fiducia che aumenta man mano che ci si avvicina al confine francese: 47% a Exilles e 49,7 a Venaus. In controtendenza, con il Pd cioè sopra al M5S, anche se di poco, i comuni di Chiomonte e Giaglione, territori dove è situato il cantiere del tunnel geognostico, scelti non a caso, secondo il NoTav grillino Marco Scibona, perché dotati di amministrazioni Pd compiacenti.

Il coraggio di Grillo e dei suoi forse non basterà ad arginare la montante marea renziana. Il piano del rottamatore (dei suoi avversari e non certo di un Sistema marcio e corrotto) è tanto semplice quanto diabolico: portare il disorganizzato M5S alla scissione cercando di coinvolgere i grillini dialoganti nel percorso di Riforme che ripartirà a breve. Un tentativo che a questo punto ha anche buone possibilità di riuscita visto che, come scrive Grillo, “quest’Italia è formata da generazioni di pensionati che forse non hanno voglia di cambiare, di pensare un po’ ai loro nipoti, ai loro figli, ma preferiscono stare così”.

Dudù e vivisezione: “Delirio” animalista contro le ragioni di Grillo

Grillo vivisezione“Dudù deve essere affidato alla vivisezione”. Beppe Grillo pronuncia la frase che sta scatenando un putiferio nel multiforme mondo animalista giovedì 15 maggio dal palco di Pavia, ennesima tappa del Vinciamonoi Tour che il capo del M5S ha organizzato per fare il pieno di voti in vista delle elezioni europee del 25 maggio prossimo. Associare il cagnetto di Francesca Pascale, adottato da Silvio Berlusconi, alla pratica della vivisezione è parsa subito a tutti una caduta di stile da parte del comico genovese, costretto addirittura a fare marcia indietro su twitter il giorno seguente.

Ma la responsabilità di aver scatenato la scontata offensiva degli animalisti fondamentalisti da salotto come Michela Vittoria Brambilla e Monica Cirinnà è da imputarsi alla disinformazione dei soliti mass-media che hanno stravolto il senso del discorso di Grillo a Pavia. Il guru pentastellato, preso dalla foga di condannare il sistema corrotto, a un certo punto se l’è presa con le persone ricche come Berlusconi che intendono l’amore per gli animali solo come un egoistico status symbol. Queste persone un vero contatto con la natura, gli animali e il mondo contadino non l’hanno mai avuto, ma si ergono a giudici e giustizieri del rapporto uomo-animale, soprattutto uomo-cane, il loro. Uno stravolgimento dei ruoli che, nella mente di certe persone, porta certi cani a diventare più importanti di certi uomini. Un “Delirio”.

Le parole di Grillo sono chiare, una critica al Sistema e non un elogio della vivisezione:

“Io ce l’ho un cagnetto così, ce l’ha mia moglie (si chiama Delirio ndr), li detesto quei cagnetti perché i proprietari di questi cagnetti in effetti non amano i cani ma amano il proprio cane e detestano gli altri. E questi cagnetti sono piccoli, carini, ma la loro natura è di infilarsi nei cunicoli delle miniere a cacciare i topi. Li metti in una borsetta di Louis Vuitton e sono snaturati, vedi che escono con il cappottino Fendi, con le pantofoline di LV. Gli mettono il profumo da cani che costa più di quello degli umani, glielo spruzzi nel naso e non sentono più gli odori. C’è un giro d’affari incredibile, le pastigliette…‘ha cagato il cane?”…Ma vaff… se non ha cagato il cane, sono io che non cago da 15 giorni”.

Ma ai benpensanti della domenica che scrivono sui giornali o frequentano i Palazzi che contano è rimasto in mente soltanto il concetto astratto Dudù-vivisezione. Tanto basta per rivolgere contro Grillo l’arma carica della perdita del voto animalista a meno di una settimana dalle elezioni europee. Secondo il sondaggista Nicola Piepoli, intervistato dal Fatto Quotidiano, le famiglie italiane che posseggono animali domestici sono circa 12 milioni, il 40-45% del totale. “Ciò equivale – spiega il direttore dell’omonimo Istituto – a 25 milioni di potenziali elettori e a due milioni e mezzo di elettori reali aggiuntivi, il 7% dei voti in termini relativi”.

Un bacino elettorale che fa gola, tanto da spingere Grillo a twittare: “Sono da sempre contro la vivisezione, sono molto affezionato al mio cane Delirio e auspico una partito-vivisezione attraverso la democrazia”. Giustificazioni giudicate tardive dalle sacerdotesse dell’animalismo paillettes et champagne della politica italiana. Ecco un breve bestiario della loro indignazione interessata. Pascale: “Per lui uccidere non è un reato”. Brambilla: “Fa propaganda alla vivisezione e mostra di non sapere neppure che cosa sia l’amore per gli animali”. Luana Zanella (Verdi): “La vivisezione non può essere oggetto di battute”. Michaela Biancofore: “Grillo è peggio di Hitler, è l’alter ego di Mengele”.

Il riassunto della grottesca vicenda è affidato al giornalista Michele Fusco che definisce “deprimente l’indignazione dilagante per una battuta infelice su un barboncino bianco”.

“Grillo come Stalin”: Martin Schulz fa volare il M5S nei sondaggi

Grillo Schulz“Beppe Grillo è come Stalin e Hugo Chavez”. Il presidente del parlamento europeo Martin Schulz – candidato alla poltrona di Commissario UE e figura di punta dei socialisti tedeschi dell’Spd- esprime la sua opinione sul capo del Movimento5Stelle cercando di entrare a gamba tesa nella campagna elettorale italiana per favorire Renzi. Lo fa attraverso un’intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera dichiarando chiaramente di considerare Grillo alla stregua di uno spietato satrapo orientale. Un attacco scomposto che fa meritare a Schulz la gogna sul blog di Grillo e finisce per far lievitare ancora di più il M5S nei sondaggi (favorito anche dall’Effetto Expo).

Se il barbuto socialista teutonico, famoso in Italia solo per il comico siparietto del kapò recitato con Berlusconi, pensa che Grillo sia ingiudicabile perché come “il vento”, lo scaltro comico genovese ne approfitta subito per postare sul blog una risposta “alla Grillo”: violenta e offensiva, ma che coglie nel segno. Il guru a 5Stelle paragona Matteo Renzi a Benito Mussolini che durante la II Guerra Mondiale prometteva di “spezzare le reni alla Grecia”. Secondo Grillo la Germania di Schulz e Merkel corre oggi in aiuto dell’”ebetino di Firenze” per difendere il Fiscal Compact ed evitare gli Eurobond, così come nell’aprile del 1941 Hitler approvò l’Operazione Marita e spedì la Wehrmacht in Grecia per aiutare il Duce.

Per Schulz il fatto che Grillo minacci “ammende ed espulsioni per i deputati che non votano come dice lui” è la dimostrazione di come egli sia “espressione di un totalitarismo moderno”, una persona in cui si sente una “tendenza autoritaria”, quello che in Spagna, aggiunge Schulz, “si direbbe caudillismo”. Il socialista tedesco che con la regina dell’austerity, Angela Merkel, ci governa in coalizione senza vergognarsi, pensa che la libertà di mandato dei parlamentari sia “uno dei fondamenti della democrazia”. Paragona Grillo, come detto, a Stalin e Chavez e fa sapere che nella sua Germania Beppe (ma non i suoi amici italiani Greganti e D’Alema) “avrebbe dovuto temere l’intervento della magistratura”.

Invettiva che suona come musica per le orecchie del capo dei grillini che risponde a tono. Grillo scrive di “soccorso teutonico sotto forma dello sturmtruppen Martin Schulz”, impegnato ormai in una “campagna elettorale permanente” per Renzi. Poi, l’affondo contro Renzie, considerato il “mandatario degli interessi tedeschi in Italia”, e l’elogio del M5S “pericolo numero uno dei banchieri tedeschi, della BCE e della Troika”. Schulz sta “insultando con il suo linguaggio milioni di italiani”, conclude Grillo dando persino ragione allo “psiconano” Berlusconi che “non aveva tutti i torti a chiamarlo kapò anche se assomiglia di più a un krapò, , nel senso di crapùn, crapa dura con il chiodo sull’elmetto, che non tiene vergogna a sparare cazzate”.

La rivalutazione del berlusconiano kapò, rivisitata nella chiave ironica di krapò, deve essere andata indigesta al troppo politically correct Martin Schulz, incappato in una caduta di stile per inseguire Grillo sul suo terreno, ed ora chiuso in un imbarazzante silenzio.

Ma la guerra tra gli antieuro come il M5S di Grillo e gli europeisti per interesse come l’Spd di Schulz non finisce certo qui. Nel suo programma per l’Europa il krapò Schulz ammette che l’austerità è stato un errore, ma nega che la responsabilità sia stata esclusivamente tedesca. Rivendica per i socialisti il merito della legge sull’unione bancaria e la tassa sulle transazioni finanziarie ma non riesce (o non può perché legato a doppio filo alle banche) fornire una soluzione per portare l’Europa fuori dalla crisi. Sui parametri di Maastricht è lapidario: “Il rapporto deficit/Pil al 3% va rispettato”. Mentre per gli Eurobond “non ci sono le condizioni”. Proprio il tipo di concezione dell’Europa che porta voti al M5S.

Grillo attacca il sistema PD-MPS: peste rossa e mafia del capitalismo

grillo assemblea mpsIl ciclone Beppe Grillo si presenta all’assemblea dei soci del Monte dei Paschi di Siena (delegato da un piccolo azionista) e si scatena in una invettiva contro il sistema di potere Pd-Mps. Definisce il PD, senza citarlo, la “peste rossa” che “non ha per ora nomi, ma ha un preciso indirizzo, via Nazareno Roma”. Considera Siena e la commistione tra politica e denaro il “cuore del voto di scambio”. Per il guru a 5Stelle la vera mafia del capitalismo è a Siena e non in Sicilia. Una frase che ha fatto esultare non pochi italiani.

Grillo comincia il suo discorso citando il decreto di archiviazione dell’inchiesta sugli ex vertici di Mps, Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, per affermare che “Mussari e Vigni obbedivano a ordini di politici locali e nazionali e anche se i giudici non ne fanno i nomi è evidente che sono politici del PD che aveva il controllo della Fondazione Monte dei Paschi”.

La svalutazione del titolo di MPS, continua Grillo, è “devastante”. Nel 1999 valeva 5 euro, oggi 10/20 centesimi: “La più grossa distruzione di valore della storia finanziaria del Paese e forse dell’Europa”. Il comico-politico attacca Amato, D’Alema e Bassanini che “da Sinistra” negli anni ’90 bollarono come “palla al piede dell’economia nazionale” il sistema bancario pubblico. Le banche pubbliche cominciarono così ad essere privatizzate, fino a che non si giunse alla crisi americana dei mutui subprime che investì anche i tre principali istituti di credito italiani, una volta pubblici: Unicredit, Intesa Sanpaolo e Mps. “Tutte tecnicamente fallite” dice Grillo, e non a torto.

“Siena è stata la città più rossa d’Italia – dice Grillo – anche il 58% dei voti al vecchio PCI. Ma i vecchi, ottimi compagni, quelli dell’antifascismo, della lotta partigiana e poi delle lotte contadine e operaie, si erano guardati bene da mettere le mani nella banca. Ma quei compagni non ci sono più o non hanno più potere”. Con la metamorfosi del Pci in Pds, poi Ds e, infine, Pd le nuove generazioni di politici hanno sottratto la ricchezza a chi la produceva per dissiparla fino a consumarla. Quella che Grillo definisce la “peste rossa”, appunto.

L’anno della svolta è il 1995, quando l’istituto di Rocca Salimbeni viene privatizzato e l’allora Pds, accusa Grillo, tramite il Comune e la Provincia di Siena prende possesso della Fondazione a cui era stato assegnato il 100% delle azioni Mps. Da quel momento “la banca smette di fare utili” e paga sontuosi dividendi agli azionisti “mangiandosi il capitale e le riserve”. Il processo di disfacimento di Mps “diventa rovinoso” nel 2001 allorché il Pd nomina Mussari presidente della Fondazione. Nel 2006 il manager calabro-toscano si “autonominerà” presidente della banca e sarà responsabile delle disastrose operazioni Banca 121 e Antonveneta.

Grillo fornisce una dettagliata ricostruzione della fallimentare acquisizione di Antonveneta fino al 2011, sollevando il dubbio che anche Bankitalia e Consob fossero coinvolte perché non hanno sollevato alcuna obiezione quando “non potevano non vedere”. Secondo il guru del M5S, il quasi fallimento di Mps è tutta colpa delle ingerenze indebite del Pd. Non manca nemmeno un tocco di giallo con l’accenno al suicidio di David Rossi, anche questo da attribuirsi, almeno “moralmente”, al Pd.

L’ultimo capitolo del suo intervento Grillo lo dedica alla nuova gestione Profumo-Viola. L’ex numero uno di Unicredit, fortemente voluto dal sindaco senese Franco Ceccuzzi del Pd, è sospettato di aver coperto il debito di 600 mln di euro che Sorgenia di Carlo De Benedetti (tessera n.1 Pd) ha contratto con il Monte. Ma non solo, perché Grillo lo accusa anche di stare svendendo quel che resta della banca ai “mostri della finanza Usa” come il fondo di investimento Black Rock. L’invito rivolto agli azionisti è quello di fermare la peste rossa.

Alleanza anti-euro: attrazione fatale tra Grillo e Le Pen

Le Pen GrilloBeppe Grillo ha smentito ufficialmente l’ipotesi di alleanza anti-euro con Marine Le Pen in vista delle elezioni europee. Ma tra i due leader, più popolari che populisti, potrebbe ancora scoppiare un’attrazione fatale alimentata dalla possibilità di spazzare via questa Europa dominata dai burocrati di Bruxelles. La nuova stella della politica francese, dopo il successo del suo Front National alle amministrative d’Oltralpe, punta a fare incetta di seggi a Strasburgo proponendo una Alleanza a “tutte le forze euroscettiche”. Il M5S non può e non vuole spostare il suo asse verso Destra, ma non è detto che esigenze tattiche non spingano Grillo e Le Pen ad azioni comuni all’interno del parlamento europeo.
Ai piedi della Signora del FN si sta coagulando il gotha dell’euroscetticismo di destra. Per formare un gruppo parlamentare in Europa occorrono almeno 25 deputati di 7 paesi diversi. Ecco perché la Le Pen ha già stretto un patto d’acciaio col leader del PVV olandese Gert Wilders, nonostante la differenza di vedute su immigrazione islamica e coppie gay (la figlia di Jean Marie è molto più aperta dell’allampanato Wilders). Accordo vicino anche con i belgi del Vlaams Belang, con l’austriaco FPO di Heinz-Christian Strache, con l’AFD tedesco e l’Ukip britannico di Nigel Farage. Arruolati anche gli ex impresentabili della Lega Nord italiana il cui accordo con l’Alleanza della Le Pen dovrebbe essere reso pubblico a metà aprile.
Alleanza euroscettica di destra che, stando agli ultimi sondaggi, dovrebbe riuscire a superare i 40 seggi, senza l’apporto di Grillo e senza contare i movimenti ritenuti anche dalla Le Pen xenofobi e razzisti come i greci di Alba Dorata, gli ungheresi di Jobbik, i bulgari di Ataka, i tedeschi dell’NPD e i Democratici Svedesi.
Ma i 19 seggi (sui 73 spettanti all’Italia) di cui sono accreditati oggi i grillini fanno comunque gola alla bionda Marine. E le affinità con i 7 punti per l’Europa del M5S sono più di quanti le ripetute scaramucce mediatiche avute con Grillo possano far pensare. Sul suo blog Grillo è stato ultimativo: “Marine Le Pen è una bella signora di grande successo. Nessuno la odia. Ha però un’appartenenza politica diversa dal M5S e per questo non sono possibili accordi. Rien d’autre. Adieu”. Ma la Giovanna d’Arco del FN non si è data per vinta e ha rimarcato il fatto che “i nostri partiti sono d’accordo su molti temi, a cominciare dalla lotta contro l’euro”.
Marine Le Pen auspica per l’Europa il “ritorno della democrazia, della sovranità dei popoli e delle identità nazionali”. Tutti temi sui quali il M5S potrebbe agevolmente convergere a Strasburgo. Due volte divorziata e con un segretario generale del partito, Steeve Brios, dichiaratamente omosessuale ma trionfatore nel comune di Hénin Beaumont, la Le Pen ha consegnato definitivamente alla storia lo sciovinismo sull’Algeria francese marchio di fabbrica di papà Jean Marie.
Si avvicina molto a Grillo sui temi della disoccupazione e dello ius soli e, dei 7 punti grillini, apprezza soprattutto la volontà di abolire il Fiscal Compact e il ricorso al referendum per decidere sulla permanenza nell’area euro. Vicine al credo grillino anche le parole d’ordine del FN alle recenti elezioni francesi: taglio delle tasse e lotta senza quartiere al clientelismo. Se non è amore questo, presto potrebbe diventarlo.

Italia, federalismo e macroregioni. Confronto tra Grillo e Miglio

Grillo macroregioniQuando sabato scorso sul blog di Grillo è apparso un post intitolato E se domani…, nel quale il guru del M5S ipotizzava, senza firmarsi, la decentralizzazione del potere dello Stato italiano e la formazione di macroregioni, i militanti storici della Lega targata Matteo Salvini quasi non ci volevano credere. Quello delle macroregioni è, infatti, un progetto dichiaratamente leghista, mutuato dalle tesi di uno dei padri spirituali del movimento fondato da Umberto Bossi: il professor Gianfranco Miglio. Il politologo Miglio, scomparso nel 2001, fu un acceso sostenitore della trasformazione dello Stato italiano in senso federalista e la sua teoria delle macroregioni, pubblicata nel libro L’asino di Buridano, gli valse il titolo di ideologo della Lega Nord.

Quasi una bestemmia, per i lumbard, paragonare il pensiero del politologo comasco a quello del comico genovese. Salvini e Maroni hanno subito pensato ad una provocazione che si sarebbe sgonfiata in poche ore. E invece, il giorno seguente, domenica 9 marzo, Grillo ha ribadito la sua posizione, rilanciando nello specifico la proposta di dividere lo Stivale in “cinque macroregioni omogenee”. A questo punto ai barbari sognanti non è restato altro da fare che gettare l’esca per vedere se davvero il pesce-Grillo ha intenzione di abboccare all’amo del federalismo e delle macroregioni.

La Padania, organo ufficiale di via Bellerio, ha aperto in prima pagina con un titolo eloquente: Ora caro Grillo firma anche tu per il Veneto. Il riferimento è al referendum per l’indipendenza del Veneto che i leghisti e buona parte del popolo veneto vorrebbero organizzare. Costituzione permettendo. La risposta di Salvini, affidata a facebook, utilizza invece il registro del sarcasmo. “Con vent’anni di ritardo, benvenuto fra noi! – dice il segretario padano – Se anche queste rimarranno solo chiacchiere dovute al casino nel Movimento 5 Stelle, lo vedremo presto”. L’altro Matteo non si fida dei grillini a causa del “voltafaccia” compiuto su immigrazione clandestina e uscita dall’Euro. E chiude anche sull’ipotesi di future alleanze con un repentino “ovviamente no”. Ma lascia comunque aperto uno spiraglio per le “battaglie comuni su obiettivi condivisi”.

Più pragmatico si dimostra Massimo Bitonci, capogruppo leghista al Senato, che informa di aver “aspettato invano Grillo ai nostri gazebo per firmare per l’indipendenza del Veneto”. Bitonci analizza la proposta di Grillo sulle macroregioni e denuncia il suo stato confusionale perché “ieri parlava di disgregazione degli stati, di indipendenza e secessione oggi invece confonde le macroregioni con gli stati federali”. Roberto Maroni, al contrario, si dichiara più possibilista e invita a “non sottovalutare” l’apertura grillina sul federalismo.

Ma, polemica politica a parte, esistono delle similitudini tra il credo nelle macroregioni professato da Miglio e la proposta di Beppe Grillo? Il defunto professore scriveva che “le relazioni economiche fra le Regioni padane, fra quelle dell’Italia centrale e quelle dell’Italia meridionale configurano l’esistenza di almeno tre potenziali macroregioni”. Per Grillo, invece, l’accorpamento delle attuali regioni in 5 macroregioni “può migliorane il loro funzionamento e diminuire i costi e gli sprechi”. Gianfranco Miglio teorizzava che questa “struttura federale potrebbe nascere spontaneamente, senza traumi ideologici e psicodrammi, soltanto assecondandosi il comportamento dei cittadini”.

Grillo, al contrario, vede nello stato italiano “un ignobile raccoglitore di interessi privati gestito dalle maitresse dei partiti”. L’Italia, prosegue il capo dei pentastellati, “è diventata, un’arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme”. Gli italiani che votano M5S oggi non hanno alcuna fiducia nelle istituzioni, per questo Grillo parla di un “incubo dove la democrazia è scomparsa” e conclude dicendo che “è ormai chiaro che l’Italia non può essere gestita da Roma da partiti autoreferenziali e inconcludenti. Le regioni attuali sono solo fumo negli occhi, poltronifici, uso e abuso di soldi pubblici che sfuggono al controllo del cittadino”. Miglio, invece, teorizzava l’approdo pacifico al federalismo: “Il crisma di un assetto costituzionale formale dovrebbe consacrare, ad un certo punto, questo nuovo modo diessere dell’unità degli Italiani”. L’alleanza tra leghisti e grillini non è poi così impossibile.