Appalti truccati e ‘ndrangheta: fuga da Expo 2015

Expo 2015 mafiaTra appalti truccati, indagini della magistratura, infiltrazioni della ‘ndrangheta e crisi politiche internazionali, l’Esposizione Universale in programma a Milano nel 2015 rischia di fare un colossale flop. È vero che al momento i paesi partecipanti sono circa 130, ma l’inchiesta della procura di Milano che ha decapitato i vertici di Infrastrutture Lombarde, rischia di scatenare una fuga di massa se le indagini sugli appalti truccati di Expo 2015 dovessero allargarsi, come sembra dagli ultimi sviluppi, a macchia d’olio.

L’inchiesta meneghina coordinata dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo sta scoperchiando il marcio nascosto dentro Ilspa, la società controllata dalla Regione Lombardia incaricata di fornire consulenze, assistenza legale e tecnico-amministrativa nell’ambito di Expo 2015, con un budget di spesa di 11 mld di euro. Il più noto degli arrestati è Antonio Giulio Rognoni, l’ad di Infrastrutture Lombarde insediato dalla giunta Formigoni e curiosamente dimissionario dal gennaio scorso. Rognoni è sospettato di aver pilotato l’assegnazione di appalti ai soliti amici degli amici, tutti ruotanti intorno al presunto Sistema-Formigoni.

Tra i beneficiari della generosità del manager, infatti, risulta anche l’ex colonnello del Ros Giuseppe De Donno (sotto processo a Palermo per la trattativa Stato-mafia, da lui stesso ammessa), nel 2009 nominato con insistenza da Formigoni alla testa del “Comitato per la legalità e la trasparenza” di Expo 2015. De Donno, già braccio destro del generale Mario Mori, attualmente è amministratore delegato di una società di sicurezza privata, la G-Risk. Società che avrebbe vinto gare truccate, aggiudicandosi appalti da centinaia di migliaia di euro grazie all’amico Rognoni. Trattamento di favore ottenuto anche da Erika e Monica Daccò, figlie del faccendiere Pierangelo (rinviato a giudizio insieme al Celeste per il caso Maugeri), per organizzare eventi all’interno del Pirellone.

Eredità formigoniana che ricade anche sul suo successore Roberto Maroni. Il 16 dicembre scorso il prefetto di Milano, Francesco Paolo Tronca, ha consegnato alla Commissione parlamentare antimafia guidata da Rosy Bindi una relazione di 56 pagine sul rischio di infiltrazioni mafiose nei lavori di Expo 2015. Il prefetto scrive di “una tendenza che si sta sempre più consolidando di una penetrazione nei lavori Expo di imprese contigue, se non organiche alla criminalità organizzata”. Soprattutto la ‘ndrangheta calabrese. Tronca cita come esempio i lavori per la Linea 5 della metropolitana controllati dal clan Barbaro-Papalia, oppure la Tangenziale esterna est, “opera che presenta la maggior concentrazione di imprese già interdette”. Ma quella portata a galla da Tronca potrebbe essere solo la punta dell’iceberg perché, come spiega lui stesso, “spesso la trama dei rapporti d’affari tra le imprese non appare subito evidente”.

Beppe Grillo ha offerto alla magistratura l’appoggio del M5S nel contrasto all’illegalità e ha chiesto addirittura i nomi dei mandanti politici di Rognoni. Ma i guai per Expo 2015 non finiscono qui. La spa partecipata da governo, Regione Lombardia e Comune di Milano continua a muoversi sull’orlo del baratro perché mancano ancora le infrastrutture essenziali. L’immensa piastra espositiva in cemento è ancora una “landa desolata”, mentre le opere di collegamento tra Expo e il territorio sono in alto mare (14 mld stanziati). Pedemontana, bretella BreBeMi, Tangenziale esterna, Zara-Expo, M4, Rho-Monza, metrotranvia Desio-Seregno non si sa se e quando vedranno la luce.

Logico che, di fronte a questi dati drammatici, gli espositori stranieri stiano riflettendo sul da farsi. Autoesclusi per motivi geopolitici paesi come Ucraina e Siria, restano in dubbio ancora nazioni del calibro di Usa, Argentina, Sud Africa, Portogallo e Norvegia. Ma le notizie della corruzione dilagante anche all’interno di Expo 2015 in uno dei paesi più corrotti del mondo non rappresentano certo un buon viatico.

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