La Soluzione Finale della Questione Palestinese

Soluzione FinaleLa Soluzione Finale dello storico conflitto tra ebrei e musulmani in Palestina è tutta nelle mani di Israele. Lo Stato ebraico possiede, infatti, una superiorità militare talmente schiacciante nel teatro mediorientale da doversi assumere direttamente la responsabilità del destino di due popoli (israeliani e palestinesi), della pace nella cosiddetta Terra Santa e, persino, di un eventuale conflitto allargato su scala regionale, o mondiale.

Attenzione però a non cadere in un facile equivoco. La Soluzione Finale qui proposta non dovrà certo essere un nuovo Olocausto, una nuova Shoah, come quella perpetrata dai nazisti ai danni del “popolo eletto” durante la II Guerra Mondiale. La Soluzione Finale della Questione Palestinese dovrà essere pacifica, anche se la tentazione di commettere un genocidio (più di 1000 i morti a Gaza fino ad oggi, quasi tutti civili) arde costantemente nei cuori e nelle menti degli uomini del governo Netanyahu e dei soldati dell’IDF. Fare piazza pulita una volta per tutte dei palestinesi con la scusa di combattere i “terroristi” di Hamas farebbe comodo agli ultraconservatori con la kippah e al movimento para-nazista dei coloni. Ma una simile decisione potrebbe condurre Israele stesso all’estinzione.

E allora, che fare? Innanzitutto bisogna liberare il campo dalla propaganda. Basta con la sterile e macabra conta dei morti della “diversamente guerra” tra Israele e Hamas, propinata ogni giorno dai Media sciacalli ad un pubblico peraltro sensibile più alla sofferenza del proprio cane piuttosto che a quella di qualche bambino straccione (gazawi, siriano, eritreo. Fate voi).

Israele deve prendere in mano il mazzo di carte della diplomazia e garantire unilateralmente la fondazione di due Stati per due popoli, Israele e Palestina, rispettando i confini stabiliti dopo la Guerra dei 6 giorni nel 1967. Soluzione che scontenterebbe tutti, ma che è l’unica rimasta praticabile alla luce della storia degli ultimi decenni, dal 1948 in poi. Una soluzione pragmatica con la quale non si chiede ad Israele di suicidarsi impiccandosi alla corda dell’estremismo islamico. Prima bisognerebbe stabilire l’ennesima road map e assicurare allo Stato ebraico un incondizionato appoggio internazionale (come di fatto già accade).

Ecco le ipotetiche condizioni:

“Io, Israele, mi impegno a rendere la Striscia di Gaza e la Cisgiordania parti di uno Stato libero dal quale i cittadini potranno entrare ed uscire liberamente. Basta dunque con il blocco di Gaza e con il regime di apartheid imposto a milioni di palestinesi. Resta beninteso che se Hamas, o qualsiasi altro gruppo armato, continuerà a porsi l’unico obiettivo della distruzione di Israele attaccandone il territorio, questa volta Tsahal potrà reagire con tutta la sua potenza, invadere la Striscia e farne terra bruciata. Il tutto con l’approvazione di Usa, Russia, UE e Onu”.

Fantapolitica? Forse. Ma qualcuno conosce una soluzione migliore? Il “lungo conflitto” prospettato da Netanyahu non sta facendo altro che attirare verso Israele l’odio del mondo. La strage di civili palestinesi, trasmessa in diretta globale da network come CNN e Al Jazeera, rischia di rivelarsi un boomerang per gli ebrei di tutto il mondo. È divenuto difficile persino per intellettuali e politici occidentali, filogiudaici per partito preso, nascondersi sotto l’ombrello dell’antisemitismo, sbandierato da decenni per coprire ogni malefatta compiuta dallo Stato di Israele. In Europa (soprattutto in Francia a Gran Bretagna, ma anche in Italia) si moltiplicano le proteste anti israeliane, le scritte minacciose e gli atti di violenza che una volta venivano gettati tutti nel calderone dell’antisemitismo. Una miccia che rischia di far esplodere una polveriera che distruggerà Israele se quest’ultimo non decide al più presto per la Soluzione Finale.

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Moni Ovadia accusa la Comunità ebraica romana: fascista e stalinista

Moni OvadiaUna buona parte della Comunità ebraica romana si comporta come i fascisti o, per chi preferisce, come gli stalinisti. La clamorosa provocazione rivolta agli ebrei del ghetto di Roma non arriva dal solito barbaro leghista in mutande verdi, ma da Salomone “Moni” Ovadia, il celebre attore teatrale e scrittore di origini bulgare e, soprattutto, ebreo e fiero di esserlo. Almeno per questa volta, dunque, nessuna strumentale accusa di antisemitismo potrà essere mossa ad una discussione che si preannuncia infuocata, visto che Ovadia si spinge ben oltre la definizione, quasi blasfema per un ebreo, di “fascista”.

Dietro la polemica rilanciata dall’artista si nasconde una questione ancora più importante: la possibile scissione della Comunità ebraica romana, lacerata tra progressisti e quelli che, secondo Ovadia, “sostengono senza alcuna capacità o volontà critica l’attuale governo di estrema destra israeliano”.

Con un’intervista al Fatto Quotidiano, Ovadia denuncia l’assenza di democrazia all’interno della comunità diretta da Riccardo Pacifici, prendendo spunto da due fatti di cronaca accaduti all’interno del ghetto negli ultimi giorni: il pestaggio da parte di una ronda in kippah  e mazze da baseball di alcuni ragazzi, colpevoli di aver strappato un manifesto in onore del defunto Ariel Sharon; il clima da rissa che ha impedito a Giorgio Gomel (altro noto esponente della Comunità) di partecipare alla presentazione del libro Sinistra e Israele.

“È arrivato il momento di separarci e formare una comunità di ebrei tolleranti – dice Ovadia al Fatto – perché ciò che è accaduto questa settimana nel ghetto ebraico di Roma mostra il livello non più sostenibile di fascismo o, se preferite, stalinismo, a cui gran parte della Comunità romana è arrivata”. Parole affilate come rasoi che, se pronunciate dal Borghezio di turno, sarebbero valse la patente di antisemita a vita. Peccato che la resa dei conti sia un affare interno al mondo ebraico, di cui Moni Ovadia è uno dei più conosciuti esponenti. D’altronde, l’ipotesi scissione non l’ha certo formulata il drammaturgo di Plovdiv. Prima di lui era stato Gad Lerner, ebreo anche lui, a postare sul suo blog l’idea di formare “una nuova Beit Hillel, una Keillah che però potrà nascere solo dopo un atto di dissociazione collettivo rispetto all’attuale organizzazione dell’ebraismo di Roma”.

Sia Lerner che Ovadia se la prendono con la gestione Pacifici, ritenuta intollerante alle critiche. Il secondo, nell’intervista bomba al quotidiano di Padellaro, si azzarda a ribadire che “non bisogna confondere il sionismo con l’ebraismo”, una separazione storicamente accettata, venuta però meno negli ultimi anni. Ma non si ferma qui. Gli ebrei romani, a suo modo di vedere, si comportano come i governi ultranazionalisti israeliani, spietati con i palestinesi, ma anche con gli ebrei più tolleranti. “Si tratta della stessa tipologia di persone – ribadisce – che detestava e detesta Rabin e lo scherniva ritraendolo con la svastica al braccio e la kefiah in testa”.

Ovadia sogna una Comunità democratica, tollerante, basata su Torah e Talmud, ma anche sulla Costituzione italiana. E invece “qui c’è gente che pensa di avere la verità in tasca e chi ha idee diverse è da ostracizzare”. L’artista milanese di adozione non ha dubbi sul fatto che si è arrivati a questo livello di violenza perché “si è confuso il mantenimento dell’identità ebraica con il nazionalismo” praticato da Netanyahu in Israele. Ovadia non ha paura di essere additato come il traditore e di fare la fine di Rabin, neanche quando aggiunge che furono i fascisti a volere gli ebrei riuniti in un’unica Comunità e che “durante i primi anni del Ventennio gran parte del notabilato ebraico italiano era fascista”.

Voli di Stato con famiglia. La polemica Letta-Feltri riapre il caso Boldrini

Boldrini voli di StatoL’aspro scambio di vedute tra il giornalista Vittorio Feltri e il premier Enrico Letta rinfocola le polemiche sul volo di Stato per il Sudafrica “offerto” dal presidente della Camera, Laura Boldrini, al compagno (il giornalista Vittorio Longhi), in occasione dei funerali di Mandela. “Partecipazione pienamente legittima” scrive il capo del governo, infilatosi nei panni dell’avvocato difensore della Boldrini per rispondere sul Giornale di Sallusti ad un articolo scritto dall’editorialista Feltri. “Due pesi e due misure” rispetto al precedente di Clemente Mastella, è la replica dell’esperto corsivista che ribadisce quanto affermato il giorno precedente.

Quale delle due scuole di pensiero debba prevalere, se quella “innocentista” o quella “forcaiola”, è questione da decidere in punta di diritto, nel segno di una ritrovata morale pubblica. Ma ciò che indigna di tutta questa storia è la difesa di casta dei privilegi dei potenti fatta dal premier in persona, in spregio al comune sentire degli italiani. Non è una gara tra chi debba essere più antipatico o apprezzato tra Mastella e Boldrini, ma un semplice esercizio di buon senso dire che, anche se “così fan tutti”, come ha confermato Letta, va messa la parola fine alla scandalosa pratica dei voli di Stato a sbafo per parenti e famigli.

Un peccato per la Boldrini l’intervento di Feltri. Proprio adesso che, nonostante l’esposto presentato dal Codacons alla procura di Roma, i riflettori si stavano lentamente spegnendo sull’ennesimo atto di prevaricazione praticato dalla casta. Il caso Boldrini è invece ancora aperto. L’ex direttore del quotidiano berlusconiano prende spunto dal precedente occorso a Mastella mentre era ministro della Giustizia nel secondo governo Prodi (2006-2008). Il politico di Ceppaloni approfittò di un viaggio di lavoro con scalo a Linate per dare un passaggio al figlio, desideroso di assistere al Gran Premio di Monza. Un esempio di familismo all’italiana che Feltri colpevolmente minimizza (“scelta pienamente legittima, senza oneri aggiuntivi a carico delle casse pubbliche”).

 

Ma, e qui scatta il doppiopesismo rispetto alla Boldrini, Mastella finì col “rovinarsi la reputazione” per colpa di una feroce campagna di stampa dei “giornali progressisti”. Niente macchina del fango, invece, per la terza carica dello Stato. Non sarà perché, provoca Feltri, “lei è una donna e può fare ciò che vuole? Fosse così si tratterebbe di sessismo al contrario. Fossimo in Mastella invocheremmo le quote azzurre. Lo strapotere femminile sta diventando intollerabile”.

Non potendo perdere del tutto la faccia per difendere gli indifendibili privilegi di Boldrini, Mastella e il resto della casta, Letta prova a “buttarla in caciara” con la solita scusa della lesione dei diritti e della dignità della persona, questa volta una donna, compiuta da Feltri. “Resta il pregiudizio sessista, indizio di un doppiopesismo palese, qualunque sia la matrice politico-culturale – scrive Letta nella sua breve replica – Nessuna polemica, mai, sulle mogli accompagnatrici di uomini delle istituzioni. Levata di scudi, invece, se l’accompagnatore è uomo, a maggior ragione se non ufficialmente coniugato”. Una giustificazione che fa a pugni con il buonsenso. Ma che ci “azzecca” il sessismo con i voli di Stato a sbafo (anche se consentiti dalla legge)?

Un maldestro tentativo che non ha convinto nessuno, perché Letta non è nuovo a dialettici voli pindarici del genere. Gli era già successo domenica scorsa dal palco dell’Assemblea Pd quando, per prendere le distanze dal movimento dei Forconi e dalla rabbia popolare crescente, si era nascosto dietro la bisunta accusa di antisemitismo incollata sulle spalle di milioni di italiani per colpa di una avventata uscita di un presunto leader della protesta del 9 dicembre. Che poi le parole di Andrea Zunino sul ruolo dei Rothschild nell’economia mondiale non siano proprio campate in aria è questione seppellita dall’infamante marchio dell’antisemitismo. Una manifestazione di distacco dalla realtà da ancien régime, quella di Letta, che rende Feltri ancor più risoluto nel chiedere spiegazioni su ciò che rende differenti La Bella Boldrini e La Bestia Mastella.

I Berlusconi come gli “ebrei sotto Hitler”: Comunità ebraica infuriata

berlusconi fascistaNella sede dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) è scattato l’allarme rosso pochi secondi dopo che le agenzie di stampa hanno battuto la notizia che Berlusconi ha paragonato la propria famiglia agli “ebrei sotto Hitler”. Il presidente Renzo Gattegna, elmetto in testa ed estintore alla mano, ha dovuto vestire i panni del pompiere per cercare di spegnere l’incendio provocato dalla inedita invasione di campo berlusconiana del diritto degli ebrei all’esclusiva nel giudicare, o solo nominare, la persecuzione nazista messa in atto da Adolf Hitler durante il Terzo Reich (vedi la rivendicazione del diritto alla vendetta nel caso Priebke).

“I miei figli dicono di sentirsi come dovevano sentirsi le famiglie ebree in Germania durante il regime di Hitler. Abbiamo davvero tutti addosso”, ha confidato Berlusconi a Bruno Vespa nell’ennesima anticipazione del nuovo libro del conduttore di Porta a Porta che, a questo punto, nessuno comprerà più perché non c’è più niente da anticipare. Chi sa che cosa avrà pensato il Cavaliere mentre pronunciava quelle parole che sapeva avrebbero colpito al cuore la Comunità ebraica, già molto suscettibile, diciamo così, all’antisemitismo classico, figuriamoci poi se qualcuno, non ebreo, si appropria della Memoria della persecuzione nazista e dell’Olocausto. Si può dire che il Cavaliere abbia inaugurato una sorta di antisemitismo sui generis: non il solito negazionismo dello sterminio nelle camere a gas, ma una più subdola forma di sfruttamento del “marchio” dell’ebreo perseguitato.

Troppo per l’Ucei che, per bocca di Gattegna, ha preso subito le distanze dall’improponibile paragone. Il presidente delle Comunità Ebraiche Italiane ritiene “offensive” le frasi di Berlusconi, aggiungendo che “L’Italia repubblicana è un paese democratico. La Germania nazista era una spietata dittatura governata da criminali che teorizzavano e commettevano i più gravi delitti contro l’umanità. Contro gli ebrei i nazisti si accanirono con spietata crudeltà tanto che, alla fine di quel tragico periodo, gli ebrei dovettero contare oltre sei milioni di morti”. Di fronte ad una reazione così feroce, la solita lezioncina di storia, viene da pensare che Berlusconi avrebbe subito meno critiche se avesse usato parole del tipo “i miei figli si sentono come i palestinesi sotto Israele”. La scomunica dal mondo semita sarebbe arrivata comunque puntuale, ma almeno ci si sarebbe attenuti a un fatto di cronaca contemporanea.

“La vita degli ebrei d’Europa sotto il nazismo – continua Gattegna in trance storico-agonistica– fu segnata da un vortice nero di violenza, persecuzione, morte. Una catastrofe che non è soltanto del popolo ebraico ma dell’umanità intera. Ogni paragone con le vicende della famiglia Berlusconi è quindi non soltanto inappropriato e incomprensibile ma anche offensivo della memoria di chi fu privato di ogni diritto e, dopo atroci e indicibili sofferenze, della vita stessa”. Forse l’ex premier si sente davvero, nel suo delirio mentale, un perseguitato degno dell’Olocausto, ma quale disgrazia peggiore per un politico che incappare nell’accusa di antisemitismo? Certo, Berlusconi c’era già cascato quando, nel luglio 2003, di fronte al parlamento europeo di Strasburgo,  aveva dato del kapò all’attuale presidente Martin Schulz, pronunciando la storica frase “So che in Italia stanno girando un film sui lager nazisti. La proporrò per il ruolo di kapò”.

Quel simpaticone di Schulz si sarebbe meritato di peggio, magari utilizzando offese di altro genere, ma la frittata anti ebraica ormai era fatta. Poco ricordata la barzelletta sugli ebrei recitata dal Cavaliere per le strade di Roma nel 2009, mentre fece scalpore lo scivolone fatto proprio nel Giorno della Memoria del 2013, quando Berlusconi presenziò ad una cerimonia alla stazione di Milano lasciandosi scappare che “Il fatto delle leggi razziali è stata la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi aveva fatto bene”. Il nuovo capitombolo mediatico dell’inquilino di Palazzo Grazioli, forse non riaprirà il dibattito intorno alla legge sul negazionismo -un assurdo logico e storico che, per combattere le falsificazioni storiche, vorrebbe sostituire la diffusione della cultura con la galera per le idee (anche se sbagliate)-, ma sicuramente varrà il definitivo ostracismo da parte degli ebrei italiani con cui in passato il Cavaliere ha flirtato.