Le dichiarazioni della Cancellieri riaprono il dibattito su carcere e amnistia

Il caso delle telefonate intercorse tra il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, e alcuni membri della famiglia Ligresti sembra già chiuso. Il Guardasigilli riferirà martedì in Parlamento ma, a giudicare dalle dichiarazioni rilasciate sabato scorso durante la conferenza stampa svoltasi a margine del XII Congresso dei Radicali Italiani, non ci dovrebbero essere dimissioni a sorpresa. La Cancellieri, infatti, ha respinto con decisione le accuse di aver utilizzato una corsia preferenziale per ottenere la scarcerazione di Giulia Maria Ligresti, la figlia di Salvatore finita in carcere insieme alla sorella Jonella per essersi intascata decine di milioni della FonSai (condanna a 2 anni e 8 mesi patteggiata dalla Ligresti a fine agosto).

Anche il Enrico Letta si è detto laconicamente convinto che il ministro “chiarirà”, mentre la mozione di sfiducia individuale presentata dal M5S sembra destinata a non ottenere larghi consensi tra i banchi della maggioranza Pd-Pdl. Caso chiuso allora, a meno di nuovi clamorosi sviluppi dell’inchiesta di Torino, ma dibattito sulle condizioni carcerarie degli istituti di pena italiani riaperto più che mai. Il Guardasigilli, infatti, pur di trovare una linea difensiva credibile per difendersi dalle accuse di favoritismo nei confronti dei soliti Potenti -per giunta anche amici di famiglia ed ex datori di lavoro del figlio Piergiorgio Peluso– che gli sono piovute addosso da grillini, renziani, dal web e dalla quasi totalità dell’opinione pubblica, non ha esitato ad alzare nervosamente la voce per presentarsi come paladina dei diritti umani e angelo custode dei 65mila detenuti italiani. Folgorata sulla via di Chianciano, la Cancellieri ha dichiarato in crisi mistica: “Ho ascoltato e capito che occorre un cambiamento culturale nel mondo e nell’inferno delle carceri, e ora sono pronta ad andare a Strasburgo […] vado a testa alta, l’Italia va a Strasburgo a testa alta”.

Logico che, di fronte ad affermazioni del tipo “Io ho la responsabilità dei detenuti, ho fatto oltre cento interventi per persone che ho incontrato nel corso delle mie visite in carcere o i cui i familiari si sono rivolti a me anche solo tramite una e-mail”, migliaia di reclusi in condizioni disumane abbiano di colpo ritrovato la speranza, dopo che la questione amnistia e indulto sollevata dal presidente Napolitano si era persa in un polverone di inutili dichiarazioni politiche. “Non ci sono detenuti di serie A e serie B. Dobbiamo lottare per migliorare il sistema carcerario” ha aggiunto la Cancellieri, assurta al ruolo di Giovanna D’Arco dei galeotti. Segnalazioni al Dap, note scritte e, soprattutto, tanta “umanità” per un ministro che, a sentire solo la sua campana, sarebbe pronto per la canonizzazione.

Messa una pietra sopra su quella che Beppe Grillo chiama “l’inestricabile foresta pietrificata” dei rapporti tra Politica e Affari che in Italia fa dei Ligresti, e di quelli come loro, dei cittadini un po’ più uguali degli altri, adesso tutti si aspettano dal ministro delle soluzioni pratiche per risolvere il dramma del sovraffollamento carcerario. E in questo senso va la relazione sulle carceri che il Guardasigilli ha inviato alla commissione Giustizia in Parlamento. Il mantra è sempre quello usato da Napolitano (“è l’Europa che ce lo chiede”). Le soluzioni proposte dalla Cancellieri sono due: la riforma della custodia cautelare, definita come una “odiosa anticipazione della pena” e il ricorso massiccio a pene alternative al carcere. Dei 64.564 detenuti, 24.774 non sono ancora “definitivi”, a rischio quindi di “indebita anticipazione della pena”. I reati legati a  droga e immigrazione quelli più puniti (più di metà dei reclusi, ma nessun accenno alla modifica di Bossi-Fini e Fini-Giovanardi), mentre è proprio il concetto di carcere così come lo conosciamo che i tecnici del ministero vorrebbero stravolgere.

Il linguaggio burocratese parla di “riscrittura del sistema sanzionatorio, in modo che la sanzione definitiva in carcere sia contenuta e riservata ai casi in cui la finalità rieducativa della pena non possa prescindere dalla privazione delle libertà”. Che tradotto significa che dietro le sbarre (discorso valido anche per gli animali) ci devono finire solo gli individui pericolosi per la società (assassini, stupratori, criminali seriali e violenti). Giusto che la regola valga anche per i Ligresti. Niente carcere, ma ai ricchi, soprattutto se riconosciuti ladri multimilionari, basterebbe togliere tutti i loro averi per punirli. D’altronde l’ha detto la stessa Cancellieri che Giulia Ligresti in carcere soffriva di più perché “abituata ad un alto tenore di vita”.

Annunci

Amnistia: Renzi spacca il Pd ma i sondaggi gli danno ragione

Proprio oggi la commissione Giustizia del Senato avvia l’esame dei disegni di legge 20 e 21 su amnistia e indulto, proposti rispettivamente da Luigi Manconi (Pd) e Luigi Compagna (Gal). Un iter parlamentare che si preannuncia a dir poco accidentato, visto che le dichiarazioni politiche rilasciate in queste ultime ore rischiano di far naufragare il progetto di Giorgio Napolitano di svuotare le sovraffollate carceri italiane attraverso la concessione di amnistia e indulto. Da una parte, quella del Pd, c’è il probabile segretario entrante, Matteo Renzi, che con il suo No alla concessione di provvedimenti di clemenza senza un contemporaneo intervento sulla legislazione carceraria, ha spaccato in due un partito già lacerato dalle faide interne e scontentato il presidente Napolitano

Dall’altra, quella del Pdl-Forza Italia, c’è un movimento diviso già nella sigla che però riesce a ricompattarsi solo nel nome del Cavaliere Decadente. Falchi e colombe del partito sono uniti come un sol uomo nel sostenere che un provvedimento di amnistia e indulto non potrà escludere Silvio Berlusconi. Quale modo migliore di far saltare l’accordo con il Pd? Per evidenti motivi di imbarazzo, la posizione intransigente dei berlusconiani era stata tenuta sotto traccia fino a ieri, quando è stata la più governativa delle colombe, il ministro Gaetano Quagliariello, ad ufficializzare la richiesta di un provvedimento di clemenza che includa anche Berlusconi. “Se amnistia e indulto saranno legge –ha detto il titolare delle Riforme- dovranno essere applicate a tutti i cittadini, Silvio Berlusconi compreso”. Un modo elegante per mettere la museruola alla collega della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, che aveva liquidato la pratica Berlusconi con un secco “amnistia e indulto non lo riguarderanno”.

La confessione di Quagliariello, che ovviamente non ha sorpreso nessuno, è stata l’occasione perfetta per  Beppe Grillo che non ci ha pensato su due volte a postare la sua opinione su un provvedimento che, a suo dire, Napolitano ha voluto solo per salvare Berlusconi, giocando con la pelle dei detenuti: “Quagliariello ha detto la verità: l’indulto e l’amnistia saranno applicate anche a Berlusconi. I suoi colleghi di governo facciano altrettanto. A cominciare dal Presidente della Repubblica Napolitano: vada in televisione a raccontarlo agli italiani”. Secondo il guru del M5S, che scomoda persino Abramo Lincoln, su questa sporca vicenda dell’amnistia e dell’indulto la casta ha travalicato i “diritti della maggioranza” –Per Grillo i politici stanno sfruttano mediaticamente la sofferenza dei carcerati, amplificata da leggi fatte da loro stessi (come quella dei profughi di Lampedusa), solo per salvare Berlusconi, qualche altro colletto bianco, il governo dell’inciucio Pd-Pdl e non fare brutta figura con l’Ue, infischiandosene del comune sentire degli italiani.

Opinione della “gente”, o del “popolo” come si diceva una volta, che invece sembra essere molto cara a Matteo Renzi, accusato da buona parte del suo partito di basarsi cinicamente solo sui sondaggi prima di esprimere un’opinione politica. I citati sondaggi guarda caso dicono che gli italiani considerano l’indulto e l’amnistia un’ingiustizia, perché darebbero ai criminali l’impressione che si possa delinquere, tanto poi in un modo o nell’altro potranno farla franca. Renzi ha fatto sua questa tesi, condendola con la richiesta di cancellare le leggi Fini-Giovanardi sulla droga e Bossi-Fini sull’emigrazione. Per questo si è sentito paragonare a Beppe Grillo dal ministro Flavio Zanonato, perché sulle carceri avrebbe assunto un atteggiamento demagogico, come Grillo sul reato di immigrazione clandestina. La faida combattuta all’interno del Pd tra renziani e nomenklatura proveniente dall’ex Pci ha contribuito ad armare la lingua di Stefano Di Traglia, storico portavoce di Bersani, che sul tema amnistia ha dichiarato che “era nelle cento proposte finali della Leopolda 2011” (il programma elettorale di Renzi alle primarie). Puro veleno Democratico.

Amnistia e indulto: il No di Renzi complica i piani di Napolitano

“Renzi è come Grillo”, si è sentito rispondere il vice direttore di Repubblica, Massimo Giannini, dal ministro dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato (Pd) durante la manifestazione La Repubblica delle Idee a Mestre. La domanda di Giannini riguardava la posizione presa da Matteo Renzi sulla proposta di amnistia e indulto avanzata dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Un No energico e risoluto, pronunciato sabato scorso a Bari e ribadito domenica di fronte alle telecamere di In Mezz’ora di Lucia Annunziata. Ma Zanonato non è stato il solo a scagliarsi contro quello che viene ritenuto un affronto alla linea tracciata da Napolitano. Da Emma Bonino a Maurizio Lupi, in rappresentanza del governo Letta, fino ad arrivare a metà del Partito Democratico, quella che non si riconosce nel renzismo divenuto quasi contagioso, l’occasione del No all’indulto è stata colta per cercare di isolare il giovane Renzi in nome del lealismo verso il Quirinale.

E meno male che per Matteo Renzi quella di sabato scorso a Bari doveva essere solo la prima tappa di un tour elettorale che si preannunciava trionfale. La segreteria Pd sembrava ormai a portata di mano, le primarie quasi una formalità utile a traghettarlo dolcemente verso l’8 dicembre, data del Congresso. Invece, è bastata una battuta su indulto e amnistia per dare il via ad una ridda di polemiche più o meno strumentali, ma pericolose per l’immagine del sindaco cool, amico di Roberto Cavalli. Evidentemente Renzi deve aver toccato il nervo scoperto che rischia di far saltare la cosiddetta trattativa Stato-Mediaset, ovvero quell’indicibile accordo che terrebbe in piedi il governo dell’inciucio Pd-Pdl in cambio di un salvacondotto giudiziario per Berlusconi, e di cui si sarebbe fatto garante il presidente Napolitano.

 

Non si spiegherebbe altrimenti la sprezzante reazione bipartisan in funzione antirenziana. “Renzi cerca consensi a destra come a sinistra, –dice il ministro dei Trasporti Lupi a SkyTg24l’amnistia e l’indulto sono stati richiesti dall’intervento fortemente elevato dal Presidente della Repubblica”. Per dare una picconata al Renzi grillino si scomoda persino la pacifista Emma Bonino, ministro degli Esteri: “Se Matteo Renzi è il nuovo che avanza, fatemi il favore di ridarmi l’antico”. Taglia corto il già citato Zanonato: “Renzi ragiona in termini puramente propagandistici stile Grillo”.

Renzi viene in pratica accusato di agire con inumanità, sulla pelle dei detenuti, con il solo scopo populista di allargare il suo bacino elettorale parlando alla pancia della gente. Ma le idee di Renzi sulla questione carcere, esposte di fronte alla platea barese, non vanno affatto nella direzione delle manette facili. “Affrontare oggi il tema dell’amnistia e dell’indulto –ha detto a Bari- è un clamoroso errore, un autogol. Cambiamo prima la Bossi-Fini e la Fini-Govanardi, non hanno funzionato e interveniamo su riforme strutturali, come la custodia cautelare”. Il Renzi-pensiero, condiviso questo sì anche dal M5S di Grillo, è che non si debba dare l’impressione che in Italia si possa delinquere, tanto arriva sempre il colpo di spugna del legislatore a condonare reati e pene. Bisognerebbe cominciare prima con l’escludere la nozione di reato per quelle azioni che reati non sono. Eliminare cioè leggi ingiuste e liberticide che per Renzi hanno un nome: Bossi-Fini sull’immigrazione e Fini-Giovanardi sulle droghe.

Posizione libertaria che offre il fianco alle bordate di Renato Brunetta: “Era ora che Renzi andasse oltre le battute. Finalmente rivela di essere per la droga libera e per l’immigrazione clandestina”. Ma come, il povero Renzi non era appena stato dipinto come il torturatore di detenuti contrario all’indulto? Lui intanto continua per la sua strada, ma con un mezzo passo in dietro,  ribadendo dalla Annunziata la sua fedeltà a Napolitano: “Non ho parlato contro Napolitano, non c’è la lesa maestà, ho detto che non mi sembrava serio un nuovo indulto-amnistia dopo 7 anni dall’ultimo”.

Amnistia e indulto: al via l’iter parlamentare tra dubbi e polemiche

La Commissione Giustizia del Senato ha segnato in rosso la data di martedì 15 ottobre, giorno in cui prenderà il via l’esame di due disegni di legge su amnistia e indulto, presentati dai senatori Luigi Manconi del Pd e Luigi Compagna di Gal. Da questa notizia si può partire per cercare di dare un senso al dibattito politico apertosi sul tema della concessione di un atto di clemenza per i detenuti, amnistia o indulto, invocato dal presidente della Repubblica durante la visita ufficiale in Polonia. La situazione delle carceri italiane è nota: quasi 70mila reclusi in celle che ne potrebbero contenere poco più della metà; condizioni igienico sanitarie al limite dell’inumanità; problema degli addetti alle strutture carcerarie (guardie penitenziarie, medici, assistenti sociali) che vivono sulla propria pelle gli stessi disagi dei detenuti.

Una realtà vergognosa a cui l’Ue ha imposto di mettere fine entro una data precisa: il 28 maggio 2013. Era il maggio del 2012, infatti, quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo –la famosa CEDU chiamata in causa da Silvio Berlusconi contro la condanna Mediaset- intimava all’Italia di risolvere il problema del sovraffollamento carcerario entro un anno, altrimenti avrebbe dovuto dar seguito alle centinaia di ricorsi fatti pervenire dai carcerati del Belpaese. Indecorosa e salata multa da evitare che ha spinto Napolitano –al pari di un innegabile afflato umanitario con tanto di caffè made in jail Poggio Reale- al caloroso messaggio da quel di Cracovia. In questo senso, per bloccare cioè la macchina della sanzione pecuniaria europea, vanno i due ddl presentati al Senato e quello di Sandro Gozi, sempre del Pd, parcheggiato a Montecitorio.

Molto simili le proposte dei due piddini, Manconi e Gozi: amnistia per tutti i reati con pena non superiore ai 4 anni, commessi entro il 14 marzo 2013; esclusi i reati di maggiore pericolosità sociale; indulto dai 3 ai 5 anni. Più o meno sulla stessa linea la versione di Compagna che elimina il riferimento alla nozione di “reato finanziario”. La ciliegina sulla torta per chi ancora avesse dei dubbi su chi, tra gli altri colletti bianchi, potrebbe beneficiare di una legge in tal senso, cioè Silvio Berlusconi, la mette Sandro Gozi il cui ddl prevede addirittura “pene accessorie indultabili”. Leggi interdizione e decadenza del Cavaliere. Ambigua la reazione del segretario del Pd Guglielmo Epifani all’ipotesi amnistia e indulto: “Vanno esclusi i reati che in passato sono già stati esclusi”. Un’apparente bordata ai sogni di Berlusconi ma, in realtà, l’ultimo indulto varato dal parlamento italiano nel 2006, l’indulto Mastella, fu esteso anche ai reati fiscali e contro la PA.

Il Pd è stato preso nel mezzo dall’offensiva del Colle. Una parte consistente del partito, infatti, è convinta che l’emergenza carceri non si risolverà mai solo con i provvedimenti tampone dell’amnistia e dell’indulto che “devono essere il punto di arrivo di un percorso strutturale”, afferma Danilo Leva, responsabile Giustizia di via del Nazareno. Epifani li definisce “una serie di altri interventi”, ma il significato è sempre lo stesso: depenalizzare alcune fattispecie di reato regolamentate dalle leggi Bossi-Fini, Fini-Giovanardi ed ex-Cirielli. Immigrazione clandestina, consumo-spaccio di droga e pene draconiane per i recidivi. Per il Pd sembra giunto il momento di cambiare una rotta proibizionista impostata proprio dalla Turco-Napolitano sull’immigrazione.

 

Nel senso di una modifica radicale alle leggi su immigrazione e tossicodipendenza è anche il M5S. Anche se proprio Beppe Grillo ha deluso i suoi sostenitori sconfessando pubblicamente con un post l’iniziativa dei senatori a 5Stelle Buccarella e Cioffi, autori dell’emendamento che abolisce il reato di clandestinità, approvato a sorpresa in commissione Giustizia. Ira del web contro il guru Beppe. Poche ore prima, infatti, lo stesso Grillo aveva postato un duro commento all’intervento anti-M5S di Napolitano, ribadendo la posizione del Movimento sulle carceri. E non solo, perché, nella mattinata di giovedì una delegazione pentastellata era salita al Quirinale per presentare a Napolitano il proprio Piano Carceri. Anche qui il riferimento alla modifica delle leggi su droga e immigrati è chiaro.

Il decreto svuotacarceri arriva in Senato: Lega pronta alla guerra totale

Il cosiddetto decreto svuotacarceri è stato approvato dalla Camera dei deputati senza alcun intoppo. 317 i voti favorevoli al provvedimento, tutti arrivati dalla strana maggioranza Pd-Pdl. A votare contro sono state, invece, tutte le opposizioni ad esclusione di Sel. Fratelli d’Italia, Movimento5Stelle e Lega hanno messo nero su bianco in aula i loro 106 No ad una norma ritenuta ingiusta, anche se con motivazioni contrastanti tra loro. Adesso, la tanto contestata soluzione al problema del sovraffollamento delle carceri italiane, messa a punto dal Guardasigilli Anna Maria Cancellieri, dovrà passare per le forche caudine del Senato prima di essere tradotta in legge.

Certo, anche a Palazzo Madama i numeri parlano chiaro in favore della maggioranza che sostiene il governo Letta, ma la partita non può dirsi ancora chiusa, almeno a giudicare dalle dichiarazioni di fuoco rilasciate nella serata di lunedì dal segretario della Lega Roberto Maroni. “Faremo guerra totale contro questo gentile regalo fatto ai delinquenti. E’ l’ennesima porcata di Pd e Pdl”, ha postato su twitter il successore di Bossi, cercando di toccare i nervi scoperti dell’opinione pubblica, da sempre restia all’idea di veder uscire dalle patrie galere migliaia di condannati, anche se per motivi umanitari. Non per caso, infatti, il decreto legge a firma Cancellieri è stato denominato svuotacarceri. L’intento del legislatore è quello di allentare la pressione all’interno degli istituti carcerari.

 

Obsoleti, fatiscenti, inadeguati e sovraffollati (quasi 70mila detenuti a fronte di una capienza di circa 45mila), i penitenziari italiani sono diventati un girone dantesco. Lontana anni luce la meta della rieducazione e del rientro in società per il reo, tanto da spingere la Corte europea dei diritti dell’uomo a condannare ufficialmente il nostro paese con quella che è passata alle cronache come la sentenza Torreggiani. È così che la maggioranza ha pensato bene di liberarsi della patata bollente attraverso una serie di provvedimenti che però non hanno convinto i mastini leghisti di law & order (peraltro accusati di attaccare per distogliere l’attenzione dal caso Kyenge. Sei i punti principali della riforma carceraria.

Intanto, vengono ristretti i termini per poter ricorrere alla carcerazione preventiva: potrà essere disposta soltanto per quei reati per i quali è prevista la reclusione non inferiore ai 5 anni. Norma che ha scatenato le proteste delle opposizioni perché avrebbe messo in libertà gli autori dell’odioso reato di stalking. La questione è stata risolta con un tratto di penna, facendo passare da 4 a 5 anni la pena minima per gli stalker. Deroga anche per il finanziamento illecito ai partiti. Buone notizie anche per quanto riguarda i recidivi, finora esclusi da qualsiasi beneficio (sconto di pena, domiciliari, servizi sociali) dagli effetti della legge ex Cirielli. Novità anche sul fronte degli sconti di pena anticipati che, attraverso un complesso meccanismo, permetteranno ai condannati di non guardare il cielo a scacchi durante gli ultimi anni di pena.

Altro punto importante è la possibilità di accesso per i detenuti ritenuti non pericolosi a lavori di pubblica utilità, argomento collegato alla modifica della legge Smuraglia per quanto riguarda il reinserimento nel mondo lavorativo una volta espiata la pena. Per concludere, il governo ha previsto, per l’ennesima volta, la costruzione di nuove carceri, ma il problema resta sempre quello di trovare i fondi anche per pagare i secondini. Insomma, una legge che non piace quasi a nessuno per i motivi più diversi. Da una parte, come detto, ci sono i leghisti e i larussiani che considerano i carcerati come carne da macello da rinchiudere con chiave di cioccolata, piuttosto che puntare al loro recupero, come peraltro impone la Costituzione. Dall’altra, sono i pentastellati a farsi sentire puntando su una visione umanitaria che comprende la depenalizzazione di alcuni reati (droga e immigrazione) e la cancellazione di alcune leggi come la Fini-Giovanardi e la Bossi-Fini, ritenute criminogene.

Marijuana di Stato in Uruguay

Nuova Giunta a Roma: Pd e Sel chiedono il conto a Marino

Ignazio Marino e il paradosso di essersi presentato ai romani come il sindaco della mobilità (intesa come servizi pubblici), per poi ridursi all’immobilità, intesa come tempi di nomina della nuova Giunta capitolina. Il dramma politico del primo cittadino della città più bella del mondo (se non ci fossero i romani) si sta consumando in queste ore. Lo scontro è tutto interno alla coalizione che ha stracciato la destra di Gianni Alemanno nelle elezioni del 9-10 giugno. Entro 20 giorni da quella data la legge impone di dare un nome e un volto ai 12 assessori che affiancheranno Marino nella Giunta comunale, ma il sindaco ha promesso una lista ufficiale entro domenica.

E mai nomina fu più sofferta. L’idea del chirurgo prestato alla politica sarebbe quella di servirsi di una decina di collaboratori esterni, di tecnici insomma. Ai partiti che lo hanno appoggiato alle elezioni, anche se senza dare troppo nell’occhio per non fargli perdere voti, rimarrebbero solo le briciole di 2 o 3 assessorati; 2 per il Pd (girano i nomi di Enzo Foschi e Michela Di Biase) e 1 per Sel (il solito Luigi Nieri). Un po’ pochino per chi, nonostante sia responsabile della fuga dalle urne dei romani (più del 50% di astensioni), pretende di mettere il cappello sulla vittoria dell’esterno Ignazio Marino. Ma l’uomo che ha promesso di pedonalizzare i Fori Imperiali entro Ferragosto da quell’orecchio non ci sente proprio, a costo di andare allo scontro frontale con gli uomini della casta.

 

“Non abbiamo chiesto niente, siamo pronti a sostenere Marino con lealtà. Ci aspettiamo lo stesso trattamento” dicono i dirigenti locali del Pd che intanto, però, serra le fila dei suoi 19 consiglieri comunali, elegge Francesco D’Ausilio come capogruppo e manda un chiaro segnale al sindaco sulla volontà di pescare tra quei nomi alcuni assessori. Dal versante di Sel si registra l’incontro di ieri tra Marino e gli uomini/le donne di Nichi Vendola a Roma che pretendono due caselle con i nomi di Nieri e di Gemma Azuni. Nessuna complicazione arriva invece, e ci mancherebbe pure, dal Centro Democratico di Bruno Tabacci che, dopo aver incontrato Marino in Campidoglio, se ne è uscito con la solita frase alla democristiana: “Noi non chiediamo mai nulla”.

Per sbloccare la situazione il sindaco ha incontrato il vertice del Pd laziale: Nicola Zingaretti, presidente della Regione, il candidato alle primarie Paolo Gentiloni e il segretario regionale Enrico Gasbarra. Ci sono da riempire le caselle che vanno da Bilancio, Mobilità e Urbanistica all’innovativo e misterioso assessorato allo Stile di Vita (migliorare la qualità della vita attraverso cultura, ambiente, antiproibizionismo e sanità). Dai tecnici intanto sono arrivati solo dei niet per Marino, come quelli di Marino Sinibaldi, del Sottosegretario Giovanni Legnini e di Cristina Comencini. Le male lingue dicono che i rifiuti eccellenti siano motivati dall’annunciato taglio agli stipendi dei politici. Poco conveniente fare l’assessore di questi tempi.

Comunque sia Ignazio Marino aveva promesso di dare una svolta a Roma al grido di “daje”, ma per il momento è riuscito solo a scontentare la comunità omosessuale disertando il Gay Pride, si muove con i mezzi pubblici ma è immobilizzato dall’ambizione poltronista della casta e, dulcis in fundo, è incastrato dall’annosa polemica tra animalisti e conducenti delle famose botticelle romane. Gli invasati sedicenti difensori degli animali del Partito Animalista Europeo -il cui presidente Stefano Fuccelli ha scritto una lettera dai toni minacciosi al sindaco- con la scusa della canicola pretenderebbero, con la violenza, di rinchiudere cavalli e botticelle in un recinto (vedi villa Borghese) in nome di una città a misura di auto e di smog in cui non c’è posto per gli animali. Invece di puntare ad una pedonalizzazione totale del centro della Capitale i protetti del senatore Monica Cirinnà se la prendono con i lavoratori. Ma Marino ha promesso su Twitter di incontrare anche i “cavallari”. Meglio pensare prima alla Giunta.

Gay Pride: Boldrini e Idem a Palermo, Marino tradisce Roma

Giorni di orgoglio omosessuale nelle piazze d’Italia. Venerdì scorso ha preso ufficialmente il via il Palermo Pride con una conferenza stampa alla quale il sindaco Leoluca Orlando ha voluto fortemente che prendessero parte rappresentanti del governo e delle istituzioni. La risposta all’appello del presidente della Camera, Laura Boldrini, e del ministro per le Pari Opportunità, Josepa Idem, era già stata ufficializzata da giorni e ieri le due donne hanno mantenuto la promessa mettendo direttamente la faccia sulla questione glbt in Italia e soprattutto al Sud. Discorso completamente opposto invece là dove meno te lo aspetti: a Roma.

La Capitale è abituata ad ospitare i giorni dell’orgoglio omosessuale fin dal 2000, anno dello storico primo Gay Pride organizzato nella città del papa, ma oggi dietro i carri allegorici non sfilerà il neo sindaco Ignazio Marino che la sua propaganda aveva descritto vicino alle istanze degli omosessuali, ma che ha preferito declinare l’invito degli organizzatori inventando la scusa meno adatta alla situazione: “Ho bisogno di stare qualche giorno con la mia famiglia”. E beato lui che una famiglia ce l’ha, avranno pensato subito gli attivisti che vorrebbero allargare i diritti dei gay al matrimonio e all’adozione. Per Marino si prospetta dunque un inaspettato scivolone mediatico, visto che in campagna elettorale si era spacciato come il difensore dei diritti (a cominciare da coppie di fatto e antiproibizionismo) contrapposto al “fascista” Alemanno.

L’inquilino del Campidoglio ha cercato di correre ai ripari per arginare l’alluvione di polemiche che il suo gran rifiuto avrebbe sicuramente scatenato, ma è stato tutto inutile. Prima un comunicato: “Voglio ribadire, da Sindaco, il mio impegno affinchè a Roma i diritti di tutti siano garantiti e venga sradicata ogni forma di intolleranza. Odio e discriminazione non possono avere diritto di cittadinanza in questa che non è solo la Capitale d’Italia, ma anche la culla della civiltà”. Poi l’investitura del consigliere comunale di Sel, Luigi Nieri, come accompagnatore ufficiale dell’intramontabile Vladimir Luxuria, dei carri allegorici di Muccassassina e del Circolo Mario Mieli. Rimedi tardivi che non hanno convinto i rappresentanti delle associazioni glbt come Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia: “Rispettando la necessità di riposo, dopo mesi ininterrotti di campagna delle primarie e delle elezioni, condividiamo il dispiacere della sua assenza domani al Pride cittadino, momento in cui le persone lgbt invaderanno pacificamente Roma, proprio a sostegno di valori condivisi dall’attuale Sindaco”.

Delusione e rabbia dalle parti di Roma, mitigate però dalla presenza in forze dello Stato in quel di Palermo. “I diritti non possono avere colore politicoha detto il ministro Ideme per questo mi impegnerò per la presentazione di un disegno di legge per le unioni civili che tanti cittadini continuano giustamente a chiedere”. Laura Boldrini ha centrato il suo discorso sull’intolleranza presente storicamente nella nostra società: “L’omofobo, il maschilista e il razzista sono figli della stessa sottocultura alimentata dal pregiudizio –ha detto il presidente della Camera che ha poi continuato- nostro primo dovere istituzionale è quello di non lasciare sola nessuna donna e nessun uomo, nessuna persona omosessuale, lesbica, transessuale. Perché chi è solo perde il senso della comunità e, con esso, il senso della cittadinanza”.

Una presenza istituzionale inimmaginabile solo fino a pochi mesi fa. Segno evidente dei tempi che cambiano è l’iniziativa legislativa sull’unione tra persone dello stesso sesso, presentata in Parlamento proprio da alcuni esponenti del Pdl il 4 giugno scorso. Un ddl sulle coppie gay è stato infatti depositato da nomi insospettabili: da Giancarlo Galan a Sandro Bondi, passando per Stefania Prestigiacomo, Gabriella Giammanco e Laura Ravetto. Ci manca solo che Berlusconi si cimenti nei bunga bunga gay per sdoganare la destra sulla questione del rispetto degli omosessuali e l’illuminato sindaco di Roma che fa? Diventa suo malgrado paladino della famiglia tradizionale proprio nel giorno più sbagliato. Il sospetto è che al Campidoglio sia rimasta ben viva la tradizione di non scontentare i Palazzi d’Oltretevere.

Il ministro Cancellieri svuota le carceri

Quello che già è stato denominato da molti il nuovo decreto svuota carceri potrebbe essere approvato dal consiglio dei ministri già nella giornata di sabato. Madrina di questa iniziativa legislativa con i caratteri della “necessità ed urgenza” è il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, divenuta portavoce della drammatica condizione degli istituti di pena dove sono rinchiusi come animali più di 65mila detenuti a fronte di una capienza massima carceraria di poco più di 40mila unità. Una vera e propria emergenza sociale e umanitaria –una vergogna per un paese che vuole definirsi civile come l’Italia- sottolineata più volte anche dalle istituzioni europee e, da ultimo, dalla Corte di Strasburgo che ha individuato nel maggio 2014 la data ultima per adeguare alle norme minime di civiltà i 206 istituti carcerari del Belpaese.

La Cancellieri, con la sua solita aria bonaria e rassicurante, ha parlato ieri a margine della conferenza dei Prefetti. La sua intenzione è quella di dare una svolta ad una situazione di stallo che si trascina vergognosamente da troppi anni attraverso “un provvedimento-tampone urgente sulle carceri, per alleggerire le condizioni di vita dietro le sbarre, con modifiche sia in entrata che in uscita dei detenuti. Farà uscire non più 3-4 mila detenuti”. Tre dovrebbero essere i punti fondanti dell’azione legislativa della Cancellieri. Il primo riguarda lo sconto di pena che salirà da 45 a 60 giorni per ogni semestre scontato, ma solo se il detenuto terrà una buona condotta o parteciperà ad attività di rieducazione. Il secondo punto considera la possibilità di una riduzione della pena quando gli anni ancora da scontare non siano più di tre. Il testo del decreto (ancora una bozza non definitiva) prevede poi, nel terzo punto, la possibilità di richiedere misure alternative alla galera a 4 anni e non più a 3 dalla scarcerazione.

Logico che la prima critica mossa al piano Cancellieri dovesse riguardare l’allarme sociale che potrebbe creare la liberazione anticipata di migliaia di “delinquenti”, ma il ministro ha voluto subito chiarire i limiti del sistema con cui verranno montate le porte girevoli nelle carceri: “Allenterà la pressione salvaguardando la sicurezza dei cittadini perché non toccherà persone che hanno compiuto reati socialmente pericolosi”. Niente assassini, stupratori o criminali seriali in giro dunque. Nella mente del Guardasigilli c’è anche l’ennesimo Piano carceri ma, vista la crisi, la costruzione di nuove strutture e l’ampliamento del numero delle Guardie carcerarie sembra al momento una chimera. Ultima iniziativa è un emendamento presentato ieri che prevede gli arresti domiciliari non più come misura alternativa per i reati fino a 6 anni.

Ad essersi schierata subito contro il programma della Cancellieri è la destra di Fratelli d’Italia, paladina di law & order senza se e senza ma, che si è espressa attraverso la squillante voce di Ignazio La Russa: “Noi diciamo no a qualunque forma di amnistia, indulto o provvedimenti vari che sicuramente peggiorano la sicurezza dei cittadini e renderebbero inutili gli sforzi e i sacrifici delle Forze dell’ordine”. A fare da controcanto all’ex ministro della Difesa è poi quell’inguaribile manettaro di Antonio Di Pietro: “Per risolvere il sovraffollamento delle carceri hanno trovato il solito sistema all’italiana, mettendo in libertà chi ha violato la legge”.

Sembra però che la compagine di governo guidata da Letta sia unita e risoluta a risolvere la questione carceri, non per umanità ma, se non altro, per accontentare la legislazione europea ed evitare così pesanti sanzioni pecuniarie. In questo senso starebbe andando anche lo studio della depenalizzazione di alcuni reati come quelli introdotti dalla legge Bossi-Fini sull’immigrazione e dalla Fini-Giovanardi sulle droghe, considerate vera e propria fucina del sovraffollamento carcerario. A quest’ultimo riguardo non è un caso che lunedì scorso la Corte di Cassazione abbia rimesso alla Corte Costituzionale la decisione sulla legittimità costituzionale dell’equiparazione tra droghe leggere e pesanti dopo il ricorso di un uomo condannato a 4 anni. Lo scopo non dichiarato del legislatore è quello di liberarsi della Fini-Giovanardi attraverso un giudizio di incostituzionalità, evitando così infinite polemiche politiche su antiproibizionismo e repressione.

Omicidio Cucchi: nessun colpevole. Ma è stato lo Stato

Secondo la sentenza emessa dalla III Corte di Assise del tribunale di Roma gli unici colpevoli della morte di Stefano Cucchi sarebbero i 5 medici dell’ospedale Pertini, condannati solamente per omicidio colposo. In pratica, gli esimi dottori si sarebbero dimenticati dell’esistenza di Stefano, facendolo così morire di fame e di sete. Una circostanza più unica che rara nella storia dell’umanità, visto che per crepare di inedia di solito ci vogliono circa 20 giorni, mentre a Stefano Cucchi ce ne sono voluti solo 6. Un massimo di 2 anni di condanna con pene ovviamente sospese per i 5 aguzzini.

Assolti invece gli infermieri del Pertini e, soprattutto, i tre agenti di polizia Penitenziaria, sospettati dai legali della famiglia Cucchi (e non solo) di essere gli autori del pestaggio che all’interno delle camere di sicurezza del tribunale di piazzale Clodio costò qualche osso rotto, e poi la vita, a Stefano. Uno scandalo umano e giudiziario che ha fatto subito gridare alla “giustizia ingiusta” Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano che tanto si è battuta in questi anni per ottenere Verità e Giustizia e che ora si ritrova con un fratello ucciso una seconda volta dallo Stato. Eh sì, perché l’interrogativo che tutti adesso si pongono è questo: chi ha ammazzato Stefano Cucchi?

Se i medici dovranno pagare solo per una colpa lieve, se gli infermieri sono innocenti, se le guardie carcerarie sono degli angeli e se i carabinieri, infine (quelli che materialmente arrestarono Stefano per un piccolo quantitativo di hashish), sembrano essere stati scagionati da alcune testimonianze che li descrivono persino in possesso di un po’ di umanità, allora chi è stato a ridurre come una larva il cittadino Stefano Cucchi? La risposta è quella risuonata più volte nel corso della cupa storia Italiana: È stato lo Stato.

A lanciare questa pesante accusa è stata proprio la madre di Stefano, Rita Calore, secondo la quale il figlio è stato prelevato da uomini dello Stato quando era ancora sano ed è poi morto misteriosamente proprio tra quattro squallide mura che appartengono a quello Stato che si arroga il diritto di ergersi ad unico tutore della democrazia mentre, invece, tratta peggio degli animali i suoi cittadini che non sono neanche dei criminali. “Questo è un fallimento dello Stato”, ha aggiunto lapidario Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi. Eh sì, perché, se esistesse una logica, quella sera dell’ottobre 2009 Stefano Cucchi non avrebbe mai dovuto subire l’arresto, una umiliante perquisizione in casa e, tantomeno, torture e morte, a causa del possesso di una sostanza stupefacente. In galera ci deve andare chi è pericoloso per la società, non chi cucchitiene un comportamento “diverso” dal normale.

Non la pensa di certo così il solito Carlo Giovanardi, che ha perso un’altra colossale occasione per tenere la bocca chiusa. “Il tempo è galantuomo e fa giustizia del linciaggio mediatico a cui sono stati sottoposti gli agenti di custodia, sulla base di pregiudiziali ideologiche”, ha detto lo zar dell’antidroga italiano. Uno che si mette ad abbaiare se solo sente nominare la parola droga. Già più volte in passato Giovanardi aveva calpestato con inspiegabile livore la memoria e la persona di Stefano Cucchi. Adesso, non pago della sua fama da Torquemada dell’Inquisizione, si erge a difensore di una improbabile e scandalosa sentenza di Primo grado a cui la giustizia ultraterrena, se non sarà quella degli uomini, provvederà presto a porre rimedio.