Omicidio Calabresi. Un caso ancora aperto?

omicidio CalabresiChi ha ucciso il commissario di polizia, Luigi Calabresi, il 17 maggio del 1972 a Milano? Le critiche di Beppe Grillo e del M5S nei confronti del Sistema Sofri-Bignardi hanno di certo contribuito a riaprire il caso. La Giustizia italiana ha messo la parola fine sulla vicenda nel 1997, con una sentenza della Corte di Cassazione che individua Ovidio Bompressi e Leonardo Marino quali esecutori materiali del delitto. Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, al vertice di Lotta Continua all’epoca dei fatti, furono invece condannati quali mandanti dell’omicidio Calabresi. In realtà, l’iter giudiziario si è concluso solo nel 2003, quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha rigettato il ricorso di Sofri e compagni.

La Storia, invece, attende ancora delle risposte visto che Adriano Sofri si è sempre dichiarato innocente. E lo ha fatto anche recentemente dalle pagine del Foglio di Giuliano Ferrara, proprio per difendersi dal post pubblicato sul blog di Grillo da Rocco Casalino. Il responsabile comunicazione M5S ha scritto una lettera aperta a Daria Bignardi per chiederle cosa provi il figlio ad essere nipote di un assassino come Sofri. Un modo molto duro per dare una lezione alla conduttrice, colpevole di voler far passare da “fascista” il deputato Alessandro Di Battista attraverso un uso scorretto della tv. Il solito giornalismo di casta.

“Un esponente dei 5 stelle ha chiesto a Daria Bignardi che cosa si provi a essere la moglie del figlio di un assassino – ha scritto Sofri nella rubrica Piccola Posta – Ha trascurato, come molti, un dettaglio: che io non sono né assassino né, soprattutto, mandante di assassinio. Però lui e molti possono dirlo, se fa loro piacere, perché una sentenza li autorizza”.

Insomma, a suo dire, Sofri non c’entra nulla con l’omicidio Calabresi, così come Silvio Berlusconi si dichiara estraneo alle accuse che lo hanno portato a subire una condanna di 4 anni per frode fiscale. La giustizia italiana, secondo Sofri, non vale nulla. E, se vale, vale solo per i poveracci. Quelli che non possono farsi difendere dai Ghedini e dai Coppi della situazione, come Berlusconi, o quelli che non hanno amicizie importanti nel mondo politico-editoriale come l’ex leader di Lotta Continua.

A mandare al fresco Sofri e Bompressi – ma non Pietrostefani, resosi uccel di bosco in Francia – fu una crisi di coscienza di Leonardo Marino. Nel 1988, così racconta la cronaca, Marino decise di vuotare il sacco prima nel confessionale e poi direttamente dai magistrati. Gli anni di piombo erano finiti da un pezzo, impossibile pensare al caso Marino come ad un anticipo del caso Scarantino, il falso pentito pilotato da pezzi dello Stato che ha costruito una falsa verità per la strage di via D’Amelio. Scarantino è stato smentito da Spatuzza. Nessuno, invece, è venuto a confermare la verità di Sofri. Dunque, anche in caso di errore giudiziario, Sofri e il gruppo di Lc devono essere considerati responsabili dell’omicidio Calabresi.

Vero che la ricostruzione di Marino ha lasciato più di un dubbio, ma è troppo facile per Sofri, da anni ospite fisso della grande stampa nazionale, proclamare la propria innocenza senza chiamare in causa un complotto o un golpe messo in atto dai giudici, o da chi sa chi. Intendiamoci. Chi scrive non imputerebbe a Sofri la decisione di usare il piombo contro un persecutore di anarchici come Calabresi, se questi, una volta scoperto, avesse rivendicato l’omicidio prendendosi le sue responsabilità. Il contesto degli anni di piombo, appunto, non avrebbe giustificato, ma reso storicamente comprensibile il ricorso alla violenza. Ciò che risulta insopportabile, al contrario, è la pretesa di Sofri e dei suoi amici benpensanti di destra e di sinistra di dipingersi come una vittima dello Stato nello sprezzo totale della legge. Come un Berlusconi qualsiasi. Se poi un’altra verità sarà scritta sulla vicenda dell’omicidio Calabresi saremo ben felici per Sofri. Ma fino a quel momento il Sistema Sofri-Bignardi dovrebbe tacere. Chi ha ucciso Luigi Calabresi? A Sofri l’ardua risposta.

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Le Brigate Rosse al funerale di Prospero Gallinari

Sono passate 72 ore, tre giorni, dalla sepoltura del corpo dell’ex membro delle Brigate Rosse, Prospero Gallinari, nel cimitero del comune di Coviolo, il piccolo paese alle porte di Reggio Emilia dove il brigatista è nato, ma sembra proprio che la pace non debba ancora arrivare per l’anima del defunto eccellente. Gli anni di piombo sono finiti da un pezzo, ma anche nell’Italia del 2013 era logico che un parterre du roi come quello visto durante il funerale di Gallinari, morto per un banale infarto, dovesse rinfocolare antichi rancori e far riemergere divisioni che si credeva appartenenti ad un’altra epoca. Renato Curcio, Barbara Balzerani, Francesco Piccioni, Oreste Scalzone, oltre a Bruno Seghetti e Raffaele Fiore, i due Compagni autori insieme a Gallinari ed altri della strage di via Fani e sabato scorso impegnati a sostenere la bara dell’amico scomparso.

br gallinariLe braccia alzate con il pugno chiuso, la bara avvolta in un drappo rosso con tanto di falce, martello e stella a cinque punte (anche se priva del cerchio tipico del simbolo Br), l’Internazionale intonata in coro seguendo il fischio di Oreste Scalzone, il fondatore di Potere Operaio apparso tra i più commossi e risoluti. Tutti simboli e messaggi provenienti dai libri di storia che non potevano non scatenare gli appetiti di rivalsa di tutti coloro, la stragrande maggioranza degli italiani, per i quali l’attivismo politico armato, Rosso o Nero che fosse, ha rappresentato solo un’ideologia terrorista.

E allora, ecco esplodere, fulminea e feroce, l’attesa polemica. A dare fuoco alle polveri è stata Liana Barbati, consigliere regionale dell’Idv in Emilia, nonché coordinatore provinciale del partito a Reggio Emilia: “Leggo con estrema perplessità e disappunto che Ferrigno e Grassi, membro della direzione nazionale, nonché ex deputato di Rifondazione Comunista, hanno partecipato ai funerali del brigatista”. Ha dichiarato alla stampa la Barbati, facendo riferimento ad Alberto Ferrigno, coordinatore provinciale di Rifondazione Comunista a Reggio Emilia, e a Claudio Grassi, già senatore di Rifondazione con l’Unione di Prodi nel 2006 e oggi candidato alla Camera per Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia.

Secondo la Barbati “chi ricopre cariche politiche o è candidato alle elezioni per rappresentare i cittadini, non dovrebbe neanche a titolo personale, partecipare al funerale di chi ha rappresentato un periodo così buio e triste per la nostra Repubblica”. In pratica, i due malcapitati vittime degli strali della Barbati, già noti da anni per il loro impegno civile e pacifista, dovrebbero essere messi alla gogna per il solo fatto di aver partecipato ad un funerale (Grassi era amico della compagna di Gallinari). Italia paese cristiano, ma non verso chi si è macchiato di gravi reati di sangue, soprattutto se di sinistra e, quindi, senza dio, è questa l’idea della Barbati che ha minacciato di sbattere la porta e di spaccare il partito di Ingroia se non ci sarà “una smentita o una parvenza di giustificazione” da parte dei due rifondaroli. Da parte sua Grassi -spalleggiato anche da Antonio di Pietro, in teoria Capo della Barbati- ha risposto nell’unico modo possibile: “Non credevo che partecipare ad un funerale di una persona che conoscevo potesse creare un caso politico”.

Caso chiuso allora e tirata d’orecchie per la consigliera dimostratasi priva di qualsiasi briciolo di umanità? Niente affatto perché sul cadavere di Gallinari e, soprattutto, sul corpo di Rivoluzione Civile si sono gettati i soliti avvoltoi della politica. Questa volta non tanto da Destra, se si esclude la dichiarazione del consigliere regionale del Pdl Fabio Filippi improntata anch’essa alla disumanità e le solite prese di posizione di Libero e del Giornale, ma soprattutto da Sinistra, quella sinistra radical-chic rappresentata mediaticamente dal quotidiano La Repubblica che si è gettata come un branco di squali, chez Ezio Mauro, sul corpo sanguinante del brigatista per condannare i danni provocati da un’ideologia che però i sinistrorsi imborghesiti hanno sempre abbracciato, quando gli faceva comodo, dal loro comodo salotto di casa.