La telefonata che salva dalla galera (Ligresti): M5S e renziani chiedono le dimissioni della Cancellieri

Rischia di assumere i contorni dello scandalo politico, mediatico e morale il caso della telefonataintercettata per ordine della procura di Torino– che il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, ha ricevuto il 17 luglio scorso da Gabriella Fragni per discutere delle condizioni di salute della detenuta Giulia Maria Ligresti. Definita sua “buona amica” dalla stessa Cancellieri, la signora Fragni è la compagna di Salvatore Ligresti, il costruttore e faccendiere siculo-milanese arrestato nel luglio scorso per ordine dei giudici di Torino nell’ambito dell’inchiesta FonSai. Insieme al capo famiglia erano finite al fresco le figlie Jonella e Giulia Maria, mentre l’altro figlio, Paolo, si era reso uccel di bosco grazie alla cittadinanza svizzera. Tutti i Ligresti sono accusati di aver fatto una cresta multimilionaria sui conti del colosso assicurativo frutto della fusione tra Fondiaria e Sai.

La giovane Ligresti fu effettivamente scarcerata ai primi di agosto e trasferita ai domiciliari per una presunta anoressia, comunque certificata dai medici. Secondo la Cancellieri, spalleggiata dal procuratore capo del capoluogo piemontese, Gian Carlo Caselli, non c’è stata nessuna pressione per fornire una corsia preferenziale ad un detenuto vip come Giulia Maria Ligresti. Anche se era stato lo stesso Guardasigilli, sentito ad agosto nella veste di testimone e non di indagato, ad ammettere un paio di telefonate a due vice capi del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria (DAP) al fine di “sensibilizzarli” sulle condizioni di tutti i detenuti. E un’altra chiamata ricevuta dallo zio di Giulia, Giuseppe Ligresti. Quel vecchio vizietto di alzare un po’ troppo la cornetta per scambiarsi favori tra potenti che ha rovinato non poche carriere politiche.

 

La versione della Cancellieri non convince, soprattutto alla luce del contenuto della telefonata con la Fragni. “Comunque guarda, qualsiasi cosa io possa fare conta su di me, non lo so io cosa posso fare, però guarda sono veramente dispiaciuta –dice la Cancellieri all’amica e poi continua– Se tu vieni a Roma, proprio qualsiasi cosa adesso serva, non fate complimenti, guarda non è giusto, non è giusto”. Hai voglia a dire che poi non c’è stata alcuna “spintarella” al DAP. Ma ve lo immaginate il ministro della Giustizia che, invece di interessarsi della condizione carceraria di un potente come Ligresti, si mettesse a parlare al telefono con la moglie di Ciruzzo Malacarne, capoclan di Scampia, arrestato per decine di omicidi ma sofferente di emicrania?

I primi a non essere convinti delle spiegazioni fornite dalla Cancellieri sono Beppe Grillo e il M5S. I grillini attaccano dal blog: “Su 63.000 e rotti detenuti su chi si è posato l’occhio benevolo della ministra Cancellieri? Giulia Ligresti, un nome, anzi un cognome, a caso, che è uscita dal carcere dopo l’interessamento della Cancellieri”. E dalla commissione Giustizia chiedono al ministro una spiegazione diversa dalle addotte “ragioni umanitarie”, altrimenti non restano che le dimissioni. Si muovono Lega e Sel, ma anche il sonnolento Pd viene svegliato dalle parole del renziano Carboni per il quale la Cancellieri “dovrebbe fare un passo indietro e rassegnare le dimissioni”.

Insomma, anche se il ministro per ora non è indagato, e forse non lo sarà mai, l’impressione che si ricava è che ai condannati di serie A basta farsi amico qualcuno dei Piani Alti per evitare la galera, mentre per quelli di serie B non ci sono amicizie e presunte malattie che tengano. Per la loquace Cancellieri si aggiunge anche un’aggravante: il figlio Piergiorgio Peluso –ex Unicredit, adesso in Telecom- nel 2012 ha incassato una buonuscita di 3,6 milioni di euro dopo un solo anno di lavoro come direttore generale della compagnia assicurativa Fondiaria Sai, proprio quella di don Salvatore Ligresti.

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Il ministro Cancellieri svuota le carceri

Quello che già è stato denominato da molti il nuovo decreto svuota carceri potrebbe essere approvato dal consiglio dei ministri già nella giornata di sabato. Madrina di questa iniziativa legislativa con i caratteri della “necessità ed urgenza” è il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, divenuta portavoce della drammatica condizione degli istituti di pena dove sono rinchiusi come animali più di 65mila detenuti a fronte di una capienza massima carceraria di poco più di 40mila unità. Una vera e propria emergenza sociale e umanitaria –una vergogna per un paese che vuole definirsi civile come l’Italia- sottolineata più volte anche dalle istituzioni europee e, da ultimo, dalla Corte di Strasburgo che ha individuato nel maggio 2014 la data ultima per adeguare alle norme minime di civiltà i 206 istituti carcerari del Belpaese.

La Cancellieri, con la sua solita aria bonaria e rassicurante, ha parlato ieri a margine della conferenza dei Prefetti. La sua intenzione è quella di dare una svolta ad una situazione di stallo che si trascina vergognosamente da troppi anni attraverso “un provvedimento-tampone urgente sulle carceri, per alleggerire le condizioni di vita dietro le sbarre, con modifiche sia in entrata che in uscita dei detenuti. Farà uscire non più 3-4 mila detenuti”. Tre dovrebbero essere i punti fondanti dell’azione legislativa della Cancellieri. Il primo riguarda lo sconto di pena che salirà da 45 a 60 giorni per ogni semestre scontato, ma solo se il detenuto terrà una buona condotta o parteciperà ad attività di rieducazione. Il secondo punto considera la possibilità di una riduzione della pena quando gli anni ancora da scontare non siano più di tre. Il testo del decreto (ancora una bozza non definitiva) prevede poi, nel terzo punto, la possibilità di richiedere misure alternative alla galera a 4 anni e non più a 3 dalla scarcerazione.

Logico che la prima critica mossa al piano Cancellieri dovesse riguardare l’allarme sociale che potrebbe creare la liberazione anticipata di migliaia di “delinquenti”, ma il ministro ha voluto subito chiarire i limiti del sistema con cui verranno montate le porte girevoli nelle carceri: “Allenterà la pressione salvaguardando la sicurezza dei cittadini perché non toccherà persone che hanno compiuto reati socialmente pericolosi”. Niente assassini, stupratori o criminali seriali in giro dunque. Nella mente del Guardasigilli c’è anche l’ennesimo Piano carceri ma, vista la crisi, la costruzione di nuove strutture e l’ampliamento del numero delle Guardie carcerarie sembra al momento una chimera. Ultima iniziativa è un emendamento presentato ieri che prevede gli arresti domiciliari non più come misura alternativa per i reati fino a 6 anni.

Ad essersi schierata subito contro il programma della Cancellieri è la destra di Fratelli d’Italia, paladina di law & order senza se e senza ma, che si è espressa attraverso la squillante voce di Ignazio La Russa: “Noi diciamo no a qualunque forma di amnistia, indulto o provvedimenti vari che sicuramente peggiorano la sicurezza dei cittadini e renderebbero inutili gli sforzi e i sacrifici delle Forze dell’ordine”. A fare da controcanto all’ex ministro della Difesa è poi quell’inguaribile manettaro di Antonio Di Pietro: “Per risolvere il sovraffollamento delle carceri hanno trovato il solito sistema all’italiana, mettendo in libertà chi ha violato la legge”.

Sembra però che la compagine di governo guidata da Letta sia unita e risoluta a risolvere la questione carceri, non per umanità ma, se non altro, per accontentare la legislazione europea ed evitare così pesanti sanzioni pecuniarie. In questo senso starebbe andando anche lo studio della depenalizzazione di alcuni reati come quelli introdotti dalla legge Bossi-Fini sull’immigrazione e dalla Fini-Giovanardi sulle droghe, considerate vera e propria fucina del sovraffollamento carcerario. A quest’ultimo riguardo non è un caso che lunedì scorso la Corte di Cassazione abbia rimesso alla Corte Costituzionale la decisione sulla legittimità costituzionale dell’equiparazione tra droghe leggere e pesanti dopo il ricorso di un uomo condannato a 4 anni. Lo scopo non dichiarato del legislatore è quello di liberarsi della Fini-Giovanardi attraverso un giudizio di incostituzionalità, evitando così infinite polemiche politiche su antiproibizionismo e repressione.

Beppe Grillo denuncia: vogliono chiudere il blog

La sua denuncia Beppe Grillo l’ha resa nota al pubblico durante un comizio elettorale tenuto a Barletta martedì scorso, ennesima tappa del “Tutti a casa tour” organizzato in vista delle elezioni amministrative: il sito beppegrillo.it, il blog punto di riferimento per l’intero Movimento5Stelle, potrebbe essere chiuso dalla polizia postale. “Stamattina è venuta la polizia nel nostro ufficio di Milanoha detto Grillo rivolto ad una platea incredula- a chiedere dove sono i server di questi 22 ragazzi che sono stati indagati per vilipendio, ma noi non lo sappiamo nemmeno”.

La vicenda è quella, al momento sconosciuta al grande pubblico, dell’inchiesta avviata dalla procura della Repubblica di Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, per il reato di “offesa all’onore e al prestigio del Presidente della Repubblica” a carico di 22 persone che, secondo gli inquirenti, avrebbero postato sul blog di Grillo frasi lesive della rispettabilità del Capo dello Stato Giorgio Napolitano. A dare ufficialmente il via alle indagini è stato il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, a cui appartiene la prerogativa di autorizzare l’avvio di un’inchiesta nel caso specifico di offese e ingiurie rivolte alla massima carica del paese.

Beppe Grillo al momento non risulta indagato, né dovrebbe esserlo in futuro, ma uno dei blog più letti in Italia (e nel mondo), nonché piattaforma programmatica del primo partito italiano, rischia comunque l’oscuramento (per responsabilità oggettiva, si direbbe nel calcio) a causa dei commenti, magari volgari e ingiuriosi, ma molto democratici, apparsi nel maggio del 2012 per commentare le vicende giudiziarie e telefoniche che hanno coinvolto l’oggi appena rieletto presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Torna così alla ribalta il tema della violenza verbale su internet e dei molti tentativi di mettere un bavaglio alla rete attraverso la censura della libera espressione del pensiero, ritenuta da molti penalmente rilevante se vengono superati certi limiti.

 

Era stato proprio il presidente della Camera, Laura Boldrini, a sollevare il tema nei giorni scorsi, collegandolo però al problema della violenza di genere sulle donne. Ma era stata lei stessa a imporsi una successiva e subitanea marcia indietro sul diritto all’espressione del libero pensiero virtuale, anche se a volte un po’ indigesto. “Se ci chiudono il blog resteremo senza informazione, non lo hanno fatto neanche in Cina”, ha tuonato Grillo di fronte agli esterrefatti barlettani. E, in effetti, l’adozione di leggi speciali contro il web esiste solo nel paese asiatico e in qualche altra dittatura sparsa qua e là per il globo. In Italia il rischio censura di internet è presente ma ancora non all’ordine del giorno dei voleri della casta. La polizia postale che fa il suo ingresso negli uffici milanesi di Casaleggio per ottenere informazioni sui cyber-vilipendiatori di Napolitano è una scena che colpisce molto negativamente l’immaginario collettivo delle persone perché fa sentire puzza di dittatura.

Per questo Beppe Grillo ha potuto denunciare pubblicamente che “Se fanno una cosa simile e ci chiudono il blog se ne assumeranno la responsabilità perché noi siamo la democrazia”. Il rischio oscuramento resta comunque aperto, anche se il reato contestato, il vilipendio, risulta di stampo papalino-ottocentesco e “non c’azzecca niente” con il mondo 2.0 di Grillo & co. In passato, infatti, altri blogger erano stati condannati per aver ospitato commenti troppo calienti sulla loro piattaforma. In questo caso però -complice l’opportunità politica di non chiudere la bocca in maniera così plateale all’intero M5S per non scatenare una guerra civile non virtuale- le autorità costituite potrebbero chiudere un occhio nei confronti dei cyber terroristi grillini.