Charlie Hebdo e i politici italiani

charlie hebdo renzi alfanoAnche i politici italiani non possono esimersi dal tempestare le Agenzie con decine di dichiarazioni più o meno intelligenti sulla portata storica dell’attentato di Parigi. Il premier Matteo Renzi si reca in visita all’Ambasciata di Francia e il ministro dell’Interno Angelino Alfano è costretto a convocare il Comitato Antiterrorismo. Allarme e panico tra i giornalisti dello Stivale, sedi dei Media presidiate. Un «gesto vile e barbaro» secondo il presidente Giorgio Napolitano. Una «follia» per Silvio Berlusconi.

Tra le reazioni dei nostri onorevoli da segnalare quelle degli esponenti di centrodestra come Renato Brunetta, Maurizio Lupi, Lucio Malan che vedono la priorità nella lotta al terrorismo rifacendosi al principio del presunto ‘scontro delle civiltà’ tra Occidente e Islam. Un passetto più in là lo fanno i soliti leghisti Mario Borghezio («siamo in guerra») e il suo segretario Matteo Salvini che incita a «bloccare l’invasione clandestina in corso» perché abbiamo «il nemico in casa». Li segue a ruota l’altrettanto solito Maurizio Gasparri per il quale bisogna «colpire le centrali del terrorismo» (riecco la ‘spirale guerra-terrorismo’). E pure Giorgia Meloni dice «basta all’immigrazione incontrollata». Di diverso tenore la reazione del M5S. «Nessuna guerra è giustificabile. Nessun colpo di pistola o di kalashnikov è giustificabile», twitta Carlo Sibilia del Direttorio grillino. E il collega Alberto Airola invita a non «alimentare guerre di religione».

Ma Beppe Grillo mette in dubbio la ‘paternità islamica’ dell’attentato e fornisce una versione complottista di una vicenda che porterà inevitabilmente a una stretta sulla libertà di stampa, chiedendosi «chi muove i fili del terrorismo e perché?». Dal fronte della ‘sinistra chic’, la ancor più ‘solita’ Laura Boldrini, presidente di Montecitorio, invita a «distinguere tra terroristi assassini e musulmani». Un classico. Per tutto il Pd per una volta unito, infine, è in gioco la «difesa della democrazia».

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Yara: Bossetti già condannato dai Media. È caccia a Ignoto 2

Bossetti ignoto 2Massimo Giuseppe Bossetti, l’uomo accusato di essere l’assassino di Yara Gambirasio, ha chiesto di essere interrogato dal pm di Bergamo. Il faccia a faccia tra Ignoto 1 e gli inquirenti si terrà martedì prossimo, 8 luglio, dopo che per due volte il muratore di Mapello si era avvalso della facoltà di non rispondere e aveva gridato la sua innocenza solo di fronte al gip durante l’udienza di convalida del fermo. Finalmente, dunque, entra nel vivo il procedimento giudiziario a carico del presunto omicida di Yara. Ma per Bossetti ormai è troppo tardi. Il vero processo, quello mediatico e nazional-popolare è andato già in onda a reti unificate sui teleschermi di tutta Italia. E ha espresso il suo verdetto: Bossetti è colpevole.

Nonostante le prove, inizialmente ritenute schiaccianti, si stiano rivelando perlomeno dubbie (dna, peli, celle telefoniche), il “mostro” Bossetti si ritrova da quasi un mese sbattuto in prima pagina. E poi, è veramente così importante scoprire chi ha ucciso la tredicenne di Brembate nel 2010? A giudicare dallo spiegamento di forze messo in campo dagli zar dell’informazione per soddisfare la morbosa curiosità dello spettatore italiano medio (di cultura bassa o inesistente) sembrerebbe proprio di si.

Ecco una breve carrellata di titoli di quotidiani on-line che di Bossetti dicono tutto e il contrario di tutto. “Le amiche di Yara: mai visto Bossetti vicino alla palestra”, tgcom24.it del 5 luglio 2014; “Yara, si indaga ancora tra chi frequentava la palestra di Brembate”, ilgiorno.it 5 luglio 2014; “L’omicidio di Yara, romanzo nero in Val Seriana”, espresso.it 5 luglio 2014; “Yara, la perizia aiuta Bossetti. «I peli sul corpo della ragazza forse non erano i suoi»”, ilmessaggero.it 4 luglio 2014; “I peli sul cadavere di Yara non sono di Bossetti: ha avuto un complice?”, bergamonews.it 4 luglio 2014;

E ancora: “Luminol rivela tracce in auto Bossetti. Test per capire se è sangue”, ilfattoquotidiano.it 3 luglio 2014; “Omicidio Yara, tracce sull’auto di Massimo Bossetti, forse è sangue”, lettera43.it 3 luglio 2014; “Yara, investigatori a caccia di prove. Si cercano le sim segrete di Bossetti”, tgcom24.it 2 luglio 2014; Il nome di Yara nei pc di Bossetti: “La cronaca nera mi appassiona””, ilgiorno.it 1 luglio 2014; “Yara Gambirasio, genetisti: “Dna non può essere unica prova, ma test non sbaglia””, ilfattoquotidiano.it 29 giugno 2014;

Una serie infinita di contraddizioni riportate dai giornalisti che però finiscono per cementare nel pubblico-lettore la certezza, oltre ogni ragionevole dubbio, della colpevolezza di Bossetti. Un processo in piena regola, insomma, ma celebrato al centro della piazza mediatica. Una gogna inaugurata niente di meno che dal ministro dell’Interno in persona, Angelino Alfano, che con un tweet pubblicato il 16 giugno (“Individuato l’assassino di Yara Gambirasio”) si era permesso di anticipare la sentenza. Come una brava casalinga che guarda la tv. Ennesima gaffe, dopo quella del caso Shalabayeva, di un ministro impresentabile.

La dimostrazione dei dubbi investigativi degli inquirenti (scontro procura-tribunale a Bergamo e lite tra periti su dna e peli) è data dal fatto che la caccia al presunto complice del presunto assassino Bossetti, il cosiddetto Ignoto 2, continua senza sosta. E non solo, perché sul luogo del delitto, e precisamente sulla parte esterna dei guanti di Yara, oltre a quello di Ignoto 2, è stato rinvenuto il dna di una donna, divenuta subito Ignota 3 e inserita nel calderone dei sospettati. Quasi certamente si tratta dell’ennesimo polverone mediatico, perché di dna vicino al corpo di Yara ne sono stati trovati a decine. Ma per tenere alta la tensione del pubblico tutto fa brodo.

Alfano torna senza quid, Lupi lancia l’Opa su Ncd

alfano lupiAll’indomani del fallimento sfiorato alle elezioni europee, con il quorum del 4% superato per un battito di ciglia, in casa Ncd volano gli stracci. Il segretario Angelino Alfano si sente accerchiato dalle correnti interne: i centristi Udc di Pierferdinando Casini e i Popolari di Mario Mauro, i berlusconiani quasi pentiti ma, soprattutto, la pattuglia di Comunione e Liberazione capitanata dal ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi. “Non credo che Maurizio Lupi abbia intenzione di lasciare le Infrastrutture”; con questa frase telegrafica il segretario Ncd, tornato ad essere senza quid, ha provato a calmare le acque al termine di un agitatissima riunione dei gruppi parlamentari del partito convocata a Roma giovedì scorso.

Ma non sembra aver convinto nessuno. Il ministro ciellino, infatti, è dato come dimissionario e partente per Strasburgo, eletto al parlamento europeo con 45mila preferenze. E le voci su una possibile scalata di Lupi al Nuovo Centrodestra invece di placarsi si moltiplicano ogni giorno che passa. Voci di corridoio riportano l’intenzione del ministro (indagato per abuso d’ufficio per la nomina dell’Authority del porto di Olbia) di liberarsi della patata bollente degli appalti Expo 2015. Dopo le note vicende della Nuova Tangentopoli le Infrastrutture sono state praticamente commissariate per paura di infiltrazioni criminali e di altre mazzette. Un guscio vuoto di cui l’ambizioso Lupi non sa più che farsene.

E allora, perché non approfittare del momento di debolezza del segretario-ministro dell’Interno che, con il suo sorriso sempre smagliante, si era proposto come il successore di Berlusconi alla guida dei “moderati” italiani? Diciamo che il 4% strappato con le unghie solo grazie all’apporto di Casini e Cesa più che un buon viatico per il futuro del centrodestra, sembra la campana a morto per i sogni di gloria di Alfano la cui mancanza di quid bisogna ammettere fosse stata segnalata per tempo dal Padrino politico di Arcore.

Sta di fatto che in molti ammettono di aver visto Lupi abbandonare in anticipo e scuro in volto la riunione di giovedì. Segnale evidente che l’idilliaco rapporto col segretario si è incrinato. I maldipancia post sconfitta, poi, sono sempre più diffusi. “Il partito non deve essere il partito dei ministri ma diventare un partito forte e serio sul territorio”, affonda il “fratello” Fabrizio Cicchitto. “L’ultima settimana abbiamo perso qualche punto – rincara la dose l’altro ciellino Roberto Formigoni – non perché la gente s’è spaventata di Grillo, ma perché la nostra presenza al governo non è stata brillantissima”.

Tutti sassolini che cominciano ad uscire fuori dalle scarpe. Solo qualche giorno prima, il 26 maggio, un altro senatore alfaniano, Paolo Naccarato, aveva vergato una nota nella quale sottolineava “l’imprescindibile esigenza di avere alla guida un leader a tempo pieno”. “Credo che Angelino Alfano e Maurizio Lupi – aggiungeva Naccarato – debbano porsi sul serio tale esigenza ed uno dei due fare un gesto di grande generosita’ nei confronti di oltre un milione di elettori che hanno creduto in NCD assumendone in prima persona la guida”. Una richiesta sincera e disinteressata ad entrambi, oppure un messaggio cifrato indirizzato a Lupi per spingerlo alla congiura?

Intanto il protagonista della vicenda insieme ad Alfano, Maurizio Lupi, si esercita in una piroetta lessicale per cercare di smentire le voci di successione. “Chi ha detto che opterò per il seggio europeo? – dice il ciellino – Ho solo detto che di fronte a 50mila voti raccolti alle europee mi sembra giusto prendere atto della volontà di chi mi ha votato. La decisione non è ancora stata presa, la prenderò nei prossimi giorni insieme al partito”. La solita supercazzola utile per metterlo in quel posto ad Alfano.

Da Formigoni a Romano, la lista degli alfaniani inquisiti o condannati

inquisiti NcdL’arresto per tentata concussione di Paolo Romano, presidente del Consiglio regionale della Campania e candidato alle elezioni europee nelle liste di Ncd, è soltanto l’ultimo di una serie ininterrotta di episodi giudiziari con protagonisti i politici. La Tangentopoli del 1992-93 non ha mai smesso di far girare denaro e affari sporchi, come dimostrano i recenti arresti bipartisan di Greganti, Frigerio e Grillo per le presunte tangenti Expo. Ma una novità rispetto agli ultimi anni c’è: la parte del protagonista nelle aule dei tribunali e nelle patrie galere non è più appannaggio del partito del plurinquisito e condannato Silvio Berlusconi, nonostante i casi Scajola e Dell’Utri, bensì del Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano che, sarà un caso, ma continua a imbarcare una ciurma di inquisiti e condannati da fare invidia ad una holding criminale.

Si è detto di Paolo Romano, personaggio sconosciuto al grande pubblico. Ma il campionario di pregiudicati (o quasi) a cui può attingere l’ex delfino senza quid sembra inesauribile. Ncd ne sta diventando una calamita. È notizia ancora fresca l’approdo tra le file dei diversamente berlusconiani di Cesare Previti. Proprio lui, il mitico “Cesarone”, l’avvocato romano inseparabile sodale di B. negli anni d’oro di Forza Italia. Colui che nel 1995 ha scolpito la storica frase “A Renà te stai a scordà la busta” rivolto al giudice corrotto Renato Squillante nel Circolo Canottieri Lazio. Previti può vantare una condanna a 6 anni per il casoImi-Sir e una per il Lodo Mondadori. Curriculum fin troppo ricco per non far gola agli alfaniani.

La stella di Previti non riesce però ad oscurare i meriti giudiziari dei suoi nuovi compagni di partito. C’è Roberto Formigoni, rinviato a giudizio il 3 marzo scorso per associazione a delinquere e corruzione nell’ambito dell’inchiesta sulla Sanità lombarda. Dalla parte opposta dello stivale, in Calabria, Giuseppe Scopelliti è costretto dalla legge Severino a mollare la poltrona di presidente regionale a causa di una condanna in primo grado a 6 anni per abuso d’ufficio e falso in atto pubblico. Niente paura per lui: era già pronta la candidatura in Europa. Sempre la Calabria è stato il teatro di una brutta storia di censura dei giornali di cui si è reso protagonista il senatore Antonio Gentile (non indagato).

Nunzia De Girolamo è indagata a Benevento per la vicenda degli appalti del 118 e per i presunti favori fatti agli amici. Il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, rappresentante di Comunione e Liberazione in Ncd insieme al Celeste Formigoni, deve rispondere in Sardegna di concorso in abuso in atti d’ufficio per la nomina all’Authority del porto di Olbia dell’ex deputato del PDL, Fedele Sanciu. Un occhio di riguardo va riservato anche a Renato Schifani, già fedelissimo di Berlusconi, indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. A legare il nome dell’avvocato Schifani al boss Filippo Graviano, detenuto al 41bis per le stragi del ’92-’93, è stato il pentito Gaspare Spatuzza.

Anche il senatore trapanese Antonio d’Alì era accusato di aver intrattenuto rapporti niente di meno che con Matteo Messina Denaro, ma una dubbia prescrizione lo ha salvato. La lista prosegue con il parlamentare europeo Vito Bonsignore, condannato a due anni in via definitiva per le tangenti all’ospedale di Asti. Il senatore Antonio Azzolini è indagato a Trani per truffa, falso e reati ambientali. Pietro Aiello, senatore calabrese, è sospettato di voto di scambio con la ‘ndrangheta. Antonio Caridi, anche lui senatore e calabrese, è solo sospettato di rapporti con le ‘ndrine. L’ultimo senatore nativo della Calabria è Giovanni Bilardi, indagato per peculato. Il senatore Bruno Mancuso è indagato a Messina per associazione a delinquere.

Il consigliere regionale pugliese ed ex parlamentare Tato Greco per ricettazione dalla procura di Bari. E poi ci sono Paolo Tancredi, Alessandro Pagano, Giuseppe Castiglione, Antonino Minardo, Vincenzo Piso e Ulisse Di Giacomo. Commentando l’arresto di Romano, Alfano ha parlato di “tempistica inquietante”. Ma qui di inquietante c’è solo la sfilza di reati di cui devono rispondere i membri di Ncd.

Alfano nega la trattativa stadio-mafia. Slitta il piano “Roma Sicura”

trattativa stadio mafiaIl ministro dell’Interno Angelino Alfano si presenta alla Camera per riferire sui tragici fatti accaduti a Roma sabato scorso, giorno della finale di Coppa Italia, ma decide di negare tutto. Negata la presunta trattativa intercorsa tra i rappresentanti dello Stato e gli ultras del Napoli, nella persona di Genny ‘a carogna, per decidere se far giocare o meno la partita Napoli-Fiorentina. Negata ogni negligenza dei responsabili dell’ordine pubblico che in mondovisione sono invece apparsi disorientati, incompetenti e in balia del Nuovo Masaniello durante quella che è stata definita la trattativa stadio-mafia. Negata persino l’affidabilità della prova dello stub a cui è stato sottoposto Daniele Gastone De Santis, accusato di essere il giustiziere di Tor di Quinto. L’esito era stato parzialmente negativo, ma Alfano sposa in toto la teoria del “risultato non dirimente” avallata dalla polizia.

Intanto il “povero” Gennaro ‘a carogna De Tommaso si è visto rifilare 5 anni di Daspo senza avere nessuna colpa ma, al contrario, avendo dimostrato di saper assicurare l’incolumità di decine di migliaia di persone con la sola imposizione delle mani. La scritta Speziale Libero, mostrata con orgoglio sulla maglietta da Genny durante la trattativa con Marek Hamsik e gli agenti della Digos, non può infatti essere sanzionata dalla legge italiana come un “incitamento alla violenza” meritevole di esilio dagli stadi ma, tutt’al più, dovrebbe essere considerata una censurabile e vergognosa manifestazione di solidarietà ad un detenuto per omicidio (quello dell’ispettore di polizia Filippo Raciti durante la partita Catania-Palermo del 2007).

Una condanna morale e non penale, dunque, quella da emettere. Per non parlare dell’”invasione di campo” che Genny ha effettuato proprio perché “convocato” dallo Stato (rappresentato nel caso dalla cresta di uno slovacco). Difficile provare il ricatto della curva napoletana senza ammettere anche la trattativa, soprattutto di fronte ad immagini inequivocabili. Fatto sta che gli alti papaveri delle Istituzioni, hanno fatto pagare ad un innocente il prezzo della loro inadeguatezza. Che poi Genny ‘a carogna sia legato alla camorra è un altro discorso, da aule giudiziarie.

Insomma, le responsabilità che ricadono su Alfano sono gravi e si sommano a quelle del prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, del questore Massimo Maria Mazza, ma anche del premier Matteo Renzi e del presidente del Senato Pietro Grasso, presenti allo stadio Olimpico e apparsi inebetiti, quasi ammirati al cospetto del carisma politico mostrato da Genny ‘a carogna.

I fatti di Roma hanno prodotto un cortocircuito di Potere. A caldo, infatti, Alfano in versione elettorale Ncd aveva promesso il Daspo a vita e un piano immediato per “Roma Sicura”. Presentazione del piano prevista mercoledì mattina, ma rinviata sine die per motivi di opportunità politica. Il ministro dell’Interno, ancora sulla graticola per il caso Shalabayeva, voleva tentare di imporre un giro di vite sull’ordine pubblico nella Capitale, approfittando del polverone mediatico scatenato da Genny e Gastone. Un pacchetto di norme che avrebbe scacciato dal centro di Roma le tanto temute manifestazioni dei movimenti per la casa (la prossima il 12 maggio).

“Intendiamo fare della Capitale una città esempio di sicurezza” aveva promesso Alfano, ospite di Quinta Colonna lunedì e su La Telefonata con Belpietro martedì, concludendo poi dicendo che “non possiamo violare il precetto costituzionale della libera manifestazione del pensiero, ma non tollereremo i saccheggi e il rischio della vita per le forze dell’ordine”. Un vero e proprio bavaglio alla libertà di manifestare ritirato, per il momento, dopo la bocciatura arrivata dal Guardasigilli Andrea Orlando e il freno imposto dallo stesso Renzi. Un tentativo di inasprire lo scontro tra piazze e polizia che non è piaciuto per niente nemmeno al “moderato” capo della Polizia Alessandro Pansa. Di fronte a questo disastro organizzativo l’unica parola che dovrebbe venire in mente è dimissioni. Di Alfano, come di qualcun altro. Ma da quell’orecchio nessuno della casta ci sente.

Ncd nei guai: rischio mozione di sfiducia per De Girolamo, Lupi e Alfano

De Girolamo Lupi AlfanoIl Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano sta attraversando il momento più difficile della sua pur breve vita politica. Da una parte c’è l’affondo di Matteo Renzi che, dalla legge elettorale al Jobs Act, passando per unioni gay, immigrazione e cambio della Fini-Giovanardi, sta mettendo alle corde gli alfaniani, costretti persino a minacciare la fine dell’alleanza con Letta per difendere le proprie radici di destra. Dall’altra, ci sono le accuse mosse dai parlamentari grillini e da alcuni renziani ai ministri di Ncd Nunzia De Girolamo (Agricoltura), Maurizio Lupi (Infrastrutture) e allo stesso Alfano (nel ruolo di ministro dell’Interno).

Tutti e tre adesso sono a rischio mozione di sfiducia individuale per i casi, rispettivamente, della registrazione pirata fatta a casa De Girolamo, mentre si discuteva della Asl di Benevento; del presunto abuso di ufficio commesso da Lupi sulla nomina del commissario dell’autorità portuale di Cagliari; delle bugie dette da Alfano in parlamento sul caso Shalabayeva dopo le rivelazioni dell’ex prefetto Procaccini. Tre casi scottanti sui quali il resto del Palazzo sembra voler stendere un velo di omertà, ma che è giusto approfondire.

Nunzia De Girolamo è entrata nel mirino del M5S per merito dell’inchiesta portata avanti da alcuni giorni dal Fatto Quotidiano e che, solo adesso, sta riuscendo ad abbattere il muro di silenzio issato dal resto della stampa di Regime. I fatti raccontano di una registrazione carpita di nascosto il 23 luglio 2012 a Benevento, a casa del papà di Nunzia ( Nicola, direttore del Consorzio agrario di Benevento), dall’ex direttore amministrativo dell’Asl, Felice Pisapia, accusato di truffa e peculato. Inchiesta che non vede il ministro tra gli indagati. Ragione vuole che Pisapia abbia voluto tirare in mezzo la De Girolamo per ridurre le proprie responsabilità penali, come da lei stessa affermato in una intervista a Il Tempo.

Ma le voci di Nunzia e degli altri convitati a casa De Girolamo (“perché dovevo allattare il bambino” racconta lei), sembrano descrivere la realtà di una lotta senza quartiere in corso tra diverse famiglie politiche per aggiudicarsi la torta milionaria gestita dalla Asl beneventana e gli appalti del 118. E poi, i soliti favoritismi all’amico venditore di bufale, o a suo zio intenzionato a subentrare al fratello nella gestione del bar dell’ospedale Fatebenefratelli di Benevento.

“Sono degli stronzi… Facciamogli capire che un minimo di comando ce l’abbiamo – dice la De Girolamo a Michele Rossi, direttore generale della Asl di Benevento – altrimenti mi creano coppetielli con questa storia. (….) Mandagli i controlli e vaffanculo… Carrozza (Giovanni, direttore amministrativo dell’ospedale Ndr) mi ha preso per il culo”. La vicenda che irrita la figlia di Nicola è proprio quella del bar, in seguito chiuso dopo una casuale (?) visita dei Nas e riaperto pochi mesi dopo con regolare contratto di affitto a nome della nipote del ministro. Il capogruppo grillino a Montecitorio, Federico D’Incà, ha chiesto alla De Girolamo di riferire in aula, ma gli altri partiti per il momento hanno deciso di salvarla. Mozione di sfiducia comunque già pronta.

Rischio sfiducia anche per Maurizio Lupi, finito nel registro degli indagati a Cagliari per abuso d’ufficio. L’esponente ciellino, quando era già titolare delle Infrastrutture, ha nominato commissario dell’autorità portuale di Cagliari Piergiorgio Massidda, dopo che il Consiglio di Stato aveva dichiarato decaduto lo stesso Massidda dal ruolo di presidente. Anche per Lupi il M5S prepara la mozione di sfiducia.

L’ultimo della lista è Angelino Alfano, uscito indenne dalla vicenda Shalabayeva, dopo aver riferito alla Camera di non essere stato al corrente dei dettagli del blitz di Casal Palocco. Ministro “a sua insaputa”, come Scajola per la casa al Colosseo. Ora che l’ex prefetto Giuseppe Procaccini (dimessosi proprio a seguito del caso Shalabayeva) ha smentito la versione del ministro con una intervista a Repubblica (“Alfano sapeva”), sono due renziani, Roberto Cociancich e Isabella De Monte, ad aver presentato una interrogazione parlamentare in Senato perché “il Parlamento deve sapere se il vicepremier ha detto la verità o ha mentito”.

Grillo rifiuta il patto con Renzi. E Alfano lo accusa: “Sei di sinistra”

Nel giorno dell’investitura ufficiale a segretario del Pd, Matteo Renzi pronuncia un discorso con cui riesce nell’impresa di scontentare tutti, compagni di partito e avversari politici. I governisti Pd di Enrico Letta temono un’accelerazione sulla legge elettorale che possa far cedere l’intesa con Alfano e i centristi. Beppe Grillo respinge “alla Grillo”, definendola una “scoreggina”, l’offerta di collaborazione su rinuncia ai rimborsi elettorali, legge elettorale, abolizione delle Province e del Senato. Lo stesso Angelino Alfano, leader di un Ncd terrorizzato dal ritorno alle urne, commenta il programma renziano come frutto di un “nuovo segretario di sinistra della sinistra italiana”. Praticamente un insulto.

L’aria che tira nella politica italiana è quella di una lunga campagna elettorale, anche se alcune parti del discorso programmatico di Renzi, e la reazione distesa di Letta (“Uniti siamo imbattibili”), lascerebbero pensare ad un clima collaborativo, se non altro all’interno del Pd. Le note liete sul fronte dell’unità tra eredi del Pci e la nuova sinistra riformista rappresentata dal renzismo, cominciano nel segno del 15. Quindici mesi sono il termine ultimo che Renzi si è dato per collaborare col governo dell’amico Enrico. Una pax renziana. Quindici anni, invece, saranno necessari per raggiungere l’ambizioso traguardo di fare dell’Italia “il motore e la guida valoriale dell’Europa”.

Condivisibile dai lettiani, almeno a parole, anche il primo punto del programma di Renzi: il Lavoro. “Nell’arco di un mese serve un progetto di legge per semplificare le regole del lavoro e modificare le condizioni degli ammortizzatori sociali”, ha detto il neo segretario dal palco della Fiera di Milano. Renzi e Letta a braccetto anche sulla presa di distanza dalle proteste di piazza del Movimento 9 dicembre o dei Forconi: “Più che fascisti, sono sfascisti”. Convergenze possibili anche su modifica della Bossi-Fini e sulle unioni civili. Ma qui finisce l’idillio perché voci di corridoio lettiane si dicono convinte che il sì a Montecitorio sulla legge elettorale, che Renzi pretende per fine gennaio, “al massimo arriverà in commissione e non in aula”. Sabbie mobili democristiane che rischiano di invischiare il trampolino renziano. Renzi accusato anche di non aver citato Giorgio Napolitano, garante supremo delle larghe intese.

 

Paura di elezioni anticipate tra i lettiani che diventa vero e proprio terrore nella bocca di Alfano intervistato a caldo da Lucia Annunziata. Il vicepremier fa già le prove di campagna elettorale quando definisce Renzi il “segretario di sinistra della sinistra italiana”. La collocazione a sinistra di un partito di sinistra è una ovvietà che si verifica in tutta la politica mondiale. Ma in Italia essere “di sinistra” è divenuta una condizione esistenziale quasi inconfessabile. Renzi di certo non lo è, ma basta qualche apertura in senso libertario per far gridare Alfano al golpe dei barbudos o dei bolscevichi. Messo alle strette sulla legge elettorale, il segretario Ncd passa sulla difensiva quando afferma che “Letta è d’accordo, decide la maggioranza”. Rilancia, invece, sull’abolizione immediata dei rimborsi elettorali (non nel 2017) e difende la famiglia “tradizionale” rispetto alle altre unioni.

Un no secco per Renzi arriva anche da Beppe Grillo che dal blog non perde tempo per rispondere alla proposta-provocazione del segretario Pd definita “non una sorpresina ma una scoreggina”. E pensare che Pippo Civati lo aveva detto che sarebbe stato un errore cercare di inseguire i grillini sul loro terreno. Secondo Grillo “i rimborsi elettorali vanno restituiti agli italiani”, compresi i quasi 50 mln del 2013 e, soprattutto, il miliardo di euro che il Pd-Pds-Ds ha “incassato aggirando il referendum” del 1993. Soldi degli italiani. Sulle Province Grillo si dice pronto a votare qualsiasi legge che ne preveda l’abolizione. Mentre su legge elettorale e Senato niente da fare: “Questo Parlamento di nominati dal Porcellum non ha la legittimità costituzionale, ma soprattutto morale, per fare una nuova legge elettorale”. Vita dura per Renzi.

Ncd, il partito low cost di Alfano nella galassia del centro-destra

Nuovo CentrodestraLa presentazione formale del Nuovo Centrodestra, il partito di Angelino Alfano, è avvenuta sabato scorso nel tempio di Adriano, nella romana piazza di Pietra. La nascita ufficiale, con tanto di presentazione del simbolo, ci sarà invece il 7 dicembre negli altrettanto suggestivi Studios di via Tiburtina, sempre nella Capitale. Le speranze degli alfaniani di assicurarsi una lunga sopravvivenza politica si riflettono tutte nella proposta di un patto in 5 punti fatta da Alfano a Letta e nelle parole del leader vicepremier, convinto di portare la sua creatura Ncd ad essere “il primo partito del centro-destra” e di rappresentare agli occhi degli italiani “l’ala moderata della coalizione”.

Programma ambizioso che si scontra con la realtà di un movimento politico, Ncd, che sta per nascere senza soldi, senza sede, senza nome (Ncd è copyright di Italo Bocchino), senza uffici parlamentari (Brunetta ha messo lo sfratto da quelli di FI) e all’interno di una compagine di centrodestra divisa ormai in mille costellazioni all’interno della galassia che fu berlusconiana. Alfano e i suoi dovranno cimentarsi in una lotta all’ultimo sangue, accerchiati sia dal Centro che da Destra, e non è detto che all’enorme spazio mediatico riservato loro corrisponderà una uguale fortuna elettorale.

Forza Italia di Berlusconi, i Popolari per l’Italia del duo Mauro-Casini, Scelta Civica di Monti, Grande Sud di Miccichè, Pid di Romano. E poi, spostandosi nel divenire magmatico della Destra, c’è la rinata Alleanza Nazionale di Storace, Menia e Poli Bortone che vola nei sondaggi; ci sono i Fratelli d’Italia di Meloni, La Russa e Crosetto che, mentre aprivano al Centro (Magdi Allam, Tremonti), sono rimasti scottati a Destra dalla fiamma riaccesa di AN. Infine, c’è Gianni Alemanno, ancora fermo a metà del guado con Officina per l’Italia.

 

Insomma, visto il traffico tentacolare che strozza il centro-destra, per Alfano e Ncd si prospettano tempi duri. Per il momento, le note liete si fermano ai dati sul numero degli aderenti vip sfoderati da Maurizio Lupi: 30 senatori, 29 deputati, 1 presidente di Regione (Giuseppe Scopelliti-Calabria), 16 assessori regionali e 88 consiglieri regionali. Sembra che le cose stiano andando molto bene per Ncd in Sicilia, feudo elettorale di due pezzi da 90 come Alfano e Schifani. Ma le buone notizie finiscono qui. Il primo problema sarà proprio quello delle alleanze, visto che Alfano non lo dice, ma punta a sostituirsi a Berlusconi rosicchiando al contempo il bacino elettorale dei Popolari e di Sc. Ma prima del Risiko elettorale delle Europee 2014, restano da risolvere problemi pratici e logistici.

Il primo è quello dei finanziamenti, l’odiato denaro di cui però non si può fare a meno. Salutato Berlusconi e il suo forziere dorato, a Ncd non conviene nemmeno rivendicare ciò che gli spetterebbe di diritto: il 25% del bilancio Pdl. Si dà il caso, infatti, che il defunto partito del Predellino nel 2012 abbia fatto registrare un buco da 33 milioni (coperti per metà dalle fidejussioni del Cavaliere). Meglio per Ncd non mettersi sul groppone quegli 8,3 Mln di debiti. Dove trovare allora i soldi? Messo nel conto lo scarno apporto offerto dalle due fondazioni Magna Carta di Gaetano Quagliariello e Costruiamo il futuro di Maurizio Lupi, gli alfaniani puntano ai 3,4 Mln assicurati dal parlamento ai gruppi parlamentari Ncd. Il 75% di questo tesoretto serve però a pagare gli stipendi dei dipendenti.

Agli alfaniani resterebbero la “miseria” 900mila euro, da sommare alla quota di contributi volontari (500mila euro secondo i più ottimisti) che dipendono però dalla generosità di onorevoli e consiglieri. Una bella scommessa quella di raggiungere il 4% alle Europee per portarsi a casa i rimborsi. Alla magra pecuniaria bisogna aggiungere il giallo sul nome, Nuovo Centrodestra, il cui marchio risulta depositato l’8 marzo 2011 dal finiano Bocchino e al quale bisognerebbe chiedere il permesso. Umiliante. In bilico, poi, anche l’individuazione di una nuova sede elegante ma economica: Piazza di Pietra e Largo Goldoni le due destinazioni più papabili. Ecco perché Alfano sta pensando ad un partito low cost.

Legge di Stabilità: Alfano non vota la fiducia e la decadenza di B. slitta

alfano berlusconi alleatiAlfano e Ncd sono contrari al voto di fiducia sulla legge di Stabilità calendarizzato al Senato per martedì. Un favore a Berlusconi la cui decadenza è prevista per il giorno successivo. Una tegola imprevista per Letta, costretto ad allungare i tempi della discussione della manovra economica. Strada aperta dunque per il rinvio del voto sulla decadenza del Cavaliere. Silvio Berlusconi e Angelino Alfano sembravano aver avviato due percorsi separati con la scissione tra Forza Italia e Nuovo Centrodestra, ma per il momento continuano a rimanere alleati all’interno di un centro-destra divenuto di lotta e di governo. Inaccettabile per gli alfaniani forzare i tempi della legge di Stabilità a Palazzo Madama solo per liberarsi al più presto possibile di Berlusconi, rinviando poi la modifica di una legge colabrodo nel passaggio alla Camera.

Il voto al Senato sulla decadenza era stato confermato per il 27 novembre dal presidente Pietro Grasso, ma la contromossa di Alfano mischia le carte in tavola. Certo, i guai per il Cavaliere sembrano non finire mai. Giovedì sono uscite le motivazioni della sentenza del processo Ruby. Una mazzata sul morale del rifondatore di FI, descritto come il libidinoso organizzatore dei bunga-bunga di Arcore a cui partecipava anche la minorenne Karima el Mahroug, e non come il munifico ospite di presunte cene eleganti. Le ragioni dei giudici di Milano, oltre a confermare, non si capisce come, che B. “ha fatto sesso con Ruby oltre ogni ragionevole dubbio”, hanno alimentato i timori del Cavaliere di essere arrestato per corruzione di testimoni (Ruby ter) non appena scatterà la decadenza.

 

“Mi convinco sempre di più che finirò in galera, solo così si fermeranno”, avrebbe commentato Berlusconi, aggrappato adesso alla speranza del rinvio della decadenza prospettato da Alfano. “Ci vuole il tempo che ci vuole – dichiara il vicepremier – la legge di Stabilità riguarda milioni di italiani e non si può mettere la fiducia e votarla in due giorni perché mercoledì il Pd vuole far decadere Berlusconi da senatore”. Quello di Ncd potrebbe però rivelarsi anche un doppio gioco visto che, anche in caso di decadenza dell’ex Padrone, non è in discussione l’appoggio al governo Letta.

Da parte sua, Forza Italia è costretta a cercare lo scontro con Grasso in punta di diritto e procedura, non potendo più sfoderare l’arma spuntata della crisi di governo. A parere del presidente del Senato “non si ravvisano gli estremi per una nuova convocazione del Consiglio di Presidenza ai fini del prosieguo di un dibattito su una questione già dichiarata formalmente chiusa il 6 novembre”. Ma i senatori forzisti la pensano diversamente, convinti che le violazioni del regolamento avvenute durante la camera di consiglio della Giunta per le Elezioni (il caso Crimi) meritino un ulteriore approfondimento. “Anche se ritenesse chiusa la faccenda della violazione del regolamento resta sul tappeto la questione di definire quale sia l’organo competente a decidere sulle violazioni del regolamento”, recita la senatrice azzurra Elisabetta Casellati con una “supercazzola” degna del miglior Ugo Tognazzi.

Intanto i falchi come Verdini, Dell’Utri, Fitto e Santanché si preparano a scendere in piazza a sostegno del leader. Una prima volta il 27 novembre con un sit-in di fronte a Palazzo Madama, e poi con una manifestazione dei club Forza Silvio prevista a Milano l’8 dicembre. Stesso giorno delle primarie Pd. Ma l’impressione, o la speranza dei fedelissimi, è che il Cavaliere stia attendendo il post 27 novembre per rovesciare il tavolo con l’ennesimo colpo a sorpresa. Intanto non resta che sperare nell’iniziativa dilatoria di Angelino il “senza quid”. Prospettiva poco rassicurante.

Berlusconi non è più il Re della Tv. Alfano alla conquista della Rai

Berlusconi re della tvSilvio Berlusconi, il padrone di Mediaset che per 20 anni è riuscito ad imporre il suo volto e i suoi uomini anche alla concorrente Rai, non sarebbe più il signore incontrastato della televisione italiana. Angelino Alfano, dopo la lacerante scissione tra Forza Italia e Nuovo Centrodestra, avrebbe dato l’ordine di riattivarsi alle “cellule in sonno” alfaniane già operanti all’interno della tv pubblica allo scopo di conquistare viale Mazzini. Il Cavaliere, come se non bastasse, è costretto a subire la fronda interna di quanti nel Biscione rifiutano di schierarsi apertamente dalla parte del rinato partito del Padrone. Rai1, Rai2, Canale5, Italia1 e Rete4, al netto di Sky, rischiano davvero di fare la fine di Rai3 e La7 già in mano agli antiberlusconiani?

È questo il succo di una interessante analisi comparsa sul quotidiano on-line Huffington Post firmata dal giornalista Ettore Maria Colombo. Il Colombo la butta sul romanzo quando racconta di un incontro carbonaro avuto con un misterioso deputato, fresco di passaggio in Forza Italia, nell’area fumatori del Transatlantico di Montecitorio. “Berlusconi non ha più la presa sulla Rai, ormai finita nelle mani di Alfano e dei suoi, che avevano già i loro uomini e li stanno per piazzare anche lì, a viale Mazzini, nei tg e nelle trasmissioni che contano”, avrebbe confidato la gola profonda a Colombo. Una considerazione per nulla campata per aria, se si tiene conto che gli uomini (e le donne) rimasti fedeli al Cavaliere stanno progressivamente scomparendo dagli schermi di Mamma Rai.

 

Prova ne è la doppia apparizione di Alfano sulla rete ammiraglia, con una lunga intervista al Tg1 domenica 17 e la repentina comparsa nel salotto di Porta a Porta, ospite di Bruno Vespa il lunedì successivo. Per non parlare poi dell’Arena di Massimo Giletti, più che mai zeppa di alfaniani come Schifani o Quagliariello. Anche Rai2 e Tg2, così come i cugini del primo canale, starebbero ricadendo nel vizio atavico dei funzionari pubblici televisivi, sempre pronti a baciare le sottane del governo di turno. E Berlusconi adesso è di fatto all’opposizione. È così che, oltre al poco presentabile Raffaele Fitto, anche le belle presenze di Lara Comi, Mara Carfagna, Maria Stella Gelmini e Annamaria Bernini rischiano l’oblio catodico per colpa della fede berlusconiana.

Cose impensabili fino a pochi mesi fa. Fatto sta che un falco storico come Francesco Giro è stato costretto a pubblicare un comunicato stampa in cui denuncia che “la Rai ci sta sotto-rappresentando”. Per correre ai ripari di fronte all’offensiva mediatica dei giornalisti scopertisi improvvisamente con un’anima alfaniana, Berlusconi ha deciso di nominare Deborah Bergamini “responsabile media” di FI. La Bergamini, forte della sua trascorsa e discussa esperienza da vice-direttore del Marketing strategico in Rai, lo aiuterà nella scelta dei volti nuovi da far ruotare nei talk-show. Il sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo e l’imprenditrice Federica Guidi sono le prime due facce pulite uscite dallo scouting che Berlusconi starebbe svolgendo personalmente.

Ma le apprensioni per il Cavaliere vengono anche dal fronte interno. Secondo Colombo, solo Paolo Del Debbio di Quinta Colonna e il doppio direttore di Tg4 e Studio Aperto, Giovanni Toti, sono pronti a morire berlusconiani. Tutti gli altri, dal Tg5 a Tgcom24, attendono vigliaccamente a metà del guado lo sviluppo degli eventi. Per il momento comunque, se pur a fronte di un calo del giro d’affari tra il 2008 e il 2012, Mediaset ha corrisposto agli azionisti dividendi per 1,19 miliardi di euro. Con un occhio di riguardo, ovviamente, per la Fininvest della famiglia Berlusconi.