Etihad non fa sconti: Alitalia diventa un emirato o fallisce

Etihad AlitaliaAlitalia è giunta a un bivio: lasciare per sempre a terra la propria flotta, oppure cedere alle condizioni inique proposte dalla compagnia aerea degli Emirati Arabi Etihad. Gli emiri provano ad approfittare delle condizioni fallimentari in cui è stata ridotta da imprenditori Patrioti e politici corrotti quella che una volta era la compagnia di bandiera italiana. Decenni di sprechi, favoriti anche dalle migliaia di assunzioni clientelari pretese dai sindacati, seguiti nel 2008 dal disastroso “salvataggio” orchestrato da Silvio Berlusconi per vincere le elezioni in nome dell’italianità di Alitalia.

Il cruciale consiglio di amministrazione della compagnia, convocato il 22 aprile scorso, si è risolto con uno scarno comunicato che è servito all’ad Gabriele Del Torchio per illustrare ai consiglieri “lo stato delle relazioni con Etihad”. Formula burocratica dietro la quale si nasconde il contenuto del ricatto che gli arabi si possono permette di fare ad una azienda sommersa dai debiti. Gli emiri, che del capitalismo occidentale hanno assimilato la spietatezza negli affari, sarebbero disposti a sborsare tra i 350 e i 500 mln di euro per acquisire una quota della compagnia italiana compresa tra il 40 e il 49%. A condizione, però, di poter licenziare 3.000 dipendenti, di trasformare in azioni Alitalia 400 mln di debiti vantati da Unicredit e Banca Intesa, e di ottenere la manleva sul contenzioso con Carlo Toto, ex numero uno di Airone.

Oltre a pretendere queste tre operazioni, Etihad pensa di fare dell’Italia un suo emirato e si rivolge direttamente al governo per ottenere lo stop dei finanziamenti pubblici alle compagnie low cost, considerati contrari alle leggi sulla concorrenza. Ma non solo, perché la compagnia degli EAU punta ad entrare nel capitale della società Adr-Aeroporti di Roma, di proprietà della famiglia Benetton, con una quota di almeno il 20%. Lo scopo è quello di trasformare Fiumicino nell’unico hub intercontinentale italiano, collegandolo all’Alta Velocità ferroviaria e abbandonando al suo destino lo scalo di Malpensa.

Se posta in questi termini, quella araba rappresenterebbe una conquista del continente europeo che nemmeno ai tempi del Califfato di Cordova. E il fatto è che non ci sono in vista soluzioni alternative. La cordata di Patrioti che doveva ridare l’Alitalia agli italiani, voluta da Berlusconi e capeggiata dall’allora ad di Unicredit Corrado Passera, ha chiuso il 2013 con un bilancio disastroso. Le perdite prodotte in cinque anni dai “capitani coraggiosi” come Colaninno, Marcegaglia, Riva, Ligresti, Benetton e Passera ammontano a 1,3 miliardi di euro: 326 mln nel 2009, 160 mln nel 2010, 69 mln nel 2011 con ad Rocco Sabelli; 280 mln nel 2012 con Andrea Ragnetti; quasi 500 mln nel 2013 con Gabriele Del Torchio.

E pensare che nella primavera del 2008 Airfrance avrebbe acquisito Alitalia accollandosi tutti i debiti e con “soli” 2.000 esuberi, diventati più di 3.200 con il Piano Passera ai quali, adesso, dovranno aggiungersene altrettanti. Una tragedia imprenditoriale, politica, occupazionale e sociale per la quale nessun responsabile pagherà mai. Neanche Romano Prodi che nel 1988, da presidente dell’Iri, licenziò il manager Umberto Nordio dando avvio alla lenta ma inesorabile fine di Alitalia.

Una citazione particolare la merita il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi, ciellino di Ncd. Uomo di fiducia di Berlusconi ai tempi del disastroso rifiuto posto ad Airfrance e della fiducia accordata all’Armata Brancaleone dei Patrioti, Lupi si permette di definire il massacro di Alitalia compiuto da Etihad un “accordo strategico”. Certo, come no, strategico di sicuro, ma solo per gli emiri miliardari e per coloro che, come Lupi, continuano ad occupare le Poltrone in barba al buon senso e alla pazienza (non infinita) dei cittadini.

Telecom parla spagnolo, Alitalia francese: l’italianità emigra all’estero

Le mani degli spagnoli di Telefonica già saldamente sulla Telecom. Quelle dei francesi di Airfrance molto presto su Alitalia. È questo il desolante destino del mito dell’italianità, sbandierato a più riprese sin dal 2008 dal governo Berlusconi e dai sedicenti capitani coraggiosi dell’industria italiana –Riva, Caltagirone, Ligresti, Benetton, Tronchetti e Colaninno (due volte Capitani anche con Telecom), Gavio, Marcegaglia– pronti a offrire petto e portafoglio per servire gli interessi del Paese, dell’italianità dei nostri fiori all’occhiello imprenditoriali, insomma. Peccato che l’italianità, così come la intendevano i protagonisti del decadente capitalismo d’accatto di casa nostra, non si sia dimostrata niente altro che un coacervo di interessi di bottega, rivolti esclusivamente al soddisfacimento della brama di potere e di denaro di una casta politico-affaristica dolosamente incompetente.

Ma non di solo Berlusconi si nutre il capitalismo italiano. Durante questi ultimi decenni di spolpamento del patrimonio economico, finanziario, culturale e persino sociale del Belpaese, a fare la parte del leone (quella del Caimano era già stata assegnata) è stata di certo anche la cordata affaristica legata al centro-sinistra. Ultimo esempio dell’impotenza complice della macchina organizzativa dell’ex Pci sono le parole che Enrico Letta avrebbe potuto fare a meno di pronunciare dagli Stati Uniti dove si trova in visita ufficiale. “Guardiamo, valutiamo, vigileremo sul fronte occupazionaleha detto il premierma bisogna ricordare che Telecom è una società privata e siamo in un mercato europeo”.

Prima di lui, il diluvio per la Telecom era cominciato già nel 1999 quando, padrone di casa Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, l’azienda di telecomunicazioni pubblica venne privatizzata nelle mani di Roberto Colaninno, detto il Padre, il quale, dopo due anni di allegra gestione insieme al compare Emilio Gnutti, nel 2001 passò il malloppo Telecom a Tronchetti Provera, alleggerito di molti miliardi, ma sempre più carico di debiti. Il manager della Milano da bere avrebbe poi pensato a spolpare la preda fino all’osso prima di scaricarla sulla cordata Mediobanca, Generali, Intesa, Telefonica presieduta da Franco Bernabè attraverso la Telco, i cui protagonisti italiani hanno messo ieri una storica firma sulla svendita vergognosa ai partner iberici. Bernabè ha comunque provato a buttare la palla in tribuna: “Cambia l’assetto azionario di Telco e non di Telecom. Telecom non diventa spagnola, è solo Telco che ha avuto un riassetto azionario”. Grottesco, avvilente e persino provocatorio che a caldo Matteo Colaninno, responsabile Politiche economiche Pd, detto anche il Figlio, se ne sia uscito con un commento da marziano: “Quando l’Italia resta priva di un pezzo industriale importante, è una perdita. A rischio c’è la garanzia dei dipendenti e del piano industriale. Viene meno un imprenditore che comunque risponde al Paese”. Con tanti saluti al caro papà.

 

È tutta la politica italiana, comunque, a (fare finta di) svegliarsi troppo tardi e ad accorgersi di avere le mani legate. Suonano ipocrite e propagandistiche le sguaiate richieste di Cicchitto e Brunetta da una parte, di Zanda e Speranza dall’altra, affinché Letta riferisca presto in Parlamento sull’accaduto. Ma dove si trovavano questi signori negli ultimi 20 anni? Risposta scontata: proprio nei Palazzi del Potere. E comunque Letta ha già risposto dalla patria del capitalismo che sono solo i soldi a contare, non certo i guaiti elettorali dei paladini ad orologeria dell’italianità. Tutti contrari al regalo a Telefonica, sindacati compresi, tranne Confindustria che, ligia alla sua vocazione ultraliberista, segue senza indugio il mantra lettiano. “Noi della Confindustria siamo neutri rispetto alla soluzione, nel senso che quello che rileva non è la nazionalità del capitale né le bandiere”, ha detto il direttore generale Marcella Panucci. Unica voce fuori dal coro il solito Beppe Grillo che, a modo suo, invoca una Commissione di inchiesta e propone di bloccare i saldi Telecom drenando i fondi destinati alla Tav. La via crucis che porterà presto alla dipartita del Sistema Italia riprenderà già giovedì, quando il ministro dei trasporti Maurizio Lupi incontrerà il suo omologo francese per discutere sul dossier Alitalia.