La congiura degli “idioti” (utili e inutili) spaventa Renzi

Alfano CasiniUfficialmente la categoria politica degli “idioti” comprende solo i membri del Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano e quelli di Forza Italia del “padrone” Silvio Berlusconi. “Utili idioti” sarebbero gli alfaniani, così come li ha apostrofati il Cavaliere dalla Sardegna. “Inutili idioti”, invece, è l’espressione ripetuta 4 volte di seguito dall’ex “delfino senza quid” durante la convention romana di Ncd. Berlusconi non perdona ad Alfano il “tradimento” che ha portato alla spaccatura dei cosiddetti moderati. Alfano, da par suo, ha rispedito al mittente l’insulto “idiota”, mostrando però una certa coda di paglia.

Ma la guerra degli “idioti”, utili e inutili, non riguarda solo la Casa del centrodestra. È l’intero sistema politico italiano ad essere attraversato da sospetti di idiozia che potrebbero presto coagularsi in una “congiura degli idioti” finalizzata a smontare pezzo per pezzo le ambizioni di dominio del premier incaricato Matteo Renzi.

C’è chi è convinto che “utili idioti” siano anche i parlamentari di Sel che pensano di appoggiare un governo sostenuto anche da Cicchitto, Schifani e Giovanardi. E chi, al contrario, pensa che non salire sul carro renziano che sta entrando a Palazzo Chigi possa rappresentare la fine del partito di Niki Vendola. Una fine da “inutili idioti”, appunto. La figura degli “utili idioti” rischiano di farla anche i partitini della galassia centrista – Sc, Udc, Popolari – se dovessero prestarsi a svolgere solo il ruolo di passacarte delle decisioni prese da Renzi. Tutto pur di conservare quella manciata di poltrone che con le elezioni sparirebbero per sempre da sotto le loro terga. Difficile che al Centro si scelga di suicidarsi sfiduciando il governo Renzi per fare la fine degli “inutili idioti”.

Con l’esclusione dei pochi civatiani, è invece unanime la convinzione che Pippo Civati sia un “inutile idiota”. Colpa della sua minaccia di non votare la fiducia a Renzi se il Pd dovesse infilarsi nella palude dei diktat di Alfano & co. Reato di lesa maestà. Civati e i suoi potrebbero uscire dal Pd in nome di una Sinistra da rifondare, ma a Renzi non tornerebbero più i conti sul pallottoliere parlamentare. Risultato: naufragio del governo Renzi ancor prima di salpare per responsabilità dell’”inutile idiota” Civati.

Lo scopo di tutti questi “idioti” (Berlusconi, Alfano, Vendola, centristi, Civati) è comunque quello di condizionare l’azione del premier fiorentino, fatto passare per il nuovo Messia dai mass media con il placet dei Poteri Forti (Confindustria, boiardi di Stato, Alta Finanza e Mercati). Ma tra la voglia di Renzi di “fare tutto e farlo presto” e la possibilità di riuscire nell’impresa si pone una serie infinita di veti incrociati e una maggioranza parlamentare che nei fatti non esiste.

Una “congiura degli idioti”, organizzata o meno che sia, il cui protagonista più pericoloso resta Alfano con i suoi 30 senatori. Anche Vittorio Feltri ipotizza che quella messa in piedi da Angelino sia una “manfrina finalizzata a innervosire il segretario del Pd, e aspirante premier, per costringerlo a mollare ai rompiscatole qualche poltrona in più nel prossimo esecutivo”. Secondo Feltri “il Coniglione mannaro (Alfano ndr) difende la propria botteguccia rubata al supermercato di Silvio Berlusconi”, perché è “terrorizzato” dalle elezioni Europee dove Ncd rischia di non raggiungere la soglia del 4%. Perso Letta, ad Angelino non resta che fare la “voce grossa” con Renzi per ottenere più poltrone possibile.

In pratica, le stesse accuse che stanno piovendo sui micro-partiti di Casini, Monti e Mauro. Bulimia di poltrone che, non a caso, ha portato ad un allungamento dei tempi per la presentazione della lista dei ministri. I candidati hanno paura che il carro renziano possa finire fuori strada. I Palazzi romani non perdonano e Renzi rischia di farne le spese. Proprio Lui, il (quasi) premier più giovane della storia italiana, neutralizzato da una misera “congiura degli idioti”.

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Unioni gay: Alfano dice No. Renziani pronti a votare il ddl Marcucci

 

unioni gayAngelino Alfano pone il veto sulle proposte avanzate da Matteo Renzi in materia di unioni gay e immigrazione. Una reazione prevedibile e scontata, visto che il Nuovo Centrodestra si presenta come difensore dei valori tradizionali di una parte della società italiana. Quella di Renzi è parsa a tutti come una provocazione utile per stanare il nemico e costringere Alfano e i suoi ad uscire allo scoperto, innescando così la crisi del governo Letta. E, in effetti, il leader di Ncd sembra con le spalle al muro, soprattutto sulla questione delle unioni civili, comprese quelle di persone dello stesso sesso.

Sono i senatori renziani a infilare il coltello nella piaga delle debolezze alfaniane con la minaccia di portare avanti il disegno di legge sulle unioni civilipresentato al Senato da Pd e Scelta Civica il 18 dicembre scorso – anche senza l’appoggio di Ncd. L’ennesimo bluff di Renzi, o questa volta il segretario Democratico fa sul serio? A sentire la reazione di Alfano sembrerebbe di sì. “Non si può pensare alle unioni civili senza pensare prima alle famiglie”, dice al Tg2. “Noi del Ncd siamo avvantaggiati da queste richieste di Renzi – rincara poi la dose con un’intervista al Messaggero – perché rende chiaro che per la sinistra, in una fase così drammatica per l’Italia, la priorità sta sull’immigrazione e sulle unioni civili”.

A rispondere all’ex delfino berlusconiano ci pensano i senatori renziani Andrea Marcucci e Isabella De Monte, firmatari insieme alle colleghe Laura Cantini, Rosa Maria Di Giorgi (anche loro in quota Renzi) e Linda Lanzillotta (Scelta Civica) del ddl sulle unioni gay depositato a Palazzo Madama. “Le unioni civili non sono certo alternative ad interventi per le famiglie – scrivono gli onorevoli ricordando ad Alfano che “nel 1970 la legge Baslini-Fortuna che istituì il divorzio, passò nonostante l’opposizione della Dc, che pure aveva un peso ben maggiore del suo partitino”.

La voglia dei renziani di liquidare l’intesa con gli alfaniani è malcelata. “Abbiamo offerto al Ncd la possibilità di fare un passo avanti in un’ottica riformista – minacciano Marcucci e gli altri – se il partito di Alfano non ci sta, il disegno di legge andrà avanti cercando una maggioranza in Parlamento, esattamente come avvenne per il divorzio”. A chiudere il cerchio ci pensa Davide Faraone su twitter: “Alfano dice: ‘Prima le famiglie poi le unioni civili’. Noi ci occuperemo di entrambe, lui in Parlamento dal 2008 su questi temi non è stato proprio un fulmine”.

Sulla necessità di colmare il vuoto legislativo riguardante le unioni gay si è pronunciata anche la Corte Costituzionale con la sentenza n.138 del 2010. Ma vediamo nello specifico che cosa prevede il ddl di cui è primo firmatario proprio il senatore Marcucci. I proponenti fanno riferimento alla risoluzione del 16 marzo 2000 – con cui il Parlamento Europeo ha chiesto ai membri Ue “di garantire alle famiglie monoparentali, alle coppie non sposate ed alle coppie dello stesso sesso, parità di dignità rispetto alle coppie ed alle famiglie tradizionali” – e alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (Carta di Nizza).

Per questo il ddl Marcucci propone l’istituzione di un Registro delle Unioni Civili per le coppie dello stesso sesso. Diritti identici a quelli delle coppie tradizionali come “l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale”. Le nuove coppie potranno scegliere il regime patrimoniale e vedranno esteso il diritto di usufruire della pensione di reversibilità e quelli riguardanti l’assistenza sanitaria e penitenziaria. Stesso discorso per i diritti successori. Più di tutto farà discutere “l’istituto della ‘stepchild adoption’, mutuato dalla Civil partnership inglese, che consente l’adozione del figlio minore anche adottivo dell’altra parte dell’unione”. Formigoni e Giovanardi sono già sul piede di guerra.

Forza Italia verso la spaccatura. Ecco la lista degli scissionisti

Il piano di Silvio Berlusconi per tornare alle urne alla guida di Forza Italia, prima di decadere dalla carica di senatore e diventare incandidabile, rischia di fallire proprio a un passo dalla meta. La causa dello stop alla corsa verso le elezioni anticipate è clamorosa e inaspettata: il tradimento da parte di buona parte del cerchio magico di Palazzo Grazioli. Lo scontro intestino scatenatosi tra le due anime del fu Pdl per la conquista delle posizioni di vertice nel rinascente partito –con al centro la discussione sul giudizio politico e sulla fiducia da assegnare al governo di larghe intese guidato da Enrico Letta- sembra ormai essere giunto ad una svolta decisiva. Da Giovanardi a Cicchitto, passando per i ministri Quagiariello e Lupi per arrivare a lambire persino il delfino Angelino Alfano,i big del centrodestra non ci stanno a fare la fine dei Filistei e a morire insieme a Sansone-Berlusconi. E, miracolo italiano, cominciano a parlare con una voce diversa da quella del Padrone.

Il primo a uscire fuori dal coro era stato Carlo Giovanardi, esperto navigatore parlamentare di scuola democristiana. “Non ho firmato e non firmerò le dimissioni da senatore”, aveva detto a caldo, smarcandosi dalla commedia delle dimissioni di massa. Ma da un battitore libero come Giovanardi c’era da aspettarselo. La pugnalata che Silvio non si aspetta arriva invece dal delfino senza quid Angelino Alfano. Il vicepremier ci ha pensato su una notte intera, ma alla fine ha deciso di fare outing. “Non possono prevalere nel partito posizioni estremistiche estranee alla nostra storiascrive in una nota un Alfano dal quid ritrovato-  Se prevarranno quegli intendimenti, il sogno di una nuova Forza Italia non si avvererà. So bene che quelle posizioni sono interpretate da nuovi berlusconiani ma, se sono quelli i nuovi berlusconiani, io sarò diversamente berlusconiano”. Tutta colpa dei falchi, alias Denis Verdini e Daniela Santanchè– salvando Berlusconi nel segno del “se lo avesse saputo Lui” di mussoliniana memoria.

 

Partito Alfano, la valanga azzurra ha cominciato a montare. Il fronte governativo dei ministri trombati loro malgrado sembra compatto. Gaetano Quagliariello, amico di Napolitano e già in odore di fronda, annuncia con tono ultimativo: “Se Forza Italia è questa, io non aderirò”. Decisa fino al martirio anche Beatrice Lorenzin, ministro della Sanità a sua insaputa: “Non condivido una linea di partito che spinge verso una destra radicale”. Appena più accomodante il “ciellino sempre” Maurizio Lupi: “Noi vogliamo stare con Berlusconi, con la sua storia e con le sue idee, ma non con i suoi cattivi consiglieri”. La lista dei ministri si chiude con Nunzia De Girolamo, anche lei snocciola la litania “con Berlusconi sì, con i falchi no”. Prima di loro, era stato il sottosegretario al Tesoro, Alberto Giorgetti a parlare col fegato in mano: “Non lascio da deputato”.

Ma la lista dei “Bruto” si allunga di ora in ora. A dire la verità, per dare a Bruto quel che è di Bruto, il secondo congiurato dopo Giovanardi era stato uno che di intrighi ne ha vissuti fin troppi per non pensare di vendere cara la pelle. Fabrizio Cicchitto, l’ex socialista e piduista ritenuto fino a ieri un fedelissimo del Cavaliere. Proprio lui. “Una decisione come quella di far cadere il governo Letta-Alfano in un momento economico e sociale così delicatoha commentato in una nota con la solita ambiguità-  non può essere assunta da un ristretto vertice del Pdl. Berlusconi non ha bisogno di un partito di alcuni estremisti che nelle occasioni cruciali parlano con un linguaggio di estrema destra”. Non un benservito a Forza Italia, ma qualcosa di molto simile. A proposito, nelle ultime ore diverse indiscrezioni giornalistiche hanno dato forma addirittura al nome del nuovo partito di transfughi, responsabili, venduti o traditori che dovrebbe nascere per dare la fiducia a un Letta-bis e conservare così l’indennità parlamentare per tutta la legislatura. Si chiamerebbe Italia Popolare, un contenitore misterioso di cui dovrebbero far parte, oltre ai già nominati, anche Maurizio Sacconi, Osvaldo Napoli e una quindicina di senatori siciliani e campani come Naccarato, Compagna, Castiglione, Torrisi, Pagano, Falanga. Fantapolitica? Si attendono conferme e smentite.

La prima volta in tv di Luigi Bisignani

Perché Luigi Bisignani -definito alternativamente faccendiere, federatore o pontiere tra poteri occulti della Prima e Seconda Repubblica- ha deciso di mostrare il suo volto in televisione per la prima volta nella sua vita? È accaduto mercoledì sera su La7 dove Bisignani si è prestato a rispondere alle domande del giornalista Gianluigi Nuzzi, già al centro delle cronache per il libro sui Vatileaks. Il perché del suo auto-smascheramento è lo stesso Bisignani a spiegarlo di fronte alle telecamere: “È cambiato il mondo”. Incalzato da Nuzzi che lo invitava a chiarire meglio questo concetto, il Grande Faccendiere non si è fatto pregare ed ha risposto secco: “È morto Giulio Andreotti”.

A sentire il Bisi la morte del Divo Giulio, avvenuta pochi giorni fa alla tenera età di 94 anni, rappresenterebbe uno spartiacque della vita repubblicana, ma anche di quella dello stesso Bisignani, nato nel 1953 e cresciuto sin dalla tenera età a pane e andreottismo. “Io non sono democristiano, sono andreottiano –ha precisato il faccendiere visibilmente sudato-, sempre pronto ad ascoltare le ragioni di tutti senza essere rancoroso e vendicativo”. Una rivendicazione piena della prossimità fisica ed intellettuale con il defunto Senatore che lascerebbe intendere che Bisignani si consideri l’erede di Andreotti e che sia lui ad aver preso in consegna il suo misterioso e temuto archivio segreto, intramontabile arma di ricatto nei confronti degli avversari politici.

Trame occulte e messaggi trasversali dunque? La spiegazione della comparsa nel tubo catodico del fantasma Bisignani potrebbe trovare però un’altra risposta logica e anche molto più terrena. Proprio oggi, infatti, è prevista l’uscita nelle librerie della fatica editoriale di Bisignani. Si intitola L’uomo che sussurra ai potenti ed è un libro intervista nel quale il protagonista si rivela al giornalista Paolo Madron. Quale modo migliore per pubblicizzare un libro se non quello di andare in tv rompendo gli schemi consolidati di silenzio e riservatezza? E, infatti, da ieri i quotidiani non fanno che rilanciare la sfida del Bisi. Sarebbe però riduttivo limitare ad una esclusiva operazione di marketing le frasi sibilline che Bisignani non si è astenuto dal pronunciare.

Alcuni osservatori fanno notare che l’uscita allo scoperto del gatto selvatico della Prima Repubblica -accusato di ambigue frequentazioni nella P2 di Licio Gelli e condannato a 2 anni e 6 mesi per la madre di tutte le tangenti, quella Enimont– non possa significare altro che la dissoluzione del sistema di coperture e di amicizie che ha permesso a Bisignani di condizionare nomine e mettere bocca in ogni campo dello scibile repubblicano per decenni. Ma gli episodi giudiziari accaduti negli ultimi anni sembrano dimostrare il contrario, come nel caso delle intercettazioni sulla P4 del 2011, quando le ministre berlusconiane in carica Prestigiacomo e Gelmini vengono pizzicate a chiedere consiglio al loro nume tutelare come se fossero due scolarette.

Stesso discorso per l’inchiesta sulla P3 del 2010. Dati eloquenti che lasciano sospettare che il potere ricattatorio del gruppo Bisignani sia ancora intatto. Il quotidiano Repubblica lo accusa addirittura di far parte di un quadrumvirato che ha deciso i destini dell’Italia negli ultimi anni: Berlusconi-Letta-Geronzi-Bisignani. Ma Bisignani non sembra dare peso alle illazioni, per lo meno in tv, e ribatte anzi a modo suo, con i dossier. La prima anticipazione della sua fatica editoriale ha infatti già messo in subbuglio il Pdl. Sono i siciliani Angelino Alfano e Renato Schifani ad essere accusati di lesa maestà nei confronti di Berlusconi: “Più che di tradimento vero e proprio parlerei di piccoli uomini creati da Berlusconi dal nulla e improvvisamente convinti di essere diventati superuomini”. Un breve passaggio che non smentisce la cifra stilistica e il modus operandi di Bisignani. Ma colpi bassi (o avvertimenti) sono riservati a D’Alema, alla famiglia Letta, a Grillo, De Bortoli, Scalfari e molti altri. Alla fine del racconto solo una domanda rimane inevasa: chi è veramente Luigi Bisignani?

Nasce il governo Letta-Alfano: ecco la squadra dei ministri

Il governo Letta nasce nel segno dell’incertezza e della novità. Alle 15.00 di oggi, come da prassi istituzionale, il presidente del Consiglio incaricato è salito al Quirinale ma, colpo di scena, non ha sciolto subito la riserva e la lista dei ministri è rimasta congelata per alcune drammatiche ore. Panico tra le centinaia di cameraman e giornalisti assiepati nella piazza bagnata dalla pioggia. Enrico Letta si è intrattenuto nell’ufficio privato “La Palazzina” del capo dello Stato per un incontro interlocutorio durato quasi due ore. Troppi i nodi da sciogliere al termine di una estenuante due-giorni di trattative, culminata nel confronto fiume con il gotha del Pdl e con Silvio Berlusconi in persona.

Poi, proprio quando la tensione mediatica cominciava a salire pericolosamente, i giornalisti sono stati invitati a recarsi alle 17.00 nella Loggia d’Onore, situata di fronte al più consueto studio presidenziale “La Vetrata” per presenziare alla tanto attesa conferenza stampa del nuovo presidente del Consiglio. Erano le 17 e 18 quando Letta ha sciolto positivamente la riserva sull’accettazione dell’incarico e ha comunicato ai mass-media la lista dei 21 ministri  concordata con Napolitano che mette finalmente fine al toto-nomi della squadra di governo che ha impazzato in questi ultimi giorni. Molte donne, età media bassa, un giusto mix tra politici e tecnici e spazio anche per qualche mezzo Big. Questa la ricetta proposta da Letta il Giovane per cercare di convincere innanzitutto l’Europa, ma anche i confusi elettori del suo partito e i falchi parlamentari di Pd e Pdl che non credono in un reciproco patto col diavolo.

I nomi forniti dal Pd, azionista di maggioranza di questo anomalo patto di non belligeranza con i rivali del Pdl, sono quelli di Dario Franceschini, ministro dei Rapporti con il parlamento; di Graziano Del Rio, il renziano presidente dell’Anci, ministro per gli Affari Regionali e per le Autonomie; di Josefa Idem, la pluricampionessa olimpionica, ministro dello Sport e delle Pari Opportunità; del Giovane Turco Andrea Orlando, divenuto ministro dell’Ambiente. Nella rosa Pd entra anche Maria Chiara Carrozza, rettore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, nominata ministro di Istruzione, Università e della ricerca.

Sono 5 i ministri in quota Pdl. Il segretario Angelino Alfano sarà vicepresidente del Consiglio ministro dell’Interno, anche in funzione di contrappeso a Letta; Maurizio Lupi andrà alle Infrastrutture e Trasporti; il “saggio” Gaetano Quagliariello farà il ministro degli Affari Costituzionali; Beatrice Lorenzin sarà ministro della Salute, mentre Nunzia De Girolamo andrà alle Politiche Agricole.

Tre i montiani. Il ciellino ex Pdl Mario Mauro, ben introdotto in Europa, alla Difesa, Anna Maria Cancellieri, dirottata alla Giustizia per far posto ad Alfano, ed Enzo Moavero Milanesi, il fedelissimo di Mario Monti riconfermato agli Affari Europei. Tra i tecnici, Fabrizio Saccomanni, direttore generale di Bankitalia, al ministero chiave dell’Economia;  Enrico Giovannini, presidente dell’Istat,  al Lavoro; Carlo Trigilia alla Coesione Territoriale; alla Semplificazione va Giampiero D’Alia; Sviluppo economico per Flavio Zanonato e poi Massimo Brai e Cecile Kyenge (entrambi del Pd). Altra poltrona di peso, l’ultima della lista, quella degli Affari Esteri, per Emma Bonino. Sottosegretario alla presidenza del Consiglio sarà Filippo Patroni Griffi. Domani il giuramento.

Intanto, sul fronte dell’opposizione al governo di larghe intese imposto da Napolitano, Beppe Grillo parla di “Notte della Repubblica” e scrive sul blog: “..una crisi economica senza precedenti nella storia repubblicana. I responsabili di quella crisi ora si pongono a salvatori della Patria senza alcun senso del pudore”. Il portavoce del M5S denuncia la probabile mancata assegnazione delle commissioni Copasir e Vigilanza Rai che “andranno all’opposizione farlocca della Lega e di Sel, alleati elettorali di pdl e pdmenoelle” e ribatte ai furibondi attacchi di presunti“giornalisti prezzolati” (facendo riferimento anche al caso Giulia Sarti e ai cosiddetti Grilloleaks) arrivando a colpire anche i piani più alti del Palazzo: “Per il M5S solo scherno o silenzio. Anche il silenzio del presidente della Repubblica del quale sono stati distrutti nei giorni scorsi i nastri delle conversazioni con Mancino”.

Napolitano costretto a scaricare i 10 saggi

I 10 saggi nominati dal presidente Giorgio Napolitano per cercare di trovare un accordo tra i partiti sono saliti ieri al Quirinale, ma nessuno sembra essersene accorto. Al contrario, è apparso chiaro come nessuno voglia affidare i propri interessi di bottega (di partito o istituzionali che siano) a 10 personaggi più o meno rispettabili, ma ritenuti non rappresentativi della volontà del parlamento. È per questo che anche il presidente della Repubblica è stato costretto a prendere le distanze da quella che solo poche ore prima era stata presentata come una panacea di tutti i mali del sistema politico italiano.

A poco più di 24 ore dall’insediamento informale dei saggi, Napolitano ha preso carta e penna per vergare un comunicato stampa chiarificatore delle prerogative dei prescelti: “Questo non significa che questi gruppi di lavoro indicheranno un tipo o un altro di soluzioni di governo. Indicheranno quali sono, rimettendo un po’ al centro dell’attenzione problemi seri, urgenti e di fondo del paese, questioni da affrontare, sia di carattere istituzionale sia di carattere economico-sociale nel contesto europeo, anche permettendo una misurazione delle divergenze e convergenze in proposito”.

 

Una parziale marcia indietro sul ruolo di guida politica attribuito ad Onida, Violante e colleghi, obbligata dopo le gelide reazioni venute da tutti i gruppi parlamentari. A mettere i bastoni tra le ruote di Napolitano è stato proprio il segretario del Pd Pierluigi Bersani che, nel corso della conferenza stampa tenutasi ieri nella sede romana del partito: “Siamo in ogni caso il primo partito e dobbiamo avanzare una proposta utile al paese. Per garantire governabilità, cambiamento e corresponsabilità noi pensiamo che un governissimo sarebbe sbagliato e la politica sarebbe chiusa in un fortinoha detto Bersani, aggiungendo poi cheLa destra vuol scegliere il presidente della Repubblica. Ma la strada che vogliamo percorrere noi è un’altra: per il Colle cerchiamo larghissima convergenza”.

Una riproposizione tal quale della strategia del “doppio binario”, dimostratasi già fallimentare durante le consultazioni che il premier incaricato, poi congelato e, infine, rottamato, aveva tenuto negli scorsi giorni. Ma Bersani ha deciso di non mollare l’osso, scatenando l’ovvia reazione negativa dei rivali storici. Nel Pdl tace per il momento Silvio Berlusconi, mentre si sono fatti sentire, eccome, Alfano, Cicchitto e Gasparri. Il segretario Azzurro replica così allo smacchiatore di Bettola: “Quelle del leader pd sono le stesse parole ostinate, chiuse, fuori dalla realtà dei numeri del Parlamento, che l’onorevole Bersani ripete da 36 giorni, cioè dalla chiusura delle urneha ribadito Alfanotempo che la sinistra ha usato solo per occupare le presidenze delle Camere, per impedire ogni dialogo nella direzione della governabilità, e per proporre inutili commissioni per riforme che il Pd ha sempre osteggiato”

Una logorante guerra di posizione, altro che intesa facilitata dal lavoro di soli dieci giorni a cui sono stati chiamati i saggi. Bersani sogna ancora di portarsi a casa il banco, mentre Alfano si lancia con la spada sguainata al grido di “governissimo o muerte”, ovvero un ritorno alle urne già a giugno, anche con la stessa legge elettorale. Sondaggi Swg alla mano, infatti, il Pdl al momento sarebbe in testa. Ma pensare solo a se stessi come fanno Pd e Pdl mentre la barca Italia affonda potrebbe rivelarsi una mossa controproducente.