Alfano e i diversamente berlusconiani scoprono il “metodo Boffo”

“Con i ministri abbiamo chiarito”. Così ieri Silvio Berlusconi (il poliziotto buono) durante una drammatica riunione dei gruppi parlamentari Pdl. Ma la resa dei conti tra falchi e colombe del partito sembra ormai inevitabile. Poche ore prima, infatti, era stato proprio il vicepremier dimissionario, nonché segretario del Pdl estinto, Angelino Alfano, a tirare fuori dall’armadio lo scheletro del “metodo Boffo” per controbattere agli attacchi ricevuti dal direttore de Il Giornale, Alessadro Sallusti (il poliziotto cattivo), in uno dei suoi soliti editoriali al vetriolo. Excursus necessario: è passata alla storia come “metodo Boffol’arte di abbattere con una feroce persecuzione mediatica chi manifesta critica o dissenso politico nei confronti della linea ufficiale (di Berlusconi). La definizione prende le mosse dal caso Dino Boffo, il giornalista che nel 2009, da direttore del quotidiano Avvenire, si permise di commentare pubblicamente le vicende personali (il “ciarpame senza pudore” coniato da Veronica Lario) dell’allora premier.

La risposta dei berlusconiani fu affidata a Vittorio Feltri che, proprio dalle colonne del quotidiano di Paolo Berlusconi, diffuse un certificato del casellario giudiziale da cui risultava una condanna di Boffo per molestie e una presunta informativa di polizia che certificava l’ancor più presunta omosessualità dello stesso Boffo. Tutto falso, fu accertato in seguito. I dubbi però erano rimasti, insieme alle dimissioni rassegnate da un umiliato Boffo. Ma l’attuale direttore di TV2000 era da sempre ritenuto un profano dai falchi berlusconiani. Un possibile traditore. Non così i destinatari degli strali di Sallusti, i 5 ministri in quota Pdl fatti dimettere in fretta e furia con una lettera di poche righe firmata dal Capo. Quagliariello, Lupi, Lorenzin, De Girolamo e lo stesso Alfano -pur obbedendo seduta stante all’ordine di dimissioni giunto da Arcore- avevano osato manifestare il loro dissenso su una Forza Italia caduta in mano ai falchi Verdini, Bondi, Santanchè e Capezzone.

 

Ingenui se pensavano di passarla liscia. Al direttore Sallusti domenica sera prudevano le mani mentre scriveva il suo pezzo da prima pagina. L’editoriale dal titolo Eversivo alzare tasse. Liberale non farlo, colpisce il bersaglio sin dalle prime righe. “Alfano, Quagliariello, Lorenzin, Lupi e Di Girolamo, con qualche distinguo di forma e di sostanza –verga Sallusti- si adeguano ma non condividono, al punto di ventilare un loro futuro fuori da Forza Italia, non si capisce se sulle orme di quel genio di Gianfranco Fini”. Ecco la parola che fa saltare i nervi, il nome dell’innominabile Gianfranco Fini, altra vittima del “metodo Boffo”, traditore affondato dall’affaire “casa di Montecarlo” dopo aver puntato il dito contro il boss di Arcore gridando pubblicamente “che fai, mi cacci?”. Risultato: Fini cacciato dal Pdl e defenestrato anche dal parlamento. Carriera politica finita.

Chi di Boffo ferisce, di Boffo perisce. Ecco perché i 5 hanno stilato in fretta e furia una nota congiunta anti-Sallusti. “È bene dire subito al direttore del Giornale, per il riguardo che abbiamo per la testata che dirige e una volta letto il suo articolo di fondo di oggi, che noi non abbiamo paura. Se pensa di intimidire noi e il libero confronto dentro il nostro Movimento politico, si sbaglia di grossoscrivono i diversamente berlusconianise il metodo Boffo ha forse funzionato con qualcuno, non funzionerà con noi”. Un errore tattico grosso come una casa, quello di riconoscere l’esistenza del “metodo Boffo”, che offre il fianco alla reazione del falco Sallusti che pure qualcosa di sensato l’aveva scritto. “Alfano non può non sapere che Berlusconi non è uomo condizionabile –continua il direttore- come dimostra la sua vita di politico e imprenditore che nei momenti decisivi, dopo aver ascoltato tutti fino alla nausea, ha sempre deciso di testa propria, a volte smentendo i pareri di consiglieri storici, figli e potenti di turno. Attribuire ai falchi un tale, inedito potere è ridicolo”.

Interpretazione inoppugnabile che inchioda Alfano e i diversamente berlusconiani. Dare la colpa ai falchi è solo una scusa per cercare di salvare la poltrona da ministri. Anche se i 5 certificano che “noi che eravamo accanto a Berlusconi quando il direttore del Giornale lavorava nella redazione che divulgò informazioni di garanzia al nostro presidente, durante il G7 di Napoli nel 1994”, questa specie di contro-minaccia non nasconde la paura della penna di Sallusti: “Se intende impaurirci con il paragone a Gianfranco Fini, sappia che non avrà case a Montecarlo su cui costruire campagne”. Proprio sicuri?

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