Dall’Ilva a Mps. Le ragioni della pacificazione tra Pd e Pdl

Quali sono i veri motivi che hanno convinto due forze politiche teoricamente agli antipodi, il Pd e il Pdl, a mettere da parte astio e rivalità per concorrere alla formazione di un governo di coalizione, o di inciucio che dir si voglia? La prima risposta che viene in mente sono le vicende giudiziarie che da decenni coinvolgono i due schieramenti, soprattutto Silvio Berlusconi da una parte, mentre dall’altra si registra un’alternanza di protagonisti. Il clima di “pacificazione” instaurato dalla rielezione di Napolitano al Quirinale ha permesso di mettere sotto il letto argomentazioni “divisive” e di dare il via al grande inciucio che, dietro al nome “pulito” di Enrico Letta, nasconde un mondo di corruzione e malaffare.

Il fatto di cronaca più eclatante legato ai traffici della casta è forse la vicenda dell’Ilva di Taranto. È proprio di ieri la notizia che il gip della città jonica, Patrizia Todisco, divenuta l’eroina di chi combatte contro i veleni prodotti dalla più grande acciaieria d’Europa, ha emesso un decreto di sequestro della mostruosa cifra di 8 miliardi e 100 milioni di euro. La novità assoluta sta nel fatto che questa volta la Todisco non ha imposto il sequestro dei prodotti usciti dalla fabbrica, ma direttamente del patrimonio della famiglia Riva. Il provvedimento lungo 46 pagine coinvolge come indagati i soliti nomi: Emilio Riva e il figlio Nicola, l’ex direttore Capogrosso e il tuttofare Girolamo Archinà. Le persone citate sono già in galera o agli arresti domiciliari.

Non è così per gli altri indagati come l’altro figlio di Emilio, Fabio (latitante all’estero), il presidente Bruno Ferrante, i dirigenti Andelmi, Cavallo, Di Maggio, De Felice, D’Alò, Buffo, Palmisano, Dimastromatteo. Per tutti questi galantuomini, comunque, le accuse sono gravissime e vanno dall’omissione di “un piano di emergenza nell’eventualità di un incidente rilevante”, allo “sversamento delle scorie liquide di acciaieria sul terreno non pavimentato e al rilascio di sostanze tossiche dovute allo slopping e al sovradosaggio di ossigeno”. Ma la lista delle nefandezze imputate al gruppo Riva è infinita. “Tutto ciò ha procurato negli anni un indebito vantaggio economico all’Ilva, ai danni della popolazione e dell’ambiente”, mettono nero su bianco i magistrati tarantini. E responsabile di questo scempio è la politica. Ultimo il governo Monti che ha assicurato all’Ilva l’incerta copertura dell’Aia con il ministro Clini. Ma sono tutti i partiti della casta ad aver ricevuto fiumi di denaro in questi anni in cambio di un occhio chiuso, o magari di tutti e due.

Se proviamo a mettere lo scandalo Ilva davanti ad uno specchio l’immagine che verrà riflessa è quella della vicenda Monte dei Paschi di Siena, la madre di tutti gli scandali bancari e finanziari del nostro disastrato paese. L’ultimo atto della tragedia senese lo ha interpretato ieri il presidente Alessandro Profumo che ha letteralmente scaricato la vecchia dirigenza Mussari: “Nascondevano i problemi per mantenere le posizioni”. Difficile però che il furbetto Profumo riesca ad allontanare dalla banca il sospetto che quello di Mps fosse un sistema ben oliato. Ieri intanto il capo della Banda del 5%, Gianluca Baldassarri, è stato interrogato per ore dai magistrati di Lugano e chi sa che lui o qualcun altro non cominci finalmente a vuotare il sacco  sulle complicità e le coperture assicurate dalla politica (i sospetti degli inquirenti si concentrano soprattutto sugli ex comunisti, ma anche sui berlusconiani come Denis Verdini). A fare da sfondo a questi indicibili accordi c’è un fiume di denaro illecito che una eventuale nazionalizzazione paventata anche da Beppe Grillo prosciugherebbe subito.

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Denis Verdini coinvolto nell’inchiesta Mps

Mentre le procure di mezza Italia, e non solo quella di Siena, continuano le indagini sull’enorme buco di bilancio aperto dai Mussari-boys e dalla Banda del 5% (il numero degli indagati è salito a 14), la nuova dirigenza Mps, con in testa il presidente Alessandro Profumo e l’ad Fabrizio Viola, sta cercando in tutti i modi di distrarre l’attenzione mediatica dall’inchiesta, coadiuvata dai fedeli cani da riporto della stampa amica. Oggi a Bergamo si apre il congresso Assiom-Forex 2013, il forum annuale dei banchieri italiani e il duo Viola-Profumo non si è lasciato sfuggire l’occasione per cambiare discorso e buttare in tribuna la palla delle indagini dei pm senesi e non.

Sono le morbide e accoglienti colonne del Sole24Ore, organo ufficiale di Confindustria, ad ospitare l’intemerata dialettica di Profumo: “Questa è una banca che può stare benissimo in piedi in modo autonomo e indipendente”, ha spiegato il presidente che ha poi scaricato ogni responsabilità sulla gestione precedente. “Penso che arriveranno sanzioni – ha infatti aggiunto – ma quella è una cosa che valuterà la Banca d’Italia. Pagheranno i sanzionati, le persone che hanno fatto queste cose che non vanno fatte”. Profumo dunque, che per gli stessi motivi di Mussari qualche problemino con la giustizia lo ha già avuto, cerca di gettarsi alle spalle uno scandalo che potrebbe affossare i suoi sogni di gloria, coadiuvato in questo intento da Viola, uno che quando parla sembra appena arrivato da Marte, completamente all’oscuro delle magagne contabili della banca dove siede ormai da più di un anno.

 

Ma lasciamo da parte il duo che, se la situazione non fosse tragica, potrebbe risultare quasi comico, per tornare al cuore delle indagini. Oggi a Siena l’ex ad Antonio Vigni ha ripreso a cantare di fronte ai magistrati, dopo le otto ore di interrogatorio già sopportate mercoledì scorso. Da lui i pm Aldo Natalini, Antonino Nastasi e Giuseppe Grosso si aspettano qualcosa di più, dopo le mezze ammissioni (secretate) dell’altro giorno. Ma c’è un nuovo filone dell’inchiesta senese che va ad incrociare un’altra indagine già in corso: quella aperta dalla procura dei cugini di Firenze che da più di un anno indaga sul Credito Cooperativo Fiorentino, la banca di Denis Verdini, uomo di fiducia di Berlusconi, caduta in disgrazia e sospettata di bancarotta fraudolenta.

Ebbene, ieri è stato ascoltato in procura a Siena il senatore toscano Paolo Amato, ex Pdl, ora nel Gruppo Misto. Amato definisce la chiacchierata con gli inquirenti “un ragionamento politico sui rapporti fra Pdl e Mps”. Frase sibillina che ha dovuto coprire con una toppa l’incauta intervista rilasciata dallo stesso senatore all’edizione fiorentina di Repubblica il 7 di febbraio. “Denis Verdini si è comportato da capo del Pdl. Ha fatto il suo, l’avrei fatto anch’io. Se la logica è una logica spartitoria… sono i compromessi necessari alla politica”, aveva spifferato al quotidiano il senatore Amato. Frase infelice, rafforzata dalla definizione del ruolo di Andrea Pisaneschi, primo presidente di Antonveneta dopo l’acquisto da parte di Mps nel 2007.

“Ho detto che non è stato nominato da Verdini, ma che è stato il frutto del ‘groviglio armonioso’ senese. Poi Verdini lo ha gestito”. Intervista choc che ha fatto sobbalzare sulla sedia sia i succitati pm che lo sfortunato Denis Verdini, letteralmente frastornato dalle mazzate che Amato ha continuato a menare: “Intratteneva sicuramente rapporti, ma non solo lui. Ed è chiaro che, se sei interessato al compromesso, il tuo potenziale alternativo diminuisce. Non lanci candidati forti. Non forti al punto di far saltare la chiave di volta del sistema”. Alla luce di queste accuse, i magistrati non hanno potuto fare a meno di convocare Amato e Verdini non ha potuto fare a meno di chiamare un’ambulanza.