Unioni civili e dintorni: meglio l’Isis di Padre Pio

In questi ultimi tempi si sente tanto parlare di ‘emergenza terrorismo’, ‘estremismo islamico’, ‘tagliagole dell’Isis’ pronti a conquistare Roma per imporvi la sharia. A parte i dubbi che sorgono spontanei sulla vera natura e i veri foraggiatori dei cosiddetti terroristi, il dato di fatto è che il fondamentalismo religioso, di matrice cristiana e non musulmana, è ancora fortemente radicato nelle se pur secolarizzate società occidentali. Non c’è dunque bisogno di affidarsi alle lame affilate dei ‘barbudos’ per veder trionfare idee e mentalità ritenute da molti solo un lontano ricordo del passato.

Un fulgido esempio della arretratezza culturale in stile medioevo della sedicente evoluta civiltà euro-americana ce lo sta offrendo in questi giorni proprio l’Italia, il cui governo si sta dimostrando, ancora una volta, succube della dittatura pseudoculturale dei rappresentanti della teologia vaticana. Due i temi sul piatto: le unioni civili e la venerazione ‘cafona’ del cadavere ritoccato col lifting di San Pio da Pietrelcina, meglio noto come Padre Pio. Per quanto riguarda la legge che dovrebbe dare finalmente parità di diritti a tutti, uomini e donne, gay ed etero, trans e bisex, il ddl Cirinnà in discussione al Senato rappresenta già un compromesso al ribasso per non urtare la spiccata sensibilità dei cristianucci cattolici che in parlamento difendono gli egoisti interessi di quella minoranza di presunti pedofili con la tonaca che prendono ordini dalla Città del Vaticano.

Padre pio

La legge sulle unioni civili (o matrimonio), già in vigore in tutti quegli stati dove i froci non vengono arrestati, malmenati e condannati a morte per la sola ‘colpa’ di essere froci, non andrebbe infatti ad intaccare in alcun modo la sopravvivenza della ‘famiglia tradizionale’, messa in discussione, se mai, dalla crisi di valori (non cristiani, ma umani) ed economica del fu ricco Occidente. E la tanto vituperata stepchild adoption (adozione del figliastro in italiano) non è affatto un modo per introdurre la discutibile pratica (discutiamone) dell’utero in affitto, ma assegnerebbe diritti e, possibilmente, un futuro felice a tutti i figli delle famiglie arcobaleno, che non valgono certo meno dei figli dei devoti a Cristo, dio e la Madonna.

Il risvolto comico di una vicenda tragica è stato, invece, il macabro spettacolo dell’esposizione pubblica a Roma, sede centrale dell’anno giubilare, del cadavere fasullo di Padre Pio. Assistere alla perdita della Ragione (se mai l’hanno mai avuta) di migliaia, anzi milioni, di persone che di fronte ad una maschera di cera si mettono a piangere, a disperarsi, a strapparsi i capelli, a fare foto con gli smartphone (poliziotti al seguito compresi) perché il suddetto Pio sarebbe autore di miracoli, guaritore di moribondi e mortale nemico del diavolo, non è stato certo edificante. Quelle persone, anche se tante, non sono assolutamente degne, come vorrebbe la vulgata, di rispetto, perché sono solamente degli idolatri ignoranti, incollati a delle tradizioni millenarie senza senso. Tanto vale non studiare e chiudere i libri di scuola allora, visto che 2 più 2 potrebbe anche non fare 4. E tanto varrebbe, al dunque, farsi conquistare dai seguaci del Califfo Al Baghdadi che, almeno, non sono ipocriti come i nostri politici che fingono di prostrarsi ad un falso dio a cui non credono.

Annunci

Quirinale, la legge di Renzi

Giornata politica italiana divisa tra le reazioni ai risultati clamorosi, ma attesi, delle elezioni in Grecia e le grandi manovre per il Quirinale. I membri del governo provano ad intestarsi la vittoria di Tsipras in Grecia, ma Lega, Sel e M5S li sbugiardano. Matteo Renzi incontra i parlamentari Pd per imporre un percorso condiviso (da lui e Berlusconi) sul Quirinale: porte aperte a una candidatura femminile, nessuna rosa di nomi come chiesto da Beppe Grillo, ma un candidato unico a partire dalla quarta votazione e scheda bianca nelle prime tre. Secondo il premier il nuovo capo dello Stato verrà eletto «sabato mattina», 31 gennaio. Francesco Storace denuncia la ‘tattica della scheda bianca’. Pippo Civati non ci sta e candida Romano Prodi. Domani al via le (finte) consultazioni tra partiti, M5S autoescluso.

 

renzi berlusconiL’incubo delle cancellerie europee, Alexis Tsipras, è divenuto reale dopo il trionfo di Syriza nelle elezioni greche. E allora i politici, soprattutto quelli italiani, per loro stessa natura ‘doppiogiochisti’, cercano di saltare sul carro del vincitore. È presto per abbandonare la nave dell’austerità di Bruxelles, la falla aperta da Tsipras potrebbe essere ancora riparata. Ma la casta dei nostri tenta comunque di piegare al proprio interesse la vittoria dei ‘rossi’ ellenici. Non si sa mai. Il primo a farsi avanti, di buon mattino, è il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che non considera affatto l’esperienza delle sinistra radicale greca come un trampolino di lancio per le aspirazioni degli antirenziani di casa nostra. Anzi, secondo lui, la vittoria di Tsipras non va letta come un gesto di rottura nei confronti delle politiche economiche Ue, ma solo come un passo avanti della ‘linea della flessibilità’ rispetto a quella, drammaticamente perdente, dell’austerità. In pratica, secondo la fantasia del titolare della Farnesina, Tsipras sarebbe il miglior alleato di Matteo Renzi che intanto però, con ostentato provincialismo, si perde in affettuose effusioni con Angela Merkel, cercando di venderle le bellezze artistiche di Firenze come nemmeno Totò con la Fontana di Trevi. Anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Sandro Gozi, pur di occupare poltrone, si presta senza problemi ad una presa in giro globale affermando che «Tsipras in Italia si chiama Renzi».

Ci pensa Nichi Vendola a denunciare il tentativo dei renziani di mettere il cappello perfino sulla vittoria della sinistra internazionalista. «Lui e Renzi hanno idee molto diverse», dichiara il leader di Sel, «ecco perché trovo ridicoli quelli che dal Pd ieri scrivevano tweet entusiasti per la vittoria di Tsipras». A mettere in guardia il ‘George Clooney del Partenone’ ci si mette anche il grillino Luigi Di Maio con un «consiglio non richiesto». «Stai lontano da Matteo Renzi, la sua ipocrisia è pericolosa», scrive su facebook il ‘pupillo a 5Stelle’. Che l’effetto Tsipras rischi di rivoltare l’impolverata Ue come un calzino lo dimostrano le parole del leghista Roberto Maroni secondo cui la vittoria di Syriza «è più che un’apertura all’euroscetticismo. Può essere il grimaldello che scardina questa vecchia Europa e crea le condizioni perché si apra una fase nuova». Un possibile connubio tra gli opposti estremismi di destra e sinistra anticipato nei giorni scorsi dall’endorsement di Tsipras pronunciato da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. In mezzo a questo sirtaki parlamentare, approfitta di Tsipras per farsi pubblicità persino il ‘fittiano’ Raffaele Fitto, in rotta con Arcore, secondo cui adesso «l’Ue cambia o muore».

Il capitolo Quirinale, entrato oggi nella settimana decisiva, si apre sulle Agenzie di stampa con una bugia grossa come una casa. A pronunciarla è il capogruppo del Pd alla Camera, Roberto Speranza, secondo cui «il patto del Nazareno riguarda solo le riforme, e non c’è nessuno scambio con la scelta del Presidente della Repubblica». Nessuno sprezzo del ridicolo da parte del lucano Speranza. Con queste premesse, si sono svolte in mattinata le riunioni dei gruppi parlamentari Dem con il premier, prima alla Camera e poi al senato. Scopo dichiarato è quello di tracciare una linea di partito comune in vista del primo scrutinio previsto per giovedì 29 gennaio. O meglio, sarà Renzi stesso ad imporre la sua volontà, pena la spaccatura del partito. «Il Pd voterà scheda bianca alle prime tre votazioni». È questa la proposta che non si può rifiutare formulata dal segretario/premier. Chi poi non dovesse condividere il nome del prescelto, calato dall’alto del patto del Nazareno, «dovrà dirlo apertamente». In modo da poter essere inserito per tempo, aggiungiamo noi, nelle liste di proscrizione che da qualche giorno circolano sui giornali (vedi ‘Il Foglio’ di Giuliano Ferrara imbeccato dal n. 2 renziano Luca Lotti).

Di fronte ai suoi Renzi sembra avere le idee chiare e risponde indirettamente a Beppe Grillo che ieri gli aveva chiesto di fare i nomi dei candidati piddini al Quirinale. «Non li facciamo perché poi decidano altri», ha detto il premier che non ci pensa proprio a farsi bruciare dai grillini il nome (uno ‘spaventapasseri’ che non disturbi i manovratori del Nazareno), probabilmente già deciso con Silvio Berlusconi, che verrà tirato fuori dal mazzo al momento opportuno. Del resto, è lui stesso ad ammetterlo candidamente: «Il Pd farà un nome secco per il Colle, alla quarta votazione, e non proporrà una terna». Ordini chiari e precisi che il ‘quasi dissidente’ lettiano Francesco Boccia non ode, augurandosi al contrario che «da oggi in poi si tiri fuori una rosa di nomi che vada bene a tutte le forze politiche», M5S compreso. A favore della ‘rosa’ si dice anche il deputato Franco Monaco, ma il presidente della Repubblica verrà eletto solo «con chi ci sta», ribadisce a muso duro Renzi. Fiori nei cannoni, invece, per il ‘dissidente a targhe alterne’ Stefano Fassina che caldeggia l’unità del partito e la necessità di «cercare l’interlocuzione anche con Forza Italia». Alla faccia di Tsipras e delle bellicose prese di posizione dei mesi scorsi. Al contrario, Davide Zoggia implora, inascoltato, di evitare la scelta di un nome che venga «associata al patto del Nazareno». Proposta condivisa da Cesare Damiano.

Decide invece di rompere gli indugi (forse) il ‘civatiano’ Pippo Civati che prende carta e penna per scrivere una lettera alla segreteria Pd per indicare il suo nome per il Colle: Romano Prodi. Un palese tentativo di mettere in difficoltà l’ex amico Renzi. Un nome, quello di Prodi, «fuori dai giochi» secondo il renziano doc Stefano Bonaccini. Chi invece sente puzza di marcio è Francesco Storace che giudica «gravissimo» l’annuncio di Renzi. «La scheda bianca alle prime tre votazioni significa che si va ad un soluzione di basso profilo», denuncia su facebook il fondatore de La Destra, «ad una scelta con la pistola sul tavolo quando i voti necessari saranno 505 e il premier potrà ricattare praticamente tutti gli schieramenti, ad un metodo che renderà determinanti 148 parlamentari eletti con un premio di maggioranza incostituzionale».

Charlie Hebdo e i politici italiani

charlie hebdo renzi alfanoAnche i politici italiani non possono esimersi dal tempestare le Agenzie con decine di dichiarazioni più o meno intelligenti sulla portata storica dell’attentato di Parigi. Il premier Matteo Renzi si reca in visita all’Ambasciata di Francia e il ministro dell’Interno Angelino Alfano è costretto a convocare il Comitato Antiterrorismo. Allarme e panico tra i giornalisti dello Stivale, sedi dei Media presidiate. Un «gesto vile e barbaro» secondo il presidente Giorgio Napolitano. Una «follia» per Silvio Berlusconi.

Tra le reazioni dei nostri onorevoli da segnalare quelle degli esponenti di centrodestra come Renato Brunetta, Maurizio Lupi, Lucio Malan che vedono la priorità nella lotta al terrorismo rifacendosi al principio del presunto ‘scontro delle civiltà’ tra Occidente e Islam. Un passetto più in là lo fanno i soliti leghisti Mario Borghezio («siamo in guerra») e il suo segretario Matteo Salvini che incita a «bloccare l’invasione clandestina in corso» perché abbiamo «il nemico in casa». Li segue a ruota l’altrettanto solito Maurizio Gasparri per il quale bisogna «colpire le centrali del terrorismo» (riecco la ‘spirale guerra-terrorismo’). E pure Giorgia Meloni dice «basta all’immigrazione incontrollata». Di diverso tenore la reazione del M5S. «Nessuna guerra è giustificabile. Nessun colpo di pistola o di kalashnikov è giustificabile», twitta Carlo Sibilia del Direttorio grillino. E il collega Alberto Airola invita a non «alimentare guerre di religione».

Ma Beppe Grillo mette in dubbio la ‘paternità islamica’ dell’attentato e fornisce una versione complottista di una vicenda che porterà inevitabilmente a una stretta sulla libertà di stampa, chiedendosi «chi muove i fili del terrorismo e perché?». Dal fronte della ‘sinistra chic’, la ancor più ‘solita’ Laura Boldrini, presidente di Montecitorio, invita a «distinguere tra terroristi assassini e musulmani». Un classico. Per tutto il Pd per una volta unito, infine, è in gioco la «difesa della democrazia».

Renzi alle Olimpiadi

renzi-olimpiadi-roma-2024Matteo Renzi ufficializza la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024. Un modo per allontanare l’attenzione dai nuovi arresti di tre ufficiali della Marina Militare nell’inchiesta Mafia Capitale. Ignazio Marino sostituisce tra le polemiche un altro assessore. La responsabile Welfare del Pd Micaela Campana, intercettata con Buzzi, non si dimette e Giorgia Meloni correrà per il Campidoglio. Critiche alla governatrice Debora Serracchiani per i rimborsi facili in Regione Friuli Venezia Giulia. Politica e corruzione: Beppe Grillo accusa Renzi e i partiti. Assemblea nazionale Pd il giorno dopo: pace armata tra renziani e minoranza ‘di sinistra’. Il segretario-premier non caccia nessuno e gli oppositori per il momento rinunciano all’ipotesi scissione. Incontro Renzi-Prodi per parlare di Quirinale? Domani il temutissimo Tax day.

Un clima di incontenibile entusiasmo di dirigenti sportivi e atleti (in prima fila il presidente ‘trendy’ Giovanni Malagò) quello che ha accolto questa mattina Matteo Renzi nella sede del Coni per la cerimonia di consegna dei Collari d’oro 2014. E il premier non si è lasciato sfuggire l’occasione per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dall’inchiesta Mafia Capitale con uno dei suoi mirabolanti annunci: «L’Italia presenterà la propria candidatura ai Giochi olimpici del 2024». Mafia a Roma permettendo. Ma non solo, perché, secondo ‘il bomba’, noi italiani non parteciperemo ai Giochi «con lo spirito di De Coubertin, per partecipare: lo faremo per vincere, statene certi». Manca solo un ducesco ‘E vinceremo!’.

Non altrettanto entusiasta della notizia si dimostra il grillino Alessandro Di Battista secondo il quale «oggi, in pieno scandalo #MafiaCapitale questi amici dei ladri pensano a lanciare le Olimpiadi di Roma». Il membro del direttorio M5S ricorda inoltre che i politici «hanno mangiato su Italia ’90 e sui Mondiali di nuoto del 2009». Non meno ‘oxfordiano’ si dimostra il leader della Lega Matteo Salvini per il quale si tratta semplicemente di «una follia, sarebbe l’Olimpiade dello spreco. Tirino fuori i soldi per sistemare strade, scuole e ospedali. E poi ripensino alle Olimpiadi». I soliti ‘gufi antimodernisti’ non devono però preoccuparsi perché il ‘progetto Olimpiadi’ (e appalti) coinvolgerà, a sentir dire Renzi, altre città italiane «da Firenze, a Napoli, alla Sardegna» e «saremo all’avanguardia nel controllo della spesa». Quantomeno una promessa azzardata visti i precedenti ancora caldi.

Mafia Capitale, appunto. Stamattina sono stati eseguiti altri sei arresti, tra cui tre membri della Marina Militare. Intanto, il sindaco Ignazio Marino ha sostituito l’assessore alle Politiche sociali Rita Cutini con Francesca Danese («cugina, praticamente nipote, di Giulio Andreotti», scrive ‘Il Giornale’). Un avvicendamento misterioso perché la Cutini era finita al centro delle polemiche, accusata proprio dal Pd di non aver saputo affrontare la ‘rivolta di Tor Sapienza’. E Salvatore Buzzi, intercettato, diceva di lei all’attuale vicesindaco Luigi Nieri: «Dacce ‘na mano perché stamo veramente messi male co’ la Cutini». Col senno di poi, i fatti di Tor Sapienza potrebbero essere letti come una provocazione pilotata da certi ambienti di destra, ma a pagare resta inspiegabilmente la Cutini che se ne va sbattendo la porta e smentendo la motivazione buonista propagandata da Marino che ha parlato di «separazione consensuale». Perché?

Un altro membro del Pd finito nella bufera è la renzianissima responsabile del Welfare Micaela Campana, intercettata mentre chiama Buzzi «grande capo», sospettata di aver presentato un’interrogazione parlamentare (rigettata) in favore del ras della cooperativa ’29 giugno’ e con l’ex marito, Daniele Ozzimo, assessore indagato nell’inchiesta ‘mondo di mezzo’. Troppo poco. Lei, imperturbabile, intervistata dal ‘Corriere della Sera’, nega tutto e si incolla alla poltrona. Ancora più incomprensibile, se si vuole, è l’annunciata candidatura al Campidoglio di Giorgia Meloni, presidente di Fd’I. «Appena il Pd manderà a casa Kung Fu Panda Marino non ci tireremo indietro dalla sfida per il Campidoglio. Io sarò in prima fila se sarà necessario», ha dichiarato ieri ‘Giorgina’ al teatro Quirino di Roma. Ricordiamo agli smemorati che la Meloni è compagna di partito di Gianni Alemanno, indagato per associazione mafiosa insieme ai suoi più stretti collaboratori che con lui hanno ‘amministrato’ la città fino al 2013. Alle ripetute richieste di autocritica (Alemanno è parte importante della destra storica romana) Meloni ha sempre risposto picche, senza però riuscire a spiegare perché i presunti difensori della legalità contro ‘negri’ e ‘zingari’ erano i primi a fare soldi sporchi sulla loro pelle. Sul tema Mafia Capitale, si rifà vivo Luciano Violante, da poco trombato nella corsa verso la Consulta. Il pupillo di Giorgio Napolitano propone di «fare subito un congresso straordinario a Roma» allo scopo di «ripulire e non dimenticare».

Politica e corruzione, due vocaboli che si confondono secondo Beppe Grillo. Il guru del M5S sul suo blog paragona il premier ad un membro della Banda Bassotti perché «di fronte alla valanga di corruzione che sta travolgendo l’Italia ha avviato un ddl e non un decreto legge che potrebbe essere attivo in breve tempo» e preferisce occuparsi di questioni secondarie come l’abolizione del Senato e dell’articolo 18. Le motivazioni di questo comportamento non lasciano spazio ad interpretazioni: «La prima fonte di corruzione sono i partiti e le loro innumerevoli diramazioni, dalle fondazioni alle partecipate, è da autolesionisti andare contro sé stessi».

L’Assemblea nazionale del Pd di ieri si è chiusa tra accuse reciproche, con la maggioranza renziana e la minoranza interna che convivono ormai da separati in casa. Comunque sia, nessuno dei frondisti, a parte Pippo Civati, ha evocato la parola ‘scissione’. Anzi, Stefano Fassina ha rivendicato anche oggi l’intenzione dei ribelli di rimanere a lottare nel partito ed ha accusato Matteo Renzi di cercare un casus belli per andare ad elezioni anticipate («Se vuole il voto lo dica»). Il premier ha ribattuto con un inequivocabile «non accetto diktat». Senza dimenticare che sui contrasti piddini aleggia sempre l’ombra di Silvio Berlusconi che, non a caso, proprio ieri, in contemporanea con l’happening romano dell’Hotel Parco dei Principi, ha fatto la sua irruzione mediatica confermando che nel patto del Nazareno è prevista anche la nomina del nuovo presidente della Repubblica. Eventualità subito smentita da una coppia di imbarazzatissimi vicesegretari del Pd, Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini. Ma, ad infittire il mistero Quirinale, si è aggiunto, oggi pomeriggio, il primo incontro ufficiale ‘già previsto’ a Palazzo Chigi tra il premier e Romano Prodi. Fantapolitica, però, pensare che Renzi voglia puntare sul Professore al Colle dopo l’impallinamento subito dai 101 franchi tiratori nel 2013. Più facile immaginare un accordo tra i due.

Proprio la ‘renziana riciclata’ Serracchiani è finita al centro dell’ennesimo scandalo di casta. In Friuli Venezia Giulia, dove la nostra ‘eroina’ occupa anche la poltrona di Governatore, maggioranza e opposizione ‘nazarene’ hanno votato un emendamento bipartisan che assicura lauti rimborsi ai consiglieri regionali anche in caso di assenza dal lavoro (se di lavoro si può parlare). Uno scandalo doppio se si tiene conto che nella ‘Serracchiani’s land’ è ancora aperta un’inchiesta per Rimborsopoli con altri 20 consiglieri chiamati a rispondere di spese facili con soldi pubblici.

80 euro, quota 96, pensioni: le promesse di Renzi vanno in ferie

Renzi al mareIl governo Renzi viaggia ormai a vele spiegate verso l’approvazione del primo passaggio in Senato delle riforme costituzionali. Entro l’8 agosto, secondo il calendario stabilito insieme a Pietro Grasso, presidente suicida di Palazzo Madama, sarà tutto finito e i poveri parlamentari potranno così godersi qualche giorno di meritata vacanza, dopo un anno speso a spingere l’Italia sempre di più verso il fallimento. Peccato che, insieme ai politici, anche le sfavillanti promesse fatte agli italiani dal “bomba” premier fiorentino abbiano deciso di prendersi un lungo periodo di ferie.

È notizia ancora fresca la vergognosa marcia indietro messa dal Gianburrasca di Pontassieve su quattro norme del decreto Pubblica Amministrazione, votato dalla Camera con voto di fiducia. Si tratta del mancato pensionamento di 4000 lavoratori della Scuola (cosiddetti “quota 96”, somma di età anagrafica e contributiva) rimasti già bloccati dalla riforma delle pensioni di “coccodrillo” Elsa Fornero. Niente prepensionamento anche per medici primari e baroni universitari, niente abolizione delle penalizzazioni per chi lascia il lavoro a 62 anni, e persino niente vitalizi per i parenti delle vittime del terrorismo.

La motivazione ufficiale è che mancano le coperture economiche. Si tratta di “soli” 580 milioni in 7 anni, una briciola del bilancio dello Stato ma che, unita al dietro front renziano sull’estensione della platea dei beneficiari degli 80 euro in busta paga, diventa più di un indizio sulle difficoltà che Renzi sta incontrando a far digerire le sue balle al mondo reale, come nell’imitazione che ne fa il comico Maurizio Crozza. Sicuramente non è colpa del premier, Renzi non ne sapeva niente. Si starà ripetendo la “ggente” come in un qualsiasi regime dittatoriale che si rispetti.

E allora? Chi sono i colpevoli, i gufi, i sabotatori, i nemici della patria da additare al pubblico ludibrio? I rilievi sulle mancate coperture economiche delle sparate renziane sono partiti dalla Ragioneria Generale dello Stato, la tecnostruttura del ministero del Tesoro dove i renziani non sono ancora riusciti a mettere piede. I soliti burocrati, si dirà, come il capo di gabinetto del ministro Padoan, Roberto Garofoli, o il ragioniere generale, Daniele Franco, ansiosi di difendere le loro rendite di posizione a scapito del bene comune. E sarà pure così, ma le casse dello Stato sono vuote veramente, se si esclude il coniglio che ogni tanto Renzi ne tira fuori.

Un altro untore da additare al pubblico ludibrio risponde al nome di Carlo Cottarelli, commissario alla misteriosa spending review che si è permesso di far notare all’esecutivo che molte spese già messe in bilancio per il 2014 (compresa “quota 96”) sono state fatte prima ancora di trovare le coperture. La rabbiosa frustrazione del “governo del fare” è talmente incontenibile da far affermare a Francesco Boccia, padre di “quota 96” e renziano dell’ultima ora, che il Mef è “una potente burocrazia fuori controllo”. Vero, come è vero che gli italiani sono sempre più poveri.

Il fatto che Renzi abbia perso l’appoggio di alcuni Poteri Forti è però innegabile. Clamorose le critiche mosse al nipotino di Gelli dal cacciatore di upupe (insieme al presidente Napolitano) Eugenio Scalfari: prima renziano sfegatato ed ora divenuto un pericoloso scettico (“l’operazione 80 euro è fallita”). Preoccupante il fuoco di fila antirenziano delle Grandi Firme del Corriere della Sera, da Alberto Alesina a Giuseppe De Rita, da Francesco Giavazzi a Michele Ainis e Massimo Franco. Tutti folgorati dal verbo fiorentino ed ora quasi pentiti. Stesso discorso per Il Sole 24ore e per una serie di imprenditori capitanati da Diego Della Valle. Guerra per accaparrarsi prebende e poltrone, o l’inizio della fine della brevissima Era renziana?

La Soluzione Finale della Questione Palestinese

Soluzione FinaleLa Soluzione Finale dello storico conflitto tra ebrei e musulmani in Palestina è tutta nelle mani di Israele. Lo Stato ebraico possiede, infatti, una superiorità militare talmente schiacciante nel teatro mediorientale da doversi assumere direttamente la responsabilità del destino di due popoli (israeliani e palestinesi), della pace nella cosiddetta Terra Santa e, persino, di un eventuale conflitto allargato su scala regionale, o mondiale.

Attenzione però a non cadere in un facile equivoco. La Soluzione Finale qui proposta non dovrà certo essere un nuovo Olocausto, una nuova Shoah, come quella perpetrata dai nazisti ai danni del “popolo eletto” durante la II Guerra Mondiale. La Soluzione Finale della Questione Palestinese dovrà essere pacifica, anche se la tentazione di commettere un genocidio (più di 1000 i morti a Gaza fino ad oggi, quasi tutti civili) arde costantemente nei cuori e nelle menti degli uomini del governo Netanyahu e dei soldati dell’IDF. Fare piazza pulita una volta per tutte dei palestinesi con la scusa di combattere i “terroristi” di Hamas farebbe comodo agli ultraconservatori con la kippah e al movimento para-nazista dei coloni. Ma una simile decisione potrebbe condurre Israele stesso all’estinzione.

E allora, che fare? Innanzitutto bisogna liberare il campo dalla propaganda. Basta con la sterile e macabra conta dei morti della “diversamente guerra” tra Israele e Hamas, propinata ogni giorno dai Media sciacalli ad un pubblico peraltro sensibile più alla sofferenza del proprio cane piuttosto che a quella di qualche bambino straccione (gazawi, siriano, eritreo. Fate voi).

Israele deve prendere in mano il mazzo di carte della diplomazia e garantire unilateralmente la fondazione di due Stati per due popoli, Israele e Palestina, rispettando i confini stabiliti dopo la Guerra dei 6 giorni nel 1967. Soluzione che scontenterebbe tutti, ma che è l’unica rimasta praticabile alla luce della storia degli ultimi decenni, dal 1948 in poi. Una soluzione pragmatica con la quale non si chiede ad Israele di suicidarsi impiccandosi alla corda dell’estremismo islamico. Prima bisognerebbe stabilire l’ennesima road map e assicurare allo Stato ebraico un incondizionato appoggio internazionale (come di fatto già accade).

Ecco le ipotetiche condizioni:

“Io, Israele, mi impegno a rendere la Striscia di Gaza e la Cisgiordania parti di uno Stato libero dal quale i cittadini potranno entrare ed uscire liberamente. Basta dunque con il blocco di Gaza e con il regime di apartheid imposto a milioni di palestinesi. Resta beninteso che se Hamas, o qualsiasi altro gruppo armato, continuerà a porsi l’unico obiettivo della distruzione di Israele attaccandone il territorio, questa volta Tsahal potrà reagire con tutta la sua potenza, invadere la Striscia e farne terra bruciata. Il tutto con l’approvazione di Usa, Russia, UE e Onu”.

Fantapolitica? Forse. Ma qualcuno conosce una soluzione migliore? Il “lungo conflitto” prospettato da Netanyahu non sta facendo altro che attirare verso Israele l’odio del mondo. La strage di civili palestinesi, trasmessa in diretta globale da network come CNN e Al Jazeera, rischia di rivelarsi un boomerang per gli ebrei di tutto il mondo. È divenuto difficile persino per intellettuali e politici occidentali, filogiudaici per partito preso, nascondersi sotto l’ombrello dell’antisemitismo, sbandierato da decenni per coprire ogni malefatta compiuta dallo Stato di Israele. In Europa (soprattutto in Francia a Gran Bretagna, ma anche in Italia) si moltiplicano le proteste anti israeliane, le scritte minacciose e gli atti di violenza che una volta venivano gettati tutti nel calderone dell’antisemitismo. Una miccia che rischia di far esplodere una polveriera che distruggerà Israele se quest’ultimo non decide al più presto per la Soluzione Finale.

Renzi-Berlusconi: dal Patto del Nazareno alla Grande Coalizione

Pattodel NazarenoAll’indomani della sentenza di appello del Tribunale di Milano che ha assolto Silvio Berlusconi nel processo Ruby, ribaltando clamorosamente la condanna a 7 anni inflitta in primo grado al capo di Forza Italia, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, è riuscito a volare fino in Africa, in Mozambico, a Maputo, per dichiarare quello che tutto il mondo già sapeva. “In un paese civile le regole si fanno insieme – ha detto il premier a chi gli chiedeva lumi sulla solidità del Patto del Nazareno– dal punto di vista istituzionale avrei mantenuto la parola anche se Berlusconi fosse stato condannato”.

La misteriosa conferma da parte del Rottamatore del patto segreto siglato con il Caimano nella sede appena espugnata del Pd, veniva considerata scontata da tutti gli addetti ai lavori, compresi coloro i quali si sono convinti da tempo che i fili del pactum sceleris del Nazareno siano tirati da Licio Gelli, il Venerabile Maestro della P2. Con Berlusconi trasformato miracolosamente da Papi Prostituente in Padre Costituente, l’accordo tra destra e sinistra potrebbe compiere ora un ulteriore passo avanti.

“Se l’oggetto di questo governo sono le riforme cosa c’è di strano che Berlusconi rientri in maggioranza? Io dico che Forza Italia deve entrare in maggioranza – dichiara senza mezzi termini il senatore Paolo Naccarato di Gal – “Archiviata l’alleanza con i 5 stelle, l’agenda dei mille giorni evocata dal premier va proprio in questa direzione”. Un abbozzo di trattativa che, se si vuole dar credito al retroscena riportato dal fattoquotidiano.it, sarebbe stato avallato da Berlusconi in persona che, oltre ad Italicum e Senato vuole portare a casa la “riforma” della Giustizia. E non solo, perché già si vocifera di un lavorio diplomatico portato avanti sottobanco dagli sherpa pro-Renzi Denis Verdini e Gianni Letta.

I due, secondo il quotidiano diretto da Peter Gomez, starebbero tramando con i renziani per far rientrare FI prima in maggioranza e poi addirittura al governo (il totoministri riporta già i nomi di Alessandro Cattaneo ed Elena Centemero). Un piano diabolico che rappresenterebbe una Nakba (la Catastrofe dei palestinesi) per le ambizioni di Angelino Alfano e la sopravvivenza stessa di Ncd, ma soprattutto diventerebbe la pietra tombale del dialogo sulle Riforme intavolato da Renzi con il M5S.

A dire la verità lo stucchevole (per Renzi) dibattito con i grillini su preferenze e clausole di sbarramento era già stato stoppato dall’apatia e dalla strabordante pinguedine mostrata senza vergogna dal giovane premier durante la diretta streaming di qualche giorno fa. Ma il Movimento, con in testa Luigi Di Maio, aveva comunque deciso di andare avanti. Per uscire dall’angolo politico in cui è stato cacciato ma, soprattutto, per mostrare agli italiani il bluff di Renzi che finge di trattare con i seguaci di Beppe Grillo quando ha già in tasca il Patto del Nazareno.

Diciamo che Grillo e i suoi non hanno preso molto sportivamente la rinnovata corrispondenza di amorosi sensi tra il “nipotino di Gelli” (copyright Piero Pelù) e la tessera P2 1816. Sul blog del guru genovese è apparso prima un post che riportava una parte del discorso pronunciato il 19 luglio dal magistrato Nino Di Matteo, in cui il pm del processo alla trattativa Stato-mafia ha attaccato, senza nominarli, il presidente “interventista” Giorgio Napolitano e “un soggetto da molto tempo colluso con gli esponenti di vertice di Cosa Nostra” (Berlusconi ndr) che oggi “discute con il Presidente del Consiglio in carica di riformare la legge elettorale e quella Costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino all’ultimo respiro”. Messaggio chiaro quello voluto lanciare da Grillo.

Domenica sera, poi, Di Maio e gli altri protagonisti della trattativa con Renzi hanno provato a rilanciare una proposta in 6 punti al solo scopo di smascherare la “tattica dilatoria” del “gasteropode Renzie” interessato, in realtà, solo a confermare il Patto del Nazareno.

Genocidio a Gaza. Israele sfida il mondo

genocidio GazaContinua l’assedio di Tsahal alla Striscia di Gaza. L’offensiva di terra si fa sempre più imminente. A parlare apertamente di un “genocidio”, messo in atto dall’esercito israeliano nei confronti dei palestinesi di Gaza, per il momento è stato solo il presidente palestinese Abu Mazen. “Dobbiamo fermare questo massacro, questo è un genocidio”, ha detto il leader dell’ANP nel corso della riunione straordinaria dell’Olp di mercoledì scorso a Ramallah. Il resto della comunità internazionale, ad eccezione di alcuni stati musulmani con in testa l’Iran, continua invece ad avere le mani legate dalla diplomazia che considera intoccabile lo “Stato canaglia” di Israele.

Nel contesto dell’interminabile conflitto arabo-israeliano in Terra Santa rimarranno di certo scolpite nella storia le parole pronunciate dal presidente dello Stato ebraico Shimon Perez, uno che nello scacchiere politico viene considerato una colomba. “Un’offensiva di terra potrebbe avvenire presto, a meno che Hamas non fermi i razzi contro Israele”, ha detto in una intervista alla CNN l’eroe degli accordi di Oslo e Camp David del 1993 (insieme ai defunti Itzak Rabin e Yasser Arafat). Secondo Perez “il misericordioso”, insomma, il bombardamento indiscriminato che sta facendo decine di morti a Gaza sarebbe una risposta proporzionata alle centinaia di razzi lanciati da Hamas in territorio israeliano.

Peccato che le “armi micidiali” degli estremisti islamici non abbiano sortito al momento alcun effetto distruttivo (non un caduto che sia uno con la stella di David), mentre la Striscia rischia di assomigliare a Dresda dopo il bombardamento Alleato della II Guerra Mondiale. Intendiamoci, non è intenzione di chi scrive dividere il campo tra i “buoni” palestinesi e i “cattivi” ebrei. Risulta però storicamente innegabile che le mani e le menti degli estremisti di Hamas e degli altri gruppi operanti a Gaza e Cisgiordania siano state armate dall’occupazione iniziata nel 1967 e dal conseguente regime di apartheid in cui sono relegate milioni di persone dalla politica razzista di Israele.

Assodato, anche in questo caso storicamente, il diritto al ritorno nella terra promessa e alla fondazione dello Stato di Israele da parte degli ebrei (quasi cancellati dall’Olocausto di Hitler), nessuno si è mai preoccupato del diritto dei palestinesi all’esistenza. La causa della guerra permanente in Palestina, dunque, è il carattere messianico dell’estremismo sionista, mescolato in un cocktail micidiale alla rabbia degli arabi che nel corso degli anni si è coagulata nell’estremismo di matrice islamica. Infatti, è utile ricordare agli smemorati che nel 1987, data della prima Intifada, gli “straccioni” palestinesi erano armati solo di pietre. Ed è da quel momento, una lotta impari contro l’esercito più armato del mondo, che si decise di sviluppare un arsenale militare.

Oggi, il governo Netanyahu, espressione dell’estrema destra e del movimento para-nazista dei coloni, sembra non dimostrare pietà (“Nessuna tregua in agenda”) e usa come scusa proprio la minaccia armata contro i “ricchi” israeliani rappresentata da Hamas, incoraggiato come sempre dalle divisioni della comunità internazionale. Dalla Casa Bianca l’amministrazione Obama si limita a condannare i “missili terroristi” lanciati da Hamas. Identica la posizione dei cugini europei della Gran Bretagna, mentre il resto della UE è divisa o preferisce tacere. Contraria, ma ininfluente, la posizione del Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-moon, che definisce “inaccettabili” gli attacchi missilistici israeliani.

Nel campo opposto, il già citato regime degli ayatollah auspica la firma di un accordo imposto dalle “potenze occidentali che sostengono i sionisti”. Duro, ma solo a parole, anche il Segretario Generale della Lega Araba, Nabil al Arabi, che chiede alle Nazioni Unite di “adottare misure per fermare l’aggressione israeliana”. Il venezuelano Maduro, successore del defunto Hugo Chavez, condanna senza mezzi termini “l’illegale Stato di Israele” e si schiera dalla parte “dell’eroico popolo palestinese”. Tutti però sembrano impotenti. Logico allora che le speranze revansciste degli oppressi palestinesi si concentrino sull’Isis e sul nascente Califfato islamico siro-iracheno.

Yara: Bossetti già condannato dai Media. È caccia a Ignoto 2

Bossetti ignoto 2Massimo Giuseppe Bossetti, l’uomo accusato di essere l’assassino di Yara Gambirasio, ha chiesto di essere interrogato dal pm di Bergamo. Il faccia a faccia tra Ignoto 1 e gli inquirenti si terrà martedì prossimo, 8 luglio, dopo che per due volte il muratore di Mapello si era avvalso della facoltà di non rispondere e aveva gridato la sua innocenza solo di fronte al gip durante l’udienza di convalida del fermo. Finalmente, dunque, entra nel vivo il procedimento giudiziario a carico del presunto omicida di Yara. Ma per Bossetti ormai è troppo tardi. Il vero processo, quello mediatico e nazional-popolare è andato già in onda a reti unificate sui teleschermi di tutta Italia. E ha espresso il suo verdetto: Bossetti è colpevole.

Nonostante le prove, inizialmente ritenute schiaccianti, si stiano rivelando perlomeno dubbie (dna, peli, celle telefoniche), il “mostro” Bossetti si ritrova da quasi un mese sbattuto in prima pagina. E poi, è veramente così importante scoprire chi ha ucciso la tredicenne di Brembate nel 2010? A giudicare dallo spiegamento di forze messo in campo dagli zar dell’informazione per soddisfare la morbosa curiosità dello spettatore italiano medio (di cultura bassa o inesistente) sembrerebbe proprio di si.

Ecco una breve carrellata di titoli di quotidiani on-line che di Bossetti dicono tutto e il contrario di tutto. “Le amiche di Yara: mai visto Bossetti vicino alla palestra”, tgcom24.it del 5 luglio 2014; “Yara, si indaga ancora tra chi frequentava la palestra di Brembate”, ilgiorno.it 5 luglio 2014; “L’omicidio di Yara, romanzo nero in Val Seriana”, espresso.it 5 luglio 2014; “Yara, la perizia aiuta Bossetti. «I peli sul corpo della ragazza forse non erano i suoi»”, ilmessaggero.it 4 luglio 2014; “I peli sul cadavere di Yara non sono di Bossetti: ha avuto un complice?”, bergamonews.it 4 luglio 2014;

E ancora: “Luminol rivela tracce in auto Bossetti. Test per capire se è sangue”, ilfattoquotidiano.it 3 luglio 2014; “Omicidio Yara, tracce sull’auto di Massimo Bossetti, forse è sangue”, lettera43.it 3 luglio 2014; “Yara, investigatori a caccia di prove. Si cercano le sim segrete di Bossetti”, tgcom24.it 2 luglio 2014; Il nome di Yara nei pc di Bossetti: “La cronaca nera mi appassiona””, ilgiorno.it 1 luglio 2014; “Yara Gambirasio, genetisti: “Dna non può essere unica prova, ma test non sbaglia””, ilfattoquotidiano.it 29 giugno 2014;

Una serie infinita di contraddizioni riportate dai giornalisti che però finiscono per cementare nel pubblico-lettore la certezza, oltre ogni ragionevole dubbio, della colpevolezza di Bossetti. Un processo in piena regola, insomma, ma celebrato al centro della piazza mediatica. Una gogna inaugurata niente di meno che dal ministro dell’Interno in persona, Angelino Alfano, che con un tweet pubblicato il 16 giugno (“Individuato l’assassino di Yara Gambirasio”) si era permesso di anticipare la sentenza. Come una brava casalinga che guarda la tv. Ennesima gaffe, dopo quella del caso Shalabayeva, di un ministro impresentabile.

La dimostrazione dei dubbi investigativi degli inquirenti (scontro procura-tribunale a Bergamo e lite tra periti su dna e peli) è data dal fatto che la caccia al presunto complice del presunto assassino Bossetti, il cosiddetto Ignoto 2, continua senza sosta. E non solo, perché sul luogo del delitto, e precisamente sulla parte esterna dei guanti di Yara, oltre a quello di Ignoto 2, è stato rinvenuto il dna di una donna, divenuta subito Ignota 3 e inserita nel calderone dei sospettati. Quasi certamente si tratta dell’ennesimo polverone mediatico, perché di dna vicino al corpo di Yara ne sono stati trovati a decine. Ma per tenere alta la tensione del pubblico tutto fa brodo.

Renzi rottama anche la Germania, ma si dimentica i marò

Renzi maròInaugurazione del semestre di presidenza italiana della UE. Matteo Renzi vola a Strasburgo per recitare la parte del rottamatore dell’austerità germanica in nome del contentino chiamato flessibilità. Durante la sua permanenza nel parlamento europeo il premier del 40,8% non si fa mancare nemmeno un teatrale botta e risposta con il capogruppo del PPE Manfred Weber, un nuovo kapò, anche lui tedesco come il kapò Martin Schulz di berlusconiana memoria.

Torna a Roma da trionfatore, dipinto come il nuovo Churchill dalla fedele stampa di Regime ma, tradito da una debordante presunzione, inciampa inaspettatamente proprio su una domanda di Bruno Vespa, il decano dei giornalisti embedded, che lo inchioda senza pietà sull’accogliente poltrona di Porta a Porta. “Perché durante il suo discorso non ha fatto alcun riferimento alla vicenda dei marò?”. Con questo fulmine a ciel sereno il multimilionario conduttore sorprende Renzi, impegnato a glorificare le meravigliose sorti e progressive dell’Italia al comando (ininfluente) dell’UE. Per qualche secondo nello studio tv di RaiUno cala il gelo. Il loquace Renzi non favella più. Poi, piano piano, comincia a balbettare qualcosa, senza però riuscire a nascondere un clamoroso imbarazzo.

Alla fine arriva una risposta di rito che non convince nessuno: “La scelta di non parlarne è voluta: è una vicenda complicata, che resta una ferita… Una parola rischia di essere di troppo. Non credo che la soluzione sia che l’Italia vada al Parlamento europeo perché non è quella la sede dove si risolvono i problemi con l’India. Non faccio campagna elettorale o demagogia sulla pelle dei marò”. Insomma, detta diplomaticamente, il presidente del consiglio si è dimenticato di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marò trattenuti in India da due anni con l’accusa di omicidio.

L’omissione renziana non è passata naturalmente inosservata, scatenando reazioni di sdegno, più o meno strumentali, soprattutto nel centrodestra. “Renzi si dimentica i nostri marò. Che tristezza” twitta Raffaele Fitto, il mister preferenze pugliese di Forza Italia. “Ci sono rimasto male, mi aspettavo di più – va giù duro l’altro Matteo, il leghista Salvini – Non una parola sui marò. Ci occupiamo dei diritti delle donne in Pakistan, giusto. Dei cristiani perseguitati in Nigeria… In questo palazzo troviamo ipocrisia e menzogna: due soldati italiani, e quindi europei, sono da due anni in galera in India e qui ci occupiamo degli sfigati di tutto il mondo, ma non dei nostri soldati”.

E pensare che Maurizio Gasparri, non certo un fulmine di guerra di intelligenza, aveva addirittura “imbeccato” il premier prima del discorso di Strasburgo. “Matteo Renzi avrai il coraggio parlando all’Europa di chiedere la libertà per i #marò?”, scriveva il social Gasparri su Twitter. Niente da fare. E così Renzi si è attirato gli strali anche della Sorella d’Italia Giorgia Meloni che si dice totalmente “sconcertata di fronte al premier Italiano che nel suo primo discorso da presidente dell’Ue invoca la reazione dell’Europa per tutte le ingiustizie del mondo, salvo per quella che viene perpetrata nei confronti dei due marò italiani illecitamente trattenuti in India da due anni in piena violazione del diritto internazionale”. All’assalto di Renzi si lanciano anche i forzisti D’Ambrosio e Gardini.

Quello che fa andare in bestia la destra italiana (o ciò che ne rimane) è l’inguaribile arroganza di Renzi che, nel suo discorso strasburghese, si lancia in una appassionata analisi geopolitica globale, passando dall’Africa alla Russia, dalla questione palestinese ai diritti delle donne in Pakistan, Nigeria e Sudan. Tutto condito da riferimenti al mondo classico nel discorso preparato dai suoi ghost writers che però non riescono assolutamente nello scopo di far sembrare il capo uno statista intellettuale.