Beppe Grillo chiude il caso Raggi con un vaffanculo

E alla fine è tornato a risuonare anche il liberatorio vaffanculo, simbolo fonetico dell’odio per la casta che ha reso possibile la nascita del M5S intorno alla figura carismatica di Beppe Grillo. L’ex comico, abbandonato il passo di lato e tornato finalmente leader del Movimento, ieri sera dal palco di Nettuno sembrava veramente il Marchese del Grillo che, rivolgendosi ai giovani e ancora sprovveduti compagni di lotta, ha fatto capire a chi lo aveva dimenticato che “io so’ io e voi nun sete un cazzo”. Dopo giorni di distruttive polemiche alimentate dai giornalisti di Regime, bisognava necessariamente mettere una pietra sopra al cosiddetto caso Raggi, al caos nella gestione del Comune di Roma che, complice l’ingenua incapacità della sindaca Virginia Raggi, rischiava di travolgere l’idea stessa che i cittadini si sono fatti del M5S: onestà e trasparenza.

Le bugie pronunciate dalla prima cittadina pentastellata e dall’assessore all’Ambiente Paola Muraro sulla notizia dell’esistenza di una indagine aperta dalla procura di Roma proprio sulla ex consulente dell’Ama (l’azienda municipale che dovrebbe occuparsi della raccolta dei rifiuti romani), hanno rappresentato un pugno nello stomaco per tutti quei cittadini che, invece di mettere mano a forconi e pistole, avevano creduto ad una pacifica soluzione a 5Stelle per i problemi di Roma e di tutta l’Italia. Se a questo si aggiunge poi il colpevole silenzio di un grillino doc come Luigi Di Maio (informato dei fatti già dai primi di agosto), il rischio di una assimilazione del grillismo alla vecchia politica, con annessa emorragia di voti, era altissimo.

Su questa situazione già devastante si sono naturalmente gettati come avvoltoi quei miserabili cortigiani del potere di turno che si fanno chiamare giornalisti i quali, di fronte alla possibilità di assestare un colpo mortale ai grillini, nemici giurati del Sistema renziano-berlusconiano-massonico-neoliberista da cui anche i pennivendoli traggono profitti, non hanno esitato a gettare nel dimenticatoio le loro sporche lacrime di coccodrillo per i morti del terremoto di Amatrice per consumare fiumi di inchiostro con l’obiettivo di trasformare l’insignificante caso Raggi in un Watergate, è proprio il caso di dirlo, all’amatriciana. Esempio su tutti di giornalismo da riporto è quello di Mario Calabresi, direttore di Repubblica e figlio del commissario Luigi Calabresi (ammazzato nel 1972 da estremisti di ‘sinistra’ come il radical chic Adriano Sofri) che ha vergato un editoriale di sdegno talmente feroce per una vicenda marginale come il caso Raggi da puzzare di vomitevole falsità. Evidentemente è un vizio di famiglia quello di essere servi. Cosa dovrebbe dire allora, lo sdegnato Mario, ai familiari dell’anarchico Giuseppe Pinelli, ‘suicidato’ da una finestra della questura di Milano perché strumentalmente accusato dai ‘Luigi Calabresi boys’ di essere coinvolto nell’attentato di piazza Fontana? Ipocrita.

Il metro dell’infame partigianeria del giornalismo italico, se qualcuno avesse nutrito ancora dubbi, ce lo ha poi offerto il presidente del Consiglio in persona, Matteo Renzi che, forse obnubilato dai continui fallimenti del suo governo in campo economico e sociale, ha avuto il coraggio di pronunciare la seguente frase: “Mai viste tante bugie”. Tu quoque Matteo? Proprio tu che, inarrivabile cazzaro, già soprannominato il ‘bomba’ quando ancora portavi i calzoni corti, facesti anticipare il tuo esordio nella stanza dei bottoni (nominato dal complice Giorgio Napolitano e mai eletto dal popolo) dalle parole “Enrico stai sereno”, indirizzate al tuo sfigato predecessore a Palazzo Chigi, l’algido Enrico Letta?

Proprio per arginare questa potenza di fuoco delle bugie di Stato ci voleva una forza altrettanto rude e decisa. Ci voleva un Beppe Grillo tornato quello di una volta. Un Grillo che ha offerto alla confusa Virginia una seconda opportunità, permettendole di prendere tempo sulla Muraro, ma imponendo la defenestrazione del chiacchierato vice capo di gabinetto Raffaele Marra. Lo stesso Grillo che ha imposto al ‘golden boy’ Luigi Di Maio l’umiliazione pubblica di cospargersi il capo di cenere per non aver reso pubbliche le notizie che aveva ricevuto. Forse ha ragione Roberto Fico quando afferma che “la nuova realtà di entrare a Palazzo, possedere un potere mai visto e nemmeno immaginato, abbia potuto far deviare dalla retta via”. Ma da oggi niente paura di nuovi errori perché Grillo è tornato, dimostrando che un vaffanculo gridato al momento giusto può tappare la bocca ai tanti nemici esterni (e interni) al M5S.

M5S contro i Poteri Forti: a Roma la festa è finita

Raffaele De Dominicis, ex procuratore generale della Corte dei Conti, è il nuovo assessore al Bilancio del Comune di Roma. Il sindaco della Capitale Virginia Raggi batte (finalmente, è proprio il caso di dirlo) un primo colpo per cercare di liberare il M5S romano dall’assedio mediatico dei giornalisti servi del Potere, scatenatosi all’indomani delle dimissioni dell’ormai ex super assessore al Bilancio, Marcello Minenna, e della sua sodale, il capo di gabinetto Carla Raineri. Gli squali con la penna in mano, naturalmente prezzolati dai cosiddetti Poteri Forti (politici renziani e berlusconiani, costruttori, cricca delle Olimpiadi e mafie capitali varie) non attendevano altro che il primo scivolone degli inesperti ed ingenui grillini per inchiodarli alla croce dell’incompetenza.

Dopo giorni di imbarazzante e imbarazzato silenzio, la sindaca Raggi, probabilmente consigliata dai vertici del Movimento al completo, ha risposto al fuoco giocandosi la carta pesante dell’ex magistrato, uomo tutto d’un pezzo (fino a prova contraria), già censore dei danni erariali provocati da Mafia Capitale, che, immediatamente, pronunciando poche parole, ha gettato nel dimenticatoio della storia Minenna ‘chi?’ e la sua protetta Raineri. Certo, i lati oscuri del caso Minenna sono ancora tutti da svelare e questo macigno di mancata trasparenza rischia di pesare sul rapporto fiduciario tra Virginia e la base grillina. E anche la notizia che l’assessore all’Ambiente Paola Muraro è indagata potrebbe destabilizzare l’ambiente a 5Stelle, nonostante la rassicurazioni del numero 2, Luigi Di Maio, sulla tenuta dell’esercito grillino. Ma le premesse del nuovo corso targato De Dominicis sono musica per le orecchie dei cittadini capitolini, quelli onesti. Intervistato dal Fatto Quotidiano, alla domanda su quale sarà la prima cosa che farà, il magistrato contabile risponde secco: “Convocherò i dirigenti nel settore di competenza e dirò loro chiaramente che con me la festa è finita…Adesso le cose sono cambiate: chi non lavora verrà cacciato. Su questo non si scherza”.

A Roma la festa è finita, dunque. O almeno si spera. È finita per quei poltronisti come Minenna e Raineri che pensano solo a gonfiarsi il portafoglio. È finita per tutti quei fannulloni raccomandati e figli di papà annidati in Campidoglio o parcheggiati nelle decine di società partecipate dal Comune. Difficile cacciarli tutti, come auspica De Dominicis, ma stanarli dai loro loculi dorati ora non sembra più impossibile. È finita per quei dirigenti di Atac, Ama e Acea, divenuti delle squallide teste di legno degli interessi di bottega dei vecchi partiti, Pd a guida Matteo Orfini in testa. È finita per la cricca di Giovanni Malagò, presidente del Coni, e di Francesco Gaetano Caltagirone, re dei cementificatori, che si vedono sfuggire dalle mani il ghiotto affare delle Olimpiadi 2024. È finita per tutti quei cittadini romani, e sono ancora la maggioranza, ignoranti, sporchi e cafoni che hanno contribuito enormemente al fallimento economico, civile e morale della caput mundi della monnezza. È finita anche, però, per tutti coloro che, iscritti, attivisti o simpatizzanti del M5S, non hanno ancora bene chiaro in testa che dal marcio romano si esce solo con una rivoluzione che, pur non essendo necessariamente violenta, deve essere dura e spietata contro i campioni dell’ancient regime che hanno reso Roma una lurida mangiatoia a cielo aperto nella disponibilità di pochi gruppi politico/criminali.

Estate romana al capolinea. In arrivo un autunno a 5Stelle contro Olimpiadi, monnezza e puzza di ‘piscio’

La sindaca di Roma a 5Stelle, Virginia Raggi, lo aveva promesso: ‘Libereremo la città dai rifiuti entro il 20 agosto’. Diciamo che la sorridente e rassicurante prima cittadina grillina ha mantenuto la parola solo a metà, mondando sì la Capitale dalla maggior parte dell’immondizia, ma lasciando qua e là quel giusto quantitativo di monnezza e sporcizia a cui i romani sono troppo abituati per vedersele sparire da sotto il naso in un sol colpo. Troppo alto il rischio di shock tra la popolazione, meglio procedere a piccoli passi. Certo, l’aria sotto i cieli di Roma sta lentamente cambiando con i grillini, ma bisogna ammettere che la neonata amministrazione pentastellata è stata favorita nell’ingrato compito di far lavorare quei ladri e fannulloni dell’Ama (l’azienda municipale che si dovrebbe occupare della raccolta dei rifiuti ndr) dalla grande fuga agostana dei romani.

La sindaca di Roma Virginia Raggi

I cassonetti non più strabordanti di schifezze sono stati svuotati con più facilità. Ma la prova del nove arriverà a settembre con la città nuovamente brulicante di romani zozzoni (che hanno ancora il coraggio di parlar male dei napoletani), di zingari puzzolenti e di mendicanti che frugando indisturbati nei cassonetti (che fine ha fatto la Polizia Municipale?) hanno finito per ridurre la Caput Mundi alla stregua di una fogna di Calcutta. Per il momento, dal punto di vista dell’impegno civico di cittadini e istituzioni, la mano salvifica dei seguaci di Beppe Grillo non ha avuto nessun effetto. Intanto, però, durante la giornata del 31 agosto si è verificato un mezzo miracolo: Roma non puzzava più di piscio di cane. Merito degli uomini e delle donne con le 5 Stelle sul petto, penserà il lettore sprovveduto. E invece no. La (momentanea) cessazione dei cattivi odori, gentile regalo ai concittadini offerto dalla criminale ignoranza/arroganza dei padroni dei simpatici quadrupedi, è esclusivo merito della pioggia torrenziale che, dopo mesi di irrespirabile siccità, ha spazzato i marciapiedi della Capitale con una forza tale da rendere un servigio insperato al carrozzone clientelare della nettezza urbana capitolina. Cadeau meteorologico comunque gradito anche dalle parti del Campidoglio.

Una fine estate romana all’insegna delle sorprese se si pensa che, incredibile ma vero, nelle stazioni della boccheggiante metropolitana dell’Urbe sono stati avvistati persino i controllori. Meraviglia, stupore e panico incontenibile tra i milioni di utenti free ticket del servizio di trasporto offerto, si fa per dire, dall’altro famoso carrozzone clientelare romano: l’Atac. Di fronte ai volenterosi, ma raffazzonati e più o meno casuali tentativi, appena descritti, di rendere quantomeno vivibile un agglomerato urbano e di carne umana divenuto una sorta di girone dantesco, la questione della candidatura di Roma ad ospitare le Olimpiadi del 2024 diventa dirimente. La città è sull’orlo del collasso civile e amministrativo, i romani non le vogliono, gli elettori pentastellati non ne vogliono nemmeno sentir parlare perché i Giochi (secondo loro e secondo chi scrive) portano solo tangenti, corruzione e rogne. Per il momento Virginia Raggi, vigliaccamente o (speriamo) furbescamente, ha preso tempo, rinviando il redde rationem con i ricchi affaristi e costruttori capitanati da quell’eterno fighetto di Giovanni Malagò, presidente del Coni, ai primi di ottobre. La base grillina, però, è in fermento e pretende da Virginia una parola chiara e definitiva sull’argomento: ‘NO’.

Quirinale, la legge di Renzi

Giornata politica italiana divisa tra le reazioni ai risultati clamorosi, ma attesi, delle elezioni in Grecia e le grandi manovre per il Quirinale. I membri del governo provano ad intestarsi la vittoria di Tsipras in Grecia, ma Lega, Sel e M5S li sbugiardano. Matteo Renzi incontra i parlamentari Pd per imporre un percorso condiviso (da lui e Berlusconi) sul Quirinale: porte aperte a una candidatura femminile, nessuna rosa di nomi come chiesto da Beppe Grillo, ma un candidato unico a partire dalla quarta votazione e scheda bianca nelle prime tre. Secondo il premier il nuovo capo dello Stato verrà eletto «sabato mattina», 31 gennaio. Francesco Storace denuncia la ‘tattica della scheda bianca’. Pippo Civati non ci sta e candida Romano Prodi. Domani al via le (finte) consultazioni tra partiti, M5S autoescluso.

 

renzi berlusconiL’incubo delle cancellerie europee, Alexis Tsipras, è divenuto reale dopo il trionfo di Syriza nelle elezioni greche. E allora i politici, soprattutto quelli italiani, per loro stessa natura ‘doppiogiochisti’, cercano di saltare sul carro del vincitore. È presto per abbandonare la nave dell’austerità di Bruxelles, la falla aperta da Tsipras potrebbe essere ancora riparata. Ma la casta dei nostri tenta comunque di piegare al proprio interesse la vittoria dei ‘rossi’ ellenici. Non si sa mai. Il primo a farsi avanti, di buon mattino, è il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che non considera affatto l’esperienza delle sinistra radicale greca come un trampolino di lancio per le aspirazioni degli antirenziani di casa nostra. Anzi, secondo lui, la vittoria di Tsipras non va letta come un gesto di rottura nei confronti delle politiche economiche Ue, ma solo come un passo avanti della ‘linea della flessibilità’ rispetto a quella, drammaticamente perdente, dell’austerità. In pratica, secondo la fantasia del titolare della Farnesina, Tsipras sarebbe il miglior alleato di Matteo Renzi che intanto però, con ostentato provincialismo, si perde in affettuose effusioni con Angela Merkel, cercando di venderle le bellezze artistiche di Firenze come nemmeno Totò con la Fontana di Trevi. Anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Sandro Gozi, pur di occupare poltrone, si presta senza problemi ad una presa in giro globale affermando che «Tsipras in Italia si chiama Renzi».

Ci pensa Nichi Vendola a denunciare il tentativo dei renziani di mettere il cappello perfino sulla vittoria della sinistra internazionalista. «Lui e Renzi hanno idee molto diverse», dichiara il leader di Sel, «ecco perché trovo ridicoli quelli che dal Pd ieri scrivevano tweet entusiasti per la vittoria di Tsipras». A mettere in guardia il ‘George Clooney del Partenone’ ci si mette anche il grillino Luigi Di Maio con un «consiglio non richiesto». «Stai lontano da Matteo Renzi, la sua ipocrisia è pericolosa», scrive su facebook il ‘pupillo a 5Stelle’. Che l’effetto Tsipras rischi di rivoltare l’impolverata Ue come un calzino lo dimostrano le parole del leghista Roberto Maroni secondo cui la vittoria di Syriza «è più che un’apertura all’euroscetticismo. Può essere il grimaldello che scardina questa vecchia Europa e crea le condizioni perché si apra una fase nuova». Un possibile connubio tra gli opposti estremismi di destra e sinistra anticipato nei giorni scorsi dall’endorsement di Tsipras pronunciato da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. In mezzo a questo sirtaki parlamentare, approfitta di Tsipras per farsi pubblicità persino il ‘fittiano’ Raffaele Fitto, in rotta con Arcore, secondo cui adesso «l’Ue cambia o muore».

Il capitolo Quirinale, entrato oggi nella settimana decisiva, si apre sulle Agenzie di stampa con una bugia grossa come una casa. A pronunciarla è il capogruppo del Pd alla Camera, Roberto Speranza, secondo cui «il patto del Nazareno riguarda solo le riforme, e non c’è nessuno scambio con la scelta del Presidente della Repubblica». Nessuno sprezzo del ridicolo da parte del lucano Speranza. Con queste premesse, si sono svolte in mattinata le riunioni dei gruppi parlamentari Dem con il premier, prima alla Camera e poi al senato. Scopo dichiarato è quello di tracciare una linea di partito comune in vista del primo scrutinio previsto per giovedì 29 gennaio. O meglio, sarà Renzi stesso ad imporre la sua volontà, pena la spaccatura del partito. «Il Pd voterà scheda bianca alle prime tre votazioni». È questa la proposta che non si può rifiutare formulata dal segretario/premier. Chi poi non dovesse condividere il nome del prescelto, calato dall’alto del patto del Nazareno, «dovrà dirlo apertamente». In modo da poter essere inserito per tempo, aggiungiamo noi, nelle liste di proscrizione che da qualche giorno circolano sui giornali (vedi ‘Il Foglio’ di Giuliano Ferrara imbeccato dal n. 2 renziano Luca Lotti).

Di fronte ai suoi Renzi sembra avere le idee chiare e risponde indirettamente a Beppe Grillo che ieri gli aveva chiesto di fare i nomi dei candidati piddini al Quirinale. «Non li facciamo perché poi decidano altri», ha detto il premier che non ci pensa proprio a farsi bruciare dai grillini il nome (uno ‘spaventapasseri’ che non disturbi i manovratori del Nazareno), probabilmente già deciso con Silvio Berlusconi, che verrà tirato fuori dal mazzo al momento opportuno. Del resto, è lui stesso ad ammetterlo candidamente: «Il Pd farà un nome secco per il Colle, alla quarta votazione, e non proporrà una terna». Ordini chiari e precisi che il ‘quasi dissidente’ lettiano Francesco Boccia non ode, augurandosi al contrario che «da oggi in poi si tiri fuori una rosa di nomi che vada bene a tutte le forze politiche», M5S compreso. A favore della ‘rosa’ si dice anche il deputato Franco Monaco, ma il presidente della Repubblica verrà eletto solo «con chi ci sta», ribadisce a muso duro Renzi. Fiori nei cannoni, invece, per il ‘dissidente a targhe alterne’ Stefano Fassina che caldeggia l’unità del partito e la necessità di «cercare l’interlocuzione anche con Forza Italia». Alla faccia di Tsipras e delle bellicose prese di posizione dei mesi scorsi. Al contrario, Davide Zoggia implora, inascoltato, di evitare la scelta di un nome che venga «associata al patto del Nazareno». Proposta condivisa da Cesare Damiano.

Decide invece di rompere gli indugi (forse) il ‘civatiano’ Pippo Civati che prende carta e penna per scrivere una lettera alla segreteria Pd per indicare il suo nome per il Colle: Romano Prodi. Un palese tentativo di mettere in difficoltà l’ex amico Renzi. Un nome, quello di Prodi, «fuori dai giochi» secondo il renziano doc Stefano Bonaccini. Chi invece sente puzza di marcio è Francesco Storace che giudica «gravissimo» l’annuncio di Renzi. «La scheda bianca alle prime tre votazioni significa che si va ad un soluzione di basso profilo», denuncia su facebook il fondatore de La Destra, «ad una scelta con la pistola sul tavolo quando i voti necessari saranno 505 e il premier potrà ricattare praticamente tutti gli schieramenti, ad un metodo che renderà determinanti 148 parlamentari eletti con un premio di maggioranza incostituzionale».

Renzi alle Olimpiadi

renzi-olimpiadi-roma-2024Matteo Renzi ufficializza la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024. Un modo per allontanare l’attenzione dai nuovi arresti di tre ufficiali della Marina Militare nell’inchiesta Mafia Capitale. Ignazio Marino sostituisce tra le polemiche un altro assessore. La responsabile Welfare del Pd Micaela Campana, intercettata con Buzzi, non si dimette e Giorgia Meloni correrà per il Campidoglio. Critiche alla governatrice Debora Serracchiani per i rimborsi facili in Regione Friuli Venezia Giulia. Politica e corruzione: Beppe Grillo accusa Renzi e i partiti. Assemblea nazionale Pd il giorno dopo: pace armata tra renziani e minoranza ‘di sinistra’. Il segretario-premier non caccia nessuno e gli oppositori per il momento rinunciano all’ipotesi scissione. Incontro Renzi-Prodi per parlare di Quirinale? Domani il temutissimo Tax day.

Un clima di incontenibile entusiasmo di dirigenti sportivi e atleti (in prima fila il presidente ‘trendy’ Giovanni Malagò) quello che ha accolto questa mattina Matteo Renzi nella sede del Coni per la cerimonia di consegna dei Collari d’oro 2014. E il premier non si è lasciato sfuggire l’occasione per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dall’inchiesta Mafia Capitale con uno dei suoi mirabolanti annunci: «L’Italia presenterà la propria candidatura ai Giochi olimpici del 2024». Mafia a Roma permettendo. Ma non solo, perché, secondo ‘il bomba’, noi italiani non parteciperemo ai Giochi «con lo spirito di De Coubertin, per partecipare: lo faremo per vincere, statene certi». Manca solo un ducesco ‘E vinceremo!’.

Non altrettanto entusiasta della notizia si dimostra il grillino Alessandro Di Battista secondo il quale «oggi, in pieno scandalo #MafiaCapitale questi amici dei ladri pensano a lanciare le Olimpiadi di Roma». Il membro del direttorio M5S ricorda inoltre che i politici «hanno mangiato su Italia ’90 e sui Mondiali di nuoto del 2009». Non meno ‘oxfordiano’ si dimostra il leader della Lega Matteo Salvini per il quale si tratta semplicemente di «una follia, sarebbe l’Olimpiade dello spreco. Tirino fuori i soldi per sistemare strade, scuole e ospedali. E poi ripensino alle Olimpiadi». I soliti ‘gufi antimodernisti’ non devono però preoccuparsi perché il ‘progetto Olimpiadi’ (e appalti) coinvolgerà, a sentir dire Renzi, altre città italiane «da Firenze, a Napoli, alla Sardegna» e «saremo all’avanguardia nel controllo della spesa». Quantomeno una promessa azzardata visti i precedenti ancora caldi.

Mafia Capitale, appunto. Stamattina sono stati eseguiti altri sei arresti, tra cui tre membri della Marina Militare. Intanto, il sindaco Ignazio Marino ha sostituito l’assessore alle Politiche sociali Rita Cutini con Francesca Danese («cugina, praticamente nipote, di Giulio Andreotti», scrive ‘Il Giornale’). Un avvicendamento misterioso perché la Cutini era finita al centro delle polemiche, accusata proprio dal Pd di non aver saputo affrontare la ‘rivolta di Tor Sapienza’. E Salvatore Buzzi, intercettato, diceva di lei all’attuale vicesindaco Luigi Nieri: «Dacce ‘na mano perché stamo veramente messi male co’ la Cutini». Col senno di poi, i fatti di Tor Sapienza potrebbero essere letti come una provocazione pilotata da certi ambienti di destra, ma a pagare resta inspiegabilmente la Cutini che se ne va sbattendo la porta e smentendo la motivazione buonista propagandata da Marino che ha parlato di «separazione consensuale». Perché?

Un altro membro del Pd finito nella bufera è la renzianissima responsabile del Welfare Micaela Campana, intercettata mentre chiama Buzzi «grande capo», sospettata di aver presentato un’interrogazione parlamentare (rigettata) in favore del ras della cooperativa ’29 giugno’ e con l’ex marito, Daniele Ozzimo, assessore indagato nell’inchiesta ‘mondo di mezzo’. Troppo poco. Lei, imperturbabile, intervistata dal ‘Corriere della Sera’, nega tutto e si incolla alla poltrona. Ancora più incomprensibile, se si vuole, è l’annunciata candidatura al Campidoglio di Giorgia Meloni, presidente di Fd’I. «Appena il Pd manderà a casa Kung Fu Panda Marino non ci tireremo indietro dalla sfida per il Campidoglio. Io sarò in prima fila se sarà necessario», ha dichiarato ieri ‘Giorgina’ al teatro Quirino di Roma. Ricordiamo agli smemorati che la Meloni è compagna di partito di Gianni Alemanno, indagato per associazione mafiosa insieme ai suoi più stretti collaboratori che con lui hanno ‘amministrato’ la città fino al 2013. Alle ripetute richieste di autocritica (Alemanno è parte importante della destra storica romana) Meloni ha sempre risposto picche, senza però riuscire a spiegare perché i presunti difensori della legalità contro ‘negri’ e ‘zingari’ erano i primi a fare soldi sporchi sulla loro pelle. Sul tema Mafia Capitale, si rifà vivo Luciano Violante, da poco trombato nella corsa verso la Consulta. Il pupillo di Giorgio Napolitano propone di «fare subito un congresso straordinario a Roma» allo scopo di «ripulire e non dimenticare».

Politica e corruzione, due vocaboli che si confondono secondo Beppe Grillo. Il guru del M5S sul suo blog paragona il premier ad un membro della Banda Bassotti perché «di fronte alla valanga di corruzione che sta travolgendo l’Italia ha avviato un ddl e non un decreto legge che potrebbe essere attivo in breve tempo» e preferisce occuparsi di questioni secondarie come l’abolizione del Senato e dell’articolo 18. Le motivazioni di questo comportamento non lasciano spazio ad interpretazioni: «La prima fonte di corruzione sono i partiti e le loro innumerevoli diramazioni, dalle fondazioni alle partecipate, è da autolesionisti andare contro sé stessi».

L’Assemblea nazionale del Pd di ieri si è chiusa tra accuse reciproche, con la maggioranza renziana e la minoranza interna che convivono ormai da separati in casa. Comunque sia, nessuno dei frondisti, a parte Pippo Civati, ha evocato la parola ‘scissione’. Anzi, Stefano Fassina ha rivendicato anche oggi l’intenzione dei ribelli di rimanere a lottare nel partito ed ha accusato Matteo Renzi di cercare un casus belli per andare ad elezioni anticipate («Se vuole il voto lo dica»). Il premier ha ribattuto con un inequivocabile «non accetto diktat». Senza dimenticare che sui contrasti piddini aleggia sempre l’ombra di Silvio Berlusconi che, non a caso, proprio ieri, in contemporanea con l’happening romano dell’Hotel Parco dei Principi, ha fatto la sua irruzione mediatica confermando che nel patto del Nazareno è prevista anche la nomina del nuovo presidente della Repubblica. Eventualità subito smentita da una coppia di imbarazzatissimi vicesegretari del Pd, Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini. Ma, ad infittire il mistero Quirinale, si è aggiunto, oggi pomeriggio, il primo incontro ufficiale ‘già previsto’ a Palazzo Chigi tra il premier e Romano Prodi. Fantapolitica, però, pensare che Renzi voglia puntare sul Professore al Colle dopo l’impallinamento subito dai 101 franchi tiratori nel 2013. Più facile immaginare un accordo tra i due.

Proprio la ‘renziana riciclata’ Serracchiani è finita al centro dell’ennesimo scandalo di casta. In Friuli Venezia Giulia, dove la nostra ‘eroina’ occupa anche la poltrona di Governatore, maggioranza e opposizione ‘nazarene’ hanno votato un emendamento bipartisan che assicura lauti rimborsi ai consiglieri regionali anche in caso di assenza dal lavoro (se di lavoro si può parlare). Uno scandalo doppio se si tiene conto che nella ‘Serracchiani’s land’ è ancora aperta un’inchiesta per Rimborsopoli con altri 20 consiglieri chiamati a rispondere di spese facili con soldi pubblici.

80 euro, quota 96, pensioni: le promesse di Renzi vanno in ferie

Renzi al mareIl governo Renzi viaggia ormai a vele spiegate verso l’approvazione del primo passaggio in Senato delle riforme costituzionali. Entro l’8 agosto, secondo il calendario stabilito insieme a Pietro Grasso, presidente suicida di Palazzo Madama, sarà tutto finito e i poveri parlamentari potranno così godersi qualche giorno di meritata vacanza, dopo un anno speso a spingere l’Italia sempre di più verso il fallimento. Peccato che, insieme ai politici, anche le sfavillanti promesse fatte agli italiani dal “bomba” premier fiorentino abbiano deciso di prendersi un lungo periodo di ferie.

È notizia ancora fresca la vergognosa marcia indietro messa dal Gianburrasca di Pontassieve su quattro norme del decreto Pubblica Amministrazione, votato dalla Camera con voto di fiducia. Si tratta del mancato pensionamento di 4000 lavoratori della Scuola (cosiddetti “quota 96”, somma di età anagrafica e contributiva) rimasti già bloccati dalla riforma delle pensioni di “coccodrillo” Elsa Fornero. Niente prepensionamento anche per medici primari e baroni universitari, niente abolizione delle penalizzazioni per chi lascia il lavoro a 62 anni, e persino niente vitalizi per i parenti delle vittime del terrorismo.

La motivazione ufficiale è che mancano le coperture economiche. Si tratta di “soli” 580 milioni in 7 anni, una briciola del bilancio dello Stato ma che, unita al dietro front renziano sull’estensione della platea dei beneficiari degli 80 euro in busta paga, diventa più di un indizio sulle difficoltà che Renzi sta incontrando a far digerire le sue balle al mondo reale, come nell’imitazione che ne fa il comico Maurizio Crozza. Sicuramente non è colpa del premier, Renzi non ne sapeva niente. Si starà ripetendo la “ggente” come in un qualsiasi regime dittatoriale che si rispetti.

E allora? Chi sono i colpevoli, i gufi, i sabotatori, i nemici della patria da additare al pubblico ludibrio? I rilievi sulle mancate coperture economiche delle sparate renziane sono partiti dalla Ragioneria Generale dello Stato, la tecnostruttura del ministero del Tesoro dove i renziani non sono ancora riusciti a mettere piede. I soliti burocrati, si dirà, come il capo di gabinetto del ministro Padoan, Roberto Garofoli, o il ragioniere generale, Daniele Franco, ansiosi di difendere le loro rendite di posizione a scapito del bene comune. E sarà pure così, ma le casse dello Stato sono vuote veramente, se si esclude il coniglio che ogni tanto Renzi ne tira fuori.

Un altro untore da additare al pubblico ludibrio risponde al nome di Carlo Cottarelli, commissario alla misteriosa spending review che si è permesso di far notare all’esecutivo che molte spese già messe in bilancio per il 2014 (compresa “quota 96”) sono state fatte prima ancora di trovare le coperture. La rabbiosa frustrazione del “governo del fare” è talmente incontenibile da far affermare a Francesco Boccia, padre di “quota 96” e renziano dell’ultima ora, che il Mef è “una potente burocrazia fuori controllo”. Vero, come è vero che gli italiani sono sempre più poveri.

Il fatto che Renzi abbia perso l’appoggio di alcuni Poteri Forti è però innegabile. Clamorose le critiche mosse al nipotino di Gelli dal cacciatore di upupe (insieme al presidente Napolitano) Eugenio Scalfari: prima renziano sfegatato ed ora divenuto un pericoloso scettico (“l’operazione 80 euro è fallita”). Preoccupante il fuoco di fila antirenziano delle Grandi Firme del Corriere della Sera, da Alberto Alesina a Giuseppe De Rita, da Francesco Giavazzi a Michele Ainis e Massimo Franco. Tutti folgorati dal verbo fiorentino ed ora quasi pentiti. Stesso discorso per Il Sole 24ore e per una serie di imprenditori capitanati da Diego Della Valle. Guerra per accaparrarsi prebende e poltrone, o l’inizio della fine della brevissima Era renziana?

Renzi-Berlusconi: dal Patto del Nazareno alla Grande Coalizione

Pattodel NazarenoAll’indomani della sentenza di appello del Tribunale di Milano che ha assolto Silvio Berlusconi nel processo Ruby, ribaltando clamorosamente la condanna a 7 anni inflitta in primo grado al capo di Forza Italia, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, è riuscito a volare fino in Africa, in Mozambico, a Maputo, per dichiarare quello che tutto il mondo già sapeva. “In un paese civile le regole si fanno insieme – ha detto il premier a chi gli chiedeva lumi sulla solidità del Patto del Nazareno– dal punto di vista istituzionale avrei mantenuto la parola anche se Berlusconi fosse stato condannato”.

La misteriosa conferma da parte del Rottamatore del patto segreto siglato con il Caimano nella sede appena espugnata del Pd, veniva considerata scontata da tutti gli addetti ai lavori, compresi coloro i quali si sono convinti da tempo che i fili del pactum sceleris del Nazareno siano tirati da Licio Gelli, il Venerabile Maestro della P2. Con Berlusconi trasformato miracolosamente da Papi Prostituente in Padre Costituente, l’accordo tra destra e sinistra potrebbe compiere ora un ulteriore passo avanti.

“Se l’oggetto di questo governo sono le riforme cosa c’è di strano che Berlusconi rientri in maggioranza? Io dico che Forza Italia deve entrare in maggioranza – dichiara senza mezzi termini il senatore Paolo Naccarato di Gal – “Archiviata l’alleanza con i 5 stelle, l’agenda dei mille giorni evocata dal premier va proprio in questa direzione”. Un abbozzo di trattativa che, se si vuole dar credito al retroscena riportato dal fattoquotidiano.it, sarebbe stato avallato da Berlusconi in persona che, oltre ad Italicum e Senato vuole portare a casa la “riforma” della Giustizia. E non solo, perché già si vocifera di un lavorio diplomatico portato avanti sottobanco dagli sherpa pro-Renzi Denis Verdini e Gianni Letta.

I due, secondo il quotidiano diretto da Peter Gomez, starebbero tramando con i renziani per far rientrare FI prima in maggioranza e poi addirittura al governo (il totoministri riporta già i nomi di Alessandro Cattaneo ed Elena Centemero). Un piano diabolico che rappresenterebbe una Nakba (la Catastrofe dei palestinesi) per le ambizioni di Angelino Alfano e la sopravvivenza stessa di Ncd, ma soprattutto diventerebbe la pietra tombale del dialogo sulle Riforme intavolato da Renzi con il M5S.

A dire la verità lo stucchevole (per Renzi) dibattito con i grillini su preferenze e clausole di sbarramento era già stato stoppato dall’apatia e dalla strabordante pinguedine mostrata senza vergogna dal giovane premier durante la diretta streaming di qualche giorno fa. Ma il Movimento, con in testa Luigi Di Maio, aveva comunque deciso di andare avanti. Per uscire dall’angolo politico in cui è stato cacciato ma, soprattutto, per mostrare agli italiani il bluff di Renzi che finge di trattare con i seguaci di Beppe Grillo quando ha già in tasca il Patto del Nazareno.

Diciamo che Grillo e i suoi non hanno preso molto sportivamente la rinnovata corrispondenza di amorosi sensi tra il “nipotino di Gelli” (copyright Piero Pelù) e la tessera P2 1816. Sul blog del guru genovese è apparso prima un post che riportava una parte del discorso pronunciato il 19 luglio dal magistrato Nino Di Matteo, in cui il pm del processo alla trattativa Stato-mafia ha attaccato, senza nominarli, il presidente “interventista” Giorgio Napolitano e “un soggetto da molto tempo colluso con gli esponenti di vertice di Cosa Nostra” (Berlusconi ndr) che oggi “discute con il Presidente del Consiglio in carica di riformare la legge elettorale e quella Costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino all’ultimo respiro”. Messaggio chiaro quello voluto lanciare da Grillo.

Domenica sera, poi, Di Maio e gli altri protagonisti della trattativa con Renzi hanno provato a rilanciare una proposta in 6 punti al solo scopo di smascherare la “tattica dilatoria” del “gasteropode Renzie” interessato, in realtà, solo a confermare il Patto del Nazareno.

Renzi rottama anche la Germania, ma si dimentica i marò

Renzi maròInaugurazione del semestre di presidenza italiana della UE. Matteo Renzi vola a Strasburgo per recitare la parte del rottamatore dell’austerità germanica in nome del contentino chiamato flessibilità. Durante la sua permanenza nel parlamento europeo il premier del 40,8% non si fa mancare nemmeno un teatrale botta e risposta con il capogruppo del PPE Manfred Weber, un nuovo kapò, anche lui tedesco come il kapò Martin Schulz di berlusconiana memoria.

Torna a Roma da trionfatore, dipinto come il nuovo Churchill dalla fedele stampa di Regime ma, tradito da una debordante presunzione, inciampa inaspettatamente proprio su una domanda di Bruno Vespa, il decano dei giornalisti embedded, che lo inchioda senza pietà sull’accogliente poltrona di Porta a Porta. “Perché durante il suo discorso non ha fatto alcun riferimento alla vicenda dei marò?”. Con questo fulmine a ciel sereno il multimilionario conduttore sorprende Renzi, impegnato a glorificare le meravigliose sorti e progressive dell’Italia al comando (ininfluente) dell’UE. Per qualche secondo nello studio tv di RaiUno cala il gelo. Il loquace Renzi non favella più. Poi, piano piano, comincia a balbettare qualcosa, senza però riuscire a nascondere un clamoroso imbarazzo.

Alla fine arriva una risposta di rito che non convince nessuno: “La scelta di non parlarne è voluta: è una vicenda complicata, che resta una ferita… Una parola rischia di essere di troppo. Non credo che la soluzione sia che l’Italia vada al Parlamento europeo perché non è quella la sede dove si risolvono i problemi con l’India. Non faccio campagna elettorale o demagogia sulla pelle dei marò”. Insomma, detta diplomaticamente, il presidente del consiglio si è dimenticato di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marò trattenuti in India da due anni con l’accusa di omicidio.

L’omissione renziana non è passata naturalmente inosservata, scatenando reazioni di sdegno, più o meno strumentali, soprattutto nel centrodestra. “Renzi si dimentica i nostri marò. Che tristezza” twitta Raffaele Fitto, il mister preferenze pugliese di Forza Italia. “Ci sono rimasto male, mi aspettavo di più – va giù duro l’altro Matteo, il leghista Salvini – Non una parola sui marò. Ci occupiamo dei diritti delle donne in Pakistan, giusto. Dei cristiani perseguitati in Nigeria… In questo palazzo troviamo ipocrisia e menzogna: due soldati italiani, e quindi europei, sono da due anni in galera in India e qui ci occupiamo degli sfigati di tutto il mondo, ma non dei nostri soldati”.

E pensare che Maurizio Gasparri, non certo un fulmine di guerra di intelligenza, aveva addirittura “imbeccato” il premier prima del discorso di Strasburgo. “Matteo Renzi avrai il coraggio parlando all’Europa di chiedere la libertà per i #marò?”, scriveva il social Gasparri su Twitter. Niente da fare. E così Renzi si è attirato gli strali anche della Sorella d’Italia Giorgia Meloni che si dice totalmente “sconcertata di fronte al premier Italiano che nel suo primo discorso da presidente dell’Ue invoca la reazione dell’Europa per tutte le ingiustizie del mondo, salvo per quella che viene perpetrata nei confronti dei due marò italiani illecitamente trattenuti in India da due anni in piena violazione del diritto internazionale”. All’assalto di Renzi si lanciano anche i forzisti D’Ambrosio e Gardini.

Quello che fa andare in bestia la destra italiana (o ciò che ne rimane) è l’inguaribile arroganza di Renzi che, nel suo discorso strasburghese, si lancia in una appassionata analisi geopolitica globale, passando dall’Africa alla Russia, dalla questione palestinese ai diritti delle donne in Pakistan, Nigeria e Sudan. Tutto condito da riferimenti al mondo classico nel discorso preparato dai suoi ghost writers che però non riescono assolutamente nello scopo di far sembrare il capo uno statista intellettuale.

Caos Pd: purghe renziane, franchi tiratori e sospetti sulla Leopolda

purghe renzianeDalle parti di via del Nazareno sono certi che per i 13 senatori dissidenti siano già pronte le purghe renziane. Il gruppo dei 13 si è autosospeso dal Pd in solidarietà con Corradino Mineo e Vannino Chiti, epurati dalla commissione Affari Costituzionali perché non in linea con il percorso di Riforme costituzionali imposto dal cerchio magico del premier. Giusto il tempo per Renzi di rientrare dal viaggio nella Repubblica Popolare Cinese, dove sicuramente avrà potuto prendere ispirazione, e poi il destino “siberiano” di Mineo & co. sarà segnato.

Altro che democrazia interna, il Pd somiglia sempre di più, anche se con un tocco di amatriciana, al Partito Comunista dell’Unione Sovietica degli anni ’30 quando, per essere bollati come dissidenti e traditori, bastava il solo sospetto, uno sguardo o un bicchiere di vodka di troppo bevuto da Stalin. Oggi i tempi sono cambiati. Spedire un oppositore politico di fronte al plotone di esecuzione o nelle gelide steppe della Siberia non va più di moda, almeno dalle parti del Colosseo. Meglio usare i pugnali avvelenati delle congiure di Palazzo. Per il Pd a trazione Renzi il record elettorale del 40,8% nelle urne europee, ottenuto appena pochi giorni fa, non è stato però sufficiente a tacitare il dissenso interno. La pax renziana è stata rotta dalla disperata azione dei dissidenti che pagheranno inevitabilmente con l’espulsione. Ma senza fare troppo rumore. Corradino Mineo, il Che Guevara dei dissidenti, ha promesso comunque battaglia nell’assemblea nazionale Pd del 14 giugno.

Ecco i nomi dei 13 che sono stati subito marchiati a fuoco come traditori dai fedelissimi del premier Luca Lotti e Maria Elena Boschi perché hanno avuto il coraggio di metterci la faccia: Felice Casson, Vannino Chiti, Paolo Corsini, Erica D’Adda, Nerina Dirindin, Maria Grazia Gatti, Sergio Lo Giudice, Claudio Micheloni, Corradino Mineo, Massimo Mucchetti, Lucrezia Ricchiuti, Walter Tocci, Renato Turano (giallo sul 14esimo nome, quello della deputata Maria Chiara Gadda).

Che il partito non sia ancora un monolite come in URSS ai tempi dello Zio Joe, lo dimostra però l’inquietante vicenda dei franchi tiratori grazie ai quali è passato a Montecitorio l’emendamento del leghista Pini sulla responsabilità civile dei magistrati. Mercoledì 11 giugno ci sono state tra le 50 e le 70 “manine” piddine che, nel segreto dell’urna e senza metterci la faccia, hanno votato contro il parere del governo e approvato una norma che, se confermata a Palazzo Madama, si porrebbe come una vendetta nei confronti dei magistrati impegnati a scoperchiare la Nuova Tangentopoli. Questo almeno il parere di Csm, Anm e diversi costituzionalisti che leggono nella limitazione della libertà di giudizio dei giudici un vulnus all’indipendenza della magistratura sancita dalla Costituzione.

Fatto sta che il Pd si è spaccato, sommerso dalle vicendevoli accuse tra correnti. Renzi non controlla il partito in parlamento, si è detto da più parti. Ma nel caso specifico della responsabilità civile dei magistrati montano i sospetti che siano stati proprio i renziani a travestirsi da franchi tiratori per lanciare un segnale ai berlusconiani (nemici giurati dei giudici) in vista delle prossime larghe intese.

Pd sotto il pieno controllo del dittatore fiorentino, dunque? Se si volesse dar credito alle indiscrezioni riportate sul Fatto Quotidiano del 12 giugno da Fabrizio D’Esposito non parrebbe proprio. Voci di transatlantico di origine Dem riportano un tremendo sospetto: “Vuoi vedere che dal Consorzio Venezia Nuova sono partiti contributi per la Leopolda?”. Ma sono solo voci, per il momento.

Da Brunetta a Tremonti: breve dizionario VIP dell’inchiesta Mose

Renato Brunetta, Massimo Cacciari, Giancarlo Galan, Niccolò Ghedini, Enrico Letta, Gianni Letta, Pietro Lunardi, Altero Matteoli, Marco Milanese, Giorgio Orsoni, Flavio Tosi, Giulio Tremonti. Ormai non passa giorno senza che dall’inchiesta sulle tangenti Mose a Venezia non spunti fuori il nome di un politico famoso, di centrodestra o di centrosinistra, senza distinzioni. Evidentemente, a più di un anno dai primi arresti, gli interrogatori dei vertici della cosiddetta cricca del Mose stanno dando i loro frutti.

Le gole profonde che rischiano di fare esplodere una Nuova Tangentopoli sono 4: Giovanni Mazzacurati, padre-padrone del Consorzio Venezia Nuova; Roberto Pravatà. Vicedirettore generale del Consorzio e braccio destro di Mazzacurati; Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani srl, socio di maggioranza del CVN; Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan. Non tutti i politici VIP chiamati in causa dalla cricca risultano indagati, ma ciascuno di loro sembra avere qualcosa da nascondere, anche se tutti si dichiarano innocenti. Ecco un breve dizionario delle loro (presunte) malefatte:

BRUNETTA, Renato

Il pitbull berlusconiano, nel 2010 avversario di Orsoni nella corsa alla poltrona di sindaco di Venezia, viene tirato in ballo da Baita. “So che il candidato su cui aveva puntato il Consorzio era Orsoni – confessa l’imprenditore – so che Brunetta si era molto risentito, credo che abbiano accontentato anche Brunetta in misura minore”. Non indagato.

 

CACCIARI, Massimo

Sindaco-filosofo del capoluogo lagunare dal 1993 al 2000, Cacciari è stato “tradito” sia da Mazzacurati che da Baita i quali hanno raccontato dei favori chiesti dal primo cittadino al CVN. La richiesta di inserire nella società Thetis tale Paruzzo, suo uomo di fiducia. L’indicazione a Mazzacurati di comprare le azioni Thetis al posto dell’uscente Eni. La pretesa di aiuti del CVN all’impresa Marinese e di una sponsorizzazione da 300mila euro alla squadra di calcio del Venezia. Non indagato, ha ammesso alcuni addebiti.

 

GALAN, Giancarlo

Il nome dell’ex governatore veneto e ministro Pdl è stato tra i primi a saltare fuori e quello che ha creato più scandalo a causa dei sospetti su uno stipendio annuale di 1 milione di euro versato dalla cricca del Mose nelle sue tasche. Le immagini della villa sui Colli Euganei restaurata sfarzosamente a spese del contribuente sono diventate virali. Su di lui pende una richiesta di arresto alla Camera in quanto deputato.

 

GHEDINI, Niccolò

Accusato direttamente da Mazzacurati, lo storico avvocato “Mavalà” di Berlusconi si sarebbe lamentato con i vertici del Consorzio perché “noi soldi non ne tiravamo fuori, per cui ci fu una discussione perché diceva che davamo troppo pochi soldi (al Pdl ndr)”. Come un volgare estorsore della malavita. Non indagato.

 

LETTA, Enrico

Pravatà racconta ai pm: “ Nel 2007 Mazzacurati mi disse che il CVN avrebbe dovuto versare un contributo di 150mila euro per la campagna elettorale di Enrico Letta. L’intermediario in Veneto dell’ex premier per tale finanziamento illecito era Arcangelo Boldrin”. Non indagato, Letta jr smentisce.

 

LETTA, Gianni

È sempre Pravatà che cita Mazzacurati: “Mi disse che Gianni Letta aveva per la prima volta chiesto soldi da girare a Lunardi”. L’Anima Nera di I e II Repubblica naturalmente rigetta le accuse e, naturalmente, non è indagato.

 

LUNARDI, Pietro

Dell’ex ministro delle Infrastrutture (2001-2006) parla Baita secondo il quale la Rocksoil, azienda di famiglia dei Lunardi, avrebbe ottenuto un appalto con un sovrapprezzo di 500mila euro, proprio per tramite di Letta senior. Non indagato.

 

MATTEOLI, Altero

Indagato per le bonifiche ambientali a Marghera e fortemente sospettato per il Mose, l’ex ministro di Ambiente e Infrastrutture dichiara la sua estraneità ai fatti. Secondo gli inquirenti avrebbe ricevuto tangenti (tra il 6,5 e il 7,5%) per almeno 500mila euro dal CVN in cambio di fondi ministeriali affidati senza gara. Un vero boss.

 

MILANESE, Marco

L’amichetto di Tremonti, quello che gli prestava casa gratis nei pressi di via Giulia, è sospettato di aver ricevuto dalla cricca mezzo milione di euro per sbloccare i finanziamenti del Cipe. Ma il dubbio è che l’ex Gdf svolgesse solo il ruolo di passacarte per l’ex ministro dell’economia. Indagato.

 

ORSONI, Giorgio

Mister 500mila euro (la cifra che avrebbe ricevuto per la campagna elettorale del 2010) si trova attualmente agli arresti domiciliari. Lui si difende: “Mai preso un euro”.

 

TOSI, Flavio

In Veneto non poteva mancare un leghista. “Ho dato all’ing. Dal Borgo il rimborso di un versamento che l’ing. Dal Borgo ha fatto a favore del sindaco Tosi… Mi pare che fossero 15 mila euro” dice Baita. Il sindaco di Verona non risulta indagato.

 

TREMONTI, Giulio

Claudia Minutillo, segretaria di Galan, sostiene che la mazzetta per Milanese in realtà fosse destinata a Tremonti. I magistrati sembrano crederle ma, per il momento, non lo indagano.