Bugie e notizie false: per i giornalisti italiani ci vorrebbe un Erdogan

Quello che sta accadendo nel mondo della cosiddetta ‘informazione’ italiana ha qualcosa di scandaloso, di corrotto, di vile e, persino, di criminale. Tv, giornali, radio e web tutti uniti e determinati (con la sola eccezione del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio) a distruggere il M5S attraverso una campagna di guerra mediatica fatta di notizie false e inventate di sana pianta, finti scoop, travisamento sistematico di fatti e dichiarazioni, pedinamenti, menzogne. Caso di scuola di questo attacco concentrico al Movimento, che fa evidentemente una paura fottuta al Sistema e al Palazzo, risulta essere quello che è stato autonomamente battezzato dai pennivendoli giornalisti di Regime il ‘caso Raggi’ o il ‘caso Roma’, quando a Roma non esiste nessun ‘caso’, a parte il fatto che la Capitale è diventata una giungla proprio per colpa dei romani stessi e dei partiti che se la sono mangiata.

erdoganMa perché nessuno denuncia questa vergogna nazionale che sta facendo precipitare la libertà di stampa del nostro Paese ad un livello a cui farebbe persino invidia la Turchia del Sultano Recep Erdogan, la Russia di Vladimir Putin o la Corea del Nord di Kim Jong Un? La risposta è scontata quanto incredibile per i non addetti ai lavori: i giornalisti cooptati in Rai, Mediaset, Repubblica, Corriere della Sera e persino nella ‘indipendente’ Sky, rispondono tutti ad una stessa logica di potere che assegna loro il ruolo non di ‘cani da guardia’, ma di ‘barboncini da riporto’ di un Sistema corrotto che assicura laute prebende e ricchi emolumenti a politici, boiardi di Stato, alle loro consorterie formate da leccaculi e bacia pile e, naturalmente, a quei servi senza dignità che attraverso il sistema mediatico si occupano di tenere spenta la mente di quei cafoni degli italiani per mantenere lo status quo in cui sono solo in pochi a godere di un lavoro dignitoso e ben retribuito. (guarda il video delle accuse di Aldo Giannuli alla pennivendola renziana del Corriere Maria Teresa Meli)

I giornalisti italiani (quelli delle grandi testate naturalmente, e non le migliaia di poveracci che lavorano con passione ma praticamente gratis!) si credevano anche molto furbi, ma questa volta hanno passato il limite e commesso un errore. Va bene calcare la mano sulle indagini aperte dalla procura di Roma sull’assessore all’Ambiente Paola Muraro. Va benissimo accusare i 5Stelle Luigi Di Maio e Virginia Raggi di incoerenza per aver taciuto la notizia. Ci poteva stare anche il rilancio della notizia delle doppie dimissioni dell’assessore al Bilancio Marcello Minenna e della sua amichetta nominata capo di gabinetto di cui già nessuno si ricorda più il nome. Ma imporre come prima notizia a reti unificate una sorta di telenovela brasiliana fatta di capi di gabinetto, assessori comunali, ‘Raggio magico’, personaggi sconosciuti ai più, messi per giunta insieme da un intreccio di fatti di cronaca praticamente inesistenti o trascurabili per il grande pubblico (le dimissioni di un assessore, le indagini su un altro, la mail interna al Movimento non compresa dal distratto Di Maio e, dulcis in fundo, la falsa notizia di un contrasto tra il Vaticano e l’amministrazione capitolina), si è rivelato un boomerang per la Grande Stampa che si è rivelata finalmente per quello che è: una Piccola congrega di amici degli amici pronti a bastonare col manganello mediatico chiunque rappresenti un pericolo per le loro tasche e i loro affari.

E poi, di fronte a bugie di un livello così grossolano, anche un bambino si starà chiedendo perché tutte le brutte notizie che riguardano il governo in carica guidato da quel raccomandato di Renzi (da Giorgio Napolitano e compagnia di incappucciati) vengano puntualmente archiviate o edulcorate. Vedi i casi degli scontrini mai mostrati al pubblico delle presunte spese pazze effettuate da Matteo quando era sindaco di Firenze, gli affari sporchi in cui è invischiato il babbo Tiziano, la bomba del salvataggio di Banca Etruria dove un altro paparino toscano, quello della Maria Elena Boschi, la faceva da padrone incontrando persino un personaggio ambiguo come Flavio Carboni. Per non parlare poi, e infatti nessuno ne parla, della crisi economica e del fallimento del jobs act, nonché degli ordini presi dal governo dalle grandi banche internazionali come Jp Morgan nella questione Mps. Purtroppo sembra impossibile cacciare con le buone questi servi del potere dalle loro dorate postazioni. È per questo che anche per i giornalisti italiani auspichiamo un trattamento simile a quello riservato ai loro colleghi (loro sì forse innocenti e vittime di un sopruso, ma non i nostri) dal Sultano illiberale Erdogan in Turchia. Carcere, manganello e olio di ricino.

Beppe Grillo chiude il caso Raggi con un vaffanculo

E alla fine è tornato a risuonare anche il liberatorio vaffanculo, simbolo fonetico dell’odio per la casta che ha reso possibile la nascita del M5S intorno alla figura carismatica di Beppe Grillo. L’ex comico, abbandonato il passo di lato e tornato finalmente leader del Movimento, ieri sera dal palco di Nettuno sembrava veramente il Marchese del Grillo che, rivolgendosi ai giovani e ancora sprovveduti compagni di lotta, ha fatto capire a chi lo aveva dimenticato che “io so’ io e voi nun sete un cazzo”. Dopo giorni di distruttive polemiche alimentate dai giornalisti di Regime, bisognava necessariamente mettere una pietra sopra al cosiddetto caso Raggi, al caos nella gestione del Comune di Roma che, complice l’ingenua incapacità della sindaca Virginia Raggi, rischiava di travolgere l’idea stessa che i cittadini si sono fatti del M5S: onestà e trasparenza.

Le bugie pronunciate dalla prima cittadina pentastellata e dall’assessore all’Ambiente Paola Muraro sulla notizia dell’esistenza di una indagine aperta dalla procura di Roma proprio sulla ex consulente dell’Ama (l’azienda municipale che dovrebbe occuparsi della raccolta dei rifiuti romani), hanno rappresentato un pugno nello stomaco per tutti quei cittadini che, invece di mettere mano a forconi e pistole, avevano creduto ad una pacifica soluzione a 5Stelle per i problemi di Roma e di tutta l’Italia. Se a questo si aggiunge poi il colpevole silenzio di un grillino doc come Luigi Di Maio (informato dei fatti già dai primi di agosto), il rischio di una assimilazione del grillismo alla vecchia politica, con annessa emorragia di voti, era altissimo.

Su questa situazione già devastante si sono naturalmente gettati come avvoltoi quei miserabili cortigiani del potere di turno che si fanno chiamare giornalisti i quali, di fronte alla possibilità di assestare un colpo mortale ai grillini, nemici giurati del Sistema renziano-berlusconiano-massonico-neoliberista da cui anche i pennivendoli traggono profitti, non hanno esitato a gettare nel dimenticatoio le loro sporche lacrime di coccodrillo per i morti del terremoto di Amatrice per consumare fiumi di inchiostro con l’obiettivo di trasformare l’insignificante caso Raggi in un Watergate, è proprio il caso di dirlo, all’amatriciana. Esempio su tutti di giornalismo da riporto è quello di Mario Calabresi, direttore di Repubblica e figlio del commissario Luigi Calabresi (ammazzato nel 1972 da estremisti di ‘sinistra’ come il radical chic Adriano Sofri) che ha vergato un editoriale di sdegno talmente feroce per una vicenda marginale come il caso Raggi da puzzare di vomitevole falsità. Evidentemente è un vizio di famiglia quello di essere servi. Cosa dovrebbe dire allora, lo sdegnato Mario, ai familiari dell’anarchico Giuseppe Pinelli, ‘suicidato’ da una finestra della questura di Milano perché strumentalmente accusato dai ‘Luigi Calabresi boys’ di essere coinvolto nell’attentato di piazza Fontana? Ipocrita.

Il metro dell’infame partigianeria del giornalismo italico, se qualcuno avesse nutrito ancora dubbi, ce lo ha poi offerto il presidente del Consiglio in persona, Matteo Renzi che, forse obnubilato dai continui fallimenti del suo governo in campo economico e sociale, ha avuto il coraggio di pronunciare la seguente frase: “Mai viste tante bugie”. Tu quoque Matteo? Proprio tu che, inarrivabile cazzaro, già soprannominato il ‘bomba’ quando ancora portavi i calzoni corti, facesti anticipare il tuo esordio nella stanza dei bottoni (nominato dal complice Giorgio Napolitano e mai eletto dal popolo) dalle parole “Enrico stai sereno”, indirizzate al tuo sfigato predecessore a Palazzo Chigi, l’algido Enrico Letta?

Proprio per arginare questa potenza di fuoco delle bugie di Stato ci voleva una forza altrettanto rude e decisa. Ci voleva un Beppe Grillo tornato quello di una volta. Un Grillo che ha offerto alla confusa Virginia una seconda opportunità, permettendole di prendere tempo sulla Muraro, ma imponendo la defenestrazione del chiacchierato vice capo di gabinetto Raffaele Marra. Lo stesso Grillo che ha imposto al ‘golden boy’ Luigi Di Maio l’umiliazione pubblica di cospargersi il capo di cenere per non aver reso pubbliche le notizie che aveva ricevuto. Forse ha ragione Roberto Fico quando afferma che “la nuova realtà di entrare a Palazzo, possedere un potere mai visto e nemmeno immaginato, abbia potuto far deviare dalla retta via”. Ma da oggi niente paura di nuovi errori perché Grillo è tornato, dimostrando che un vaffanculo gridato al momento giusto può tappare la bocca ai tanti nemici esterni (e interni) al M5S.

Renzi-Berlusconi: dal Patto del Nazareno alla Grande Coalizione

Pattodel NazarenoAll’indomani della sentenza di appello del Tribunale di Milano che ha assolto Silvio Berlusconi nel processo Ruby, ribaltando clamorosamente la condanna a 7 anni inflitta in primo grado al capo di Forza Italia, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, è riuscito a volare fino in Africa, in Mozambico, a Maputo, per dichiarare quello che tutto il mondo già sapeva. “In un paese civile le regole si fanno insieme – ha detto il premier a chi gli chiedeva lumi sulla solidità del Patto del Nazareno– dal punto di vista istituzionale avrei mantenuto la parola anche se Berlusconi fosse stato condannato”.

La misteriosa conferma da parte del Rottamatore del patto segreto siglato con il Caimano nella sede appena espugnata del Pd, veniva considerata scontata da tutti gli addetti ai lavori, compresi coloro i quali si sono convinti da tempo che i fili del pactum sceleris del Nazareno siano tirati da Licio Gelli, il Venerabile Maestro della P2. Con Berlusconi trasformato miracolosamente da Papi Prostituente in Padre Costituente, l’accordo tra destra e sinistra potrebbe compiere ora un ulteriore passo avanti.

“Se l’oggetto di questo governo sono le riforme cosa c’è di strano che Berlusconi rientri in maggioranza? Io dico che Forza Italia deve entrare in maggioranza – dichiara senza mezzi termini il senatore Paolo Naccarato di Gal – “Archiviata l’alleanza con i 5 stelle, l’agenda dei mille giorni evocata dal premier va proprio in questa direzione”. Un abbozzo di trattativa che, se si vuole dar credito al retroscena riportato dal fattoquotidiano.it, sarebbe stato avallato da Berlusconi in persona che, oltre ad Italicum e Senato vuole portare a casa la “riforma” della Giustizia. E non solo, perché già si vocifera di un lavorio diplomatico portato avanti sottobanco dagli sherpa pro-Renzi Denis Verdini e Gianni Letta.

I due, secondo il quotidiano diretto da Peter Gomez, starebbero tramando con i renziani per far rientrare FI prima in maggioranza e poi addirittura al governo (il totoministri riporta già i nomi di Alessandro Cattaneo ed Elena Centemero). Un piano diabolico che rappresenterebbe una Nakba (la Catastrofe dei palestinesi) per le ambizioni di Angelino Alfano e la sopravvivenza stessa di Ncd, ma soprattutto diventerebbe la pietra tombale del dialogo sulle Riforme intavolato da Renzi con il M5S.

A dire la verità lo stucchevole (per Renzi) dibattito con i grillini su preferenze e clausole di sbarramento era già stato stoppato dall’apatia e dalla strabordante pinguedine mostrata senza vergogna dal giovane premier durante la diretta streaming di qualche giorno fa. Ma il Movimento, con in testa Luigi Di Maio, aveva comunque deciso di andare avanti. Per uscire dall’angolo politico in cui è stato cacciato ma, soprattutto, per mostrare agli italiani il bluff di Renzi che finge di trattare con i seguaci di Beppe Grillo quando ha già in tasca il Patto del Nazareno.

Diciamo che Grillo e i suoi non hanno preso molto sportivamente la rinnovata corrispondenza di amorosi sensi tra il “nipotino di Gelli” (copyright Piero Pelù) e la tessera P2 1816. Sul blog del guru genovese è apparso prima un post che riportava una parte del discorso pronunciato il 19 luglio dal magistrato Nino Di Matteo, in cui il pm del processo alla trattativa Stato-mafia ha attaccato, senza nominarli, il presidente “interventista” Giorgio Napolitano e “un soggetto da molto tempo colluso con gli esponenti di vertice di Cosa Nostra” (Berlusconi ndr) che oggi “discute con il Presidente del Consiglio in carica di riformare la legge elettorale e quella Costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino all’ultimo respiro”. Messaggio chiaro quello voluto lanciare da Grillo.

Domenica sera, poi, Di Maio e gli altri protagonisti della trattativa con Renzi hanno provato a rilanciare una proposta in 6 punti al solo scopo di smascherare la “tattica dilatoria” del “gasteropode Renzie” interessato, in realtà, solo a confermare il Patto del Nazareno.

Yara: Bossetti già condannato dai Media. È caccia a Ignoto 2

Bossetti ignoto 2Massimo Giuseppe Bossetti, l’uomo accusato di essere l’assassino di Yara Gambirasio, ha chiesto di essere interrogato dal pm di Bergamo. Il faccia a faccia tra Ignoto 1 e gli inquirenti si terrà martedì prossimo, 8 luglio, dopo che per due volte il muratore di Mapello si era avvalso della facoltà di non rispondere e aveva gridato la sua innocenza solo di fronte al gip durante l’udienza di convalida del fermo. Finalmente, dunque, entra nel vivo il procedimento giudiziario a carico del presunto omicida di Yara. Ma per Bossetti ormai è troppo tardi. Il vero processo, quello mediatico e nazional-popolare è andato già in onda a reti unificate sui teleschermi di tutta Italia. E ha espresso il suo verdetto: Bossetti è colpevole.

Nonostante le prove, inizialmente ritenute schiaccianti, si stiano rivelando perlomeno dubbie (dna, peli, celle telefoniche), il “mostro” Bossetti si ritrova da quasi un mese sbattuto in prima pagina. E poi, è veramente così importante scoprire chi ha ucciso la tredicenne di Brembate nel 2010? A giudicare dallo spiegamento di forze messo in campo dagli zar dell’informazione per soddisfare la morbosa curiosità dello spettatore italiano medio (di cultura bassa o inesistente) sembrerebbe proprio di si.

Ecco una breve carrellata di titoli di quotidiani on-line che di Bossetti dicono tutto e il contrario di tutto. “Le amiche di Yara: mai visto Bossetti vicino alla palestra”, tgcom24.it del 5 luglio 2014; “Yara, si indaga ancora tra chi frequentava la palestra di Brembate”, ilgiorno.it 5 luglio 2014; “L’omicidio di Yara, romanzo nero in Val Seriana”, espresso.it 5 luglio 2014; “Yara, la perizia aiuta Bossetti. «I peli sul corpo della ragazza forse non erano i suoi»”, ilmessaggero.it 4 luglio 2014; “I peli sul cadavere di Yara non sono di Bossetti: ha avuto un complice?”, bergamonews.it 4 luglio 2014;

E ancora: “Luminol rivela tracce in auto Bossetti. Test per capire se è sangue”, ilfattoquotidiano.it 3 luglio 2014; “Omicidio Yara, tracce sull’auto di Massimo Bossetti, forse è sangue”, lettera43.it 3 luglio 2014; “Yara, investigatori a caccia di prove. Si cercano le sim segrete di Bossetti”, tgcom24.it 2 luglio 2014; Il nome di Yara nei pc di Bossetti: “La cronaca nera mi appassiona””, ilgiorno.it 1 luglio 2014; “Yara Gambirasio, genetisti: “Dna non può essere unica prova, ma test non sbaglia””, ilfattoquotidiano.it 29 giugno 2014;

Una serie infinita di contraddizioni riportate dai giornalisti che però finiscono per cementare nel pubblico-lettore la certezza, oltre ogni ragionevole dubbio, della colpevolezza di Bossetti. Un processo in piena regola, insomma, ma celebrato al centro della piazza mediatica. Una gogna inaugurata niente di meno che dal ministro dell’Interno in persona, Angelino Alfano, che con un tweet pubblicato il 16 giugno (“Individuato l’assassino di Yara Gambirasio”) si era permesso di anticipare la sentenza. Come una brava casalinga che guarda la tv. Ennesima gaffe, dopo quella del caso Shalabayeva, di un ministro impresentabile.

La dimostrazione dei dubbi investigativi degli inquirenti (scontro procura-tribunale a Bergamo e lite tra periti su dna e peli) è data dal fatto che la caccia al presunto complice del presunto assassino Bossetti, il cosiddetto Ignoto 2, continua senza sosta. E non solo, perché sul luogo del delitto, e precisamente sulla parte esterna dei guanti di Yara, oltre a quello di Ignoto 2, è stato rinvenuto il dna di una donna, divenuta subito Ignota 3 e inserita nel calderone dei sospettati. Quasi certamente si tratta dell’ennesimo polverone mediatico, perché di dna vicino al corpo di Yara ne sono stati trovati a decine. Ma per tenere alta la tensione del pubblico tutto fa brodo.

Affaristi, poteri occulti, massoneria: il segreto del successo di Renzi

Renzi massoneMatteo Renzi è diventato il Terminator della politica italiana. Una perfetta macchina succhiavoti. Alle elezioni europee il Pd ha superato la vetta del 40% delle preferenze, roba che nemmeno ai tempi di Berlinguer. Molti paragonano il potere renziano in espansione a quello della Dc, ma i successi della Balena Bianca poggiavano sulle salde fondamenta del progresso e dello sviluppo economico degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Il miracolo Renzi, invece, si è compiuto con l’Italia in piena recessione (-0,1% di Pil nel primo trimestre 2014) e con la disoccupazione in crescita inarrestabile, soprattutto tra i giovani (rapporto Istat).

A svelare il segreto del successo del giovane premier non bastano, dunque, gli 80 euro messi in tasca a qualche milione di lavoratori come voto di scambio in pieno stile Achille Lauro. E nemmeno il rassicurante faccione da bravo figlio di mamma mostrato con ostentazione a reti tv unificate. Dietro il fenomeno Renzi deve esserci per forza qualcosa di grosso. Già in molti si sono lanciati in approfondite analisi e spericolate tesi. Poteri occulti, massoneria, poteri forti, amministrazione USA, Club Bilderberg, affaristi e faccendieri senza scrupoli. Tutte verità plausibili ma, finora, nessuna prova certa.

Certo è che la carriera politica del rottamatore fiorentino è stata misteriosamente folgorante. Esordisce giovanissimo nel 1996 come militante dei comitati per Prodi. In seguito, diventa segretario provinciale del Partito Popolare Italiano (uno dei partitini della galassia post Dc), ma poi fa il salto nella Margherita di Rutelli con la quale nel 2004 viene eletto presidente della Provincia di Firenze. La fusione tra ex Dc ed ex Pci nel neonato Pd, siamo alla fine del 2007, è solo un dettaglio in una carriera di un enfant prodige che comunista non è mai stato e che gli eredi di Gramsci e Togliatti, piuttosto, ha intenzione di fagocitarli nel nuovo partitone di Regime. Nel 2009 arriva la poltrona di sindaco di Firenze e, infine, ma questa è cronaca, la defenestrazione di Enrico Letta e l’ingresso, se pur dalla porta di servizio, nella stanza dei bottoni di Palazzo Chigi.

Per Nicola Bizzi, presidente nazionale della Nuova Destra Sociale, non ci sono dubbi: “Matteo Renzi è un massone figlio di massoni!” (il padre Tiziano controlla da un ventennio la distribuzione di giornali e pubblicità in Toscana). Secondo Bizzi, anche se non esistono prove della sua affiliazione, “Renzi è l’espressione più diretta ed immediata di quella culturalità massonica di cui si servono i grandi burattinai del potere occulto per agire indisturbati ai danni della società”. Insomma, detta lombrosianamente, che Renzi è massone si vede dalla faccia e da come si comporta, lui e il cerchio magico che lo circonda. E poi, Tiziano Renzi sarebbe legato a doppio filo attraverso la società Btp di Riccardo Fusi (inchiesta P3) ad un altro presunto massone come Denis Verdini.

Sospetti confermati dal Maestro Venerabile del Grande Oriente d’Italia, Gustavo Raffi, secondo il quale più di 4000 iscritti al Pd, in prevalenza toscani, sono affiliati all’obbedienza di Palazzo Giustiniani, storica sede del Goi. E un altro famigerato Maestro Venerabile, Licio Gelli, è sospettato di essere uno dei padrini politici di Renzi. Il vecchio capo della P2 ultimamente ha preso le distanze (o ha fatto finta) da Renzi, ma un politico di lungo corso come Rino Formica sospetta che l’Operazione Renzi sia stata architettata da Gelli e Berlusconi.

Il fatto inspiegabile è che proprio “il Venerabile”, tra gli altri, ha avanzato il sospetto di un coinvolgimento di Washington nella creazione del personaggio Renzi. Sarà il solito depistaggio come per la strage di Bologna? Altre fonti descrivono Renzi come un protetto di Gianni Letta, rappresentante in Italia di Goldman Sachs e della cordata statunitense-israeliana. Secondo Gioele Magaldi, fondatore del Grande Oriente Democratico, per arrivare al vertice del potere Renzi avrebbe baciato “la sacra pantofola del Fratello Draghi (Mario, presidente Bce) e il sacro anello del Fratello Napolitano (Giorgio, presidente della repubblica” per tramite di due ambigui personaggi come Marco Carrai e Davide Serra. Non solo politica e massoneria, ma anche affari dietro l’inarrestabile ascesa di Matteo Renzi.

Sondaggi su Grillo taroccati dagli speculatori: la profezia di D’Alema diventa un caso

dalema grilloNon è un caso che lo spread sia lievitato fino a 200 punti alla vigilia delle elezioni europee e che la Borsa di Milano abbia guadagnato il 2% il venerdì precedente il voto. Le parole pronunciate da Massimo D’Alema il 23 maggio scorso in occasione di una conferenza stampa a Bari si sono dimostrate una profezia. Ma sono diventate anche un giallo che potrebbe costringere l’ex leader della sinistra a rivelare la sua fonte occulta se la magistratura dovesse decidere di aprire un’inchiesta.

Secondo D’Alema i sondaggi sull’esito delle elezioni europee che davano quasi per certo un testa a testa tra il Pd di Matteo Renzi e il M5S di Beppe Grillo sono stati pompati ad arte da non meglio precisati “speculatori finanziari” allo scopo di giocare d’azzardo in Borsa.

“Credo che le voci circa l’avanzata di Beppe Grillo a ridosso del Pd, che non hanno riscontro, siano anche il frutto di una manovra di speculazione finanziaria” aveva pronosticato Baffino nel capoluogo pugliese. “Non c’è il minimo dubbio – aveva aggiunto – che in questi giorni si è fatta una manovra di speculazione finanziaria perché queste voci hanno fatto balzare verso l’alto lo spread e, quindi, poi chi le ha diffuse ha comprato titoli a maggior rendimento. Quindi bisogna stare anche molto attenti alle voci che vengono messe in giro”.

Il fatto inquietante è che il politico rottamato per finta da Renzi ha proposto con decisione la sua tesi complottista a poche ore dall’apertura delle urne, quando i soliti sondaggisti pasticcioni erano riusciti a convincere giornalisti, politici ed elettori che Grillo fosse arrivato a mettere il fiato sul collo di Renzi e, forse, addirittura a scavalcarlo. Alla luce della clamorosa affermazione di Renzi, con il Pd oltre il 40% come non accadeva dai tempi della Dc di Fanfani, è lecito domandarsi come facesse D’Alema a sapere (altrimenti, come è suo stile, avrebbe taciuto).

Inoltre, con le sue accuse D’Alema chiama direttamente in causa, naturalmente senza nominarli, sondaggisti più o meno stimati (tutti incapaci di leggere il boom renziano) come Nicola Piepoli, Alessandra Ghisleri, Antonio Noto e il telegenico Fabrizio Masia, gli unici in grado, per esclusione, di veicolare proiezioni e sondaggi falsati e, di conseguenza, gli unici a poter stringere inconfessabili accordi con gli speculatori finanziari. Gli autori della presunta truffa in Borsa avrebbero diffuso la paura di Grillo negli investitori onesti e inconsapevoli che, a quel punto, hanno cominciato a vendere titoli a basso prezzo pur di abbandonare al più presto il mercato azionario italiano, tormentato da una perenne instabilità politica.

I furbetti di piazza Affari, i sospetti ricadono sui grandi fondi di investimento, non hanno dovuto fare altro che comprare ad occhi chiusi visto che nelle loro mani c’erano i veri sondaggi che davano Renzi mattatore. Ecco perché venerdì 23 maggio, mentre Francoforte, Parigi e Madrid sonnecchiavano, l’indice Ftse Mib faceva un salto di 2 punti. Ma Massimo D’Alema di queste trattative illecite tra sondaggisti e speculatori, che nel nostro paese si chiamano reati, che ne sa? Questa volta non basteranno le sue tradizionali mezze frasi, pronunciate in maniera sibillina tra un “diciamo” e un’alzata di spalle, a risolvere il mistero da lui stesso confessato.

Licio Gelli scarica Renzi: “Mai stato massone. Durerà poco”

Gelli Renzi“Renzi non è destinato a durare a lungo…comunque non è mai stato (né lui né i suoi familiari) nella massoneria”. Alla veneranda età di 96 anni, il Venerabile capo della Loggia P2, Licio Gelli, rilascia un’intervista a Marco Dolcetta del Fatto Quotidiano per prendere le distanze da Matteo Renzi, quello che molti avevano indicato come suo figlioccio politico. Un disconoscimento clamoroso, vista la corrispondenza di armoniosi sensi tra il suo Piano di Rinascita Democratica e le riforme istituzionali che il premier vorrebbe varare in accordo con un altro fratello P2, Silvio Berlusconi.

Uno sfogo sincero, quello di Gelli, oppure l’ennesima manovra di depistaggio compiuta per riportare nell’ombra indicibili accordi? Se si considera il curriculum dell’uomo coinvolto nei principali Misteri Italiani la risposta non può che essere la seconda. Il livore dimostrato da Gelli nei confronti di Renzi risulta, infatti, troppo smaccato per non destare più di qualche sospetto.

Lo “zio Licio” definisce il giovane premier un “bambinone” a causa del “suo comportamento che è pieno di parole e molto ridotto nei fatti”. Un giudizio tranchant al quale va aggiunta la simbolica cacciata dal tempio della fratellanza muratoria (“mai stato massone”) e una menata misogina contro le Renzi-girls al governo che il Venerabile, rimasto fedele al credo fascista “Dio, patria e famiglia”, vedrebbe “molto meglio a occuparsi d’altro”. Poi, un’altra rivelazione su Renzi. “Mi risulta – dice Gelli – che fra i suoi mentori politici ci siano persone che vivono a Washington”.

La sfortuna del premier, però, è essere circondato da quelle che il capo della P2 chiama “mezze tacche”, come gli “ex lacchè di Berlusconi” Fini, Schifani e Alfano, “personaggi non certo di livello”. Convinto, probabilmente a ragione, di avere l’autorità per stabilire quale sia la “vera” massoneria, il vecchio Gelli sconfessa anche l’altro protagonista delle larghe intese, Berlusconi, circondatosi di “personaggi di bassa levatura” come Denis Verdini, descritto come un “mediocre uomo di finanza; è un massone… credo, ma non della nostra squadra”.

Gelli si lancia poi in una ardita comparazione tra il piano di riforme istituzionali presentato da Renzi e i suoi vecchi Piani per “salvare” l’Italia. Le riforme del premier su legge elettorale e Senato “sono goffe”. Al contrario, il Piano di Rinascita Nazionale (in seguito Piano di Rinascita Democratica), scritto insieme al politico e noto massone Randolfo Pacciardi su input del presidente Giovanni Leone, avrebbe potuto “creare i fondamenti per uno Stato più efficace”. Ma, prosegue il racconto di Gelli, lo stesso Leone “non diede mai alcun riscontro” (circostanza storicamente non provata). Nella riforma renziana del Senato, comunque, il Venerabile vede molti punti di affinità con il suo Piano: abolizione quasi totale, ridotto numero di membri, competenze limitate a materie economiche e finanziarie.

Il re dei Misteri Italiani non poteva naturalmente farsi mancare un pensiero per il principe Luigi Bisignani, “più che un amico, un figlioccio”, una persona di cui Gelli ha sempre avuto una “grande stima”. Una lode particolare Gelli la riserva a Francesco Cossiga e Giulio Andreotti, vertici inimitabili di un “sistema di controllo politico” attraverso le reti di Gladio e dell’Anello. Il finale dell’intervista è truculento. Interrogato sul futuro dell’Italia, Gelli non smentisce la sua indole antidemocratica e si sbilancia in una profezia: “Probabilmente solo un tributo di sangue potrà dare una svolta, diciamo pure rivoluzionaria, a questa povera Italia”.

Omicidio Biagi: Scajola incastrato dalle lettere di Zocchi

omicidio BiagiClaudio Scajola non risulta al momento indagato nell’inchiesta sull’omicidio di Marco Biagi, riaperta a Bologna dal pm Antonello Gustapane 12 anni dopo l’agguato delle Brigate Rosse che ha posto fine alla vita del giuslavorista. Il fascicolo è ancora a carico di ignoti, ma l’accusa di omicidio per omissione sembra ritagliata su misura per l’ex ministro dell’Interno. Scajola, già in carcere per la vicenda Matacena-Lady Montecarlo, ha sempre dichiarato che le ripetute richieste di assegnare una scorta a Biagi avvennero a sua insaputa, ma ora è stato smentito clamorosamente dalla comparsa di due lettere, conservate dal suo segretario particolare dell’epoca Luciano Zocchi.

Nelle missive, vergate a mano su carta intestata del ministero il 15 marzo 2002 (4 giorni prima dell’omicidio Biagi) e già comparse sulla stampa, il segretario avverte il ministro che il direttore generale di Confindustria nel 2002, Stefano Parisi, e i coniugi Enrica Giorgetti e l’On. Maurizio Sacconi segnalano con preoccupazione l’opportunità di rafforzare la scorta al “successore di Tarantelli e D’Antona”. Già nel 2007 Scajola giurava di essere all’oscuro di tutto ( un difetto che si riproporrà con la vicenda della casa al Colosseo pagata secondo lui a sua insaputa).

“Io non sapevo nemmeno chi fosse Biagi- dichiarava Sciaboletta a Libero – le pare che se avessero detto al ministro: ‘metti la scorta a Biagi’ non sarei intervenuto? Se non l’ho fatto significa che nessuno mi avvertì”. Giustificazione spazzata via dalle lettere di Zocchi. “L’onorevole Maurizio Sacconi – si legge nel primo promemoria – ti segnala l’opportunità di rafforzare la tutela soprattutto del Prof. Marco Biagi, consulente del Ministro Maroni, ‘successore ’ di Tarantelli, D’Antona ecc…”. Nella seconda lettera, sotto la dicitura “URGENTE” scritta in stampatello, Zocchi appunta che “Il Direttore Generale di Confindustria, dott. Stefano Parisi (essendo assente il Presidente D’Amato), desidera incontrarti solo 5 minuti con urgenza (per parlare del pericolo di vita corso da Biagi ndr)”.

Certo, la tempistica della comparsa di queste carte compromettenti per Scajola è avvolta nel mistero, come spesso accade nelle vicende più oscure della storia repubblicana italiana. Risulta, infatti, che Zocchi avesse parlato delle lettere ai magistrati romani già nel corso di un interrogatorio tenuto il 10 luglio 2013. L’inchiesta era un’altra, quella su una presunta truffa ai preti Salesiani. La casa del funzionario venne perquisita e nell’occasione saltarono fuori gli appunti su Biagi. Nel verbale del 2013 Zocchi cita anche l’ex segretario di Stato Vaticano, Tarcisio Bertone, suo amico, che sulla vicenda dell’omicidio Biagi gli avrebbe detto: “Lascia stare non metterti nei guai”. Mistero su mistero.

Fatto sta che Zocchi, racconta il giornalista Marco Lillo, aveva rilasciato dichiarazioni scottanti al Fatto Quotidiano già nel 2011, a condizione di renderle pubbliche solo quando lui avesse dato l’assenso. Tre anni fa Zocchi raccontava di aver ricevuto una telefonata dalla Giorgetti (sua vecchia conoscente) il 15 marzo del 2002 per aggiornarlo sulla relazione dei Servizi Segreti che paventava il rischio attentati per i consulenti del ministero del Lavoro. La Giorgetti ha paura per il marito Sacconi, ma soprattutto per Biagi e implora “Luciano” di “fare il possibile” per lui.

Zocchi afferma di aver scritto immediatamente l’appunto che oggi incastra Scajola e di aver ricevuto “poco dopo” la telefonata di Parisi. Le due lettere sarebbero state messe in una busta marrone e consegnate a Fabiana Santini, segretaria del ministro. A questo punto una domanda sorge spontanea: perché Parisi e i coniugi Sacconi temono proprio per la vita di Biagi e non di qualcun altro? Sono forse in possesso di notizie sconosciute ai magistrati? Sembra un po’ di rivivere la storia della seduta spiritica del 1978 durante il sequestro Moro in cui, Romano Prodi presente, uscì il nome “Gradoli” (a via Gradoli fu effettivamente scoperto un covo BR). Il giallo si infittisce quando Zocchi tira in mezzo l’allora vicecapo della Polizia Giuseppe Procaccini e l’attuale prefetto Giuseppe Pecoraro (all’epoca responsabile scorte) che, secondo Zocchi, avrebbe definito Biagi “quello che si fa le telefonate da solo”. Altro che il “rompicoglioni” pronunciato da Scajola.

Il fantasma del “compagno G” in Senato. M5S pretende un’inchiesta

Greganti in SenatoSi infittisce il mistero sugli ingressi sospetti di Primo Greganti a Palazzo Madama rivelati dalla Guardia di Finanza. Negli ultimi mesi il “compagno G” è stato pedinato nell’ambito dell’inchiesta Expo e visto entrare al Senato quasi ogni mercoledì, ma della sua presenza all’interno della Seconda Camera non restano tracce registrate. Fatto confermato direttamente dal presidente Pietro Grasso. È dunque il fantasma di Greganti ad essere stato avvistato in Senato? A giudicare dal netto diniego opposti dai senatori, in particolare quelli del Pd sospettati, chi sa perché, di essere i destinatari delle visite del “compagno G.”, sembrerebbe proprio di sì. Nessuno ha visto aggirarsi la barbetta protagonista della vecchia e nuova Tangentopoli tra gli augusti corridoi senatoriali.

Ma la veridicità della testimonianza della Gdf in questo caso è fuori di dubbio. E allora? Chi è stato ad aiutare Greganti ad entrare di soppiatto in Senato? Per parlare con chi? Di che cosa? E a quale titolo? Un fatto gravissimo, se provato, che è diventato molto più di un sospetto dopo che il sistema informatico di Palazzo Madama si è bloccato improvvisamente, rimanendo fuori servizio per metà della giornata di martedì 13. Una coincidenza inquietante se si pensa che, appena poche ore prima, il senatore Pd Felice Casson aveva chiesto agli uffici competenti di avere i dati relativi agli accessi fantasma di Greganti.

Superfluo aggiungere che, non appena i server sono tornati a funzionare regolarmente, del passaggio del “compagno G” a Palazzo madama non rimaneva alcuna traccia. E così Casson e il capogruppo Dem al Senato Luigi Zanda non sono riusciti a scoprire i nomi degli interlocutori del lobbista delle coop rosse. Un caso, o la solita manina desiderosa di coprire le tangenti rosse? I principali indiziati delle attenzioni di Greganti sono, infatti, quelli della vecchia guardia Pd come l’ex tesoriere Ugo Sposetti, che però nega gli incontri carbonari.

Non sono assolutamente convinti della versione fornita da Grasso Beppe Grillo e i “cittadini” del M5S, visto che per accedere alle Camere è obbligatorio un permesso, sia esso un accredito stampa o un badge di un addetto ai lavori. È il senatore pentastellato Michele Giarrusso ad avanzare il sospetto che qualcuno abbia manomesso il cervellone del Senato e a pretendere un’inchiesta per fare chiarezza.

“Il capogruppo del Movimento 5 Stelle a breve chiederà una inchiesta interna per verificare cosa sia successo nella giornata di ieri – scrive Giarrusso sul blog di Grillo – e come sia stato possibile che Greganti entrasse in Senato senza che i suoi ingressi venissero registrati oppure come sia stato possibile cancellare la registrazione di questi ingressi (che avrebbero indicato chi andava a incontrare)”. A metterci un carico da 90 è, naturalmente, Grillo in persona che in un altro post si rivolge direttamente a Matteo Renzi.

“Greganti, esponente/lobbista del Pd, in questi mesi entrava a usciva a suo piacimento dal Parlamento senza controlli per parlare con chi? – si chiede il guru dei 5Stelle – Renzie lo ha mai incrociato? E perché un pregiudicato tesserato dal Pd fino a ieri poteva fare il lobbista a tempo pieno, per far tornare la speranza nel Paese? Renzie faccia uno sforzo in più e pulisca i panni del suo partito in Arno prima di chiedere sforzi agli altri”. L’attacco elettorale di Grillo al vecchio sistema dei partiti è ormai all’arma bianca, favorito da inchieste e tangenti a ripetizione che hanno quasi disintegrato il fronte berlusconiano e adesso rischiano di mettere in seria difficoltà anche il premier rottamatore.

“Mi dichiaro prigioniero politico”: Dell’Utri e la casta copiano le BR

“Mi dichiaro prigioniero politico”. Dall’ospedale Al Hayat nella capitale libanese Beirut, dove sta passando una dorata latitanza, Marcello Dell’Utri ha riesumato un vecchio slogan degli anni ’70 del Novecento, tornato ultimamente di moda tra i politici finiti nei guai con la giustizia italiana. Nel secolo scorso erano i militanti delle Brigate Rosse arrestati dalle forze dell’ordine a dichiararsi prigionieri politici per rimarcare il loro rifiuto ideologico di uno Stato ritenuto “borghese e imperialista”. Oggi sono proprio i politici di professione a cercare di buttare il pallone nella tribuna dei prigionieri politici per cercare di coprire le loro malefatte incolpando la magistratura definita “politicizzata”. Ieri, i capi delle BR Renato Curcio e Mario Moretti; oggi, Dell’Utri, Berlusconi, Matacena e anche D’Alema per difendere Greganti.

Un confronto impietoso, con tutto il rispetto per i terroristi brigatisti nella cui ideologica forma mentis aveva almeno un senso dichiararsi prigionieri politici. I politici di oggi cercano solo di coprire ignobili tangenti o rapporti illegali con la criminalità organizzata. E pensare che lo status di prigioniero politico non è nemmeno previsto dall’ordinamento italiano. Secondo la definizione fornita da Wikipedia “un prigioniero politico è qualcuno tenuto in prigione o detenuto in altra maniera, come agli arresti domiciliari, perché le sue idee sono giudicate da un governo una sfida o una minaccia per l’autorità dello Stato”.

Di fronte a queste parole rimane alquanto oscuro comprendere le ragioni che hanno spinto il cofondatore di Forza Italia a calarsi nella parte del nuovo Nelson Mandela, rinchiuso per 28 anni nelle carceri del governo segregazionista sudafricano, oppure nei panni di Bobby Sands, il membro dell’Ira morto nel carcere di Maze il 5 maggio 1981 dopo 66 giorni di sciopero della fame. Non certo la condanna definitiva subita a causa delle proprie idee, visto che uno come Marcello Dell’Utri è abituato da decenni a coltivare stretti rapporti con mafiosi del calibro di Stefano Bontate e Vittorio Mangano e mica a fare il rivoluzionario come Pancho Villa o Che Guevara. Gli imbarazzanti accostamenti storici, anzi, servono all’ex senatore per dipingersi all’estero come un martire.

Io sono un prigioniero politico perché quella di venerdì (9 maggio ndr) è stata una sentenza politica – dice Dell’Utri all’inviato di Repubblica Francesco Viviano – una sentenza già scritta di un processo che mi ha perseguitato per oltre 20 anni soltanto perché ho fatto assumere Vittorio Mangano come stalliere nella villa di Arcore del Presidente Silvio Berlusconi. Una persona per me davvero speciale anche se aveva dei precedenti penali: per me Mangano era un amico e basta”. Altro che il romanzesco “Sono Mario Moretti, mi dichiaro prigioniero politico!” pronunciato dalla sfinge delle BR il 4 aprile 1981 a Milano, arrestato dopo 9 anni di latitanza.

Uno stravolgimento a 360 gradi della realtà, quello tentato da colui che secondo i giudici di Palermo è stato il trait d’union tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi, che non è di certo unico nel panorama politico dell’Italia odierna. Anche l’ex parlamentare Pdl Amedeo Matacena, condannato per aver favorito la ‘ndrangheta e latitante a Dubai, intervistato via Skype adombra il sospetto del “complotto politico”. Berlusconi, poi, si è autoiscritto di diritto nel club dei prigionieri politici. Ma disturbi della personalità da rivoluzionari radical chic colpiscono anche a Sinistra dello schieramento politico. È fresca di pochi giorni la goffa difesa d’ufficio tentata da Massimo D’Alema nei confronti del “compagno G” Primo Greganti, arrestato per le presunte tangenti Expo. “Ho imparato che il 40-45 per cento delle persone accusate vengono prosciolte”, ha detto il Lider Maximo, divenuto garantista a targhe alterne, insensibile alle critiche di chi lo considera diventato un Berlusconi qualsiasi.