Brexit: la libertà dei popoli europei dalle catene di Bruxelles

Le ripetute ed incontrollabili crisi isteriche che hanno colpito i più alti rappresentanti del Potere capitalistico e bancario che da Bruxelles (e Washington) soffoca i popoli europei dentro a quel sistema iniquo chiamato Unione Europea, rappresentano la prova inconfutabile che la Brexit è stata una scelta giusta. Nonostante la massiccia, monodirezionale e terroristica campagna mediatica e politica messa in atto dai servi del Capitale brussellese, che pronosticavano, e si augurano tuttora, il crollo dell’economia britannica in caso di uscita dalla prigione UE, la maggioranza del popolo di Sua Maestà, la regina Elisabetta II, ha scelto senza dubbio di riprendersi la propria libertà di autodeterminazione, mollando per sempre al suo destino la piovra burocratica e vampiresca di una Unione Europea nata senza anima e attratta solo dall’odore dei soldi.

pugno-brexitLa boria e la frustrazione mostrate dal presidente della Commissione Europea -quel Jean Claude Junker che, invece di vergognarsi e pagare per lo scandalo LuxLeaks (e di rispondere alle fondate accuse di essere un alcolizzato), ha ancora il coraggio di presentarsi in pubblico per minacciare la perfida Albione- sono uno spettacolo impagabile che segna la fine di un’epoca. Per non parlare del terrore e dello sgomento apparsi negli sguardi della cancelliera tedesca Angela Merkel e dell’impresentabile presidente francese Jean Francois Hollande (detestato in patria ancora prima della loi travail, il jobs act in versione transalpina), costretti per disperazione e carenza di inglesi a far finta di cooptare nel mesto direttorio UE quel pagliaccio politico di Matteo Renzi. Lo stesso presidente del Consiglio italiano (mai eletto dal popolo e recentemente bastonato alle elezioni amministrative) che, da buon provincialotto dello Stivale, ha provato subito, furbescamente, a sfruttare la Brexit per ottenere uno sconticino e un occhio di riguardo per le disastrate finanze italiane. Risultato: una pubblica e umiliante tirata di orecchie ricevuta da Angelona durante l’ultimo vertice europeo.

Rimanendo in casa nostra, manca lo spazio per elencare i nomi dei tanti professionisti della poltrona e delle prebende (da Romano Prodi a Mario Monti, passando per quell’inossidabile complottista di Giorgio Napolitano) che hanno preso in ostaggio gli schermi televisivi per spiegarci quanto siano stati stupidi e ignoranti quei bifolchi di contadini e operai britannici che con il loro dannoso diritto di voto hanno compromesso il futuro di milioni di giovani figli di papà, londinesi ed europei, costretti da oggi in poi a perdere il loro prezioso tempo per mostrare un documento di identità alle trinariciute guardie di confine. Un modo di ragionare talmente elitario e arrogante da ridestare persino l’addormentato popolo italiano, fino a ieri drogato a calcio e cazzate dalle tv di Regime.

La Brexit, comunque sia, non rappresenta un fulmine a ciel sereno all’interno di un sistema politico-economico valido ed efficiente. La rabbia britannica contro Bruxelles è lo specchio della immensa crisi sociale che sta falcidiando il mondo e soprattutto l’Europa ai tempi della globalizzazione. Dimostrazione in salsa italica ne è stata la cosiddetta Renxit che gli italiani hanno messo in atto nel voto di domenica 26 giugno quando hanno inviato un bel ‘ciaone’ al renzismo. Le bugie dell’Italia che è ripartita, degli 80 euro, dei milioni di posti di lavoro piovuti con il jobs act si sono rivelate per quello che sono e la ‘ggente’, disperata, ha deciso che non ne vuole più sapere del Bomba di Rignano e della combriccola di sanguisughe e banchieri (praticamente due sinonimi) che lo dirige dall’esterno. Morale della favola, dunque, è che non è vero che, come ci ripetono a reti unificate i burattini della finanza internazionale con il complice servilismo di giornalisti prezzolati, senza Euro e senza Ue gli europei siano avviati verso la catastrofe. Anzi, al contrario, il voto inglese, che ha così sorpreso e intimorito il Potere costituito, rappresenta una occasione di riscatto e di rilancio per una visione del mondo che non sia solo quella tecnicistica e creatrice di disuguaglianze. Distruggere (per ricostruire in modo più equo) l’Europa delle banche non è più un tabù.

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OP è tornato…per dire NO a Renzi e Boschi

L’Osservatore Politiko è tornato a puntare il suo sguardo inquisitorio sul marcio e corrotto sistema politico italiano. La notizia potrebbe apparire di trascurabile o nessun interesse al lettore distratto e occasionale. Ma in tempi in cui il Regime politico del ‘berluschino’ Matteo Renzi ha ottenuto, senza il minimo sforzo, i favori della quasi totalità del circo mediatico -riducendo quei leccaculo nati dei giornalisti di carta stampata e tv mainstream ad innocui cagnolini da riporto delle malefatte del Potere-, risulta oltremodo necessario, anzi vitale, la presenza nel web di un esercito di pensatori liberi (di cui OP fa parte) che si impegnino, di qui al referendum costituzionale dell’ottobre prossimo, a mettere nel campo virtuale della rete tutti i loro sforzi per mandare a casa l’attuale governo.

L’occasione di liberarsi una volta per tutte dei Renzi’s boys&girls è, infatti, troppo ghiotta persino per quei pecoroni assonnati degli italiani che, con un semplice NO sulla scheda referendaria, non saranno più costretti a sorbirsi la montagna di sparate a reti unificate che il bugiardo di Rignano riversa quotidianamente nelle nostre orecchie. Il fatto strano, e tuttora inspiegabile per i non addetti ai lavori, è che a mettere da solo la testa dentro la ghigliottina è stato lo stesso Renzi con la promessa di togliersi dai piedi in caso di sconfitta nelle urne. Una scelta azzardata e misteriosa, comprensibile solo se si inquadra l’ascesa al potere del ‘bomba’ come una gentile concessione dei centri di potere più o meno occulti che dirigono la politica globale. Quel grumo di interessi vampireschi che, negli anni ’70 del ‘900, in modo più che mai attuale, i militanti delle Brigate Rosse avrebbero definito SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali).

renzi referendum costituzionaleChe Renzi sia stato infilato a Palazzo Chigi con un colpo di mano ai limiti della costituzionalità dal vecchio, ma ancora potentissimo, Giorgio Napolitano, seguendo naturalmente lo schema prefissato da una non ancora precisata compagnia di merende, non è certo un mistero. Perché la scelta sia caduta proprio su di lui, insieme a quella infornata di figli di papà nota come ‘Giglio Magico’, non è però ancora dato saperlo. Fatto sta che la conferma della spada di Damocle che pende sulla carriera dei giovani toscani al governo, costretti ad agire su ordinazione (come nel caso del Jobs Act, letteralmente dettato dalla Confindustria per abbattere i residui diritti dei lavoratori), è arrivata proprio l’altro giorno dalla numero 2 del regimetto, Maria Elena Boschi, che ha spergiurato di voler abbandonare, anche lei come il suo boss, la politica in caso di sconfitta del SI.

Una presa di posizione non richiesta, una vera e propria excusatio non petita, perché le riforme costituzionali per definizione (perché dovrebbero coinvolgere l’intero agone politico) non dovrebbero toccare il destino dei membri di un governo. Arrivati a questo punto -con i cazzari di governo impegnati a ripeterci un giorno si e l’altro pure, complici quei servi dei mass media, che l’Italia viaggia a gonfie vele verso il benessere generale quando, invece, le ricchezze sono concentrate sempre di più nelle mani dei pochi squali che dominano i mercati finanziari– non serve nemmeno entrare nel merito di una riforma costituzionale, peraltro elitaria e pasticciata.

La battaglia che si combatterà da qui ad ottobre diventa un vero e proprio spartiacque politico-sociale per il nostro Paese. Se vince Renzi il mito dell’uguaglianza, dell’onestà e del benessere per tutti resterà tale, con i lavoratori (i fortunati che un impiego riescono a trovarlo) ridotti al rango di servi ammaestrati del Capitale. Se vince il NO, al contrario, i Signori che comandano in Italia, in Europa, negli Usa e sull’intero globo dovrebbero finalmente fare i conti con una opinione pubblica informata e combattiva (vedi il caso dello studente catanese che ha messo in mutande ‘di pizzo’ la povera MEB). Ma il SIM è ancora spietatamente forte, mentre l’opinione pubblica italiana è tenuta costantemente sotto l’effetto della morfina mediatica. Che fare allora? Basta spegnere la tv e svegliarsi.

80 euro, quota 96, pensioni: le promesse di Renzi vanno in ferie

Renzi al mareIl governo Renzi viaggia ormai a vele spiegate verso l’approvazione del primo passaggio in Senato delle riforme costituzionali. Entro l’8 agosto, secondo il calendario stabilito insieme a Pietro Grasso, presidente suicida di Palazzo Madama, sarà tutto finito e i poveri parlamentari potranno così godersi qualche giorno di meritata vacanza, dopo un anno speso a spingere l’Italia sempre di più verso il fallimento. Peccato che, insieme ai politici, anche le sfavillanti promesse fatte agli italiani dal “bomba” premier fiorentino abbiano deciso di prendersi un lungo periodo di ferie.

È notizia ancora fresca la vergognosa marcia indietro messa dal Gianburrasca di Pontassieve su quattro norme del decreto Pubblica Amministrazione, votato dalla Camera con voto di fiducia. Si tratta del mancato pensionamento di 4000 lavoratori della Scuola (cosiddetti “quota 96”, somma di età anagrafica e contributiva) rimasti già bloccati dalla riforma delle pensioni di “coccodrillo” Elsa Fornero. Niente prepensionamento anche per medici primari e baroni universitari, niente abolizione delle penalizzazioni per chi lascia il lavoro a 62 anni, e persino niente vitalizi per i parenti delle vittime del terrorismo.

La motivazione ufficiale è che mancano le coperture economiche. Si tratta di “soli” 580 milioni in 7 anni, una briciola del bilancio dello Stato ma che, unita al dietro front renziano sull’estensione della platea dei beneficiari degli 80 euro in busta paga, diventa più di un indizio sulle difficoltà che Renzi sta incontrando a far digerire le sue balle al mondo reale, come nell’imitazione che ne fa il comico Maurizio Crozza. Sicuramente non è colpa del premier, Renzi non ne sapeva niente. Si starà ripetendo la “ggente” come in un qualsiasi regime dittatoriale che si rispetti.

E allora? Chi sono i colpevoli, i gufi, i sabotatori, i nemici della patria da additare al pubblico ludibrio? I rilievi sulle mancate coperture economiche delle sparate renziane sono partiti dalla Ragioneria Generale dello Stato, la tecnostruttura del ministero del Tesoro dove i renziani non sono ancora riusciti a mettere piede. I soliti burocrati, si dirà, come il capo di gabinetto del ministro Padoan, Roberto Garofoli, o il ragioniere generale, Daniele Franco, ansiosi di difendere le loro rendite di posizione a scapito del bene comune. E sarà pure così, ma le casse dello Stato sono vuote veramente, se si esclude il coniglio che ogni tanto Renzi ne tira fuori.

Un altro untore da additare al pubblico ludibrio risponde al nome di Carlo Cottarelli, commissario alla misteriosa spending review che si è permesso di far notare all’esecutivo che molte spese già messe in bilancio per il 2014 (compresa “quota 96”) sono state fatte prima ancora di trovare le coperture. La rabbiosa frustrazione del “governo del fare” è talmente incontenibile da far affermare a Francesco Boccia, padre di “quota 96” e renziano dell’ultima ora, che il Mef è “una potente burocrazia fuori controllo”. Vero, come è vero che gli italiani sono sempre più poveri.

Il fatto che Renzi abbia perso l’appoggio di alcuni Poteri Forti è però innegabile. Clamorose le critiche mosse al nipotino di Gelli dal cacciatore di upupe (insieme al presidente Napolitano) Eugenio Scalfari: prima renziano sfegatato ed ora divenuto un pericoloso scettico (“l’operazione 80 euro è fallita”). Preoccupante il fuoco di fila antirenziano delle Grandi Firme del Corriere della Sera, da Alberto Alesina a Giuseppe De Rita, da Francesco Giavazzi a Michele Ainis e Massimo Franco. Tutti folgorati dal verbo fiorentino ed ora quasi pentiti. Stesso discorso per Il Sole 24ore e per una serie di imprenditori capitanati da Diego Della Valle. Guerra per accaparrarsi prebende e poltrone, o l’inizio della fine della brevissima Era renziana?

Sondaggi su Grillo taroccati dagli speculatori: la profezia di D’Alema diventa un caso

dalema grilloNon è un caso che lo spread sia lievitato fino a 200 punti alla vigilia delle elezioni europee e che la Borsa di Milano abbia guadagnato il 2% il venerdì precedente il voto. Le parole pronunciate da Massimo D’Alema il 23 maggio scorso in occasione di una conferenza stampa a Bari si sono dimostrate una profezia. Ma sono diventate anche un giallo che potrebbe costringere l’ex leader della sinistra a rivelare la sua fonte occulta se la magistratura dovesse decidere di aprire un’inchiesta.

Secondo D’Alema i sondaggi sull’esito delle elezioni europee che davano quasi per certo un testa a testa tra il Pd di Matteo Renzi e il M5S di Beppe Grillo sono stati pompati ad arte da non meglio precisati “speculatori finanziari” allo scopo di giocare d’azzardo in Borsa.

“Credo che le voci circa l’avanzata di Beppe Grillo a ridosso del Pd, che non hanno riscontro, siano anche il frutto di una manovra di speculazione finanziaria” aveva pronosticato Baffino nel capoluogo pugliese. “Non c’è il minimo dubbio – aveva aggiunto – che in questi giorni si è fatta una manovra di speculazione finanziaria perché queste voci hanno fatto balzare verso l’alto lo spread e, quindi, poi chi le ha diffuse ha comprato titoli a maggior rendimento. Quindi bisogna stare anche molto attenti alle voci che vengono messe in giro”.

Il fatto inquietante è che il politico rottamato per finta da Renzi ha proposto con decisione la sua tesi complottista a poche ore dall’apertura delle urne, quando i soliti sondaggisti pasticcioni erano riusciti a convincere giornalisti, politici ed elettori che Grillo fosse arrivato a mettere il fiato sul collo di Renzi e, forse, addirittura a scavalcarlo. Alla luce della clamorosa affermazione di Renzi, con il Pd oltre il 40% come non accadeva dai tempi della Dc di Fanfani, è lecito domandarsi come facesse D’Alema a sapere (altrimenti, come è suo stile, avrebbe taciuto).

Inoltre, con le sue accuse D’Alema chiama direttamente in causa, naturalmente senza nominarli, sondaggisti più o meno stimati (tutti incapaci di leggere il boom renziano) come Nicola Piepoli, Alessandra Ghisleri, Antonio Noto e il telegenico Fabrizio Masia, gli unici in grado, per esclusione, di veicolare proiezioni e sondaggi falsati e, di conseguenza, gli unici a poter stringere inconfessabili accordi con gli speculatori finanziari. Gli autori della presunta truffa in Borsa avrebbero diffuso la paura di Grillo negli investitori onesti e inconsapevoli che, a quel punto, hanno cominciato a vendere titoli a basso prezzo pur di abbandonare al più presto il mercato azionario italiano, tormentato da una perenne instabilità politica.

I furbetti di piazza Affari, i sospetti ricadono sui grandi fondi di investimento, non hanno dovuto fare altro che comprare ad occhi chiusi visto che nelle loro mani c’erano i veri sondaggi che davano Renzi mattatore. Ecco perché venerdì 23 maggio, mentre Francoforte, Parigi e Madrid sonnecchiavano, l’indice Ftse Mib faceva un salto di 2 punti. Ma Massimo D’Alema di queste trattative illecite tra sondaggisti e speculatori, che nel nostro paese si chiamano reati, che ne sa? Questa volta non basteranno le sue tradizionali mezze frasi, pronunciate in maniera sibillina tra un “diciamo” e un’alzata di spalle, a risolvere il mistero da lui stesso confessato.

Divieto di Lira: il professor Bagnai denuncia i terroristi dell’Euro

divieto di LiraAlberto Bagnai, professore associato di Politica Economica all’Università G. D’annunzio di Pescara, in un articolo pubblicato sul fattoquotidiano.it sostiene che chiunque nega la possibilità di uscire dall’Euro sta usando “argomenti tanto insulsi quanto terroristi”. Secondo Bagnai, insomma, la tesi di un’Italia avviata verso il collasso del suo sistema economico, se dovesse decidere di uscire dall’Euro per tornare alla Lira ipersvalutata, è frutto di una campagna mediatica e politica terroristica volta a spaventare la gente comune.

Bagnai ne ha per tutti. Per Renzi (anche se non lo cita espressamente: “il più convincente ad occhi inesperti è anche il più ridicolo agli occhi del professionista”). Per Monti, accusato di aver aumentato le accise sulla benzina (che invece vanno ridotte per far calare l’inflazione) al solo scopo di “difendere l’Euro”. Per Fassina, il quale ammette che “l’Europa non funziona”, ma individua come soluzione uno sterile “europeismo alternativo per sconfiggere l’esercito dei no-Euro”. L’ex viceministro all’Economia dice di voler combattere il liberismo, ma restando nell’Euro e chiede all’Europa un aumento di 2 punti percentuali dell’inflazione. “Proprio quei due punti in più di inflazione – chiosa Bagnai – che il buon Stefano Fassina chiede alla Bce di provocare… per difendere l’euro!”.

Gli strali del professore si abbattono anche sugli economisti pro Euro (come Roberto Castaldi della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, anche lui citato tra le righe) definiti “oligarchi per i quali i suicidi provocati dalla crisi sono ‘l’emersione di una contraddizione tale da aprire la strada a un progetto costituente europeo’, che se ne stanno ben rinchiusi e defilati nei loro bunker”. Critiche severe anche al sistema dell’informazione “volto da trent’anni a distorcere i più elementari fatti economici”.

Definire Bagnai euroscettico è dunque poco. Il professore spiega perché sia infondata la già citata teoria che lega la svalutazione della Lira e la fuga di capitali all’estero all’uscita dell’Italia dall’Euro. “Chi aveva soldi da portare all’estero lo ha già fatto, e ha fatto bene, per il semplice fatto che l’euro”, aggiunge, è troppo sopravvalutato rispetto al dollaro. Per Bagnai la conseguenza è che “o l’euro si svaluta, o crolla sotto il proprio peso”.

Segue una valutazione all’apparenza paradossale. Bagnai teorizza che “il rischio di svalutazione drastica è molto più remoto in caso di dissoluzione che in caso di mantenimento dell’euro”. Infatti, se l’Italia dovesse staccarsi dall’Euro a trazione tedesca solo un “fesso patentato” potrebbe pensare che la Bundesbank lascerebbe svalutare la Lira del 20% in una notte perdendo lei stessa importanti quote di mercato.

Altro problema è quello della ristrutturazione del debito pubblico per risanare le finanze pubbliche in caso di scomparsa dell’Euro. Bagnai definisce la ristrutturazione del debito un “gentile eufemismo” che significa “dare il pacco ai creditori”. Quando non si svaluta, il debitore non riesce a restituire niente di quanto dovuto al creditore. Con la svalutazione, al contrario, il debitore “recupera competitività”. Restando nell’Euro, dunque, i creditori rischiano di più. “E allora perché tutti lo difendono?”, si chiede provocatoriamente Bagnai che conosce già la risposta. Perché il Nord Europa “vuole stravincere” continuando a mantenere i debitori in una posizione di “inferiorità competitiva”. Bagnai conclude il suo intervento con una invettiva contro i “cialtroni terroristi” che raccontano la balla della svalutazione della moneta (poniamo del 50%) che farebbe salire i prezzi al consumo di altrettanto valore in poche ore. Solo terrorismo mediatico, appunto.

“Grillo come Stalin”: Martin Schulz fa volare il M5S nei sondaggi

Grillo Schulz“Beppe Grillo è come Stalin e Hugo Chavez”. Il presidente del parlamento europeo Martin Schulz – candidato alla poltrona di Commissario UE e figura di punta dei socialisti tedeschi dell’Spd- esprime la sua opinione sul capo del Movimento5Stelle cercando di entrare a gamba tesa nella campagna elettorale italiana per favorire Renzi. Lo fa attraverso un’intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera dichiarando chiaramente di considerare Grillo alla stregua di uno spietato satrapo orientale. Un attacco scomposto che fa meritare a Schulz la gogna sul blog di Grillo e finisce per far lievitare ancora di più il M5S nei sondaggi (favorito anche dall’Effetto Expo).

Se il barbuto socialista teutonico, famoso in Italia solo per il comico siparietto del kapò recitato con Berlusconi, pensa che Grillo sia ingiudicabile perché come “il vento”, lo scaltro comico genovese ne approfitta subito per postare sul blog una risposta “alla Grillo”: violenta e offensiva, ma che coglie nel segno. Il guru a 5Stelle paragona Matteo Renzi a Benito Mussolini che durante la II Guerra Mondiale prometteva di “spezzare le reni alla Grecia”. Secondo Grillo la Germania di Schulz e Merkel corre oggi in aiuto dell’”ebetino di Firenze” per difendere il Fiscal Compact ed evitare gli Eurobond, così come nell’aprile del 1941 Hitler approvò l’Operazione Marita e spedì la Wehrmacht in Grecia per aiutare il Duce.

Per Schulz il fatto che Grillo minacci “ammende ed espulsioni per i deputati che non votano come dice lui” è la dimostrazione di come egli sia “espressione di un totalitarismo moderno”, una persona in cui si sente una “tendenza autoritaria”, quello che in Spagna, aggiunge Schulz, “si direbbe caudillismo”. Il socialista tedesco che con la regina dell’austerity, Angela Merkel, ci governa in coalizione senza vergognarsi, pensa che la libertà di mandato dei parlamentari sia “uno dei fondamenti della democrazia”. Paragona Grillo, come detto, a Stalin e Chavez e fa sapere che nella sua Germania Beppe (ma non i suoi amici italiani Greganti e D’Alema) “avrebbe dovuto temere l’intervento della magistratura”.

Invettiva che suona come musica per le orecchie del capo dei grillini che risponde a tono. Grillo scrive di “soccorso teutonico sotto forma dello sturmtruppen Martin Schulz”, impegnato ormai in una “campagna elettorale permanente” per Renzi. Poi, l’affondo contro Renzie, considerato il “mandatario degli interessi tedeschi in Italia”, e l’elogio del M5S “pericolo numero uno dei banchieri tedeschi, della BCE e della Troika”. Schulz sta “insultando con il suo linguaggio milioni di italiani”, conclude Grillo dando persino ragione allo “psiconano” Berlusconi che “non aveva tutti i torti a chiamarlo kapò anche se assomiglia di più a un krapò, , nel senso di crapùn, crapa dura con il chiodo sull’elmetto, che non tiene vergogna a sparare cazzate”.

La rivalutazione del berlusconiano kapò, rivisitata nella chiave ironica di krapò, deve essere andata indigesta al troppo politically correct Martin Schulz, incappato in una caduta di stile per inseguire Grillo sul suo terreno, ed ora chiuso in un imbarazzante silenzio.

Ma la guerra tra gli antieuro come il M5S di Grillo e gli europeisti per interesse come l’Spd di Schulz non finisce certo qui. Nel suo programma per l’Europa il krapò Schulz ammette che l’austerità è stato un errore, ma nega che la responsabilità sia stata esclusivamente tedesca. Rivendica per i socialisti il merito della legge sull’unione bancaria e la tassa sulle transazioni finanziarie ma non riesce (o non può perché legato a doppio filo alle banche) fornire una soluzione per portare l’Europa fuori dalla crisi. Sui parametri di Maastricht è lapidario: “Il rapporto deficit/Pil al 3% va rispettato”. Mentre per gli Eurobond “non ci sono le condizioni”. Proprio il tipo di concezione dell’Europa che porta voti al M5S.

DL Lavoro: Renzi accontenta Alfano e spacca i sindacati

dl lavoroMatteo Renzi ha fretta di far approvare dal parlamento il Decreto Legge sul Lavoro licenziato dal suo governo. Il provvedimento è all’esame della commissione Lavoro del Senato e approderà in aula martedì. Ma bisogna correre perché scade il 19 maggio. Ecco allora spiegato il mezzo pasticcio combinato dal governo Renzi. Decidendo di presentare alcune correzioni al testo originario per dare un contentino elettorale al Ncd di Alfano, l’esecutivo ha fatto infuriare il leader della Cgil Susanna Camusso e ha finito per sfasciare la già precaria unità sindacale.

La Camusso accusa Renzi di aver partorito un Dl Lavoro che non crea nuova occupazione ma, al contrario, istituzionalizza la precarietà. D’accordo con lei il segretario Cisl Raffaele Bonanni. Di contro, il numero uno della Uil, Luigi Angeletti, ha mostrato apprezzamento per la soluzione adottata dal governo, accolta con grida di giubilo da Alfano e i suoi. Sullo sfondo del dibattito sulla miniriforma del lavoro – ritenuta epocale dall’anima di centrodestra del governo e dannosa da quella, esigua, di sinistra, supportata dall’esterno dalla Cgil – si staglia la sbiadita figura di Silvio Berlusconi.

Impallato dai limiti imposti dall’affidamento ai servizi sociali e dagli effetti legali della condanna per frode fiscale, il rifondatore di Forza Italia aveva provato inutilmente ad inserirsi nel gioco del Dl Lavoro con la solita provocazione: il nome Silvio Berlusconi è apparso come primo firmatario di un emendamento presentato da Alessandra Mussolini che prevede la detassazione per l’assunzione di inoccupati e disoccupati di qualsiasi età. Una geniale trovata elettorale in vista delle elezioni europee del 25 maggio. Peccato che l’emendamento Berlusconi non possa essere niente altro che una provocazione, appunto, perché il Nostro non può firmare un bel niente a causa dell’interdizione dai pubblici uffici a cui è stato condannato.

Per questo un amareggiato ex Cavaliere, ospite domenica a In mezz’ora di Lucia Annunziata, ha sentenziato: “Renzi non dura al di là di un anno, un anno e mezzo, la situazione generale dell’economia imporrà un cambiamento nella classe dirigente e di governo”. Berlusconi minaccia così di scaricare il giovane ex pupillo, con buona pace delle Riforme e del patto del Nazareno ormai quasi defunto. Ma, abbandonando Renzi, dovrebbe rinunciare al sogno di essere riabilitato come Padre riformatore. Ci ripenserà.

Tornando al merito del Dl lavoro, l’emendamento che ha mandato su tutte le furie la Camusso è quello per cui le aziende che sforano il 20% dei contratti a termine non avranno più l’obbligo di assumere a tempo indeterminato, ma dovranno sborsare solo una multa (tra il 20 e il 50% dello stipendio del lavoratore sfruttato). La pasionaria sindacalista ha parlato di “via libera all’illegittimità dei rapporti di lavoro”. Contrario al ricorso sistematico ai contratti a termine per sfruttare i lavoratori anche il collega Bonanni, se pur con sfumature più moderate. Ma Renzi decide di tirare diritto e, intervistato da Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, dichiara ducescamente: “I sindacati non mi fermano”.

Nessun problema riguardo all’introduzione della multa, invece, per Angeletti della Uil. Visione non troppo difforme, anche se edulcorata, da quella proposta da Ncd il cui segretario Alfano ha usato toni nientemeno che trionfalistici su twitter per commentare il “decretino” sul lavoro. “Ncd soddisfatto perché migliora il testo Camera. Meno Fornero, più Biagi. Senza di noi vincoli e sanzioni”, ha twittato Angelino senza rendersi conto, forse, di stare usando strumentalmente il nome di Marco Biagi che, da quando è stato ammazzato dalle BR nel 2002, è diventato il simbolo involontario di tutte le leggi sul lavoro che stanno massacrando i lavoratori a colpi di precariato. Povero Biagi.

F-35, ricatto americano all’Italia

Obama F-35Sull’acquisto di 90 caccia F-35 da parte dell’Aeronautica militare italiana si allunga l’ombra del ricatto politico del governo statunitense. A riaprire la polemica sugli F-35 è stato Gad Lerner durante la sua trasmissione Fischia il vento. Il noto giornalista è venuto in possesso di una nota diffusa dall’ambasciata americana a Roma che suona come un avvertimento al governo italiano: impossibile rinunciare o ridurre l’ordine degli F-35 senza subire conseguenze non solo militari, ma anche economiche. L’impressione è che da Washington abbiano voluto rinfrescare la memoria a Renzi sul fatto che gli F-35 prodotti dalla Lockheed Martin fanno parte di un patto vincolante e segreto firmato da tempo.

L’intervento americano va così a fare il paio con le parole pronunciate dal presidente Giorgio Napolitano in occasione delle celebrazioni del 25 aprile. Il vecchio Re Giorgio, capo delle Forze Armate secondo Costituzione, aveva sorpreso tutti tornando ad indossare l’elmetto da soldato per condannare il “nuovo anacronistico antimilitarismo”, ovvero la semplice richiesta di sottoporre al parlamento le esigenze di spesa della Difesa, F-35 compresi. Timorosi per la possibile insufficienza del monito quirinalizio, gli americani hanno deciso di ribadire il concetto.

“Ulteriori riduzioni sul programma – si legge nella nota diplomatica consegnata a Lerner – potrebbero incidere sugli investimenti e, dunque, sui benefici non soltanto sotto il profilo militare, ma anche in termini economici in generale ed occupazionali in particolare”. Parole che lasciano pochi dubbi sulle reali finalità del messaggio. È nella logica delle cose, infatti, che un taglio degli ordinativi di F-35 porterebbe ad una immediata ricaduta occupazionale sullo stabilimento piemontese di Cameri, in provincia di Novara, che assembla parti dei super-jet per conto dell’Alenia, società del Gruppo Finmeccanica. Perché allora gli americani sentono tanto il bisogno di ribadire l’aspetto economico della rinuncia agli F-35? L’unica risposta plausibile è il richiamo al rispetto dei patti (segreti) già firmati.

Ad ulteriore dimostrazione della volontà a stelle e strisce di far sentire la propria ingerenza sull’allocazione delle risorse militari di un paese alleato, ovvero la decisione diretta su quali e quanti armamenti comprare, c’è anche l’inusuale interventismo ostentato da Barack Obama. L’ambasciata americana a Roma ha ricordato con un’altra nota che il presidente americano, durante la sua visita lampo nel Belpaese per incontrare papa Francesco e l’amico Giorgio, ha puntato il dito contro le carenze di investimenti militari degli altri paesi della Nato. A Washington spendono il 4% del Pil per armarsi fino ai denti, mentre l’Italietta destina meno dell’1% della propria ricchezza in armamenti.

Restando in casa nostra, il ministro della Difesa Roberta Pinotti, ospite di Lerner insieme al capo di Stato Maggiore della Difesa Luigi Binelli Mantelli, ha definito “fattibile” un’azione politica che porti ad “una revisione del programma”. I suoi buoni propositi si sono però scontrati rigidità militaresca di Binelli Mantelli il quale, molto più in sintonia con i desiderata americani, ha pronosticato che gli F-35 “saranno il futuro delle forze aeree per i prossimi 40-50 anni, un futuro a cui non c’è alternativa”. Evidentemente il capo di Stato Maggiore deve aver parlato con gli sherpa di Obama, mentre la povera ministra non è stata avvertita da nessuno del “patto segreto” che ci tiene al guinzaglio del governo Usa.

La Pinotti ha tentato di recuperare tentando di staccare l’adesivo di “servi” attaccato sulle divise italiane. Non c’è sudditanza, c’è un’alleanza”, ha detto, ma nessuno le ha creduto. A giudizio del primo ministro della Difesa donna della storia repubblicana italiana “non siamo acquirenti, ma coproduttori”. E allora, come si spiegano i diktat a stelle e strisce? Binelli Mantelli, invece, non vede alternative agli F-35 che nei prossimi 15 anni verranno adottati da moltissimi paesi. Sempre che gli innumerevoli problemi tecnici non lascino a terra il gioiellino della Lockheed Martin.

Grillo attacca il sistema PD-MPS: peste rossa e mafia del capitalismo

grillo assemblea mpsIl ciclone Beppe Grillo si presenta all’assemblea dei soci del Monte dei Paschi di Siena (delegato da un piccolo azionista) e si scatena in una invettiva contro il sistema di potere Pd-Mps. Definisce il PD, senza citarlo, la “peste rossa” che “non ha per ora nomi, ma ha un preciso indirizzo, via Nazareno Roma”. Considera Siena e la commistione tra politica e denaro il “cuore del voto di scambio”. Per il guru a 5Stelle la vera mafia del capitalismo è a Siena e non in Sicilia. Una frase che ha fatto esultare non pochi italiani.

Grillo comincia il suo discorso citando il decreto di archiviazione dell’inchiesta sugli ex vertici di Mps, Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, per affermare che “Mussari e Vigni obbedivano a ordini di politici locali e nazionali e anche se i giudici non ne fanno i nomi è evidente che sono politici del PD che aveva il controllo della Fondazione Monte dei Paschi”.

La svalutazione del titolo di MPS, continua Grillo, è “devastante”. Nel 1999 valeva 5 euro, oggi 10/20 centesimi: “La più grossa distruzione di valore della storia finanziaria del Paese e forse dell’Europa”. Il comico-politico attacca Amato, D’Alema e Bassanini che “da Sinistra” negli anni ’90 bollarono come “palla al piede dell’economia nazionale” il sistema bancario pubblico. Le banche pubbliche cominciarono così ad essere privatizzate, fino a che non si giunse alla crisi americana dei mutui subprime che investì anche i tre principali istituti di credito italiani, una volta pubblici: Unicredit, Intesa Sanpaolo e Mps. “Tutte tecnicamente fallite” dice Grillo, e non a torto.

“Siena è stata la città più rossa d’Italia – dice Grillo – anche il 58% dei voti al vecchio PCI. Ma i vecchi, ottimi compagni, quelli dell’antifascismo, della lotta partigiana e poi delle lotte contadine e operaie, si erano guardati bene da mettere le mani nella banca. Ma quei compagni non ci sono più o non hanno più potere”. Con la metamorfosi del Pci in Pds, poi Ds e, infine, Pd le nuove generazioni di politici hanno sottratto la ricchezza a chi la produceva per dissiparla fino a consumarla. Quella che Grillo definisce la “peste rossa”, appunto.

L’anno della svolta è il 1995, quando l’istituto di Rocca Salimbeni viene privatizzato e l’allora Pds, accusa Grillo, tramite il Comune e la Provincia di Siena prende possesso della Fondazione a cui era stato assegnato il 100% delle azioni Mps. Da quel momento “la banca smette di fare utili” e paga sontuosi dividendi agli azionisti “mangiandosi il capitale e le riserve”. Il processo di disfacimento di Mps “diventa rovinoso” nel 2001 allorché il Pd nomina Mussari presidente della Fondazione. Nel 2006 il manager calabro-toscano si “autonominerà” presidente della banca e sarà responsabile delle disastrose operazioni Banca 121 e Antonveneta.

Grillo fornisce una dettagliata ricostruzione della fallimentare acquisizione di Antonveneta fino al 2011, sollevando il dubbio che anche Bankitalia e Consob fossero coinvolte perché non hanno sollevato alcuna obiezione quando “non potevano non vedere”. Secondo il guru del M5S, il quasi fallimento di Mps è tutta colpa delle ingerenze indebite del Pd. Non manca nemmeno un tocco di giallo con l’accenno al suicidio di David Rossi, anche questo da attribuirsi, almeno “moralmente”, al Pd.

L’ultimo capitolo del suo intervento Grillo lo dedica alla nuova gestione Profumo-Viola. L’ex numero uno di Unicredit, fortemente voluto dal sindaco senese Franco Ceccuzzi del Pd, è sospettato di aver coperto il debito di 600 mln di euro che Sorgenia di Carlo De Benedetti (tessera n.1 Pd) ha contratto con il Monte. Ma non solo, perché Grillo lo accusa anche di stare svendendo quel che resta della banca ai “mostri della finanza Usa” come il fondo di investimento Black Rock. L’invito rivolto agli azionisti è quello di fermare la peste rossa.

Etihad non fa sconti: Alitalia diventa un emirato o fallisce

Etihad AlitaliaAlitalia è giunta a un bivio: lasciare per sempre a terra la propria flotta, oppure cedere alle condizioni inique proposte dalla compagnia aerea degli Emirati Arabi Etihad. Gli emiri provano ad approfittare delle condizioni fallimentari in cui è stata ridotta da imprenditori Patrioti e politici corrotti quella che una volta era la compagnia di bandiera italiana. Decenni di sprechi, favoriti anche dalle migliaia di assunzioni clientelari pretese dai sindacati, seguiti nel 2008 dal disastroso “salvataggio” orchestrato da Silvio Berlusconi per vincere le elezioni in nome dell’italianità di Alitalia.

Il cruciale consiglio di amministrazione della compagnia, convocato il 22 aprile scorso, si è risolto con uno scarno comunicato che è servito all’ad Gabriele Del Torchio per illustrare ai consiglieri “lo stato delle relazioni con Etihad”. Formula burocratica dietro la quale si nasconde il contenuto del ricatto che gli arabi si possono permette di fare ad una azienda sommersa dai debiti. Gli emiri, che del capitalismo occidentale hanno assimilato la spietatezza negli affari, sarebbero disposti a sborsare tra i 350 e i 500 mln di euro per acquisire una quota della compagnia italiana compresa tra il 40 e il 49%. A condizione, però, di poter licenziare 3.000 dipendenti, di trasformare in azioni Alitalia 400 mln di debiti vantati da Unicredit e Banca Intesa, e di ottenere la manleva sul contenzioso con Carlo Toto, ex numero uno di Airone.

Oltre a pretendere queste tre operazioni, Etihad pensa di fare dell’Italia un suo emirato e si rivolge direttamente al governo per ottenere lo stop dei finanziamenti pubblici alle compagnie low cost, considerati contrari alle leggi sulla concorrenza. Ma non solo, perché la compagnia degli EAU punta ad entrare nel capitale della società Adr-Aeroporti di Roma, di proprietà della famiglia Benetton, con una quota di almeno il 20%. Lo scopo è quello di trasformare Fiumicino nell’unico hub intercontinentale italiano, collegandolo all’Alta Velocità ferroviaria e abbandonando al suo destino lo scalo di Malpensa.

Se posta in questi termini, quella araba rappresenterebbe una conquista del continente europeo che nemmeno ai tempi del Califfato di Cordova. E il fatto è che non ci sono in vista soluzioni alternative. La cordata di Patrioti che doveva ridare l’Alitalia agli italiani, voluta da Berlusconi e capeggiata dall’allora ad di Unicredit Corrado Passera, ha chiuso il 2013 con un bilancio disastroso. Le perdite prodotte in cinque anni dai “capitani coraggiosi” come Colaninno, Marcegaglia, Riva, Ligresti, Benetton e Passera ammontano a 1,3 miliardi di euro: 326 mln nel 2009, 160 mln nel 2010, 69 mln nel 2011 con ad Rocco Sabelli; 280 mln nel 2012 con Andrea Ragnetti; quasi 500 mln nel 2013 con Gabriele Del Torchio.

E pensare che nella primavera del 2008 Airfrance avrebbe acquisito Alitalia accollandosi tutti i debiti e con “soli” 2.000 esuberi, diventati più di 3.200 con il Piano Passera ai quali, adesso, dovranno aggiungersene altrettanti. Una tragedia imprenditoriale, politica, occupazionale e sociale per la quale nessun responsabile pagherà mai. Neanche Romano Prodi che nel 1988, da presidente dell’Iri, licenziò il manager Umberto Nordio dando avvio alla lenta ma inesorabile fine di Alitalia.

Una citazione particolare la merita il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi, ciellino di Ncd. Uomo di fiducia di Berlusconi ai tempi del disastroso rifiuto posto ad Airfrance e della fiducia accordata all’Armata Brancaleone dei Patrioti, Lupi si permette di definire il massacro di Alitalia compiuto da Etihad un “accordo strategico”. Certo, come no, strategico di sicuro, ma solo per gli emiri miliardari e per coloro che, come Lupi, continuano ad occupare le Poltrone in barba al buon senso e alla pazienza (non infinita) dei cittadini.