Fini-Giovanardi addio. Analisi della nuova situazione legislativa

Dedicato a Carlo Giovanardi

Consulta boccia Fini GiovanardiLa legge Fini-Giovanardi di fatto non esiste più dopo la bocciatura della Corte Costituzionale. Ma i tifosi della legalizzazione della marijuana che scenderanno in piazza per festeggiare la fine del proibizionismo rollandosi una “canna” lo faranno ancora a loro rischio e pericolo. In caso di fermo di polizia, infatti, la segnalazione alla prefettura quali assuntori di droga (se pur ritornata ad essere “leggera” nel caso della cannabis) resta ancora obbligatoria perché la Consulta, bocciando nel metodo l’impianto della Fini-Giovanardi, non ha affatto aperto alla depenalizzazione totale del consumo di erba, ma ha riportato la legislazione italiana sulle droghe indietro di 21 anni.

Cancellata per via giudiziaria la tanto discussa legge firmata da Gianfranco Fini e Carlo Giovanardi, constatata la pavida inerzia della politica a mettere mano al problema droga e alla revisione dell’approccio proibizionista, adesso non resta che riesumare la legge Jervolino-Vassalli del 1990 (legge 26 giugno 1990, n. 162. GU n.147 del 26-6-1990 ), inserita nel Decreto del Presidente della Repubblica n. 309/90 (D.P.R., testo coordinato 09.10.1990 n° 309, G.U. 31.10.1990 ), in seguito modificato dal D.P.R. n. 171/93 (GU n. 130 del 05/06/1993) che ha recepito i risultati del referendum sugli stupefacenti del 1993 promosso dal Partito Radicale.

Il primo effetto della bocciatura della Fini-Giovanardi sarà la (non sempre immediata) uscita dal carcere di migliaia di piccoli spacciatori di cannabis. Una soluzione per così dire salomonica trovata dalla politica per rispondere all’appello lanciato dal presidente Napolitano, volto ad evitare le sanzioni previste da una deliberazione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) per la fine di maggio, quale punizione per l’inumano trattamento a cui sono sottoposti i detenuti italiani a causa dell’affollamento carcerario (sentenza Torreggiani).

Ma vediamo nello specifico come funziona la legislazione sulle droghe da oggi in vigore. Partiamo dalla fine. Nella Camera di Consiglio del 12 febbraio 2014 la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della legge n. 49/2006 Fini-Giovanardi. Come riportato in un comunicato ufficiale (le motivazioni saranno pubblicate tra qualche settimana), ad essere incostituzionali sono gli “artt. 4-bis e 4-vicies ter del d.l. 30 dicembre 2005, n. 272, come convertito con modificazioni dall’art. 1 della legge 21 febbraio 2006, n. 49, così rimuovendo le modifiche apportate con le norme dichiarate illegittime agli articoli 73, 13 e 14 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309”. Secondo la Consulta è stato violato “l’art. 77, secondo comma, della Costituzione, che regola la procedura di conversione dei decreti-legge”.

In pratica, è stata accolta la questione di legittimità sollevata dalla terza sezione penale della Cassazione secondo la quale il governo Berlusconi dell’epoca avrebbe compiuto un eccesso di delega, perché le norme in materia di droga, evidentemente estranee all’oggetto, erano state inserite nel decreto legge sulle Olimpiadi invernali di Torino del 2006. Come si capisce, nessun intervento antiproibizionista della Consulta, ma una esclusiva questione di metodo.

Cosa succederà adesso a chi spaccia hashish, oppure fuma semplicemente uno spinello o ha una piccola coltivazione in balcone per uso personale? Per quanto riguarda lo spaccio, si passa da una pena massima compresa tra i 6 e i 20 anni (come ai grandi trafficanti intercontinentali di cocaina ed eroina) ad una “più lieve” tra i 2 e i 6 anni. Altro che legalizzazione. Tornano invece a sorridere i consumatori, costretti comunque a ricorrere al mercato illegale per rifornirsi. Chi verrà beccato con il “fumo” (diverso dal fumo evocato da Napolitano nella vicenda Monti-Friedman) dovrà sottostare alla segnalazione alla prefettura, ma senza preoccuparsi di detenere una quantità di sostanza maggiore della dose media giornaliera (concetto eliminato dal referendum del 1993, poi reintrodotto dalla defunta Fini-Giovanardi). Sarà il giudice a valutare caso per caso, senza obbligo di equiparazione allo spaccio anche per quantitativi “considerevoli”.

Più complicato il discorso sulla coltivazione domestica. Anche se sussistono interpretazioni giurisprudenziali contrastanti (sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione n. 28605 del 10 luglio 2008 e sentenza n. 360 del 1995 della Corte Costituzionale, favorevoli alla punibilità della condotta coltivativa; sentenza n. 17899 del 5 maggio 2008 della sez VI della Cassazione e sentenza n. 443 del 1994 della Corte Costituzionale contrarie alla punibilità), la legislazione tende ad equiparare la coltivazione, anche per uso personale, allo spaccio.

A conti fatti, comunque, la decisione della Consulta di bocciare la Fini-Giovanardi, ripristinando la differenziazione tra droghe leggere e pesanti, piomba come un macigno antiproibizionista nel dibattito socio-culturale aperto sulla legalizzazione della cannabis.

M5S: su immigrazione, legge elettorale e droghe decide la Rete

Il Movimento5Stelle voterà in favore dell’abolizione del reato di immigrazione clandestina. Lo hanno stabilito gli iscritti al portale grillino attraverso una consultazione on-line. Certo, solo 25mila degli oltre 80mila iscritti al blog di Grillo prima del 30 giugno 2013 hanno deciso di esercitare il loro diritto. Sulla bassa affluenza alle urne virtuali hanno contribuito anche le falle del sistema informatico e comunicativo gestito da Gianroberto Casaleggio. Ma si può comunque affermare che il primo test di partecipazione diretta dei cittadini nella scelta di una legge sia stato un successo.

La dimostrazione sta nel fatto che proprio Beppe Grillo, definito dai detrattori come il duce di un movimento sfascista e dittatoriale, si sia dovuto piegare alla volontà di poche migliaia di illustri sconosciuti: gli attivisti del M5S. L’ex comico, insieme a Casaleggio, si era espresso chiaramente contro l’iniziativa dei due senatori pentastellati, Maurizio Buccarella e Andrea Cioffi, latori di un disegno di legge favorevole alla depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina. “Se avessimo inserito questa proposta nel nostro programma, il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico alle elezioni”, così Grillo aveva stroncato in ottobre la pur umanamente lodevole iniziativa dei suoi.

Su argomenti così importanti, assenti dal programma a 5Stelle, “decide la Rete”. Parola di Grillo e Casaleggio. E la Rete grillina sull’immigrazione clandestina la pensa al contrario rispetto a Grillo. Il Capo si è infatti adeguato, senza nemmeno dire la sua sul blog. Al netto delle polemiche interne al Movimento e del polverone alzato dalla quasi totalità dei mass media, i grillini hanno deciso di ripetere immediatamente l’operazione democrazia diretta. Sul loro portale sono già in discussione due proposte di legge che riguarderanno il sistema elettorale e la legalizzazione della cannabis.

La discussione sulla legge elettorale è certamente quella più gettonata nel dibattito politico italiano. Le motivazioni riguardo la bocciatura del Porcellum rese note dalla Consulta hanno, di fatto, consegnato al Paese un proporzionale puro, costringendo Matteo Renzi a forzare i tempi per imporre uno dei tre modelli elettorali scelti dal Pd (spagnolo, mattarellum, sindaco d’Italia). Ma i grillini non ne vogliono nessuno dei tre, almeno fino a quando la Rete non si sarà espressa. Nei prossimi giorni gli 80mila iscritti dovranno iniziare a confrontarsi su maggioritario, proporzionale, premi di maggioranza e preferenze.

La legge elettorale a 5Stelle non vedrà quindi la luce prima di uno o due mesi. Del resto, Grillo e Casaleggio non hanno alcuna fretta, visto che una legge elettorale valida già c’è: il Porcellum emendato dalla Consulta. Ipotesi confermata anche dal costituzionalista Aldo Giannuli. “La Corte dice chiaramente che il Porcellum, emendato come da sentenza, è un sistema perfettamente funzionante – scrive il professore sul blog di Grillo – che può essere usato immediatamente come sistema proporzionale su lista, con apparentamento ed una sola preferenza esprimibile”. Renzi dovrà dunque accontentarsi di fare la legge elettorale con Berlusconi e Alfano, ma non con Grillo.

Da ieri il M5S discute anche di superamento della Fini-Giovanardi e di legalizzazione della cannabis. Anche in questo caso saranno gli iscritti, come segnalato nel post del deputato Vittorio Ferraresi, a dare vita ad un testo definitivo che al momento parte da tre punti principali: differenziazione tra droghe leggere e pesanti, liceità della coltivazione di marijuana, eliminazione di arresto obbligatorio e illeciti amministrativi. Comunque la si pensi sul merito delle questioni, è il metodo, ovvero la partecipazione diretta dei cittadini, a rischiare veramente di funzionare. Una prospettiva che fa paura al Potere costituito nelle stanze dei bottoni. Non si spiegherebbe altrimenti l’attacco mediatico concentrico di cui è stata oggetto la votazione sull’immigrazione clandestina. Scottata dalla vittoria dei cittadini contro Grillo (presunto) dittatore, la stampa di destra (Il Giornale diretto da Sallusti) e di sinistra (Repubblica di De Benedetti) si è lanciata in un attacco scomposto e volgare contro il Movimento. Paura di una democrazia in cui è il popolo che decide.

Legalizzazione cannabis in Italia: la Lega apre il dibattito. Manconi presenta un ddl

erbaIl dibattito sulla legalizzazione della cannabis è aperto anche in Italia. A dare il via alla discussione sugli effetti della legislazione proibizionista nel nostro paese è stato Gianni Fava, assessore regionale all’Agricoltura in Lombardia. Leghista. Ed è proprio il fatto che Fava sia un esponente di spicco della Lega Nord, il partito dei duri padani, ad aver acceso l’interesse morboso dei media su una frase postata su Twitter e ritwittata subito dopo da Roberto Maroni, presidente lombardo e segretario uscente del Carroccio.

“Credo valga la pena cominciare a parlarne seriamente. Il proibizionismo ha fallito”, ha scritto Fava nel giorno dell’Epifania, con riferimento ad un articolo pubblicato da lastampa.it in cui si parla delle conseguenze sul mercato globale della legalizzazione della marijuana in alcuni stati degli Usa come Colorado e Washington. Un’uscita perlomeno azzardata per uno della Lega, ancor più fragorosa perché sottoscritta da un pezzo grosso come Bobo Maroni (nel linguaggio del web ritwittare significa approvare e condividere un argomento altrui ndr). La presa di posizione dell’ex leader dei lumbard ha scatenato un putiferio nel partito, tanto da costringere Maroni alla smentita dopo che anche Matteo Salvini aveva stoppato l’apertura antiproibizionista.

“Nell’agenda della Lega non c’è la discussione su un’eventuale legalizzazione o meno della cannabis”, dice il neo-segretario che però non sembra chiudere definitivamente la porta in faccia alla questione quando aggiunge che “è giusto discutere senza pregiudizi su tutto”. Anche sulla legalizzazione della prostituzione, argomento caro a Salvini. Comunque, tanto per allontanare da sé la tempesta, Maroni si affida alla più classica delle smentite. “Un mio collaboratore ha per errore ritwittato Fava su antiproibizionismo. Giusto discutere di tutto, ma non condivido questa apertura”, scrive sul social network.

Caso chiuso nella Lega? Si direbbe di no perché l’indomito Fava decide di vestire i panni del nuovo Pannella e insiste. “Non mi sento solo, queste scelte prima che politiche sono etiche – afferma l’assessore al termine dell’ultimo Consiglio regionale lombardo – Non è una priorità ma è un dibattito che serve. Il segretario della Lega è Salvini, faccia sintesi e io mi adeguo ma questa è la mia posizione storica”. Ma c’è di più. A Fava non va proprio giù la legge Fini-Giovanardi, definita senza mezzi termini “liberticida” e “un errore”, in barba alla rinnovata presa di posizione proibizionista del duo Maroni-Salvini.

Intanto i sostenitori storici della legalizzazione del consumo di marijuana non perdono l’occasione per alimentare le fiamme del dibattito aperto dalla Lega. Il senatore Pd Luigi Manconi ricorre ad una nota per ricordare di aver già presentato un ddl in materia di “coltivazione e cessione della cannabis indica e dei suoi derivati” che considera non più punibili tali condotte. “Dopo trent’anni di fallimenti della politica proibizionista in tutto il mondo – aggiunge il presidente della onlus A buon diritto – si è avviata finalmente una riflessione da parte di molti enti pubblici e di alcuni stati nazionali”.

Anche Nichi Vendola ricorre a twitter per dire la sua. “La legge Fini-Giovanardi è una legge sbagliata, feroce, inefficace – attacca il leader di Sel – il proibizionismo non è altro che manna dal cielo per i narcotrafficanti. E’ ora di legalizzare la cannabis”. Scontato, invece, il No alla legalizzazione di Giovanni Serpelloni. “Sono contrario a legalizzare la sostanza: dal punto di vista tecnico e scientifico non è razionale”, dice lo zar proibizionista del Dipartimento delle Politiche antidroga della presidenza del Consiglio. Ma anche lui sembra piegarsi all’effetto Colorado quando, sollecitato sulla possibilità di una prossima depenalizzazione del consumo personale di cannabis, aggiunge: “Rispetterei le eventuali decisioni del Parlamento, come giusto”.

Erba di Stato in Uruguay

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/11/marijuana-di-stato-in-uruguay-dalla-produzione-alla-vendita-a-un-dollaro-al-grammo/809172/

Marijuana di Stato. Il Senato dell’Uruguay ha approvato in via definitiva il progetto di legge che prevede che sarà lo Stato a farsi carico della produzione, distribuzione e vendita della marijuana, dopo una lunga giornata di dibattito, durata oltre mezza giornata.

marijuana libreLa norma è stata approvata con i soli voti del Fronte Ampio – la coalizione di sinistra al governo a Montevideo – mentre i partiti dell’opposizione si sono opposti alla storica riforma, con un risultato di 16 voti a favore e 13 contrari, su un totale di 30 seggi (uno dei senatori dell’opposizione era assente). La legge prevede la creazione di un Istituto di regolamentazione della cannabis (Inc), che concederà licenze ai privati per la coltivazione delle piante da parte di singoli (massimo sei piante a testa), associazioni di consumatori (massimo 45 soci e 99 piante) e produttori più importanti, che venderanno la marijuana attraverso una rete di farmacie autorizzate, per un massimo di 40 grammi mensili a persona. Non sarà possibile la vendita agli stranieri.

Per rendere possibile il controllo del mercato della marijuana sarà creato anche un registro di consumatori, la cui privacy sarà garantita dalle norme già esistenti in materia di protezione dei dati. Il presidente José Mujica ha ribadito che l’obiettivo della riforma non è “diventare un Paese del fumo libero”, ma piuttosto tentare un “esperimento al di fuori del proibizionismo, che è fallito” per riuscire a “strappare un mercato importante ai trafficanti di droga”.

Lo stesso Mujica ha anche ammesso che “forse l’Uruguay non è pronto per questa esperienza”, come dimostrano i sondaggi, secondo i quali oltre il 60% dei cittadini si oppone alla riforma, e gli argomenti dell’opposizione, che denuncia il rischio di aumento del consumo di cannabis e la possibilità che il piccolo paese diventi una meta del “turismo della canna”. A queste obiezioni di fondo se ne aggiungono altre di tipo formale, che potrebbero motivare una dichiarazione di inconstituzionalità della legge. Passato l’iter parlamentare, l’anno prossimo si passerà alla prova dei fatti. Responsabili del governo hanno detto che la produzione e la vendita della marijuana di Stato sarà pronta verso giugno o luglio, e hanno garantito un prezzo competitivo con quello del mercato illegale: un dollaro al grammo.

I senatori del Fronte Ampio hanno argomentato, durante le dodici ore che è durato il dibattito, che la riforma rappresenta un punto di equilibrio fra la proibizione e la legalizzazione del cannabis, attraverso la regolamentazione e il monitoraggio del ciclo produttivo della marijuana in ognuna delle sue fasi.

L’opposizione, da parte sua, ha sostenuto che la legge approvata rappresenta una chiara violazione dei trattati internazionali in materia di droghe, presenta grosse difficoltà di implementazione e potrebbe risultare incostituzionale, perché prevede la creazione di un organismo statale, l’Inc, meno di un anno prima delle elezioni politiche e presidenziali previste per novembre del 2014, il che è proibito dalla carta magna uruguayana.

Le dichiarazioni della Cancellieri riaprono il dibattito su carcere e amnistia

Il caso delle telefonate intercorse tra il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, e alcuni membri della famiglia Ligresti sembra già chiuso. Il Guardasigilli riferirà martedì in Parlamento ma, a giudicare dalle dichiarazioni rilasciate sabato scorso durante la conferenza stampa svoltasi a margine del XII Congresso dei Radicali Italiani, non ci dovrebbero essere dimissioni a sorpresa. La Cancellieri, infatti, ha respinto con decisione le accuse di aver utilizzato una corsia preferenziale per ottenere la scarcerazione di Giulia Maria Ligresti, la figlia di Salvatore finita in carcere insieme alla sorella Jonella per essersi intascata decine di milioni della FonSai (condanna a 2 anni e 8 mesi patteggiata dalla Ligresti a fine agosto).

Anche il Enrico Letta si è detto laconicamente convinto che il ministro “chiarirà”, mentre la mozione di sfiducia individuale presentata dal M5S sembra destinata a non ottenere larghi consensi tra i banchi della maggioranza Pd-Pdl. Caso chiuso allora, a meno di nuovi clamorosi sviluppi dell’inchiesta di Torino, ma dibattito sulle condizioni carcerarie degli istituti di pena italiani riaperto più che mai. Il Guardasigilli, infatti, pur di trovare una linea difensiva credibile per difendersi dalle accuse di favoritismo nei confronti dei soliti Potenti -per giunta anche amici di famiglia ed ex datori di lavoro del figlio Piergiorgio Peluso– che gli sono piovute addosso da grillini, renziani, dal web e dalla quasi totalità dell’opinione pubblica, non ha esitato ad alzare nervosamente la voce per presentarsi come paladina dei diritti umani e angelo custode dei 65mila detenuti italiani. Folgorata sulla via di Chianciano, la Cancellieri ha dichiarato in crisi mistica: “Ho ascoltato e capito che occorre un cambiamento culturale nel mondo e nell’inferno delle carceri, e ora sono pronta ad andare a Strasburgo […] vado a testa alta, l’Italia va a Strasburgo a testa alta”.

Logico che, di fronte ad affermazioni del tipo “Io ho la responsabilità dei detenuti, ho fatto oltre cento interventi per persone che ho incontrato nel corso delle mie visite in carcere o i cui i familiari si sono rivolti a me anche solo tramite una e-mail”, migliaia di reclusi in condizioni disumane abbiano di colpo ritrovato la speranza, dopo che la questione amnistia e indulto sollevata dal presidente Napolitano si era persa in un polverone di inutili dichiarazioni politiche. “Non ci sono detenuti di serie A e serie B. Dobbiamo lottare per migliorare il sistema carcerario” ha aggiunto la Cancellieri, assurta al ruolo di Giovanna D’Arco dei galeotti. Segnalazioni al Dap, note scritte e, soprattutto, tanta “umanità” per un ministro che, a sentire solo la sua campana, sarebbe pronto per la canonizzazione.

Messa una pietra sopra su quella che Beppe Grillo chiama “l’inestricabile foresta pietrificata” dei rapporti tra Politica e Affari che in Italia fa dei Ligresti, e di quelli come loro, dei cittadini un po’ più uguali degli altri, adesso tutti si aspettano dal ministro delle soluzioni pratiche per risolvere il dramma del sovraffollamento carcerario. E in questo senso va la relazione sulle carceri che il Guardasigilli ha inviato alla commissione Giustizia in Parlamento. Il mantra è sempre quello usato da Napolitano (“è l’Europa che ce lo chiede”). Le soluzioni proposte dalla Cancellieri sono due: la riforma della custodia cautelare, definita come una “odiosa anticipazione della pena” e il ricorso massiccio a pene alternative al carcere. Dei 64.564 detenuti, 24.774 non sono ancora “definitivi”, a rischio quindi di “indebita anticipazione della pena”. I reati legati a  droga e immigrazione quelli più puniti (più di metà dei reclusi, ma nessun accenno alla modifica di Bossi-Fini e Fini-Giovanardi), mentre è proprio il concetto di carcere così come lo conosciamo che i tecnici del ministero vorrebbero stravolgere.

Il linguaggio burocratese parla di “riscrittura del sistema sanzionatorio, in modo che la sanzione definitiva in carcere sia contenuta e riservata ai casi in cui la finalità rieducativa della pena non possa prescindere dalla privazione delle libertà”. Che tradotto significa che dietro le sbarre (discorso valido anche per gli animali) ci devono finire solo gli individui pericolosi per la società (assassini, stupratori, criminali seriali e violenti). Giusto che la regola valga anche per i Ligresti. Niente carcere, ma ai ricchi, soprattutto se riconosciuti ladri multimilionari, basterebbe togliere tutti i loro averi per punirli. D’altronde l’ha detto la stessa Cancellieri che Giulia Ligresti in carcere soffriva di più perché “abituata ad un alto tenore di vita”.

Amnistia: Renzi spacca il Pd ma i sondaggi gli danno ragione

Proprio oggi la commissione Giustizia del Senato avvia l’esame dei disegni di legge 20 e 21 su amnistia e indulto, proposti rispettivamente da Luigi Manconi (Pd) e Luigi Compagna (Gal). Un iter parlamentare che si preannuncia a dir poco accidentato, visto che le dichiarazioni politiche rilasciate in queste ultime ore rischiano di far naufragare il progetto di Giorgio Napolitano di svuotare le sovraffollate carceri italiane attraverso la concessione di amnistia e indulto. Da una parte, quella del Pd, c’è il probabile segretario entrante, Matteo Renzi, che con il suo No alla concessione di provvedimenti di clemenza senza un contemporaneo intervento sulla legislazione carceraria, ha spaccato in due un partito già lacerato dalle faide interne e scontentato il presidente Napolitano

Dall’altra, quella del Pdl-Forza Italia, c’è un movimento diviso già nella sigla che però riesce a ricompattarsi solo nel nome del Cavaliere Decadente. Falchi e colombe del partito sono uniti come un sol uomo nel sostenere che un provvedimento di amnistia e indulto non potrà escludere Silvio Berlusconi. Quale modo migliore di far saltare l’accordo con il Pd? Per evidenti motivi di imbarazzo, la posizione intransigente dei berlusconiani era stata tenuta sotto traccia fino a ieri, quando è stata la più governativa delle colombe, il ministro Gaetano Quagliariello, ad ufficializzare la richiesta di un provvedimento di clemenza che includa anche Berlusconi. “Se amnistia e indulto saranno legge –ha detto il titolare delle Riforme- dovranno essere applicate a tutti i cittadini, Silvio Berlusconi compreso”. Un modo elegante per mettere la museruola alla collega della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, che aveva liquidato la pratica Berlusconi con un secco “amnistia e indulto non lo riguarderanno”.

La confessione di Quagliariello, che ovviamente non ha sorpreso nessuno, è stata l’occasione perfetta per  Beppe Grillo che non ci ha pensato su due volte a postare la sua opinione su un provvedimento che, a suo dire, Napolitano ha voluto solo per salvare Berlusconi, giocando con la pelle dei detenuti: “Quagliariello ha detto la verità: l’indulto e l’amnistia saranno applicate anche a Berlusconi. I suoi colleghi di governo facciano altrettanto. A cominciare dal Presidente della Repubblica Napolitano: vada in televisione a raccontarlo agli italiani”. Secondo il guru del M5S, che scomoda persino Abramo Lincoln, su questa sporca vicenda dell’amnistia e dell’indulto la casta ha travalicato i “diritti della maggioranza” –Per Grillo i politici stanno sfruttano mediaticamente la sofferenza dei carcerati, amplificata da leggi fatte da loro stessi (come quella dei profughi di Lampedusa), solo per salvare Berlusconi, qualche altro colletto bianco, il governo dell’inciucio Pd-Pdl e non fare brutta figura con l’Ue, infischiandosene del comune sentire degli italiani.

Opinione della “gente”, o del “popolo” come si diceva una volta, che invece sembra essere molto cara a Matteo Renzi, accusato da buona parte del suo partito di basarsi cinicamente solo sui sondaggi prima di esprimere un’opinione politica. I citati sondaggi guarda caso dicono che gli italiani considerano l’indulto e l’amnistia un’ingiustizia, perché darebbero ai criminali l’impressione che si possa delinquere, tanto poi in un modo o nell’altro potranno farla franca. Renzi ha fatto sua questa tesi, condendola con la richiesta di cancellare le leggi Fini-Giovanardi sulla droga e Bossi-Fini sull’emigrazione. Per questo si è sentito paragonare a Beppe Grillo dal ministro Flavio Zanonato, perché sulle carceri avrebbe assunto un atteggiamento demagogico, come Grillo sul reato di immigrazione clandestina. La faida combattuta all’interno del Pd tra renziani e nomenklatura proveniente dall’ex Pci ha contribuito ad armare la lingua di Stefano Di Traglia, storico portavoce di Bersani, che sul tema amnistia ha dichiarato che “era nelle cento proposte finali della Leopolda 2011” (il programma elettorale di Renzi alle primarie). Puro veleno Democratico.

Amnistia e indulto: il No di Renzi complica i piani di Napolitano

“Renzi è come Grillo”, si è sentito rispondere il vice direttore di Repubblica, Massimo Giannini, dal ministro dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato (Pd) durante la manifestazione La Repubblica delle Idee a Mestre. La domanda di Giannini riguardava la posizione presa da Matteo Renzi sulla proposta di amnistia e indulto avanzata dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Un No energico e risoluto, pronunciato sabato scorso a Bari e ribadito domenica di fronte alle telecamere di In Mezz’ora di Lucia Annunziata. Ma Zanonato non è stato il solo a scagliarsi contro quello che viene ritenuto un affronto alla linea tracciata da Napolitano. Da Emma Bonino a Maurizio Lupi, in rappresentanza del governo Letta, fino ad arrivare a metà del Partito Democratico, quella che non si riconosce nel renzismo divenuto quasi contagioso, l’occasione del No all’indulto è stata colta per cercare di isolare il giovane Renzi in nome del lealismo verso il Quirinale.

E meno male che per Matteo Renzi quella di sabato scorso a Bari doveva essere solo la prima tappa di un tour elettorale che si preannunciava trionfale. La segreteria Pd sembrava ormai a portata di mano, le primarie quasi una formalità utile a traghettarlo dolcemente verso l’8 dicembre, data del Congresso. Invece, è bastata una battuta su indulto e amnistia per dare il via ad una ridda di polemiche più o meno strumentali, ma pericolose per l’immagine del sindaco cool, amico di Roberto Cavalli. Evidentemente Renzi deve aver toccato il nervo scoperto che rischia di far saltare la cosiddetta trattativa Stato-Mediaset, ovvero quell’indicibile accordo che terrebbe in piedi il governo dell’inciucio Pd-Pdl in cambio di un salvacondotto giudiziario per Berlusconi, e di cui si sarebbe fatto garante il presidente Napolitano.

 

Non si spiegherebbe altrimenti la sprezzante reazione bipartisan in funzione antirenziana. “Renzi cerca consensi a destra come a sinistra, –dice il ministro dei Trasporti Lupi a SkyTg24l’amnistia e l’indulto sono stati richiesti dall’intervento fortemente elevato dal Presidente della Repubblica”. Per dare una picconata al Renzi grillino si scomoda persino la pacifista Emma Bonino, ministro degli Esteri: “Se Matteo Renzi è il nuovo che avanza, fatemi il favore di ridarmi l’antico”. Taglia corto il già citato Zanonato: “Renzi ragiona in termini puramente propagandistici stile Grillo”.

Renzi viene in pratica accusato di agire con inumanità, sulla pelle dei detenuti, con il solo scopo populista di allargare il suo bacino elettorale parlando alla pancia della gente. Ma le idee di Renzi sulla questione carcere, esposte di fronte alla platea barese, non vanno affatto nella direzione delle manette facili. “Affrontare oggi il tema dell’amnistia e dell’indulto –ha detto a Bari- è un clamoroso errore, un autogol. Cambiamo prima la Bossi-Fini e la Fini-Govanardi, non hanno funzionato e interveniamo su riforme strutturali, come la custodia cautelare”. Il Renzi-pensiero, condiviso questo sì anche dal M5S di Grillo, è che non si debba dare l’impressione che in Italia si possa delinquere, tanto arriva sempre il colpo di spugna del legislatore a condonare reati e pene. Bisognerebbe cominciare prima con l’escludere la nozione di reato per quelle azioni che reati non sono. Eliminare cioè leggi ingiuste e liberticide che per Renzi hanno un nome: Bossi-Fini sull’immigrazione e Fini-Giovanardi sulle droghe.

Posizione libertaria che offre il fianco alle bordate di Renato Brunetta: “Era ora che Renzi andasse oltre le battute. Finalmente rivela di essere per la droga libera e per l’immigrazione clandestina”. Ma come, il povero Renzi non era appena stato dipinto come il torturatore di detenuti contrario all’indulto? Lui intanto continua per la sua strada, ma con un mezzo passo in dietro,  ribadendo dalla Annunziata la sua fedeltà a Napolitano: “Non ho parlato contro Napolitano, non c’è la lesa maestà, ho detto che non mi sembrava serio un nuovo indulto-amnistia dopo 7 anni dall’ultimo”.

Amnistia e indulto: al via l’iter parlamentare tra dubbi e polemiche

La Commissione Giustizia del Senato ha segnato in rosso la data di martedì 15 ottobre, giorno in cui prenderà il via l’esame di due disegni di legge su amnistia e indulto, presentati dai senatori Luigi Manconi del Pd e Luigi Compagna di Gal. Da questa notizia si può partire per cercare di dare un senso al dibattito politico apertosi sul tema della concessione di un atto di clemenza per i detenuti, amnistia o indulto, invocato dal presidente della Repubblica durante la visita ufficiale in Polonia. La situazione delle carceri italiane è nota: quasi 70mila reclusi in celle che ne potrebbero contenere poco più della metà; condizioni igienico sanitarie al limite dell’inumanità; problema degli addetti alle strutture carcerarie (guardie penitenziarie, medici, assistenti sociali) che vivono sulla propria pelle gli stessi disagi dei detenuti.

Una realtà vergognosa a cui l’Ue ha imposto di mettere fine entro una data precisa: il 28 maggio 2013. Era il maggio del 2012, infatti, quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo –la famosa CEDU chiamata in causa da Silvio Berlusconi contro la condanna Mediaset- intimava all’Italia di risolvere il problema del sovraffollamento carcerario entro un anno, altrimenti avrebbe dovuto dar seguito alle centinaia di ricorsi fatti pervenire dai carcerati del Belpaese. Indecorosa e salata multa da evitare che ha spinto Napolitano –al pari di un innegabile afflato umanitario con tanto di caffè made in jail Poggio Reale- al caloroso messaggio da quel di Cracovia. In questo senso, per bloccare cioè la macchina della sanzione pecuniaria europea, vanno i due ddl presentati al Senato e quello di Sandro Gozi, sempre del Pd, parcheggiato a Montecitorio.

Molto simili le proposte dei due piddini, Manconi e Gozi: amnistia per tutti i reati con pena non superiore ai 4 anni, commessi entro il 14 marzo 2013; esclusi i reati di maggiore pericolosità sociale; indulto dai 3 ai 5 anni. Più o meno sulla stessa linea la versione di Compagna che elimina il riferimento alla nozione di “reato finanziario”. La ciliegina sulla torta per chi ancora avesse dei dubbi su chi, tra gli altri colletti bianchi, potrebbe beneficiare di una legge in tal senso, cioè Silvio Berlusconi, la mette Sandro Gozi il cui ddl prevede addirittura “pene accessorie indultabili”. Leggi interdizione e decadenza del Cavaliere. Ambigua la reazione del segretario del Pd Guglielmo Epifani all’ipotesi amnistia e indulto: “Vanno esclusi i reati che in passato sono già stati esclusi”. Un’apparente bordata ai sogni di Berlusconi ma, in realtà, l’ultimo indulto varato dal parlamento italiano nel 2006, l’indulto Mastella, fu esteso anche ai reati fiscali e contro la PA.

Il Pd è stato preso nel mezzo dall’offensiva del Colle. Una parte consistente del partito, infatti, è convinta che l’emergenza carceri non si risolverà mai solo con i provvedimenti tampone dell’amnistia e dell’indulto che “devono essere il punto di arrivo di un percorso strutturale”, afferma Danilo Leva, responsabile Giustizia di via del Nazareno. Epifani li definisce “una serie di altri interventi”, ma il significato è sempre lo stesso: depenalizzare alcune fattispecie di reato regolamentate dalle leggi Bossi-Fini, Fini-Giovanardi ed ex-Cirielli. Immigrazione clandestina, consumo-spaccio di droga e pene draconiane per i recidivi. Per il Pd sembra giunto il momento di cambiare una rotta proibizionista impostata proprio dalla Turco-Napolitano sull’immigrazione.

 

Nel senso di una modifica radicale alle leggi su immigrazione e tossicodipendenza è anche il M5S. Anche se proprio Beppe Grillo ha deluso i suoi sostenitori sconfessando pubblicamente con un post l’iniziativa dei senatori a 5Stelle Buccarella e Cioffi, autori dell’emendamento che abolisce il reato di clandestinità, approvato a sorpresa in commissione Giustizia. Ira del web contro il guru Beppe. Poche ore prima, infatti, lo stesso Grillo aveva postato un duro commento all’intervento anti-M5S di Napolitano, ribadendo la posizione del Movimento sulle carceri. E non solo, perché, nella mattinata di giovedì una delegazione pentastellata era salita al Quirinale per presentare a Napolitano il proprio Piano Carceri. Anche qui il riferimento alla modifica delle leggi su droga e immigrati è chiaro.

Miccichè denuncia: campagna acquisti del Pd sui senatori Pdl

Il grido di allarme lanciato da Gianfranco Miccichè su un presunto tentativo di compravendita di senatori del Pdl da parte dei nemici-alleati di governo del Pd, in vista di un probabile Letta-bis, arriva proprio nel giorno in cui Silvio Berlusconi stava cercando di ricompattare il partito, mettendo la museruola alle scaramucce mediatiche tra falchi e colombe, sintomo innegabile di una spaccatura all’interno del movimento azzurro sul tema dell’agibilità politica del Padrone. A sentire l’ex plenipotenziario di Forza Italia in Sicilia -uno degli artefici dello storico 61 a 0 nelle elezioni del 2001 e adesso leader del partito satellite Forza Sud– dalle parti di via del Nazareno si starebbero scoprendo le carte prima che Berlusconi riesca a far saltare il banco, allontanando con il ricorso alle urne la discussione sulla sua decadenza da senatore.

La bomba a mano Miccichè la lancia a metà di un umido pomeriggio di fine agosto: “Da parte del Pd, ma non del premier, è in corso una campagna acquisti nel Pdl per un Letta-bis”. Parole che hanno richiamato subito alla mente una ben più famosa accusa di compravendita; quella avanzata dal “pentito” Sergio De Gregorio -l’ex senatore dipietrista passato armi e bagagli nel Pdl contribuendo a dare la spintarella decisiva alla traballante maggioranza prodiana costituitasi nel 2006- proprio nei confronti di Silvio Berlusconi. De Gregorio, secondo molti divenuto delatore per salvarsi la pelle con il patteggiamento, ha coinvolto il Cavaliere in una brutta storia di corruzione all’interno dei Palazzi romani, condita anche dalla comparsa del maggiordomo Walter Lavitola, dotato persino di capienti borse colme di denaro.

Il processo a carico di Berlusconi e soci sulla presunta corruzione di De Gregorio si terrà in autunno a Napoli, mentre il polverone alzato ieri da Miccichè (per la cronaca, sorprendente difensore da Destra della tesi della legalizzazione delle droghe leggere) viene in parte sgonfiato dallo stesso protagonista della vicenda. “Non si tratta di una compravendita basata sui quattriniha aggiunto l’attuale sottosegretario alla P.A.ma su promesse, come ad esempio un posto da sottosegretario, e che coinvolge quanti temono la crisi perché non vogliono andare a casa e hanno paura di non essere ricandidati”. Nessuna condotta da codice penale, dunque, ma semplicemente “alcune colombe del Pd che parlano con quelle del Pdl condividendo l’idea che una crisi sarebbe assurda”.

 

Corruzione o compravendita, campagna acquisti o calciomercato che sia, fatto sta che il sasso lanciato nello stagno dal navigato politico di Trinacria ha fatto un rumore molto simile a quello di un messaggio cifrato. La spaccatura tra falchi e colombe pidielline non è infatti frutto di fantasie giornalistiche, ma uno specchio fedele della realtà. Miccichè ha voluto di proposito mettere il dito nella piaga del Gesù Cristo di Arcore (copyright di Angelino Alfano) per assicurarsi un posto nel paradiso della rinascente Forza Italia. La rottura tra filogovernativi e SS berlusconiane anticipata domenica scorsa da Daniela Santanchè è stata, infatti, la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, costringendo la badante Berlusconi a sgridare i riottosi pargoli.

La voce di Arcore è giunta per mezzo di una dichiarazione ufficiale pubblicata dalle agenzie di stampa. “Si smetta di fornire alibi alle manipolazioniscrive Berlusconi in persona– In questa situazione di difficoltà per il nostro Paese e di confronto tra le forze politiche, il dibattito all’interno del Popolo della Libertà, che nasce come chiaro segnale di democrazia, viene sempre più spesso alimentato, forzato e strumentalizzato dagli organi di stampa”. Il Cavaliere ha paura che le divisioni dei suoi trasformino il day after Letta in un salto nel buio e per questo conclude: “Invito tutti a non fornire con dichiarazioni e interviste altre occasioni a questa manipolazione continua che alimenta le polemiche e nuoce a quella coesione interna, attorno ai nostri ideali e ai nostri valori”. Intanto è il senatore Francesco Scoma è il primo a trovare il coraggio di fare outing antiberlusconiano. Segno dei tempi.

Il decreto svuotacarceri arriva in Senato: Lega pronta alla guerra totale

Il cosiddetto decreto svuotacarceri è stato approvato dalla Camera dei deputati senza alcun intoppo. 317 i voti favorevoli al provvedimento, tutti arrivati dalla strana maggioranza Pd-Pdl. A votare contro sono state, invece, tutte le opposizioni ad esclusione di Sel. Fratelli d’Italia, Movimento5Stelle e Lega hanno messo nero su bianco in aula i loro 106 No ad una norma ritenuta ingiusta, anche se con motivazioni contrastanti tra loro. Adesso, la tanto contestata soluzione al problema del sovraffollamento delle carceri italiane, messa a punto dal Guardasigilli Anna Maria Cancellieri, dovrà passare per le forche caudine del Senato prima di essere tradotta in legge.

Certo, anche a Palazzo Madama i numeri parlano chiaro in favore della maggioranza che sostiene il governo Letta, ma la partita non può dirsi ancora chiusa, almeno a giudicare dalle dichiarazioni di fuoco rilasciate nella serata di lunedì dal segretario della Lega Roberto Maroni. “Faremo guerra totale contro questo gentile regalo fatto ai delinquenti. E’ l’ennesima porcata di Pd e Pdl”, ha postato su twitter il successore di Bossi, cercando di toccare i nervi scoperti dell’opinione pubblica, da sempre restia all’idea di veder uscire dalle patrie galere migliaia di condannati, anche se per motivi umanitari. Non per caso, infatti, il decreto legge a firma Cancellieri è stato denominato svuotacarceri. L’intento del legislatore è quello di allentare la pressione all’interno degli istituti carcerari.

 

Obsoleti, fatiscenti, inadeguati e sovraffollati (quasi 70mila detenuti a fronte di una capienza di circa 45mila), i penitenziari italiani sono diventati un girone dantesco. Lontana anni luce la meta della rieducazione e del rientro in società per il reo, tanto da spingere la Corte europea dei diritti dell’uomo a condannare ufficialmente il nostro paese con quella che è passata alle cronache come la sentenza Torreggiani. È così che la maggioranza ha pensato bene di liberarsi della patata bollente attraverso una serie di provvedimenti che però non hanno convinto i mastini leghisti di law & order (peraltro accusati di attaccare per distogliere l’attenzione dal caso Kyenge. Sei i punti principali della riforma carceraria.

Intanto, vengono ristretti i termini per poter ricorrere alla carcerazione preventiva: potrà essere disposta soltanto per quei reati per i quali è prevista la reclusione non inferiore ai 5 anni. Norma che ha scatenato le proteste delle opposizioni perché avrebbe messo in libertà gli autori dell’odioso reato di stalking. La questione è stata risolta con un tratto di penna, facendo passare da 4 a 5 anni la pena minima per gli stalker. Deroga anche per il finanziamento illecito ai partiti. Buone notizie anche per quanto riguarda i recidivi, finora esclusi da qualsiasi beneficio (sconto di pena, domiciliari, servizi sociali) dagli effetti della legge ex Cirielli. Novità anche sul fronte degli sconti di pena anticipati che, attraverso un complesso meccanismo, permetteranno ai condannati di non guardare il cielo a scacchi durante gli ultimi anni di pena.

Altro punto importante è la possibilità di accesso per i detenuti ritenuti non pericolosi a lavori di pubblica utilità, argomento collegato alla modifica della legge Smuraglia per quanto riguarda il reinserimento nel mondo lavorativo una volta espiata la pena. Per concludere, il governo ha previsto, per l’ennesima volta, la costruzione di nuove carceri, ma il problema resta sempre quello di trovare i fondi anche per pagare i secondini. Insomma, una legge che non piace quasi a nessuno per i motivi più diversi. Da una parte, come detto, ci sono i leghisti e i larussiani che considerano i carcerati come carne da macello da rinchiudere con chiave di cioccolata, piuttosto che puntare al loro recupero, come peraltro impone la Costituzione. Dall’altra, sono i pentastellati a farsi sentire puntando su una visione umanitaria che comprende la depenalizzazione di alcuni reati (droga e immigrazione) e la cancellazione di alcune leggi come la Fini-Giovanardi e la Bossi-Fini, ritenute criminogene.