Beppe Grillo chiude il caso Raggi con un vaffanculo

E alla fine è tornato a risuonare anche il liberatorio vaffanculo, simbolo fonetico dell’odio per la casta che ha reso possibile la nascita del M5S intorno alla figura carismatica di Beppe Grillo. L’ex comico, abbandonato il passo di lato e tornato finalmente leader del Movimento, ieri sera dal palco di Nettuno sembrava veramente il Marchese del Grillo che, rivolgendosi ai giovani e ancora sprovveduti compagni di lotta, ha fatto capire a chi lo aveva dimenticato che “io so’ io e voi nun sete un cazzo”. Dopo giorni di distruttive polemiche alimentate dai giornalisti di Regime, bisognava necessariamente mettere una pietra sopra al cosiddetto caso Raggi, al caos nella gestione del Comune di Roma che, complice l’ingenua incapacità della sindaca Virginia Raggi, rischiava di travolgere l’idea stessa che i cittadini si sono fatti del M5S: onestà e trasparenza.

Le bugie pronunciate dalla prima cittadina pentastellata e dall’assessore all’Ambiente Paola Muraro sulla notizia dell’esistenza di una indagine aperta dalla procura di Roma proprio sulla ex consulente dell’Ama (l’azienda municipale che dovrebbe occuparsi della raccolta dei rifiuti romani), hanno rappresentato un pugno nello stomaco per tutti quei cittadini che, invece di mettere mano a forconi e pistole, avevano creduto ad una pacifica soluzione a 5Stelle per i problemi di Roma e di tutta l’Italia. Se a questo si aggiunge poi il colpevole silenzio di un grillino doc come Luigi Di Maio (informato dei fatti già dai primi di agosto), il rischio di una assimilazione del grillismo alla vecchia politica, con annessa emorragia di voti, era altissimo.

Su questa situazione già devastante si sono naturalmente gettati come avvoltoi quei miserabili cortigiani del potere di turno che si fanno chiamare giornalisti i quali, di fronte alla possibilità di assestare un colpo mortale ai grillini, nemici giurati del Sistema renziano-berlusconiano-massonico-neoliberista da cui anche i pennivendoli traggono profitti, non hanno esitato a gettare nel dimenticatoio le loro sporche lacrime di coccodrillo per i morti del terremoto di Amatrice per consumare fiumi di inchiostro con l’obiettivo di trasformare l’insignificante caso Raggi in un Watergate, è proprio il caso di dirlo, all’amatriciana. Esempio su tutti di giornalismo da riporto è quello di Mario Calabresi, direttore di Repubblica e figlio del commissario Luigi Calabresi (ammazzato nel 1972 da estremisti di ‘sinistra’ come il radical chic Adriano Sofri) che ha vergato un editoriale di sdegno talmente feroce per una vicenda marginale come il caso Raggi da puzzare di vomitevole falsità. Evidentemente è un vizio di famiglia quello di essere servi. Cosa dovrebbe dire allora, lo sdegnato Mario, ai familiari dell’anarchico Giuseppe Pinelli, ‘suicidato’ da una finestra della questura di Milano perché strumentalmente accusato dai ‘Luigi Calabresi boys’ di essere coinvolto nell’attentato di piazza Fontana? Ipocrita.

Il metro dell’infame partigianeria del giornalismo italico, se qualcuno avesse nutrito ancora dubbi, ce lo ha poi offerto il presidente del Consiglio in persona, Matteo Renzi che, forse obnubilato dai continui fallimenti del suo governo in campo economico e sociale, ha avuto il coraggio di pronunciare la seguente frase: “Mai viste tante bugie”. Tu quoque Matteo? Proprio tu che, inarrivabile cazzaro, già soprannominato il ‘bomba’ quando ancora portavi i calzoni corti, facesti anticipare il tuo esordio nella stanza dei bottoni (nominato dal complice Giorgio Napolitano e mai eletto dal popolo) dalle parole “Enrico stai sereno”, indirizzate al tuo sfigato predecessore a Palazzo Chigi, l’algido Enrico Letta?

Proprio per arginare questa potenza di fuoco delle bugie di Stato ci voleva una forza altrettanto rude e decisa. Ci voleva un Beppe Grillo tornato quello di una volta. Un Grillo che ha offerto alla confusa Virginia una seconda opportunità, permettendole di prendere tempo sulla Muraro, ma imponendo la defenestrazione del chiacchierato vice capo di gabinetto Raffaele Marra. Lo stesso Grillo che ha imposto al ‘golden boy’ Luigi Di Maio l’umiliazione pubblica di cospargersi il capo di cenere per non aver reso pubbliche le notizie che aveva ricevuto. Forse ha ragione Roberto Fico quando afferma che “la nuova realtà di entrare a Palazzo, possedere un potere mai visto e nemmeno immaginato, abbia potuto far deviare dalla retta via”. Ma da oggi niente paura di nuovi errori perché Grillo è tornato, dimostrando che un vaffanculo gridato al momento giusto può tappare la bocca ai tanti nemici esterni (e interni) al M5S.

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