Bugie e notizie false: per i giornalisti italiani ci vorrebbe un Erdogan

Quello che sta accadendo nel mondo della cosiddetta ‘informazione’ italiana ha qualcosa di scandaloso, di corrotto, di vile e, persino, di criminale. Tv, giornali, radio e web tutti uniti e determinati (con la sola eccezione del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio) a distruggere il M5S attraverso una campagna di guerra mediatica fatta di notizie false e inventate di sana pianta, finti scoop, travisamento sistematico di fatti e dichiarazioni, pedinamenti, menzogne. Caso di scuola di questo attacco concentrico al Movimento, che fa evidentemente una paura fottuta al Sistema e al Palazzo, risulta essere quello che è stato autonomamente battezzato dai pennivendoli giornalisti di Regime il ‘caso Raggi’ o il ‘caso Roma’, quando a Roma non esiste nessun ‘caso’, a parte il fatto che la Capitale è diventata una giungla proprio per colpa dei romani stessi e dei partiti che se la sono mangiata.

erdoganMa perché nessuno denuncia questa vergogna nazionale che sta facendo precipitare la libertà di stampa del nostro Paese ad un livello a cui farebbe persino invidia la Turchia del Sultano Recep Erdogan, la Russia di Vladimir Putin o la Corea del Nord di Kim Jong Un? La risposta è scontata quanto incredibile per i non addetti ai lavori: i giornalisti cooptati in Rai, Mediaset, Repubblica, Corriere della Sera e persino nella ‘indipendente’ Sky, rispondono tutti ad una stessa logica di potere che assegna loro il ruolo non di ‘cani da guardia’, ma di ‘barboncini da riporto’ di un Sistema corrotto che assicura laute prebende e ricchi emolumenti a politici, boiardi di Stato, alle loro consorterie formate da leccaculi e bacia pile e, naturalmente, a quei servi senza dignità che attraverso il sistema mediatico si occupano di tenere spenta la mente di quei cafoni degli italiani per mantenere lo status quo in cui sono solo in pochi a godere di un lavoro dignitoso e ben retribuito. (guarda il video delle accuse di Aldo Giannuli alla pennivendola renziana del Corriere Maria Teresa Meli)

I giornalisti italiani (quelli delle grandi testate naturalmente, e non le migliaia di poveracci che lavorano con passione ma praticamente gratis!) si credevano anche molto furbi, ma questa volta hanno passato il limite e commesso un errore. Va bene calcare la mano sulle indagini aperte dalla procura di Roma sull’assessore all’Ambiente Paola Muraro. Va benissimo accusare i 5Stelle Luigi Di Maio e Virginia Raggi di incoerenza per aver taciuto la notizia. Ci poteva stare anche il rilancio della notizia delle doppie dimissioni dell’assessore al Bilancio Marcello Minenna e della sua amichetta nominata capo di gabinetto di cui già nessuno si ricorda più il nome. Ma imporre come prima notizia a reti unificate una sorta di telenovela brasiliana fatta di capi di gabinetto, assessori comunali, ‘Raggio magico’, personaggi sconosciuti ai più, messi per giunta insieme da un intreccio di fatti di cronaca praticamente inesistenti o trascurabili per il grande pubblico (le dimissioni di un assessore, le indagini su un altro, la mail interna al Movimento non compresa dal distratto Di Maio e, dulcis in fundo, la falsa notizia di un contrasto tra il Vaticano e l’amministrazione capitolina), si è rivelato un boomerang per la Grande Stampa che si è rivelata finalmente per quello che è: una Piccola congrega di amici degli amici pronti a bastonare col manganello mediatico chiunque rappresenti un pericolo per le loro tasche e i loro affari.

E poi, di fronte a bugie di un livello così grossolano, anche un bambino si starà chiedendo perché tutte le brutte notizie che riguardano il governo in carica guidato da quel raccomandato di Renzi (da Giorgio Napolitano e compagnia di incappucciati) vengano puntualmente archiviate o edulcorate. Vedi i casi degli scontrini mai mostrati al pubblico delle presunte spese pazze effettuate da Matteo quando era sindaco di Firenze, gli affari sporchi in cui è invischiato il babbo Tiziano, la bomba del salvataggio di Banca Etruria dove un altro paparino toscano, quello della Maria Elena Boschi, la faceva da padrone incontrando persino un personaggio ambiguo come Flavio Carboni. Per non parlare poi, e infatti nessuno ne parla, della crisi economica e del fallimento del jobs act, nonché degli ordini presi dal governo dalle grandi banche internazionali come Jp Morgan nella questione Mps. Purtroppo sembra impossibile cacciare con le buone questi servi del potere dalle loro dorate postazioni. È per questo che anche per i giornalisti italiani auspichiamo un trattamento simile a quello riservato ai loro colleghi (loro sì forse innocenti e vittime di un sopruso, ma non i nostri) dal Sultano illiberale Erdogan in Turchia. Carcere, manganello e olio di ricino.

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Beppe Grillo chiude il caso Raggi con un vaffanculo

E alla fine è tornato a risuonare anche il liberatorio vaffanculo, simbolo fonetico dell’odio per la casta che ha reso possibile la nascita del M5S intorno alla figura carismatica di Beppe Grillo. L’ex comico, abbandonato il passo di lato e tornato finalmente leader del Movimento, ieri sera dal palco di Nettuno sembrava veramente il Marchese del Grillo che, rivolgendosi ai giovani e ancora sprovveduti compagni di lotta, ha fatto capire a chi lo aveva dimenticato che “io so’ io e voi nun sete un cazzo”. Dopo giorni di distruttive polemiche alimentate dai giornalisti di Regime, bisognava necessariamente mettere una pietra sopra al cosiddetto caso Raggi, al caos nella gestione del Comune di Roma che, complice l’ingenua incapacità della sindaca Virginia Raggi, rischiava di travolgere l’idea stessa che i cittadini si sono fatti del M5S: onestà e trasparenza.

Le bugie pronunciate dalla prima cittadina pentastellata e dall’assessore all’Ambiente Paola Muraro sulla notizia dell’esistenza di una indagine aperta dalla procura di Roma proprio sulla ex consulente dell’Ama (l’azienda municipale che dovrebbe occuparsi della raccolta dei rifiuti romani), hanno rappresentato un pugno nello stomaco per tutti quei cittadini che, invece di mettere mano a forconi e pistole, avevano creduto ad una pacifica soluzione a 5Stelle per i problemi di Roma e di tutta l’Italia. Se a questo si aggiunge poi il colpevole silenzio di un grillino doc come Luigi Di Maio (informato dei fatti già dai primi di agosto), il rischio di una assimilazione del grillismo alla vecchia politica, con annessa emorragia di voti, era altissimo.

Su questa situazione già devastante si sono naturalmente gettati come avvoltoi quei miserabili cortigiani del potere di turno che si fanno chiamare giornalisti i quali, di fronte alla possibilità di assestare un colpo mortale ai grillini, nemici giurati del Sistema renziano-berlusconiano-massonico-neoliberista da cui anche i pennivendoli traggono profitti, non hanno esitato a gettare nel dimenticatoio le loro sporche lacrime di coccodrillo per i morti del terremoto di Amatrice per consumare fiumi di inchiostro con l’obiettivo di trasformare l’insignificante caso Raggi in un Watergate, è proprio il caso di dirlo, all’amatriciana. Esempio su tutti di giornalismo da riporto è quello di Mario Calabresi, direttore di Repubblica e figlio del commissario Luigi Calabresi (ammazzato nel 1972 da estremisti di ‘sinistra’ come il radical chic Adriano Sofri) che ha vergato un editoriale di sdegno talmente feroce per una vicenda marginale come il caso Raggi da puzzare di vomitevole falsità. Evidentemente è un vizio di famiglia quello di essere servi. Cosa dovrebbe dire allora, lo sdegnato Mario, ai familiari dell’anarchico Giuseppe Pinelli, ‘suicidato’ da una finestra della questura di Milano perché strumentalmente accusato dai ‘Luigi Calabresi boys’ di essere coinvolto nell’attentato di piazza Fontana? Ipocrita.

Il metro dell’infame partigianeria del giornalismo italico, se qualcuno avesse nutrito ancora dubbi, ce lo ha poi offerto il presidente del Consiglio in persona, Matteo Renzi che, forse obnubilato dai continui fallimenti del suo governo in campo economico e sociale, ha avuto il coraggio di pronunciare la seguente frase: “Mai viste tante bugie”. Tu quoque Matteo? Proprio tu che, inarrivabile cazzaro, già soprannominato il ‘bomba’ quando ancora portavi i calzoni corti, facesti anticipare il tuo esordio nella stanza dei bottoni (nominato dal complice Giorgio Napolitano e mai eletto dal popolo) dalle parole “Enrico stai sereno”, indirizzate al tuo sfigato predecessore a Palazzo Chigi, l’algido Enrico Letta?

Proprio per arginare questa potenza di fuoco delle bugie di Stato ci voleva una forza altrettanto rude e decisa. Ci voleva un Beppe Grillo tornato quello di una volta. Un Grillo che ha offerto alla confusa Virginia una seconda opportunità, permettendole di prendere tempo sulla Muraro, ma imponendo la defenestrazione del chiacchierato vice capo di gabinetto Raffaele Marra. Lo stesso Grillo che ha imposto al ‘golden boy’ Luigi Di Maio l’umiliazione pubblica di cospargersi il capo di cenere per non aver reso pubbliche le notizie che aveva ricevuto. Forse ha ragione Roberto Fico quando afferma che “la nuova realtà di entrare a Palazzo, possedere un potere mai visto e nemmeno immaginato, abbia potuto far deviare dalla retta via”. Ma da oggi niente paura di nuovi errori perché Grillo è tornato, dimostrando che un vaffanculo gridato al momento giusto può tappare la bocca ai tanti nemici esterni (e interni) al M5S.

M5S contro i Poteri Forti: a Roma la festa è finita

Raffaele De Dominicis, ex procuratore generale della Corte dei Conti, è il nuovo assessore al Bilancio del Comune di Roma. Il sindaco della Capitale Virginia Raggi batte (finalmente, è proprio il caso di dirlo) un primo colpo per cercare di liberare il M5S romano dall’assedio mediatico dei giornalisti servi del Potere, scatenatosi all’indomani delle dimissioni dell’ormai ex super assessore al Bilancio, Marcello Minenna, e della sua sodale, il capo di gabinetto Carla Raineri. Gli squali con la penna in mano, naturalmente prezzolati dai cosiddetti Poteri Forti (politici renziani e berlusconiani, costruttori, cricca delle Olimpiadi e mafie capitali varie) non attendevano altro che il primo scivolone degli inesperti ed ingenui grillini per inchiodarli alla croce dell’incompetenza.

Dopo giorni di imbarazzante e imbarazzato silenzio, la sindaca Raggi, probabilmente consigliata dai vertici del Movimento al completo, ha risposto al fuoco giocandosi la carta pesante dell’ex magistrato, uomo tutto d’un pezzo (fino a prova contraria), già censore dei danni erariali provocati da Mafia Capitale, che, immediatamente, pronunciando poche parole, ha gettato nel dimenticatoio della storia Minenna ‘chi?’ e la sua protetta Raineri. Certo, i lati oscuri del caso Minenna sono ancora tutti da svelare e questo macigno di mancata trasparenza rischia di pesare sul rapporto fiduciario tra Virginia e la base grillina. E anche la notizia che l’assessore all’Ambiente Paola Muraro è indagata potrebbe destabilizzare l’ambiente a 5Stelle, nonostante la rassicurazioni del numero 2, Luigi Di Maio, sulla tenuta dell’esercito grillino. Ma le premesse del nuovo corso targato De Dominicis sono musica per le orecchie dei cittadini capitolini, quelli onesti. Intervistato dal Fatto Quotidiano, alla domanda su quale sarà la prima cosa che farà, il magistrato contabile risponde secco: “Convocherò i dirigenti nel settore di competenza e dirò loro chiaramente che con me la festa è finita…Adesso le cose sono cambiate: chi non lavora verrà cacciato. Su questo non si scherza”.

A Roma la festa è finita, dunque. O almeno si spera. È finita per quei poltronisti come Minenna e Raineri che pensano solo a gonfiarsi il portafoglio. È finita per tutti quei fannulloni raccomandati e figli di papà annidati in Campidoglio o parcheggiati nelle decine di società partecipate dal Comune. Difficile cacciarli tutti, come auspica De Dominicis, ma stanarli dai loro loculi dorati ora non sembra più impossibile. È finita per quei dirigenti di Atac, Ama e Acea, divenuti delle squallide teste di legno degli interessi di bottega dei vecchi partiti, Pd a guida Matteo Orfini in testa. È finita per la cricca di Giovanni Malagò, presidente del Coni, e di Francesco Gaetano Caltagirone, re dei cementificatori, che si vedono sfuggire dalle mani il ghiotto affare delle Olimpiadi 2024. È finita per tutti quei cittadini romani, e sono ancora la maggioranza, ignoranti, sporchi e cafoni che hanno contribuito enormemente al fallimento economico, civile e morale della caput mundi della monnezza. È finita anche, però, per tutti coloro che, iscritti, attivisti o simpatizzanti del M5S, non hanno ancora bene chiaro in testa che dal marcio romano si esce solo con una rivoluzione che, pur non essendo necessariamente violenta, deve essere dura e spietata contro i campioni dell’ancient regime che hanno reso Roma una lurida mangiatoia a cielo aperto nella disponibilità di pochi gruppi politico/criminali.

Estate romana al capolinea. In arrivo un autunno a 5Stelle contro Olimpiadi, monnezza e puzza di ‘piscio’

La sindaca di Roma a 5Stelle, Virginia Raggi, lo aveva promesso: ‘Libereremo la città dai rifiuti entro il 20 agosto’. Diciamo che la sorridente e rassicurante prima cittadina grillina ha mantenuto la parola solo a metà, mondando sì la Capitale dalla maggior parte dell’immondizia, ma lasciando qua e là quel giusto quantitativo di monnezza e sporcizia a cui i romani sono troppo abituati per vedersele sparire da sotto il naso in un sol colpo. Troppo alto il rischio di shock tra la popolazione, meglio procedere a piccoli passi. Certo, l’aria sotto i cieli di Roma sta lentamente cambiando con i grillini, ma bisogna ammettere che la neonata amministrazione pentastellata è stata favorita nell’ingrato compito di far lavorare quei ladri e fannulloni dell’Ama (l’azienda municipale che si dovrebbe occupare della raccolta dei rifiuti ndr) dalla grande fuga agostana dei romani.

La sindaca di Roma Virginia Raggi

I cassonetti non più strabordanti di schifezze sono stati svuotati con più facilità. Ma la prova del nove arriverà a settembre con la città nuovamente brulicante di romani zozzoni (che hanno ancora il coraggio di parlar male dei napoletani), di zingari puzzolenti e di mendicanti che frugando indisturbati nei cassonetti (che fine ha fatto la Polizia Municipale?) hanno finito per ridurre la Caput Mundi alla stregua di una fogna di Calcutta. Per il momento, dal punto di vista dell’impegno civico di cittadini e istituzioni, la mano salvifica dei seguaci di Beppe Grillo non ha avuto nessun effetto. Intanto, però, durante la giornata del 31 agosto si è verificato un mezzo miracolo: Roma non puzzava più di piscio di cane. Merito degli uomini e delle donne con le 5 Stelle sul petto, penserà il lettore sprovveduto. E invece no. La (momentanea) cessazione dei cattivi odori, gentile regalo ai concittadini offerto dalla criminale ignoranza/arroganza dei padroni dei simpatici quadrupedi, è esclusivo merito della pioggia torrenziale che, dopo mesi di irrespirabile siccità, ha spazzato i marciapiedi della Capitale con una forza tale da rendere un servigio insperato al carrozzone clientelare della nettezza urbana capitolina. Cadeau meteorologico comunque gradito anche dalle parti del Campidoglio.

Una fine estate romana all’insegna delle sorprese se si pensa che, incredibile ma vero, nelle stazioni della boccheggiante metropolitana dell’Urbe sono stati avvistati persino i controllori. Meraviglia, stupore e panico incontenibile tra i milioni di utenti free ticket del servizio di trasporto offerto, si fa per dire, dall’altro famoso carrozzone clientelare romano: l’Atac. Di fronte ai volenterosi, ma raffazzonati e più o meno casuali tentativi, appena descritti, di rendere quantomeno vivibile un agglomerato urbano e di carne umana divenuto una sorta di girone dantesco, la questione della candidatura di Roma ad ospitare le Olimpiadi del 2024 diventa dirimente. La città è sull’orlo del collasso civile e amministrativo, i romani non le vogliono, gli elettori pentastellati non ne vogliono nemmeno sentir parlare perché i Giochi (secondo loro e secondo chi scrive) portano solo tangenti, corruzione e rogne. Per il momento Virginia Raggi, vigliaccamente o (speriamo) furbescamente, ha preso tempo, rinviando il redde rationem con i ricchi affaristi e costruttori capitanati da quell’eterno fighetto di Giovanni Malagò, presidente del Coni, ai primi di ottobre. La base grillina, però, è in fermento e pretende da Virginia una parola chiara e definitiva sull’argomento: ‘NO’.