80 euro, quota 96, pensioni: le promesse di Renzi vanno in ferie

Renzi al mareIl governo Renzi viaggia ormai a vele spiegate verso l’approvazione del primo passaggio in Senato delle riforme costituzionali. Entro l’8 agosto, secondo il calendario stabilito insieme a Pietro Grasso, presidente suicida di Palazzo Madama, sarà tutto finito e i poveri parlamentari potranno così godersi qualche giorno di meritata vacanza, dopo un anno speso a spingere l’Italia sempre di più verso il fallimento. Peccato che, insieme ai politici, anche le sfavillanti promesse fatte agli italiani dal “bomba” premier fiorentino abbiano deciso di prendersi un lungo periodo di ferie.

È notizia ancora fresca la vergognosa marcia indietro messa dal Gianburrasca di Pontassieve su quattro norme del decreto Pubblica Amministrazione, votato dalla Camera con voto di fiducia. Si tratta del mancato pensionamento di 4000 lavoratori della Scuola (cosiddetti “quota 96”, somma di età anagrafica e contributiva) rimasti già bloccati dalla riforma delle pensioni di “coccodrillo” Elsa Fornero. Niente prepensionamento anche per medici primari e baroni universitari, niente abolizione delle penalizzazioni per chi lascia il lavoro a 62 anni, e persino niente vitalizi per i parenti delle vittime del terrorismo.

La motivazione ufficiale è che mancano le coperture economiche. Si tratta di “soli” 580 milioni in 7 anni, una briciola del bilancio dello Stato ma che, unita al dietro front renziano sull’estensione della platea dei beneficiari degli 80 euro in busta paga, diventa più di un indizio sulle difficoltà che Renzi sta incontrando a far digerire le sue balle al mondo reale, come nell’imitazione che ne fa il comico Maurizio Crozza. Sicuramente non è colpa del premier, Renzi non ne sapeva niente. Si starà ripetendo la “ggente” come in un qualsiasi regime dittatoriale che si rispetti.

E allora? Chi sono i colpevoli, i gufi, i sabotatori, i nemici della patria da additare al pubblico ludibrio? I rilievi sulle mancate coperture economiche delle sparate renziane sono partiti dalla Ragioneria Generale dello Stato, la tecnostruttura del ministero del Tesoro dove i renziani non sono ancora riusciti a mettere piede. I soliti burocrati, si dirà, come il capo di gabinetto del ministro Padoan, Roberto Garofoli, o il ragioniere generale, Daniele Franco, ansiosi di difendere le loro rendite di posizione a scapito del bene comune. E sarà pure così, ma le casse dello Stato sono vuote veramente, se si esclude il coniglio che ogni tanto Renzi ne tira fuori.

Un altro untore da additare al pubblico ludibrio risponde al nome di Carlo Cottarelli, commissario alla misteriosa spending review che si è permesso di far notare all’esecutivo che molte spese già messe in bilancio per il 2014 (compresa “quota 96”) sono state fatte prima ancora di trovare le coperture. La rabbiosa frustrazione del “governo del fare” è talmente incontenibile da far affermare a Francesco Boccia, padre di “quota 96” e renziano dell’ultima ora, che il Mef è “una potente burocrazia fuori controllo”. Vero, come è vero che gli italiani sono sempre più poveri.

Il fatto che Renzi abbia perso l’appoggio di alcuni Poteri Forti è però innegabile. Clamorose le critiche mosse al nipotino di Gelli dal cacciatore di upupe (insieme al presidente Napolitano) Eugenio Scalfari: prima renziano sfegatato ed ora divenuto un pericoloso scettico (“l’operazione 80 euro è fallita”). Preoccupante il fuoco di fila antirenziano delle Grandi Firme del Corriere della Sera, da Alberto Alesina a Giuseppe De Rita, da Francesco Giavazzi a Michele Ainis e Massimo Franco. Tutti folgorati dal verbo fiorentino ed ora quasi pentiti. Stesso discorso per Il Sole 24ore e per una serie di imprenditori capitanati da Diego Della Valle. Guerra per accaparrarsi prebende e poltrone, o l’inizio della fine della brevissima Era renziana?

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