Genocidio a Gaza. Israele sfida il mondo

genocidio GazaContinua l’assedio di Tsahal alla Striscia di Gaza. L’offensiva di terra si fa sempre più imminente. A parlare apertamente di un “genocidio”, messo in atto dall’esercito israeliano nei confronti dei palestinesi di Gaza, per il momento è stato solo il presidente palestinese Abu Mazen. “Dobbiamo fermare questo massacro, questo è un genocidio”, ha detto il leader dell’ANP nel corso della riunione straordinaria dell’Olp di mercoledì scorso a Ramallah. Il resto della comunità internazionale, ad eccezione di alcuni stati musulmani con in testa l’Iran, continua invece ad avere le mani legate dalla diplomazia che considera intoccabile lo “Stato canaglia” di Israele.

Nel contesto dell’interminabile conflitto arabo-israeliano in Terra Santa rimarranno di certo scolpite nella storia le parole pronunciate dal presidente dello Stato ebraico Shimon Perez, uno che nello scacchiere politico viene considerato una colomba. “Un’offensiva di terra potrebbe avvenire presto, a meno che Hamas non fermi i razzi contro Israele”, ha detto in una intervista alla CNN l’eroe degli accordi di Oslo e Camp David del 1993 (insieme ai defunti Itzak Rabin e Yasser Arafat). Secondo Perez “il misericordioso”, insomma, il bombardamento indiscriminato che sta facendo decine di morti a Gaza sarebbe una risposta proporzionata alle centinaia di razzi lanciati da Hamas in territorio israeliano.

Peccato che le “armi micidiali” degli estremisti islamici non abbiano sortito al momento alcun effetto distruttivo (non un caduto che sia uno con la stella di David), mentre la Striscia rischia di assomigliare a Dresda dopo il bombardamento Alleato della II Guerra Mondiale. Intendiamoci, non è intenzione di chi scrive dividere il campo tra i “buoni” palestinesi e i “cattivi” ebrei. Risulta però storicamente innegabile che le mani e le menti degli estremisti di Hamas e degli altri gruppi operanti a Gaza e Cisgiordania siano state armate dall’occupazione iniziata nel 1967 e dal conseguente regime di apartheid in cui sono relegate milioni di persone dalla politica razzista di Israele.

Assodato, anche in questo caso storicamente, il diritto al ritorno nella terra promessa e alla fondazione dello Stato di Israele da parte degli ebrei (quasi cancellati dall’Olocausto di Hitler), nessuno si è mai preoccupato del diritto dei palestinesi all’esistenza. La causa della guerra permanente in Palestina, dunque, è il carattere messianico dell’estremismo sionista, mescolato in un cocktail micidiale alla rabbia degli arabi che nel corso degli anni si è coagulata nell’estremismo di matrice islamica. Infatti, è utile ricordare agli smemorati che nel 1987, data della prima Intifada, gli “straccioni” palestinesi erano armati solo di pietre. Ed è da quel momento, una lotta impari contro l’esercito più armato del mondo, che si decise di sviluppare un arsenale militare.

Oggi, il governo Netanyahu, espressione dell’estrema destra e del movimento para-nazista dei coloni, sembra non dimostrare pietà (“Nessuna tregua in agenda”) e usa come scusa proprio la minaccia armata contro i “ricchi” israeliani rappresentata da Hamas, incoraggiato come sempre dalle divisioni della comunità internazionale. Dalla Casa Bianca l’amministrazione Obama si limita a condannare i “missili terroristi” lanciati da Hamas. Identica la posizione dei cugini europei della Gran Bretagna, mentre il resto della UE è divisa o preferisce tacere. Contraria, ma ininfluente, la posizione del Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-moon, che definisce “inaccettabili” gli attacchi missilistici israeliani.

Nel campo opposto, il già citato regime degli ayatollah auspica la firma di un accordo imposto dalle “potenze occidentali che sostengono i sionisti”. Duro, ma solo a parole, anche il Segretario Generale della Lega Araba, Nabil al Arabi, che chiede alle Nazioni Unite di “adottare misure per fermare l’aggressione israeliana”. Il venezuelano Maduro, successore del defunto Hugo Chavez, condanna senza mezzi termini “l’illegale Stato di Israele” e si schiera dalla parte “dell’eroico popolo palestinese”. Tutti però sembrano impotenti. Logico allora che le speranze revansciste degli oppressi palestinesi si concentrino sull’Isis e sul nascente Califfato islamico siro-iracheno.

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