La jihad minaccia Baghdad. Obama chiede aiuto all’Iran

Isis jihadDecine di migliaia di miliziani dell’Isis (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), una delle costole della galassia di Al Qaeda, sono in marcia in direzione di Baghdad dopo aver conquistato buona parte del nord dell’Iraq e aver proclamato un Califfato islamico che comprende, oltre alle città di Mosul e Falluja, anche parte della Siria settentrionale. Il presidente Usa Barack Obama, messo nell’angolo dall’opposizione repubblicana, prospetta l’invio di droni e bombardieri per colpire gli jihadisti e conta inoltre, anche se questo la diplomazia ufficiale non potrà mai ammetterlo, anche sull’aiuto offerto direttamente sul campo di battaglia iracheno dalla Repubblica Islamica dell’Iran, di fede sciita, i cui santuari di Kerbala e Najaf sono ora minacciati dagli odiati fondamentalisti sunniti.

Solo pochi giorni fa questa notizia sarebbe stata presa come una “bufala” dall’opulento e disinformato mondo occidentale. Tutto vero, invece, compresi i contatti informali tra il Grande Satana americano e i barbuti ajatollah di Teheran. Nessuno al momento, analisti politici compresi, è riuscito a spiegarsi da dove salti fuori questo esercito di straccioni organizzati che sta già imponendo la sharia nei territori finiti sotto il suo controllo. È vero che, un giorno sì e l’altro pure, i trafiletti dei tg riportavano notizie di bombe che esplodono a Baghdad e che fanno decine di morti. Ma è l’Iraq, si pensava, normale che sia così in assenza dei gendarmi a stelle e strisce che intanto stavano abbandonando il campo.

E, invece, l’irresistibile cavalcata verso la città delle Mille e una notte dei fondamentalisti islamici eredi di Bin Laden, ha sancito definitivamente di fronte al mondo intero il disastroso fallimento dell’aggressione imperialista americana di Afghanistan e Iraq ordinata dal presidente George Bush jr. sull’onda emozionale della tragedia dell’11 settembre. Iniziata nel marzo del 2003, costata quasi 7mila morti americani e un numero indefinito di iracheni, pagata 3mila miliardi di dollari, la guerra in Iraq non è mai finita ufficialmente (nonostante il mission accomplished pronunciato dal mandriano texano Bush sulla portaerei Lincoln il 1° maggio 2003) e si è trasformata, insieme all’Afghanistan dei talebani, nel nuovo Vietnam degli Stati Uniti.

A cosa sono servite tutte queste morti, distruzioni e spese folli se in Iraq (come in Afghanistan, Siria, Libia etc.) non esiste nemmeno una parvenza di Stato civile? Anzi no, in Iraq uno Stato adesso esiste, ma è quello imposto con la forza (ma in molti casi accettato dalla popolazione) dai guerriglieri dell’Isis attraverso la sharia. Una legge del taglione, di stampo medievale, ma comunque preferibile alla dittatura capitalista imposta dagli Usa e protetta dal governo fantoccio dello sciita moderato Nouri al Maliki. Sharia che anche gli studenti coranici talebani dell’Afghanistan imporranno non appena l’ultimo soldato invasore avrà abbandonato la loro terra.

Che fare, dunque? Reimbarcare armi e bagagli e tornare a occupare mezzo Medioriente manu militari? Impossibile. L’opinione pubblica americana non lo accetterebbe, men che meno quella europea. Meglio allora cercare una soluzione nella diplomazia e affidarsi all’opzione iraniana. I pasdaran della rivoluzione si trovano già sul terreno iracheno e nel sud sciita hanno trovato l’appoggio dell’imam Muqtada_al-Sadr e del suo Esercito del Madhi. Ma lo stesso generale Qasem Suleiman, capo della Forza Quds dei pasdaran e uomo di punta delle operazioni militari del regime, si è recato a Baghdad.

L’inedita alleanza tra Usa e Iran che va prospettandosi dimostra la necessaria natura machiavellica della politica. Ad un tratto, di fronte all’avanzata dello jihadismo sunnita, 35 anni di guerra fredda iniziati nel 1979 vengono messi in soffitta. La prospettiva Occidentale, poi, è anche quella di accaparrarsi le riserve di gas iraniane vista la brutta aria che tira dalle parti della Russia di Putin con la crisi Ucraina.

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