Eutanasia: le confessioni di Saba e Sabatelli riaprono il dibattito

Nonostante alcuni drammatici casi come quelli di Luca Coscioni, Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro siano giunti ad interessare l’opinione pubblica, in Italia il dibattito sulla legittimità dell’eutanasia resta ancora un tabù. A rinfocolare le polemiche tra le due opposte fazioni dei favorevoli e dei contrari non ci ha pensato il solito attivista Radicale. Questa volta Pannella e soci non c’entrano nulla, anzi, il grido di dolore in favore della legalizzazione di un trattamento di fine vita si è levato da dove meno ci si potesse aspettare: il Policlinico universitario Gemelli di Roma, ospedale cattolico per eccellenza dove, tra gli altri, è stato ricoverato Giovanni Paolo II (sul quale pendono ancora sospetti di dolce morte).

A parlare di “sospensione del trattamento di ventilazione” di alcuni pazienti che avevano concesso il loro consenso informato è stato il professor Mario Sabatelli, neurologo responsabile del centro SLA dell’ospedale dei papi. Sabatelli si è fatto intervistare il 4 giugno scorso dall’associazione Viva la Vita onlus ed è in quell’occasione che ha trovato il coraggio di mettere il dito nella piaga dolorosa della malattia, della sofferenza e della richiesta nascosta di ricorso all’eutanasia.

“Trovo assurdo e violento che il destino di una persona che sta vivendo un dramma così particolare, com’è vivere con un tubo in gola, debba essere deciso da qualcuno seduto dietro a una scrivania. – ha denunciato il professore – È violento, illogico, irrazionale, illegittimo. Per questo noi abbiamo già praticato la sospensione del trattamento, naturalmente col consenso informato, a pazienti sottoposti alla ventilazione non invasiva. E in un caso abbiamo avviato la procedura anche con un tracheostomizzato. Io non ho paura: stiamo facendo il bene dei pazienti”.

Una frase che in pochi secondi rischia di mandare al macero secoli di dottrina cattolica che considera l’eutanasia alla stregua di pratiche come omicidio e suicidio. Ma Sabatelli pretende “chiarezza” e uniformità nelle procedure utilizzate dagli ospedali e si spinge a chiedere un “piano terapeutico flessibile”. Ovvero la possibilità per il paziente in gravi condizioni di decidere di interrompere qualsiasi tipo di terapia in caso di peggioramento della malattia. L’ammissione di aver staccato la spina potrebbe costare un’incriminazione a Sabatelli, come accadde all’anestesista Mario Riccio (poi assolto) nel caso Englaro.

Al momento, comunque, l’unica conseguenza della confessione del medico cattolico è stata la riapertura del dibattito sulla necessità di una legislazione sul fine vita e, soprattutto, un effetto emulazione tra chi ha pronunciato il giuramento di Ippocrate. È il caso di Giuseppe Maria Saba, 87enne ex ordinario di Anestesiologia e Rianimazione all’Università di Cagliari e alla Sapienza di Roma, che è diventato il primo pentito dell’eutanasia in Italia. Intervistato in esclusiva dall’Unione Sarda, Saba ha vuotato il sacco: “Non è anestesia letale ma dolce morte. L’ho favorita ogni volta che mi è stato possibile, almeno un centinaio nella mia carriera. L’ho fatta anche per mio padre e mia sorella. La dolce morte è una pratica consolidata in tutti gli ospedali italiani ma per ragioni di conformismo e di riservatezza non se ne parla”.

Una confessione talmente scioccante che nemmeno il brigatista Patrizio Peci, il mafioso Tommaso Buscetta o, tanto per restare alla cronaca, O’ ninno dei Casalesi Antonio Iovine. Così agghiacciante per i politici, finti benpensanti, attaccati alle gonnelle dei cardinali, che finora (e siamo in una torrida domenica pomeriggio) nessuno di loro ha aperto bocca. E una legge sul fine vita non è nemmeno all’ordine del giorno in parlamento. Infine, c’è anche chi come l’Unione Cristiani Cattolici Razionali e il quotidiano della Cei Avvenire nega che il professor Sabatelli abbia mai accennato all’eutanasia, bensì alla “desistenza terapeutica” prevista dalla legge. Fatti “distorti” dal Fatto Quotidiano secondo gli ultras cattolici, ma intanto in Italia di dolce morte si continua a morire.

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