La jihad minaccia Baghdad. Obama chiede aiuto all’Iran

Isis jihadDecine di migliaia di miliziani dell’Isis (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), una delle costole della galassia di Al Qaeda, sono in marcia in direzione di Baghdad dopo aver conquistato buona parte del nord dell’Iraq e aver proclamato un Califfato islamico che comprende, oltre alle città di Mosul e Falluja, anche parte della Siria settentrionale. Il presidente Usa Barack Obama, messo nell’angolo dall’opposizione repubblicana, prospetta l’invio di droni e bombardieri per colpire gli jihadisti e conta inoltre, anche se questo la diplomazia ufficiale non potrà mai ammetterlo, anche sull’aiuto offerto direttamente sul campo di battaglia iracheno dalla Repubblica Islamica dell’Iran, di fede sciita, i cui santuari di Kerbala e Najaf sono ora minacciati dagli odiati fondamentalisti sunniti.

Solo pochi giorni fa questa notizia sarebbe stata presa come una “bufala” dall’opulento e disinformato mondo occidentale. Tutto vero, invece, compresi i contatti informali tra il Grande Satana americano e i barbuti ajatollah di Teheran. Nessuno al momento, analisti politici compresi, è riuscito a spiegarsi da dove salti fuori questo esercito di straccioni organizzati che sta già imponendo la sharia nei territori finiti sotto il suo controllo. È vero che, un giorno sì e l’altro pure, i trafiletti dei tg riportavano notizie di bombe che esplodono a Baghdad e che fanno decine di morti. Ma è l’Iraq, si pensava, normale che sia così in assenza dei gendarmi a stelle e strisce che intanto stavano abbandonando il campo.

E, invece, l’irresistibile cavalcata verso la città delle Mille e una notte dei fondamentalisti islamici eredi di Bin Laden, ha sancito definitivamente di fronte al mondo intero il disastroso fallimento dell’aggressione imperialista americana di Afghanistan e Iraq ordinata dal presidente George Bush jr. sull’onda emozionale della tragedia dell’11 settembre. Iniziata nel marzo del 2003, costata quasi 7mila morti americani e un numero indefinito di iracheni, pagata 3mila miliardi di dollari, la guerra in Iraq non è mai finita ufficialmente (nonostante il mission accomplished pronunciato dal mandriano texano Bush sulla portaerei Lincoln il 1° maggio 2003) e si è trasformata, insieme all’Afghanistan dei talebani, nel nuovo Vietnam degli Stati Uniti.

A cosa sono servite tutte queste morti, distruzioni e spese folli se in Iraq (come in Afghanistan, Siria, Libia etc.) non esiste nemmeno una parvenza di Stato civile? Anzi no, in Iraq uno Stato adesso esiste, ma è quello imposto con la forza (ma in molti casi accettato dalla popolazione) dai guerriglieri dell’Isis attraverso la sharia. Una legge del taglione, di stampo medievale, ma comunque preferibile alla dittatura capitalista imposta dagli Usa e protetta dal governo fantoccio dello sciita moderato Nouri al Maliki. Sharia che anche gli studenti coranici talebani dell’Afghanistan imporranno non appena l’ultimo soldato invasore avrà abbandonato la loro terra.

Che fare, dunque? Reimbarcare armi e bagagli e tornare a occupare mezzo Medioriente manu militari? Impossibile. L’opinione pubblica americana non lo accetterebbe, men che meno quella europea. Meglio allora cercare una soluzione nella diplomazia e affidarsi all’opzione iraniana. I pasdaran della rivoluzione si trovano già sul terreno iracheno e nel sud sciita hanno trovato l’appoggio dell’imam Muqtada_al-Sadr e del suo Esercito del Madhi. Ma lo stesso generale Qasem Suleiman, capo della Forza Quds dei pasdaran e uomo di punta delle operazioni militari del regime, si è recato a Baghdad.

L’inedita alleanza tra Usa e Iran che va prospettandosi dimostra la necessaria natura machiavellica della politica. Ad un tratto, di fronte all’avanzata dello jihadismo sunnita, 35 anni di guerra fredda iniziati nel 1979 vengono messi in soffitta. La prospettiva Occidentale, poi, è anche quella di accaparrarsi le riserve di gas iraniane vista la brutta aria che tira dalle parti della Russia di Putin con la crisi Ucraina.

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Caos Pd: purghe renziane, franchi tiratori e sospetti sulla Leopolda

purghe renzianeDalle parti di via del Nazareno sono certi che per i 13 senatori dissidenti siano già pronte le purghe renziane. Il gruppo dei 13 si è autosospeso dal Pd in solidarietà con Corradino Mineo e Vannino Chiti, epurati dalla commissione Affari Costituzionali perché non in linea con il percorso di Riforme costituzionali imposto dal cerchio magico del premier. Giusto il tempo per Renzi di rientrare dal viaggio nella Repubblica Popolare Cinese, dove sicuramente avrà potuto prendere ispirazione, e poi il destino “siberiano” di Mineo & co. sarà segnato.

Altro che democrazia interna, il Pd somiglia sempre di più, anche se con un tocco di amatriciana, al Partito Comunista dell’Unione Sovietica degli anni ’30 quando, per essere bollati come dissidenti e traditori, bastava il solo sospetto, uno sguardo o un bicchiere di vodka di troppo bevuto da Stalin. Oggi i tempi sono cambiati. Spedire un oppositore politico di fronte al plotone di esecuzione o nelle gelide steppe della Siberia non va più di moda, almeno dalle parti del Colosseo. Meglio usare i pugnali avvelenati delle congiure di Palazzo. Per il Pd a trazione Renzi il record elettorale del 40,8% nelle urne europee, ottenuto appena pochi giorni fa, non è stato però sufficiente a tacitare il dissenso interno. La pax renziana è stata rotta dalla disperata azione dei dissidenti che pagheranno inevitabilmente con l’espulsione. Ma senza fare troppo rumore. Corradino Mineo, il Che Guevara dei dissidenti, ha promesso comunque battaglia nell’assemblea nazionale Pd del 14 giugno.

Ecco i nomi dei 13 che sono stati subito marchiati a fuoco come traditori dai fedelissimi del premier Luca Lotti e Maria Elena Boschi perché hanno avuto il coraggio di metterci la faccia: Felice Casson, Vannino Chiti, Paolo Corsini, Erica D’Adda, Nerina Dirindin, Maria Grazia Gatti, Sergio Lo Giudice, Claudio Micheloni, Corradino Mineo, Massimo Mucchetti, Lucrezia Ricchiuti, Walter Tocci, Renato Turano (giallo sul 14esimo nome, quello della deputata Maria Chiara Gadda).

Che il partito non sia ancora un monolite come in URSS ai tempi dello Zio Joe, lo dimostra però l’inquietante vicenda dei franchi tiratori grazie ai quali è passato a Montecitorio l’emendamento del leghista Pini sulla responsabilità civile dei magistrati. Mercoledì 11 giugno ci sono state tra le 50 e le 70 “manine” piddine che, nel segreto dell’urna e senza metterci la faccia, hanno votato contro il parere del governo e approvato una norma che, se confermata a Palazzo Madama, si porrebbe come una vendetta nei confronti dei magistrati impegnati a scoperchiare la Nuova Tangentopoli. Questo almeno il parere di Csm, Anm e diversi costituzionalisti che leggono nella limitazione della libertà di giudizio dei giudici un vulnus all’indipendenza della magistratura sancita dalla Costituzione.

Fatto sta che il Pd si è spaccato, sommerso dalle vicendevoli accuse tra correnti. Renzi non controlla il partito in parlamento, si è detto da più parti. Ma nel caso specifico della responsabilità civile dei magistrati montano i sospetti che siano stati proprio i renziani a travestirsi da franchi tiratori per lanciare un segnale ai berlusconiani (nemici giurati dei giudici) in vista delle prossime larghe intese.

Pd sotto il pieno controllo del dittatore fiorentino, dunque? Se si volesse dar credito alle indiscrezioni riportate sul Fatto Quotidiano del 12 giugno da Fabrizio D’Esposito non parrebbe proprio. Voci di transatlantico di origine Dem riportano un tremendo sospetto: “Vuoi vedere che dal Consorzio Venezia Nuova sono partiti contributi per la Leopolda?”. Ma sono solo voci, per il momento.

Da Brunetta a Tremonti: breve dizionario VIP dell’inchiesta Mose

Renato Brunetta, Massimo Cacciari, Giancarlo Galan, Niccolò Ghedini, Enrico Letta, Gianni Letta, Pietro Lunardi, Altero Matteoli, Marco Milanese, Giorgio Orsoni, Flavio Tosi, Giulio Tremonti. Ormai non passa giorno senza che dall’inchiesta sulle tangenti Mose a Venezia non spunti fuori il nome di un politico famoso, di centrodestra o di centrosinistra, senza distinzioni. Evidentemente, a più di un anno dai primi arresti, gli interrogatori dei vertici della cosiddetta cricca del Mose stanno dando i loro frutti.

Le gole profonde che rischiano di fare esplodere una Nuova Tangentopoli sono 4: Giovanni Mazzacurati, padre-padrone del Consorzio Venezia Nuova; Roberto Pravatà. Vicedirettore generale del Consorzio e braccio destro di Mazzacurati; Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani srl, socio di maggioranza del CVN; Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan. Non tutti i politici VIP chiamati in causa dalla cricca risultano indagati, ma ciascuno di loro sembra avere qualcosa da nascondere, anche se tutti si dichiarano innocenti. Ecco un breve dizionario delle loro (presunte) malefatte:

BRUNETTA, Renato

Il pitbull berlusconiano, nel 2010 avversario di Orsoni nella corsa alla poltrona di sindaco di Venezia, viene tirato in ballo da Baita. “So che il candidato su cui aveva puntato il Consorzio era Orsoni – confessa l’imprenditore – so che Brunetta si era molto risentito, credo che abbiano accontentato anche Brunetta in misura minore”. Non indagato.

 

CACCIARI, Massimo

Sindaco-filosofo del capoluogo lagunare dal 1993 al 2000, Cacciari è stato “tradito” sia da Mazzacurati che da Baita i quali hanno raccontato dei favori chiesti dal primo cittadino al CVN. La richiesta di inserire nella società Thetis tale Paruzzo, suo uomo di fiducia. L’indicazione a Mazzacurati di comprare le azioni Thetis al posto dell’uscente Eni. La pretesa di aiuti del CVN all’impresa Marinese e di una sponsorizzazione da 300mila euro alla squadra di calcio del Venezia. Non indagato, ha ammesso alcuni addebiti.

 

GALAN, Giancarlo

Il nome dell’ex governatore veneto e ministro Pdl è stato tra i primi a saltare fuori e quello che ha creato più scandalo a causa dei sospetti su uno stipendio annuale di 1 milione di euro versato dalla cricca del Mose nelle sue tasche. Le immagini della villa sui Colli Euganei restaurata sfarzosamente a spese del contribuente sono diventate virali. Su di lui pende una richiesta di arresto alla Camera in quanto deputato.

 

GHEDINI, Niccolò

Accusato direttamente da Mazzacurati, lo storico avvocato “Mavalà” di Berlusconi si sarebbe lamentato con i vertici del Consorzio perché “noi soldi non ne tiravamo fuori, per cui ci fu una discussione perché diceva che davamo troppo pochi soldi (al Pdl ndr)”. Come un volgare estorsore della malavita. Non indagato.

 

LETTA, Enrico

Pravatà racconta ai pm: “ Nel 2007 Mazzacurati mi disse che il CVN avrebbe dovuto versare un contributo di 150mila euro per la campagna elettorale di Enrico Letta. L’intermediario in Veneto dell’ex premier per tale finanziamento illecito era Arcangelo Boldrin”. Non indagato, Letta jr smentisce.

 

LETTA, Gianni

È sempre Pravatà che cita Mazzacurati: “Mi disse che Gianni Letta aveva per la prima volta chiesto soldi da girare a Lunardi”. L’Anima Nera di I e II Repubblica naturalmente rigetta le accuse e, naturalmente, non è indagato.

 

LUNARDI, Pietro

Dell’ex ministro delle Infrastrutture (2001-2006) parla Baita secondo il quale la Rocksoil, azienda di famiglia dei Lunardi, avrebbe ottenuto un appalto con un sovrapprezzo di 500mila euro, proprio per tramite di Letta senior. Non indagato.

 

MATTEOLI, Altero

Indagato per le bonifiche ambientali a Marghera e fortemente sospettato per il Mose, l’ex ministro di Ambiente e Infrastrutture dichiara la sua estraneità ai fatti. Secondo gli inquirenti avrebbe ricevuto tangenti (tra il 6,5 e il 7,5%) per almeno 500mila euro dal CVN in cambio di fondi ministeriali affidati senza gara. Un vero boss.

 

MILANESE, Marco

L’amichetto di Tremonti, quello che gli prestava casa gratis nei pressi di via Giulia, è sospettato di aver ricevuto dalla cricca mezzo milione di euro per sbloccare i finanziamenti del Cipe. Ma il dubbio è che l’ex Gdf svolgesse solo il ruolo di passacarte per l’ex ministro dell’economia. Indagato.

 

ORSONI, Giorgio

Mister 500mila euro (la cifra che avrebbe ricevuto per la campagna elettorale del 2010) si trova attualmente agli arresti domiciliari. Lui si difende: “Mai preso un euro”.

 

TOSI, Flavio

In Veneto non poteva mancare un leghista. “Ho dato all’ing. Dal Borgo il rimborso di un versamento che l’ing. Dal Borgo ha fatto a favore del sindaco Tosi… Mi pare che fossero 15 mila euro” dice Baita. Il sindaco di Verona non risulta indagato.

 

TREMONTI, Giulio

Claudia Minutillo, segretaria di Galan, sostiene che la mazzetta per Milanese in realtà fosse destinata a Tremonti. I magistrati sembrano crederle ma, per il momento, non lo indagano.

Eutanasia: le confessioni di Saba e Sabatelli riaprono il dibattito

Nonostante alcuni drammatici casi come quelli di Luca Coscioni, Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro siano giunti ad interessare l’opinione pubblica, in Italia il dibattito sulla legittimità dell’eutanasia resta ancora un tabù. A rinfocolare le polemiche tra le due opposte fazioni dei favorevoli e dei contrari non ci ha pensato il solito attivista Radicale. Questa volta Pannella e soci non c’entrano nulla, anzi, il grido di dolore in favore della legalizzazione di un trattamento di fine vita si è levato da dove meno ci si potesse aspettare: il Policlinico universitario Gemelli di Roma, ospedale cattolico per eccellenza dove, tra gli altri, è stato ricoverato Giovanni Paolo II (sul quale pendono ancora sospetti di dolce morte).

A parlare di “sospensione del trattamento di ventilazione” di alcuni pazienti che avevano concesso il loro consenso informato è stato il professor Mario Sabatelli, neurologo responsabile del centro SLA dell’ospedale dei papi. Sabatelli si è fatto intervistare il 4 giugno scorso dall’associazione Viva la Vita onlus ed è in quell’occasione che ha trovato il coraggio di mettere il dito nella piaga dolorosa della malattia, della sofferenza e della richiesta nascosta di ricorso all’eutanasia.

“Trovo assurdo e violento che il destino di una persona che sta vivendo un dramma così particolare, com’è vivere con un tubo in gola, debba essere deciso da qualcuno seduto dietro a una scrivania. – ha denunciato il professore – È violento, illogico, irrazionale, illegittimo. Per questo noi abbiamo già praticato la sospensione del trattamento, naturalmente col consenso informato, a pazienti sottoposti alla ventilazione non invasiva. E in un caso abbiamo avviato la procedura anche con un tracheostomizzato. Io non ho paura: stiamo facendo il bene dei pazienti”.

Una frase che in pochi secondi rischia di mandare al macero secoli di dottrina cattolica che considera l’eutanasia alla stregua di pratiche come omicidio e suicidio. Ma Sabatelli pretende “chiarezza” e uniformità nelle procedure utilizzate dagli ospedali e si spinge a chiedere un “piano terapeutico flessibile”. Ovvero la possibilità per il paziente in gravi condizioni di decidere di interrompere qualsiasi tipo di terapia in caso di peggioramento della malattia. L’ammissione di aver staccato la spina potrebbe costare un’incriminazione a Sabatelli, come accadde all’anestesista Mario Riccio (poi assolto) nel caso Englaro.

Al momento, comunque, l’unica conseguenza della confessione del medico cattolico è stata la riapertura del dibattito sulla necessità di una legislazione sul fine vita e, soprattutto, un effetto emulazione tra chi ha pronunciato il giuramento di Ippocrate. È il caso di Giuseppe Maria Saba, 87enne ex ordinario di Anestesiologia e Rianimazione all’Università di Cagliari e alla Sapienza di Roma, che è diventato il primo pentito dell’eutanasia in Italia. Intervistato in esclusiva dall’Unione Sarda, Saba ha vuotato il sacco: “Non è anestesia letale ma dolce morte. L’ho favorita ogni volta che mi è stato possibile, almeno un centinaio nella mia carriera. L’ho fatta anche per mio padre e mia sorella. La dolce morte è una pratica consolidata in tutti gli ospedali italiani ma per ragioni di conformismo e di riservatezza non se ne parla”.

Una confessione talmente scioccante che nemmeno il brigatista Patrizio Peci, il mafioso Tommaso Buscetta o, tanto per restare alla cronaca, O’ ninno dei Casalesi Antonio Iovine. Così agghiacciante per i politici, finti benpensanti, attaccati alle gonnelle dei cardinali, che finora (e siamo in una torrida domenica pomeriggio) nessuno di loro ha aperto bocca. E una legge sul fine vita non è nemmeno all’ordine del giorno in parlamento. Infine, c’è anche chi come l’Unione Cristiani Cattolici Razionali e il quotidiano della Cei Avvenire nega che il professor Sabatelli abbia mai accennato all’eutanasia, bensì alla “desistenza terapeutica” prevista dalla legge. Fatti “distorti” dal Fatto Quotidiano secondo gli ultras cattolici, ma intanto in Italia di dolce morte si continua a morire.

Scioperi, rifiuti e corruzione: Roma caput mundi del degrado

Ara Pacis MeierIl sindaco di Roma Ignazio Marino deve dimettersi al più presto. La Capitale d’Italia, meta ogni anno di milioni di turisti da tutto il mondo, non è più degna di rappresentare il nostro paese. La corruzione dilagante nelle aziende municipalizzate, l’incapacità di gestire la raccolta dei rifiuti e avviare la differenziata, l’emergenza abitativa, il dilettantismo dimostrato nel predisporre un piano di trasporto pubblico, l’aumento esponenziale del traffico privato, il disastro nella gestione dell’ordine pubblico durante i cortei, i mostri architettonici come l’Ara Pacis di Meier e, da ultimo, lo sciopero dei dipendenti comunali che rischiano di vedersi ridotto lo stipendio, rappresentano un marchio di infamia per l’inquilino del Campidoglio.

Non che tutta questa sfilza di colpe sia ascrivibile al simpatico medico genovese, una meteora trattata come un corpo estraneo persino dal suo partito, il Pd a trazione renziana. I problemi di Roma affondano le loro radici nei decenni che hanno seguito il dopoguerra, quando il territorio capitolino venne sventrato e violentato dai palazzinari, avvantaggiati da piani regolatori preparati da amministratori compiacenti. Marino non c’entra nulla nemmeno con la Parentopoli delle società municipalizzate come Atac, Acea e Ama. Una cascata di posti di lavoro e poltrone dirigenziali piovuta addosso a migliaia di raccomandati che ha finito per svuotare le casse comunali.

Ma partiamo dalla fine. Venerdì 6 giugno i romani hanno trovato chiusi gli sportelli comunali, sprangati gli asili per mancanza di maestre e le strade senza i vigili urbani (non una grande novità a dire il vero). I dipendenti del Campidoglio erano in corteo per difendere il salario accessorio che Marino non ha ancora garantito. Roba da “garantiti”, appunto, se confrontato con le condizioni di migliaia di disoccupati, cassintegrati, sfrattati e nuovi poveri presenti a Roma, ma pur sempre una questione di guerra tra poveri sui quali viene scaricata la dolosa incompetenza delle amministrazioni comunali. Carraro, Veltroni, Rutelli, Alemanno, Marino, tutti in egual modo colpevoli insieme ai loro predecessori della Prima Repubblica. Ma le responsabilità ricadono giocoforza sul primo cittadino in carica.

È vero che Marino solo pochi giorni fa ha vinto la battaglia dell’Acea, riuscendo a mettere in minoranza il costruttore Francesco Gaetano Caltagirone nella gestione della società dell’acqua. Il sindaco ha ottenuto, almeno sulla carta, una riduzione degli sprechi ma, oltre alle belle parole di condanna per la vecchia gestione, non si è azzardato a formulare una proposta di ristrutturazione dell’azienda che preveda di mandare a casa tutti gli amici degli amici.

Stesso discorso vale per Atac. L’azienda che (non) gestisce lo scadente trasporto pubblico capitolino è al centro di diversi scandali come quello dei biglietti clonati, della già citata Parentopoli e delle presunte tangenti sui filobus che ha coinvolto l’esx sindaco Alemanno. Nessuna responsabilità di Marino, si dirà, ma l’anonimo “Ignazio” è lì a girare in bicicletta con tanto di caschetto e scorta a due ruote, promettendo che a Roma la circolazione stradale sarà presto simile a quella di Amsterdam. Il risultato per ora sono bus e treni vecchi, rotti, insufficenti, maleodoranti e un caos generalizzato nei trasporti.

Il dossier rifiuti rimane comunque quello più scottante. È di questi giorni la notizia (ma i romani se ne sono accorti di persona) che la raccolta dell’immondizia procede a singhiozzo a causa della parziale chiusura di alcuni termovalorizzatori. Un’altra tegola su Ama dopo la chiusura di Malagrotta, l’arresto di Manlio Cerroni, la raccolta differenziata inchiodata al 30% e il recente scandalo di Capodanno quando le immagini dei maiali che grufolano nella monnezza fecero il giro del mondo. Di fronte a questo fallimento amministrativo e gestionale, che in confronto un suk arabo pare gli Champs-Élysées, Marino non sa fare altro che lamentarsi e alzare la voce contro il governo e gli altri responsabili del disastro di Roma Capitale. Lui escluso, naturalmente.

Nuova Tangentopoli, Renzi sconfessa Nordio: “Colpa dei ladri non della legge”

Nuova TangentopoliLa cifra della percezione che la casta dei politici ha della Nuova Tangentopoli (Mose, Expo, Unipol-Sai, Carige, Finmeccanica, Mps, Tav Firenze, solo per citare i casi più noti) sta tutta nella frase pronunciata da Matteo Renzi a Bruxelles, reduce dal vertice G7: “Smettiamo di dire che ci sono i ladri perché non ci sono le regole: la gente che ruba va mandata a casa, il problema delle tangenti non sta nelle regole ma nei ladri”. Uno scarico di responsabilità da parte del premier rottamatore che assomiglia ad una rimozione psicologica di un Sistema di corruzione, istituzionalizzato fin dagli anni’80 del secolo scorso, che sta portando l’economia italiana al fallimento.

La giustificazione avanzata da un presidente del consiglio apparso insolitamente nervoso sembra una sorta di rivisitazione 2.0 della “teoria della mela marcia” proposta da Bettino Craxi nel 1992 per commentare l’arresto del “mariuolo” Mario Chiesa. Tutti sanno come andò a finire in quell’occasione: il cesto conteneva più mele bacate che sane e l’inchiesta Mani Pulite travolse il vecchio sistema partitico. Scomparse le sigle tradizionali come Dc e Psi, evidentemente i politici corrotti hanno continuato a spartirsi appalti, e mazzette. Spesso usando gli stessi affidabili “mediatori” di una volta come Gianstefano Frigerio e Primo Greganti nel caso dell’Expo, o come l’ex amministratore della società Mantovani, Giorgio Baita, già arrestato il 28 febbraio del 2013 nell’ambito dell’inchiesta Mose

Baita fu indagato e interrogato dal procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio, ai tempi d’oro della prima Tangentopoli. Lo stesso Nordio che, 24 ore prima di Renzi, aveva dato una chiave di lettura molto diversa rispetto al premier delle cause della corruzione endemica nel nostro paese. “Avendo trattato Tangentopoli venti anni fa, posso dire che gran parte della corruzione scoperta oggi è simile e molti dei protagonisti sono gli stessi. Ma questo è un sistema molto più sofisticato”, ha denunciato il magistrato in conferenza stampa. Secondo Nordio la “madre della corruzione” non è solo l’avidità umana, ma soprattutto la “complessità delle leggi”.

“Una delle cause della corruzione – ha concluso Nordio – deriva dalla farraginosità delle leggi, dal numero delle leggi, dalla loro incomprensibilità e da una diffusione di competenze che rende difficile individuare le varie responsabilità”. Un messaggio chiarissimo lanciato alla politica che Renzi ha deciso di ignorare, andando per giunta in giro per l’Europa poche ore dopo a sbandierare l’esatto contrario, cioè la necessaria rottamazione della figura quasi mitologica del “corrotto tangentista” e non una seria revisione del sistema di controlli e garanzie che possa mozzare per sempre le mani dei ladri.

Sulle posizioni di Nordio converge anche Luigi D’Alpaos, già professore di Idrodinamica a Padova e contrario al progetto Mose da tempi non sospetti. Per D’Alpaos “la mancanza di una legge nazionale, come per esempio l’olandese Delta werken (Piano Delta), ha permesso alle istituzioni territoriali di lavorare in ordine sparso seguendo il vento dei voti, dei soldi e dei comitati d’affari”.

Parole al vento, appunto, se si pensa che, secondo i pm lagunari, politici come Giancarlo Galan viaggiavano al ritmo di mazzette da un milione all’anno, oppure che lo stesso sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, fosse corrotto e che coloro che avrebbero dovuto controllare, come gli ex Gdf Emilio Spaziante e Marco Milanese fossero coinvolti fino al collo nel Sistema. Una menzione speciale la merita anche l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici (Avcp). Un carrozzone clientelare pagato dallo Stato (più di 330 dipendenti) che fino a ieri non si era accorto del marcio che covava sotto Expo, ma che oggi pubblica un’indagine sul funzionamento delle gare per instaurare una “fruttuosa collaborazione” con l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) affidata all’anatra zoppa Raffaele Cantone. Nuova Tangentopoli, una vergogna nazionale a cui i cittadini-elettori sembrano oziosamente assuefatti. Le monetine contro Craxi all’Hotel Rafael sembrano un’altra epoca.

Renzi spacca la Rai: torna la lotta di classe tra dirigenti e precari

Tra Matteo Renzi e i vertici della Rai è scoppiata la pace. Il prelievo forzoso di 150 mln di euro sul canone, imposto dal premier all’azienda che gestisce il servizio pubblico televisivo, aveva fatto infuriare i 13mila dipendenti del carrozzone di viale Mazzini, dall’ultimo dei non garantiti al primo dei dirigenti. Una bufera di indignazione che aveva portato ad indire una giornata di mobilitazione per mercoledì 11 giugno. Ora, lo sciopero che lo stesso Renzi aveva definito “umiliante” è confermato, ma il comitato promotore si è spaccato a metà. Da una parte l’esercito sempre più folto dei fedelissimi renziani “garantiti”, dall’altra i lavoratori precari della tv pubblica, gli unici rimasti a rischiare sul serio il posto di lavoro. Una nuova lotta di classe.

Il fronte antirenziano è stato sbaragliato dall’accordo raggiunto tra il governo e gli alti papaveri che siedono al settimo piano di viale Mazzini. Resta il taglio di 150mln attraverso la cessione di una quota di RaiWay. In cambio, Palazzo Chigi si è impegnato a non applicare alla Rai la riduzione dei costi operativi per le società partecipate (50-70 mln nel 2014, 100 nel 2015). Tutto scritto nero su bianco in parlamento grazie ad un emendamento ad hoc presentato dalla maggioranza Pd-Ncd.

Così facendo Renzi si è garantito la sconfessione dello sciopero da parte di tutta la casta dirigente della Rai. Ad aprire le danze dei mea culpa ci ha pensato Lugi Gubitosi che ha definito un “errore” lo sciopero. “La Rai fa parte del sistema – ha continuato il dg in uscita che evidentemente si riposiziona in vista di una nuova nomina – ci è stato chiesto un sacrificio e noi lo faremo”. Un peana proseguito da Luigi De Siervo, presidente dell’Adrai (Associazione Dirigenti Rai). “Arroccarsi in posizione di difesa dello status quo – ha dichiarato quello che le cronache giornalistiche definiscono amico di vecchia data di Renzi – sarebbe come cercare di fermare il vento con le mani”.

Nel fronte dei rivoluzionari pentiti si inseriscono anche il membro della Vigilanza Michele Anzaldi (in realtà poco pentito perché del Pd) che parla di “sciopero frustrante” e l’imprenditrice dalla doppia poltrona (Cda Rai e presidenza Poste) Luisa Todini. Le ultime notizie danno anche l’agguerrita Usigrai (il potente sindacato dei giornalisti Rai) di ritorno con la coda tra le gambe sulla via di Rignano sull’Arno. Perfino il Garante ha dichiarato “illegittimo” lo sciopero. Mentre le sigle sindacali confederali si scindono immancabilmente con la Cisl di Raffaele Bonanni che, non avendo rappresentanza tra i lavoratori precari Rai, decide di mollarli al loro destino.

Dall’altra parte della barricata non è rimasto quasi nessuno di quelli che contano, fatta eccezione per Roberto Fico (presidente M5S della Vigilanza), Susanna Camusso della Cgil e Lugi Angeletti della Uil, questi ultimi rimasti incastrati nella manifestazione del Teatro delle Vittorie del 3 maggio scorso che ha visto il popolo dei contratti a progetto e delle partite Iva confermare lo sciopero dell’11 maggio, visto che all’orizzonte si prospettano tagli all’organico, ma solo tra i precari e non tra i garantiti Figli di papà, parenti di Qualcuno o amici di Chi sa chi che da decenni occupano le scrivanie di un servizio pubblico lottizzato dalle segreterie dei partiti.

Quella che si gioca con la Rai è comunque una partita già persa in partenza perché nel servizio pubblico nessuno si sogna, nemmeno Renzi il rottamatore, di tagliare gli sprechi veri come quelli per “nani”, “ballerine” e consulenze esterne. Di mettere al passo coi tempi l’azienda riducendo i costi, andando ad eliminare decine di sedi inutili (come quelle regionali) o mandando a casa migliaia di fannulloni raccomandati neanche a parlarne. E poi c’è anche chi si lamenta dell’alta evasione del canone usato per pagare stipendi d’oro ai vari Bruno Vespa, Carlo Conti, Giovanni Floris e Antonella Clerici.

Dall’India con furore: l’urlo dei marò terrorizza i burocrati romani

urlo GironePeccato che la tradizionale parata militare del 2 giugno, Festa della Repubblica, sia stata rovinata dalla voce di Salvatore Girone, il marò detenuto in India insieme al collega Massimiliano Latorre per il presunto omicidio di due pescatori. Tutto sembrava andare per il meglio, tra il premier Renzi che batteva cinque senza sosta e le Frecce Tricolori tornate orgogliosamente a solcare i cieli della Capitale. Poi, come un fulmine a ciel sereno, di fronte alle commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato appaiono i volti dei due militari, avvolti nella tradizionale uniforme bianca, collegati via internet da New Delhi.

Un saluto ai marò previsto e concordato in occasione delle celebrazioni di via dei Fori Imperiali. Ma questa volta c’è qualcosa di diverso rispetto al solito. Il volto dei due soldati è tirato, il tono della voce visibilmente alterato. Soprattutto quello di Girone che, di fronte allo stupito silenzio dei parrucconi romani in alta uniforme (militari e politici), prende la parola:

Auguro a voi buona Festa della Repubblica, lo auguro agli italiani e a tutti i colleghi militari. Non è bello non essere tra di lorodice a denti stretti e con la bava alla bocca il fuciliere di marinaDopo due anni siamo di nuovo costretti ad assistere da una webcam. Abbiamo obbedito a degli ordini, abbiamo mantenuto una parola e la continuiamo a mantenere con grande dignità. E siamo ancora qui. Vorremmo che fosse riconosciuta la nostra innocenza, che i Paesi si parlassero non per le rotture. Il muro contro muro non serve. Continueremo a comportarci con dignità. Ogni militare impegnato in questo momento, americano o inglese, italiano o indiano, deve sentirsi tutelato nei propri diritti”.

Più che un cordiale saluto, quello pronunciato da Salvatore Girone ha tutta l’aria di essere un avvertimento, una sorta di pizzino inviato agli alti papaveri del governo e dell’esercito che, a suo modo di vedere, non hanno rispettato i patti (sconosciuti all’opinione pubblica) né saputo svolgere il loro mestiere. Non si spiegherebbe altrimenti la necessità dei marò di ribadire pubblicamente di “aver obbedito agli ordini” e di “aver mantenuto la parola” nei confronti delle Istituzioni italiane rivelatesi fin qui incapaci di portarli via da un paese divenuto “ostile” come l’India del neoeletto Primo Ministro Narendra Modi, leader nazionalista indù pronto a mostrarsi inflessibile sul caso marò.

Evidentemente la pazienza dei due militari è arrivata al limite e la paura di vedersi infliggere una condanna pesante sta facendo saltare i nervi a Latorre e Girone. Archiviata la disastrosa gestione del caso da parte dell’ex ministro degli Esteri, Emma Bonino e del suo improponibile inviato a Delhi Staffan De Mistura, l’era di Federica Mogherini alla Farnesina non si è certo aperta sotto i migliori auspici per i fucilieri di marina: silenzio diplomatico assordante. La speranza però è l’ultima a morire. Per questo Girone ha lasciato aperto uno spiraglio di trattativa con i burocrati romani confermando di “continuare ancora a mantenere la parola data”.

In caso contrario, ci si aspettano delle rivelazioni bomba di Girone e Latorre sulla composizione della catena di comando responsabile del disastro dell’uccisione dei pescatori nelle acque del Kerala ma, soprattutto, della imbelle consegna dei marò alle autorità indiane. In questo contesto, non è centrale l’accertamento della responsabilità dei nostri militari – che dovranno comunque pagare il loro conto con la giustizia se riconosciuti colpevoli, anche se continuano a professarsi innocenti – ma il rispetto delle regole di ingaggio internazionali per i militari imbarcati in servizio antipirateria. Interessante, in questo senso, l’iniziativa di alcuni cittadini che hanno presentato un esposto alla procura di Roma per denunciare Napolitano e Monti colpevoli di aver estradato i due marò in un paese dove vige la pena di morte.

Trattative UE: Cameron pone il veto su Juncker. Grillo sceglie Farage

farage-grilloIn Europa continuano le grandi manovre per decidere il futuro assetto dell’UE. Archiviate le elezioni del parlamento di Strasburgo, adesso le attenzioni sono tutte concentrate sulla nomina del presidente della Commissione europea che dovrà sostituire il portoghese Josè Manuel Barroso. Di fronte ai risultati elettorali che confermano il Partito Popolare Europeo di centrodestra come prima famiglia politica di Bruxelles (seguiti a ruota dai Socialisti e Democratici di centrosinistra), ragione vorrebbe che a occupare la poltrona di Commissario sia il decano dei burocrati europei Jean Claude Junker, frontman dei Popolari nei recenti dibattiti elettorali contrapposto a Martin Schulz (D&S), Alexis Tsipras (Sinistra), Guy Verhofstadt (Liberali-Alde) e Ska Keller (Verdi).

Il colpo di scena arriva però da un’anticipazione fornita dal quotidiano tedesco Der Spiegel secondo cui i giochi per l’ex presidente dell’Eurogruppo, sostenuto da Angela Merkel, si sarebbero maledettamente complicati a causa del veto posto sul suo nome da David Cameron, il premier conservatore britannico (iscritto in Europa ad un gruppo diverso dai Popolari). Sconfitto e umiliato nelle urne dall’Ukip di Nigel Farage, Cameron è costretto adesso a fare la voce grossa e antieuropeista per non finire spazzato via in patria da un’opinione pubblica divenuta sempre più ferocemente euroscettica.

L’inquilino di Downing street avrebbe minacciato addirittura l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue in caso di elezione di Junker, definito “un volto degli anni ’80 che non può risolvere i problemi dei prossimi 5 anni”. La prospettiva di Cameron è quella di anticipare il referendum antieuropeo dal 2017 al 2016. Una mazzata a cui Junker ha risposto a stretto giro di posta dal giornale, sempre tedesco, Bild am Sonntag: “L’Europa non dovrebbe essere ricattata”.

Fibrillazioni nel centrodestra europeo che si riverberano anche a livello nazionale in Italia. I partiti di centrodestra per così dire “tradizionali”, berlusconiani come Forza Italia e diversamente berlusconiani come Ncd di Angelino Alfano, rimangono saldamente ancorati nella grande casa dei Popolari, se pur con pesanti distinguo. Non si è ancora sopita, infatti, l’eco del botta e risposta tra lo stesso Junker e Silvio Berlusconi: il burocrate lussemburghese pretendeva le scuse del capo di FI per aver detto che i tedeschi negarono i lager. Ma per il momento nessun provvedimento di espulsione degli azzurri dal gruppo europeo è in vista (i loro 13 parlamentari pesano eccome). Con i suoi 3 eletti risulta praticamente non pervenuta la lista Alfano-Casini, mentre la Lega di Matteo Salvini veleggia saldamente verso l’alleanza con il Front National di Marine Le Pen nel gruppo che ritiene l’Euro un fallimento.

Discorso più complicato, invece, per il M5S di Beppe Grillo. A giudicare dalla poderosa campagna pro-Farage comparsa sul blog di Grillo, sembrerebbe che il guru e Casaleggio abbiano già scelto l’alleanza con il leader Ukip (in attesa del decisivo voto della Rete). L’ultimo post è quello del professor Paolo Becchi che si scaglia contro la congiura mediatica che descrive Farage come un razzista xenofobo e invita il Movimento a stringere questa “alleanza necessaria”. Nei giorni scorsi era stato lo stesso Grillo a dire la verità su Nigel Farage, ricordando la libertà di voto concessa ai suoi iscritti dal gruppo Europe of Freedom and Democracy (EFD) di cui l’Ukip è il partito trainante (nucleare e rinnovabili vengono dopo la caduta di questa idea di Europa).

Superfluo ricordare ai sostenitori pentastellati asciutti di politica che l’iscrizione ad un gruppo nel parlamento di Strasburgo risulta vitale per non essere destinati all’oblio. Inutile e controproducente, dunque, gridare al gruppo autonomo come più o meno accade in Italia: qui di partiti antisistema che contano è rimasto solo M5S, mentre in Europa di euroscettici ce ne sono a palate. Assurdo, poi, avanzare una proposta di alleanza con i Verdi visto che Monica Frassoni, Presidente del Partito Verde Europeo, ha definito “un delirio” la proposta per l’Europa di Grillo. Il nemico del mio nemico è mio amico. Questa la logica che il grillismo deve seguire. E Farage è molto più nemico dell’Europa delle banche che non gli europeisti radical-chic, Verdi sì, ma solo per moda.