Omicidio Biagi: Scajola incastrato dalle lettere di Zocchi

omicidio BiagiClaudio Scajola non risulta al momento indagato nell’inchiesta sull’omicidio di Marco Biagi, riaperta a Bologna dal pm Antonello Gustapane 12 anni dopo l’agguato delle Brigate Rosse che ha posto fine alla vita del giuslavorista. Il fascicolo è ancora a carico di ignoti, ma l’accusa di omicidio per omissione sembra ritagliata su misura per l’ex ministro dell’Interno. Scajola, già in carcere per la vicenda Matacena-Lady Montecarlo, ha sempre dichiarato che le ripetute richieste di assegnare una scorta a Biagi avvennero a sua insaputa, ma ora è stato smentito clamorosamente dalla comparsa di due lettere, conservate dal suo segretario particolare dell’epoca Luciano Zocchi.

Nelle missive, vergate a mano su carta intestata del ministero il 15 marzo 2002 (4 giorni prima dell’omicidio Biagi) e già comparse sulla stampa, il segretario avverte il ministro che il direttore generale di Confindustria nel 2002, Stefano Parisi, e i coniugi Enrica Giorgetti e l’On. Maurizio Sacconi segnalano con preoccupazione l’opportunità di rafforzare la scorta al “successore di Tarantelli e D’Antona”. Già nel 2007 Scajola giurava di essere all’oscuro di tutto ( un difetto che si riproporrà con la vicenda della casa al Colosseo pagata secondo lui a sua insaputa).

“Io non sapevo nemmeno chi fosse Biagi- dichiarava Sciaboletta a Libero – le pare che se avessero detto al ministro: ‘metti la scorta a Biagi’ non sarei intervenuto? Se non l’ho fatto significa che nessuno mi avvertì”. Giustificazione spazzata via dalle lettere di Zocchi. “L’onorevole Maurizio Sacconi – si legge nel primo promemoria – ti segnala l’opportunità di rafforzare la tutela soprattutto del Prof. Marco Biagi, consulente del Ministro Maroni, ‘successore ’ di Tarantelli, D’Antona ecc…”. Nella seconda lettera, sotto la dicitura “URGENTE” scritta in stampatello, Zocchi appunta che “Il Direttore Generale di Confindustria, dott. Stefano Parisi (essendo assente il Presidente D’Amato), desidera incontrarti solo 5 minuti con urgenza (per parlare del pericolo di vita corso da Biagi ndr)”.

Certo, la tempistica della comparsa di queste carte compromettenti per Scajola è avvolta nel mistero, come spesso accade nelle vicende più oscure della storia repubblicana italiana. Risulta, infatti, che Zocchi avesse parlato delle lettere ai magistrati romani già nel corso di un interrogatorio tenuto il 10 luglio 2013. L’inchiesta era un’altra, quella su una presunta truffa ai preti Salesiani. La casa del funzionario venne perquisita e nell’occasione saltarono fuori gli appunti su Biagi. Nel verbale del 2013 Zocchi cita anche l’ex segretario di Stato Vaticano, Tarcisio Bertone, suo amico, che sulla vicenda dell’omicidio Biagi gli avrebbe detto: “Lascia stare non metterti nei guai”. Mistero su mistero.

Fatto sta che Zocchi, racconta il giornalista Marco Lillo, aveva rilasciato dichiarazioni scottanti al Fatto Quotidiano già nel 2011, a condizione di renderle pubbliche solo quando lui avesse dato l’assenso. Tre anni fa Zocchi raccontava di aver ricevuto una telefonata dalla Giorgetti (sua vecchia conoscente) il 15 marzo del 2002 per aggiornarlo sulla relazione dei Servizi Segreti che paventava il rischio attentati per i consulenti del ministero del Lavoro. La Giorgetti ha paura per il marito Sacconi, ma soprattutto per Biagi e implora “Luciano” di “fare il possibile” per lui.

Zocchi afferma di aver scritto immediatamente l’appunto che oggi incastra Scajola e di aver ricevuto “poco dopo” la telefonata di Parisi. Le due lettere sarebbero state messe in una busta marrone e consegnate a Fabiana Santini, segretaria del ministro. A questo punto una domanda sorge spontanea: perché Parisi e i coniugi Sacconi temono proprio per la vita di Biagi e non di qualcun altro? Sono forse in possesso di notizie sconosciute ai magistrati? Sembra un po’ di rivivere la storia della seduta spiritica del 1978 durante il sequestro Moro in cui, Romano Prodi presente, uscì il nome “Gradoli” (a via Gradoli fu effettivamente scoperto un covo BR). Il giallo si infittisce quando Zocchi tira in mezzo l’allora vicecapo della Polizia Giuseppe Procaccini e l’attuale prefetto Giuseppe Pecoraro (all’epoca responsabile scorte) che, secondo Zocchi, avrebbe definito Biagi “quello che si fa le telefonate da solo”. Altro che il “rompicoglioni” pronunciato da Scajola.

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