“Mi dichiaro prigioniero politico”: Dell’Utri e la casta copiano le BR

“Mi dichiaro prigioniero politico”. Dall’ospedale Al Hayat nella capitale libanese Beirut, dove sta passando una dorata latitanza, Marcello Dell’Utri ha riesumato un vecchio slogan degli anni ’70 del Novecento, tornato ultimamente di moda tra i politici finiti nei guai con la giustizia italiana. Nel secolo scorso erano i militanti delle Brigate Rosse arrestati dalle forze dell’ordine a dichiararsi prigionieri politici per rimarcare il loro rifiuto ideologico di uno Stato ritenuto “borghese e imperialista”. Oggi sono proprio i politici di professione a cercare di buttare il pallone nella tribuna dei prigionieri politici per cercare di coprire le loro malefatte incolpando la magistratura definita “politicizzata”. Ieri, i capi delle BR Renato Curcio e Mario Moretti; oggi, Dell’Utri, Berlusconi, Matacena e anche D’Alema per difendere Greganti.

Un confronto impietoso, con tutto il rispetto per i terroristi brigatisti nella cui ideologica forma mentis aveva almeno un senso dichiararsi prigionieri politici. I politici di oggi cercano solo di coprire ignobili tangenti o rapporti illegali con la criminalità organizzata. E pensare che lo status di prigioniero politico non è nemmeno previsto dall’ordinamento italiano. Secondo la definizione fornita da Wikipedia “un prigioniero politico è qualcuno tenuto in prigione o detenuto in altra maniera, come agli arresti domiciliari, perché le sue idee sono giudicate da un governo una sfida o una minaccia per l’autorità dello Stato”.

Di fronte a queste parole rimane alquanto oscuro comprendere le ragioni che hanno spinto il cofondatore di Forza Italia a calarsi nella parte del nuovo Nelson Mandela, rinchiuso per 28 anni nelle carceri del governo segregazionista sudafricano, oppure nei panni di Bobby Sands, il membro dell’Ira morto nel carcere di Maze il 5 maggio 1981 dopo 66 giorni di sciopero della fame. Non certo la condanna definitiva subita a causa delle proprie idee, visto che uno come Marcello Dell’Utri è abituato da decenni a coltivare stretti rapporti con mafiosi del calibro di Stefano Bontate e Vittorio Mangano e mica a fare il rivoluzionario come Pancho Villa o Che Guevara. Gli imbarazzanti accostamenti storici, anzi, servono all’ex senatore per dipingersi all’estero come un martire.

Io sono un prigioniero politico perché quella di venerdì (9 maggio ndr) è stata una sentenza politica – dice Dell’Utri all’inviato di Repubblica Francesco Viviano – una sentenza già scritta di un processo che mi ha perseguitato per oltre 20 anni soltanto perché ho fatto assumere Vittorio Mangano come stalliere nella villa di Arcore del Presidente Silvio Berlusconi. Una persona per me davvero speciale anche se aveva dei precedenti penali: per me Mangano era un amico e basta”. Altro che il romanzesco “Sono Mario Moretti, mi dichiaro prigioniero politico!” pronunciato dalla sfinge delle BR il 4 aprile 1981 a Milano, arrestato dopo 9 anni di latitanza.

Uno stravolgimento a 360 gradi della realtà, quello tentato da colui che secondo i giudici di Palermo è stato il trait d’union tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi, che non è di certo unico nel panorama politico dell’Italia odierna. Anche l’ex parlamentare Pdl Amedeo Matacena, condannato per aver favorito la ‘ndrangheta e latitante a Dubai, intervistato via Skype adombra il sospetto del “complotto politico”. Berlusconi, poi, si è autoiscritto di diritto nel club dei prigionieri politici. Ma disturbi della personalità da rivoluzionari radical chic colpiscono anche a Sinistra dello schieramento politico. È fresca di pochi giorni la goffa difesa d’ufficio tentata da Massimo D’Alema nei confronti del “compagno G” Primo Greganti, arrestato per le presunte tangenti Expo. “Ho imparato che il 40-45 per cento delle persone accusate vengono prosciolte”, ha detto il Lider Maximo, divenuto garantista a targhe alterne, insensibile alle critiche di chi lo considera diventato un Berlusconi qualsiasi.

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