Lo scandalo dei concorsi universitari truccati dalla mafia dei baroni

I pm della procura di Bari, Renato Nitti e Francesca Pirrelli, hanno chiuso la prima fase dell’inchiesta denominata do ut des che vede indagati 38 tra professori e alti papaveri di diverse università italiane, accusati a vario titolo di associazione a delinquere, corruzione, truffa aggravata e falso. Secondo l’accusa i baroni brigavano per far ottenere ad amici e parenti, attraverso concorsi pilotati, le cattedre di diritto costituzionale, pubblico comparato, ecclesiastico e canonico. Non solo all’università di Bari, ma anche in altri atenei italiani. Adesso il fascicolo è nelle mani della procura di Milano per competenza.

Tra gli indagati spicca il nome di Anna Maria Bernini, ex ministro berlusconiano, attuale vice capogruppo di Forza Italia al Senato e nominata docente associato di diritto pubblico comparato a Bologna. A farle accademica compagnia ci sono, in rigoroso ordine alfabetico, Antonio Andreani (diritto pubblico comparato a Firenze), Fabrizio Cassella (rettore univ. Val d’Aosta e docente di diritto pubblico comparato a Torino), Gaetano Dammacco (diritto ecclesiastico a Bari e univ. Telematica “G. Fortunato”), Giuseppe Franco Ferrari (diritto pubblico comparato, Bocconi di Milano), Guido Guidi (diritto pubblico comparato, Urbino), Aldo Loiodice (diritto costituzionale, Bari), Luca Mezzetti (direttore Scuola superiore studi giuridici Bologna), Pier Giuseppe Monateri (diritto comparato, Torino), Maurizio Oliviero (diritto pubblico comparato, Perugia), Lucio Pegoraro (diritto pubblico comparato, Bologna), Francesco Maria Pizzetti (diritto pubblico a Torino ed ex garante Authority privacy), Roberto Scarciglia (diritto costituzionale it. e comp., Gorizia), Marina Calamo Specchia (diritto costituzionale, Bari), Mauro Volpi (diritto pubblico, Perugia).

A questa lista già incompleta di baroni indagati, si devono sommare i nomi di 5 saggi nominati da Napolitano, denunciati dalla Guardia di Finanza, ma non ancora sotto inchiesta. Si tratta di Augusto Barbera, Beniamino Caravita, Giuseppe De Vergottini, Carmela Salazar e Lorenza Violini. Se fossero confermati i sospetti investigativi della Gdf, ci troveremo di fronte ad un vero e proprio sistema criminale messo in piedi dai professori-baroni per favorire figli e famigli. Altro che riforme costituzionali affidate ai saggi e insegnamento universitario assegnato secondo meritocrazia. Una associazione a delinquere universitaria più potente di una mafia, piuttosto.

Secondo la ricostruzione della procura barese, gli indagati avrebbero costituito due associazioni per delinquere, una a Bari e l’altra a Milano, al fine di spartirsi le nomine nei posti di ricercatori, professori ordinari e associati degli atenei di tutto il paese. Nomine assegnate truccando i concorsi, non con le minacce e la violenza, ma attraverso un fitto reticolo di conoscenze e amicizie interessate tra i baroni che da decenni infestano le università italiane. Per questo motivo l’inchiesta è stata chiamata do ut des, un enorme scambio di favori tra professori corrotti. Circa 50 i concorsi in cui, scrivono gli inquirenti, “una rete criminale tra i più autorevoli docenti ordinari” ha consentito “sistematicamente il prevalere della logica del favore su quella del merito e della giustizia”.

L’ennesimo scandalo consumato nell’Italia di Genny ‘a carogna e dei tanti milioni di lavoratori disoccupati o precari. Al centro delle intercettazioni che hanno incastrato i baroni (tutti innocenti fino al giudizio definitivo) c’era il professor Giorgio Lombardi, il “re” del diritto pubblico comparato italiano, morto di malattia durante le indagini. È lui ad impegnarsi fino al letterale ultimo respiro per far “vincere” un concorso alla Bernini. “A me interessano due risultati e ne chiedo uno solo: la Bernini!”, diceva Lombardi ad un collega, ignaro di essere ascoltato dalle Fiamme Gialle.

Ma il resto delle conversazioni intercettate sono a dir poco imbarazzanti (oltre che penalmente rilevanti) per gli altri baroni. Una casta di privilegiati che non solo si permette di infilare in posti di responsabilità persone incompetenti ma, non contenta, osa persino fare la morale arrivando a definire fannulloni e bamboccioni quei milioni di giovani “normali” che non hanno avuto la fortuna di ricevere un calcio nel culo dal paparino barone.

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