Alfano torna senza quid, Lupi lancia l’Opa su Ncd

alfano lupiAll’indomani del fallimento sfiorato alle elezioni europee, con il quorum del 4% superato per un battito di ciglia, in casa Ncd volano gli stracci. Il segretario Angelino Alfano si sente accerchiato dalle correnti interne: i centristi Udc di Pierferdinando Casini e i Popolari di Mario Mauro, i berlusconiani quasi pentiti ma, soprattutto, la pattuglia di Comunione e Liberazione capitanata dal ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi. “Non credo che Maurizio Lupi abbia intenzione di lasciare le Infrastrutture”; con questa frase telegrafica il segretario Ncd, tornato ad essere senza quid, ha provato a calmare le acque al termine di un agitatissima riunione dei gruppi parlamentari del partito convocata a Roma giovedì scorso.

Ma non sembra aver convinto nessuno. Il ministro ciellino, infatti, è dato come dimissionario e partente per Strasburgo, eletto al parlamento europeo con 45mila preferenze. E le voci su una possibile scalata di Lupi al Nuovo Centrodestra invece di placarsi si moltiplicano ogni giorno che passa. Voci di corridoio riportano l’intenzione del ministro (indagato per abuso d’ufficio per la nomina dell’Authority del porto di Olbia) di liberarsi della patata bollente degli appalti Expo 2015. Dopo le note vicende della Nuova Tangentopoli le Infrastrutture sono state praticamente commissariate per paura di infiltrazioni criminali e di altre mazzette. Un guscio vuoto di cui l’ambizioso Lupi non sa più che farsene.

E allora, perché non approfittare del momento di debolezza del segretario-ministro dell’Interno che, con il suo sorriso sempre smagliante, si era proposto come il successore di Berlusconi alla guida dei “moderati” italiani? Diciamo che il 4% strappato con le unghie solo grazie all’apporto di Casini e Cesa più che un buon viatico per il futuro del centrodestra, sembra la campana a morto per i sogni di gloria di Alfano la cui mancanza di quid bisogna ammettere fosse stata segnalata per tempo dal Padrino politico di Arcore.

Sta di fatto che in molti ammettono di aver visto Lupi abbandonare in anticipo e scuro in volto la riunione di giovedì. Segnale evidente che l’idilliaco rapporto col segretario si è incrinato. I maldipancia post sconfitta, poi, sono sempre più diffusi. “Il partito non deve essere il partito dei ministri ma diventare un partito forte e serio sul territorio”, affonda il “fratello” Fabrizio Cicchitto. “L’ultima settimana abbiamo perso qualche punto – rincara la dose l’altro ciellino Roberto Formigoni – non perché la gente s’è spaventata di Grillo, ma perché la nostra presenza al governo non è stata brillantissima”.

Tutti sassolini che cominciano ad uscire fuori dalle scarpe. Solo qualche giorno prima, il 26 maggio, un altro senatore alfaniano, Paolo Naccarato, aveva vergato una nota nella quale sottolineava “l’imprescindibile esigenza di avere alla guida un leader a tempo pieno”. “Credo che Angelino Alfano e Maurizio Lupi – aggiungeva Naccarato – debbano porsi sul serio tale esigenza ed uno dei due fare un gesto di grande generosita’ nei confronti di oltre un milione di elettori che hanno creduto in NCD assumendone in prima persona la guida”. Una richiesta sincera e disinteressata ad entrambi, oppure un messaggio cifrato indirizzato a Lupi per spingerlo alla congiura?

Intanto il protagonista della vicenda insieme ad Alfano, Maurizio Lupi, si esercita in una piroetta lessicale per cercare di smentire le voci di successione. “Chi ha detto che opterò per il seggio europeo? – dice il ciellino – Ho solo detto che di fronte a 50mila voti raccolti alle europee mi sembra giusto prendere atto della volontà di chi mi ha votato. La decisione non è ancora stata presa, la prenderò nei prossimi giorni insieme al partito”. La solita supercazzola utile per metterlo in quel posto ad Alfano.

Affaristi, poteri occulti, massoneria: il segreto del successo di Renzi

Renzi massoneMatteo Renzi è diventato il Terminator della politica italiana. Una perfetta macchina succhiavoti. Alle elezioni europee il Pd ha superato la vetta del 40% delle preferenze, roba che nemmeno ai tempi di Berlinguer. Molti paragonano il potere renziano in espansione a quello della Dc, ma i successi della Balena Bianca poggiavano sulle salde fondamenta del progresso e dello sviluppo economico degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Il miracolo Renzi, invece, si è compiuto con l’Italia in piena recessione (-0,1% di Pil nel primo trimestre 2014) e con la disoccupazione in crescita inarrestabile, soprattutto tra i giovani (rapporto Istat).

A svelare il segreto del successo del giovane premier non bastano, dunque, gli 80 euro messi in tasca a qualche milione di lavoratori come voto di scambio in pieno stile Achille Lauro. E nemmeno il rassicurante faccione da bravo figlio di mamma mostrato con ostentazione a reti tv unificate. Dietro il fenomeno Renzi deve esserci per forza qualcosa di grosso. Già in molti si sono lanciati in approfondite analisi e spericolate tesi. Poteri occulti, massoneria, poteri forti, amministrazione USA, Club Bilderberg, affaristi e faccendieri senza scrupoli. Tutte verità plausibili ma, finora, nessuna prova certa.

Certo è che la carriera politica del rottamatore fiorentino è stata misteriosamente folgorante. Esordisce giovanissimo nel 1996 come militante dei comitati per Prodi. In seguito, diventa segretario provinciale del Partito Popolare Italiano (uno dei partitini della galassia post Dc), ma poi fa il salto nella Margherita di Rutelli con la quale nel 2004 viene eletto presidente della Provincia di Firenze. La fusione tra ex Dc ed ex Pci nel neonato Pd, siamo alla fine del 2007, è solo un dettaglio in una carriera di un enfant prodige che comunista non è mai stato e che gli eredi di Gramsci e Togliatti, piuttosto, ha intenzione di fagocitarli nel nuovo partitone di Regime. Nel 2009 arriva la poltrona di sindaco di Firenze e, infine, ma questa è cronaca, la defenestrazione di Enrico Letta e l’ingresso, se pur dalla porta di servizio, nella stanza dei bottoni di Palazzo Chigi.

Per Nicola Bizzi, presidente nazionale della Nuova Destra Sociale, non ci sono dubbi: “Matteo Renzi è un massone figlio di massoni!” (il padre Tiziano controlla da un ventennio la distribuzione di giornali e pubblicità in Toscana). Secondo Bizzi, anche se non esistono prove della sua affiliazione, “Renzi è l’espressione più diretta ed immediata di quella culturalità massonica di cui si servono i grandi burattinai del potere occulto per agire indisturbati ai danni della società”. Insomma, detta lombrosianamente, che Renzi è massone si vede dalla faccia e da come si comporta, lui e il cerchio magico che lo circonda. E poi, Tiziano Renzi sarebbe legato a doppio filo attraverso la società Btp di Riccardo Fusi (inchiesta P3) ad un altro presunto massone come Denis Verdini.

Sospetti confermati dal Maestro Venerabile del Grande Oriente d’Italia, Gustavo Raffi, secondo il quale più di 4000 iscritti al Pd, in prevalenza toscani, sono affiliati all’obbedienza di Palazzo Giustiniani, storica sede del Goi. E un altro famigerato Maestro Venerabile, Licio Gelli, è sospettato di essere uno dei padrini politici di Renzi. Il vecchio capo della P2 ultimamente ha preso le distanze (o ha fatto finta) da Renzi, ma un politico di lungo corso come Rino Formica sospetta che l’Operazione Renzi sia stata architettata da Gelli e Berlusconi.

Il fatto inspiegabile è che proprio “il Venerabile”, tra gli altri, ha avanzato il sospetto di un coinvolgimento di Washington nella creazione del personaggio Renzi. Sarà il solito depistaggio come per la strage di Bologna? Altre fonti descrivono Renzi come un protetto di Gianni Letta, rappresentante in Italia di Goldman Sachs e della cordata statunitense-israeliana. Secondo Gioele Magaldi, fondatore del Grande Oriente Democratico, per arrivare al vertice del potere Renzi avrebbe baciato “la sacra pantofola del Fratello Draghi (Mario, presidente Bce) e il sacro anello del Fratello Napolitano (Giorgio, presidente della repubblica” per tramite di due ambigui personaggi come Marco Carrai e Davide Serra. Non solo politica e massoneria, ma anche affari dietro l’inarrestabile ascesa di Matteo Renzi.

Farage-Grillo e Le Pen-Salvini, le coppie euroscettiche spaventano Bruxelles

Farage GrilloMercoledì 28 maggio, ore otto del mattino. Aeroporto Malpensa di Milano, volo per Bruxelles. Non si saprà mai se sia rimasto più sorpreso Matteo Salvini di ritrovarsi praticamente accanto Beppe Grillo, oppure il guru euroscettico del M5S di viaggiare verso la capitale della Ue insieme al giovane segretario della Lega, decisamente orientato su posizioni anti-euro. Ma cosa ci facevano i due portabandiera dell’euroscetticismo italiano (insieme a Giorgia Meloni, leader senza quorum di Fd’I) sullo stesso aereo diretto a Bruxelles?

Lo scopo del viaggio di Salvini non era un mistero per nessuno: pranzo di lavoro con Marine Le Pen, regista della vittoria del Front National in Francia, per concordare un piano comune e formare un gruppo di parlamentari anti-euro a Strasburgo che i detrattori già definiscono populista, razzista e fascista. Il colpo di scena arriva invece da Grillo che nella capitale belga c’è andato di soppiatto per incontrare Nigel Farage, animatore del britannico Ukip, partito euroscettico, ma senza connotazioni ideologiche, che punta a rivoltare l’Europa come un calzino e a far uscire la Gran Bretagna dall’Unione. Sul contenuto dell’incontro finora non è trapelato nulla e Grillo ha detto solo che “adesso stiamo solo sondando, sondiamo. Mi appello al quinto emendamento. Vedrete tutto sul mio blog”. Si sa che nel M5S non decide Grillo ma la Rete.

Farage è forte del sorpasso storico nelle urne sia dei Laburisti che dei Conservatori il cui leader David Cameron è attualmente inquilino del n.10 di Downing street. Per evitare una crisi di governo, ora Cameron dovrà mostrarsi più intransigente nei confronti dell’Europa e concedere a Farage nel 2017 un referendum sull’uscita dall’Ue. Grillo, al contrario, esce ridimensionato dalla batosta elettorale subita da Renzi, ma resta sempre a capo del secondo movimento politico italiano, dotato di un patrimonio di 17 europarlamentari molto scettici. Proprio il bottino che interessa a Nigel Farage che, senza i numeri di Grillo, può scordarsi di fare concorrenza a Le Pen figlia sul terreno dell’euroscetticismo. Per formare un gruppo a Strasburgo, infatti, pena l’irrilevanza politica, occorrono 25 parlamentari di 7 paesi diversi.

Fonti dell’Ukip assicurano che sono già stati presi contatti con delegazioni di partiti o singoli rappresentanti di altri 5 paesi. A questo punto mancherebbe solo il M5S per chiudere il cerchio magico dei 7. Per questo, già dal giorno successivo alle elezioni, era partito il pressing degli uomini di Farage nei confronti dei grillini. Secondo l’Huffington Post gli sherpa in incognito sarebbero stati Emmanuel Bordez, attuale segretario generale del gruppo euroscettico Efd, in rappresentanza di Farage, e Claudio Messora, responsabile comunicazione M5S, per conto di Grillo. Inoltre, gira voce di alcune telefonate intercorse tra Farage e Gianroberto Casaleggio.

Il gruppo Farage-Grillo partirebbe da una cinquantina di seggi, qualcuno in più della già affiatata coppia Le Pen-Salvini. L’unico impedimento che per il momento ha bloccato i pentastellati è proprio il rischio di essere additati come fascisti, visto che all’interno dell’Ukip, come afferma il giornalista del Financial Times John Lloyd, non mancano “opinioni estreme sull’immigrazione e contenuti razzisti”. Ma il rischio da correre vale l’uscita dalla scomoda posizione di isolamento in cui sono stretti i grillini.

Discorso diverso per la coppia Le Pen-Salvini che viaggia spedita verso l’unione di fatto. Dopo aver umiliato i socialisti del presidente Francois Hollande, la bionda Marine ha promesso un “referendum per chiedere ai francesi se vogliono uscire dall’Euro” se dovesse essere eletta all’Eliseo. Non più solo No all’euro, come teorizzato anche dal segretario leghista, ma messa in discussione della stessa partecipazione transalpina alla Ue. Musica per le orecchie di Salvini, fumo negli occhi per i boiardi europei come Merkel e Renzi che, sordi alle rivendicazioni dei popoli, si apprestano ad eleggere Jean Claude Junker, o un altro oscuro burocrate, alla testa della Commissione.

Sondaggi su Grillo taroccati dagli speculatori: la profezia di D’Alema diventa un caso

dalema grilloNon è un caso che lo spread sia lievitato fino a 200 punti alla vigilia delle elezioni europee e che la Borsa di Milano abbia guadagnato il 2% il venerdì precedente il voto. Le parole pronunciate da Massimo D’Alema il 23 maggio scorso in occasione di una conferenza stampa a Bari si sono dimostrate una profezia. Ma sono diventate anche un giallo che potrebbe costringere l’ex leader della sinistra a rivelare la sua fonte occulta se la magistratura dovesse decidere di aprire un’inchiesta.

Secondo D’Alema i sondaggi sull’esito delle elezioni europee che davano quasi per certo un testa a testa tra il Pd di Matteo Renzi e il M5S di Beppe Grillo sono stati pompati ad arte da non meglio precisati “speculatori finanziari” allo scopo di giocare d’azzardo in Borsa.

“Credo che le voci circa l’avanzata di Beppe Grillo a ridosso del Pd, che non hanno riscontro, siano anche il frutto di una manovra di speculazione finanziaria” aveva pronosticato Baffino nel capoluogo pugliese. “Non c’è il minimo dubbio – aveva aggiunto – che in questi giorni si è fatta una manovra di speculazione finanziaria perché queste voci hanno fatto balzare verso l’alto lo spread e, quindi, poi chi le ha diffuse ha comprato titoli a maggior rendimento. Quindi bisogna stare anche molto attenti alle voci che vengono messe in giro”.

Il fatto inquietante è che il politico rottamato per finta da Renzi ha proposto con decisione la sua tesi complottista a poche ore dall’apertura delle urne, quando i soliti sondaggisti pasticcioni erano riusciti a convincere giornalisti, politici ed elettori che Grillo fosse arrivato a mettere il fiato sul collo di Renzi e, forse, addirittura a scavalcarlo. Alla luce della clamorosa affermazione di Renzi, con il Pd oltre il 40% come non accadeva dai tempi della Dc di Fanfani, è lecito domandarsi come facesse D’Alema a sapere (altrimenti, come è suo stile, avrebbe taciuto).

Inoltre, con le sue accuse D’Alema chiama direttamente in causa, naturalmente senza nominarli, sondaggisti più o meno stimati (tutti incapaci di leggere il boom renziano) come Nicola Piepoli, Alessandra Ghisleri, Antonio Noto e il telegenico Fabrizio Masia, gli unici in grado, per esclusione, di veicolare proiezioni e sondaggi falsati e, di conseguenza, gli unici a poter stringere inconfessabili accordi con gli speculatori finanziari. Gli autori della presunta truffa in Borsa avrebbero diffuso la paura di Grillo negli investitori onesti e inconsapevoli che, a quel punto, hanno cominciato a vendere titoli a basso prezzo pur di abbandonare al più presto il mercato azionario italiano, tormentato da una perenne instabilità politica.

I furbetti di piazza Affari, i sospetti ricadono sui grandi fondi di investimento, non hanno dovuto fare altro che comprare ad occhi chiusi visto che nelle loro mani c’erano i veri sondaggi che davano Renzi mattatore. Ecco perché venerdì 23 maggio, mentre Francoforte, Parigi e Madrid sonnecchiavano, l’indice Ftse Mib faceva un salto di 2 punti. Ma Massimo D’Alema di queste trattative illecite tra sondaggisti e speculatori, che nel nostro paese si chiamano reati, che ne sa? Questa volta non basteranno le sue tradizionali mezze frasi, pronunciate in maniera sibillina tra un “diciamo” e un’alzata di spalle, a risolvere il mistero da lui stesso confessato.

Europa, Comuni, Regioni: Pd pigliatutto. M5S resiste in Valsusa

Grillo NoTavDopo il trionfo alla democristiana nelle elezioni europee, Matteo Renzi fa il pieno anche alle amministrative. Forte di un livello di popolarità mai raggiunto da nessuno nell’Italia repubblicana, ora il premier cercherà di imporsi a livello internazionale come interlocutore principale della Merkel e di Obama. Sul fronte interno, invece, punta a spaccare il Movimento di Beppe Grillo, ancora frastornato dal contro-boom elettorale, cercando di coinvolgerlo nelle tanto declamate Riforme.

Il Pd di turbo-Renzi è una macchina da guerra inarrestabile. Le regioni Piemonte e Abruzzo vengono strappate con la forza al centrodestra. Tra i capoluoghi di provincia, i Comuni di Firenze, Prato, Pesaro, Sassari, Ferrara, Forlì, Modena, Reggio Emilia e Campobasso restano al Pd o passano sotto il suo controllo già al primo turno. Ballottaggio previsto a Bari, Livorno, Perugia, Terni, Bergamo, Padova, Foggia, Potenza, Cremona e Pavia. Ma anche in questo caso i Democratici fanno la parte dei leoni perché, a parte Pavia dove è in testa il sindaco uscente Alessandro Cattaneo (il rottamatore di destra) e la piccola Foggia, il Pd è in testa di molti punti ovunque. Berlusconi, al contrario, si deve accontentare di mettere la bandierina di Forza Italia su Ascoli Piceno. Quasi umiliante.

E il M5S? Se il 21% ottenuto nelle urne europee rappresenta una sconfitta bruciante, ma non un tracollo, le percentuali raggiunte nelle città sono un campanello d’allarme da non trascurare. Praticamente ovunque i numeri del Movimento non si scostano dal 5, 10, massimo 20%. L’unica città medio-grande in cui i grillini riescono a strappare almeno il ballottaggio è Livorno. Una volta rossissima, la città portuale toscana non ha cambiato pelle, solo che il candidato del centrosinistra Marco Ruggeri si è fermato al primo turno al 40%, mentre lo sfidante pentastellato, Filippo Nogarin, arranca con poco meno del 20%.

Beppe Grllo e il M5S non possono però considerarsi definitivamente sconfitti. La loro battaglia politica, come ribadito sul suo blog dal deluso ma combattivo guru, continua sotto lo slogan VinciamoPoi, naturale sostituto del VinciamoNoi preelettorale. Il punto di ripartenza non potrà che essere la Valsusa, terreno di scontro sul Tav Torino-Lione. Le percentuali raggiunte qui dal Movimento trasformano questa valle piemontese in una valle bulgara, nel segno della protesta dei NoTav.

Nella ridotta della Valsusa – attuale sostituta della storica ridotta della Valtellina in cui i fascisti più ferventi speravano che Mussolini volesse ritirarsi per continuare la lotta antimperialista nel 1945 – i grillini incamerano tra il 30 e il 40% dei consensi in paesi della Bassa valle come Almese, Villar Dora e Sant’Ambrogio di Susa. Fiducia che aumenta man mano che ci si avvicina al confine francese: 47% a Exilles e 49,7 a Venaus. In controtendenza, con il Pd cioè sopra al M5S, anche se di poco, i comuni di Chiomonte e Giaglione, territori dove è situato il cantiere del tunnel geognostico, scelti non a caso, secondo il NoTav grillino Marco Scibona, perché dotati di amministrazioni Pd compiacenti.

Il coraggio di Grillo e dei suoi forse non basterà ad arginare la montante marea renziana. Il piano del rottamatore (dei suoi avversari e non certo di un Sistema marcio e corrotto) è tanto semplice quanto diabolico: portare il disorganizzato M5S alla scissione cercando di coinvolgere i grillini dialoganti nel percorso di Riforme che ripartirà a breve. Un tentativo che a questo punto ha anche buone possibilità di riuscita visto che, come scrive Grillo, “quest’Italia è formata da generazioni di pensionati che forse non hanno voglia di cambiare, di pensare un po’ ai loro nipoti, ai loro figli, ma preferiscono stare così”.

Europee: l’italiano medio vota in massa per gli 80 euro di Renzi

renzi 80 euroL’italiano medio che nella Prima Repubblica votava con convinzione Dc e nella Seconda aveva riposto le sue speranze di tirare a campare nel miracolo Silvio Berlusconi, in queste elezioni europee ha deciso di puntare su un nuovo uomo della Provvidenza: Matteo Renzi, con le sue promesse sfavillanti e gli 80 euro già infilati nelle tasche di quei lavoratori che, per riconoscenza, si sono venduti diventando il suo fedele bacino elettorale. Si spiega così il risultato storico raggiunto dal Pd con oltre il 40% delle preferenze (dati del Viminale). Numeri da capogiro che nemmeno il Pci nel 1984 dopo la morte di Berlinguer e il Pd del “Si può fare” veltroniano che nel 2008 toccò il 33%.

Il trionfo epocale del Pd, perché di questo si deve parlare e anche rendere merito al convincente populismo renziano, è il dato più significativo di una tornata elettorale continentale che ha visto l’onda lunga dell’antieuropeismo abbattersi su Francia (Marine Le Pen-FN) e Gran Bretagna (Nigel Farage-Ukip), ma risparmiare inaspettatamente proprio l’Italia, patria del grillismo, paese allo sbando, travolto da crisi economica, corruzione dilagante e mancanza di prospettive in cui tutti si attendevano un trionfo della contestazione.

E invece no, perché Grillo e il M5S deludono le aspettative e rimangono inchiodati al 21%. Non un crollo, ma un sensibile arretramento rispetto alle politiche del 2013 (25%). Lo sfondamento grillino che molti pronosticavano o temevano non c’è stato. Come detto sopra, gli italiani evidentemente si accontentano dell’osso che ancora riescono a rimediare da Pantalone, vivono alla giornata e non ci pensano proprio di impegnarsi per un nuovo modello di società. Contenti loro. Ma sarebbe intellettualmente disonesto non rimarcare anche le responsabilità del Movimento che, evidentemente, stante la situazione drammatica in cui versa la società italiana, non è riuscito a far passare il suo messaggio di speranza con il quale, purtroppo, non si riempie subito il portafoglio, come invece ha fatto Renzi con gli 80 euro.

Terzo in classifica, come da pronostico, il vecchio Silvio Berlusconi con quel che resta di Forza Italia. Il partito azzurro sfiora il 17%, più o meno i numeri già usciti dai sondaggi. Il condannato Berlusconi non scompare, dunque, dalla scena politica. FI ne esce sì ridimensionata definitivamente, più che doppiata dal ciclone Renzi, ma il Caimano conserva ancora un discreto potere contrattuale e potrà ancora dire la sua, visto che “l’ebetino di Firenze” dovrà (e vorrà) bussare alla porta di Arcore per assicurarsi i numeri in parlamento per fare le tanto sbandierate Riforme.

Detto della lenta ma inesorabile discesa politica di Berlusconi, nel campo del centrodestra non sarà certo Ncd di Angelino Alfano ad ereditare lo scettro di guida dei “moderati” italiani. Il ticket elettorale Ncd-Udc o, se preferite, Alfano-Casini, riesce per un soffio a superare il quorum del 4% (4,38%), salvato dalle sue sparute clientele e dai pacchetti di voti nel Sud, ma non riesce ad evitare un triste destino che lo condanna all’irrilevanza politica. Numeri alla mano, infatti, risulta che il governo Renzi sia praticamente un monocolore Pd con i piccoli partiti alleati che tutti insieme (Ncd, Udc, Popolari e Sc) non raggiungono nemmeno il 5%. A questi partiti dello zero virgola adesso non sarà più permesso porre condizioni all’esecutivo, pena venire accusati di ricatto, ma saranno obbligati a sostenere Renzi perché tutti a rischio estinzione in caso di elezioni politiche anticipate.

Continuando nell’analisi dei dati, sorprese positive arrivano per la Lega targata Matteo Salvini che, dietro allo slogan No Euro, riesce a ricompattare le disorientate truppe padane e a raggiungere un lusinghiero 6%. Soglia di sbarramento raggiunta per il rotto della cuffia anche dalla Lista Tsipras (4,03%), mentre i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni restano malinconicamente l’unico partito per il quale sondaggi, exit polls, proiezioni e dati reali non hanno mai oscillato: 3,7% fisso e addio sogni di Bruxelles.

Licio Gelli scarica Renzi: “Mai stato massone. Durerà poco”

Gelli Renzi“Renzi non è destinato a durare a lungo…comunque non è mai stato (né lui né i suoi familiari) nella massoneria”. Alla veneranda età di 96 anni, il Venerabile capo della Loggia P2, Licio Gelli, rilascia un’intervista a Marco Dolcetta del Fatto Quotidiano per prendere le distanze da Matteo Renzi, quello che molti avevano indicato come suo figlioccio politico. Un disconoscimento clamoroso, vista la corrispondenza di armoniosi sensi tra il suo Piano di Rinascita Democratica e le riforme istituzionali che il premier vorrebbe varare in accordo con un altro fratello P2, Silvio Berlusconi.

Uno sfogo sincero, quello di Gelli, oppure l’ennesima manovra di depistaggio compiuta per riportare nell’ombra indicibili accordi? Se si considera il curriculum dell’uomo coinvolto nei principali Misteri Italiani la risposta non può che essere la seconda. Il livore dimostrato da Gelli nei confronti di Renzi risulta, infatti, troppo smaccato per non destare più di qualche sospetto.

Lo “zio Licio” definisce il giovane premier un “bambinone” a causa del “suo comportamento che è pieno di parole e molto ridotto nei fatti”. Un giudizio tranchant al quale va aggiunta la simbolica cacciata dal tempio della fratellanza muratoria (“mai stato massone”) e una menata misogina contro le Renzi-girls al governo che il Venerabile, rimasto fedele al credo fascista “Dio, patria e famiglia”, vedrebbe “molto meglio a occuparsi d’altro”. Poi, un’altra rivelazione su Renzi. “Mi risulta – dice Gelli – che fra i suoi mentori politici ci siano persone che vivono a Washington”.

La sfortuna del premier, però, è essere circondato da quelle che il capo della P2 chiama “mezze tacche”, come gli “ex lacchè di Berlusconi” Fini, Schifani e Alfano, “personaggi non certo di livello”. Convinto, probabilmente a ragione, di avere l’autorità per stabilire quale sia la “vera” massoneria, il vecchio Gelli sconfessa anche l’altro protagonista delle larghe intese, Berlusconi, circondatosi di “personaggi di bassa levatura” come Denis Verdini, descritto come un “mediocre uomo di finanza; è un massone… credo, ma non della nostra squadra”.

Gelli si lancia poi in una ardita comparazione tra il piano di riforme istituzionali presentato da Renzi e i suoi vecchi Piani per “salvare” l’Italia. Le riforme del premier su legge elettorale e Senato “sono goffe”. Al contrario, il Piano di Rinascita Nazionale (in seguito Piano di Rinascita Democratica), scritto insieme al politico e noto massone Randolfo Pacciardi su input del presidente Giovanni Leone, avrebbe potuto “creare i fondamenti per uno Stato più efficace”. Ma, prosegue il racconto di Gelli, lo stesso Leone “non diede mai alcun riscontro” (circostanza storicamente non provata). Nella riforma renziana del Senato, comunque, il Venerabile vede molti punti di affinità con il suo Piano: abolizione quasi totale, ridotto numero di membri, competenze limitate a materie economiche e finanziarie.

Il re dei Misteri Italiani non poteva naturalmente farsi mancare un pensiero per il principe Luigi Bisignani, “più che un amico, un figlioccio”, una persona di cui Gelli ha sempre avuto una “grande stima”. Una lode particolare Gelli la riserva a Francesco Cossiga e Giulio Andreotti, vertici inimitabili di un “sistema di controllo politico” attraverso le reti di Gladio e dell’Anello. Il finale dell’intervista è truculento. Interrogato sul futuro dell’Italia, Gelli non smentisce la sua indole antidemocratica e si sbilancia in una profezia: “Probabilmente solo un tributo di sangue potrà dare una svolta, diciamo pure rivoluzionaria, a questa povera Italia”.

Omicidio Biagi: Scajola incastrato dalle lettere di Zocchi

omicidio BiagiClaudio Scajola non risulta al momento indagato nell’inchiesta sull’omicidio di Marco Biagi, riaperta a Bologna dal pm Antonello Gustapane 12 anni dopo l’agguato delle Brigate Rosse che ha posto fine alla vita del giuslavorista. Il fascicolo è ancora a carico di ignoti, ma l’accusa di omicidio per omissione sembra ritagliata su misura per l’ex ministro dell’Interno. Scajola, già in carcere per la vicenda Matacena-Lady Montecarlo, ha sempre dichiarato che le ripetute richieste di assegnare una scorta a Biagi avvennero a sua insaputa, ma ora è stato smentito clamorosamente dalla comparsa di due lettere, conservate dal suo segretario particolare dell’epoca Luciano Zocchi.

Nelle missive, vergate a mano su carta intestata del ministero il 15 marzo 2002 (4 giorni prima dell’omicidio Biagi) e già comparse sulla stampa, il segretario avverte il ministro che il direttore generale di Confindustria nel 2002, Stefano Parisi, e i coniugi Enrica Giorgetti e l’On. Maurizio Sacconi segnalano con preoccupazione l’opportunità di rafforzare la scorta al “successore di Tarantelli e D’Antona”. Già nel 2007 Scajola giurava di essere all’oscuro di tutto ( un difetto che si riproporrà con la vicenda della casa al Colosseo pagata secondo lui a sua insaputa).

“Io non sapevo nemmeno chi fosse Biagi- dichiarava Sciaboletta a Libero – le pare che se avessero detto al ministro: ‘metti la scorta a Biagi’ non sarei intervenuto? Se non l’ho fatto significa che nessuno mi avvertì”. Giustificazione spazzata via dalle lettere di Zocchi. “L’onorevole Maurizio Sacconi – si legge nel primo promemoria – ti segnala l’opportunità di rafforzare la tutela soprattutto del Prof. Marco Biagi, consulente del Ministro Maroni, ‘successore ’ di Tarantelli, D’Antona ecc…”. Nella seconda lettera, sotto la dicitura “URGENTE” scritta in stampatello, Zocchi appunta che “Il Direttore Generale di Confindustria, dott. Stefano Parisi (essendo assente il Presidente D’Amato), desidera incontrarti solo 5 minuti con urgenza (per parlare del pericolo di vita corso da Biagi ndr)”.

Certo, la tempistica della comparsa di queste carte compromettenti per Scajola è avvolta nel mistero, come spesso accade nelle vicende più oscure della storia repubblicana italiana. Risulta, infatti, che Zocchi avesse parlato delle lettere ai magistrati romani già nel corso di un interrogatorio tenuto il 10 luglio 2013. L’inchiesta era un’altra, quella su una presunta truffa ai preti Salesiani. La casa del funzionario venne perquisita e nell’occasione saltarono fuori gli appunti su Biagi. Nel verbale del 2013 Zocchi cita anche l’ex segretario di Stato Vaticano, Tarcisio Bertone, suo amico, che sulla vicenda dell’omicidio Biagi gli avrebbe detto: “Lascia stare non metterti nei guai”. Mistero su mistero.

Fatto sta che Zocchi, racconta il giornalista Marco Lillo, aveva rilasciato dichiarazioni scottanti al Fatto Quotidiano già nel 2011, a condizione di renderle pubbliche solo quando lui avesse dato l’assenso. Tre anni fa Zocchi raccontava di aver ricevuto una telefonata dalla Giorgetti (sua vecchia conoscente) il 15 marzo del 2002 per aggiornarlo sulla relazione dei Servizi Segreti che paventava il rischio attentati per i consulenti del ministero del Lavoro. La Giorgetti ha paura per il marito Sacconi, ma soprattutto per Biagi e implora “Luciano” di “fare il possibile” per lui.

Zocchi afferma di aver scritto immediatamente l’appunto che oggi incastra Scajola e di aver ricevuto “poco dopo” la telefonata di Parisi. Le due lettere sarebbero state messe in una busta marrone e consegnate a Fabiana Santini, segretaria del ministro. A questo punto una domanda sorge spontanea: perché Parisi e i coniugi Sacconi temono proprio per la vita di Biagi e non di qualcun altro? Sono forse in possesso di notizie sconosciute ai magistrati? Sembra un po’ di rivivere la storia della seduta spiritica del 1978 durante il sequestro Moro in cui, Romano Prodi presente, uscì il nome “Gradoli” (a via Gradoli fu effettivamente scoperto un covo BR). Il giallo si infittisce quando Zocchi tira in mezzo l’allora vicecapo della Polizia Giuseppe Procaccini e l’attuale prefetto Giuseppe Pecoraro (all’epoca responsabile scorte) che, secondo Zocchi, avrebbe definito Biagi “quello che si fa le telefonate da solo”. Altro che il “rompicoglioni” pronunciato da Scajola.

Meta di Sorrento: il comandante Schettino sale a bordo del Pd

Schettino Tito BubbicoIn un qualsiasi paese del mondo Francesco Schettino, ex comandante della Costa Concordia diventato tragicamente famoso per l’inchino con successivo naufragio all’isola del Giglio, sarebbe stato bandito dalla vita pubblica, oltre che lasciato marcire in galera. Ma l’Italia è un caso a parte, soprattutto quando si parla di politica. Schettino l’ha capito e si è gettato anima e corpo nel mestiere più desiderato da corrotti, tangentisti, mafiosi, criminali, frodatori fiscali o, semplicemente, da persone incapaci e arroganti come lui.
Ad accaparrarsi l’appoggio di una figura tanto scomoda quanto nota non è stato il vecchio partito degli inquisiti di Silvio Berlusconi e neanche quello Nuovo di Angelino Alfano, ma il Partito Democratico che i suoi pregiudicati, indagati e impresentabili sa sceglierseli con classe. È così che Schettino si è messo a fare campagna elettorale a Meta di Sorrento, suo paese natale, per il candidato sindaco del Pd Giuseppe Tito. Incontri elettorali, strette di mano e persino un appello scritto.
L’immagine del nuovo corso Pd impressa da Matteo Renzi è però racchiusa in una fotografia imbarazzante scattata pochi giorni fa a Meta. Nell’istantanea, accanto all’impresentabile Schettino, compaiono beati e sorridenti il candidato sindaco Tito, il deputato Massimo Paolucci e, soprattutto, Filippo Bubbico. Il viceministro dell’Interno, rinviato a giudizio per abuso d’ufficio, è accorso sulla costiera sorrentina insieme al collega Umberto Del Basso De Caro, sottosegretario alle Infrastrutture, indagato per peculato nella rimborsopoli campana, per dare una mano a Tito. E quale migliore pubblicità per un candidato che farsi ritrarre con un comandante che ha affondato e abbandonato la sua nave, accompagnato da una sfilza di onorevoli indagati?
Con questo parterre de rois mandato in gita a Sorrento, il Pd riesce in una pratica autolesionista che nemmeno il più perverso masochista. Il giallo si infittisce ancor di più se si tiene conto che l’onorevole Paolucci è candidato alle europee e, se dovesse essere eletto, lascerebbe la sua poltrona di Montecitorio ad Anna Maria Carloni, moglie del ras campano Antonio Bassolino. Il solito cerchio di amicizie che si stringe. Il Pd risulta inoltre diviso tra due liste civiche a Meta di Sorrento: una è quella di Tito, l’altra è roba dell’Udc. Un puzzle difficilissimo da ricostruire all’interno del partito di Renzi che vede comunque al centro Francesco Schettino.
“In Tito non si è mai assottigliato l’entusiasmo di sentirsi utile – scrive Schettino in un appello pubblicato dal quotidiano locale on-line politicainpenisola.it – lo ricordo sempre presente, dove la sola gratificazione è stata l’elemento trainante della sua irrefrenabile attività del sapersi mettere a disposizione degli altri. Un giovane al servizio della comunità, e non il contrario, un concetto pratico da lui sempre applicato con entusiasmo, che dovrebbe prescindere da ogni colorazione politica e trovare puntuale riscontro nei ricordi di chiunque con onestà rivolge un pensiero al passato”.
Di certo a Schettino ha imparato in fretta la piaggeria dialettica obbligatoria in politica, utile anche per ringraziare i compaesani che lo hanno sempre difeso dopo il naufragio della Concordia. Colgo l’occasione – continua – per esprimere a tutti i Metesi indistintamente la mia sincera gratitudine per l’affetto dimostratomi in questi due anni, allo stesso modo non posso esimermi dal sottolineare le doti umane, che ho avuto modo di riscontrare personalmente in Giuseppe Tito, integrità morale e la sensibilità che lo contraddistingue assieme l’intera famiglia”. Il suo endorsement per Tito si conclude con una excusatio non petita che, come da copione non convince nessuno. “La mia presenza prescinde da ogni colorazione politica”, scrive Schettino. Ma il Pd lo ha già fatto salire a bordo.

Da Formigoni a Romano, la lista degli alfaniani inquisiti o condannati

inquisiti NcdL’arresto per tentata concussione di Paolo Romano, presidente del Consiglio regionale della Campania e candidato alle elezioni europee nelle liste di Ncd, è soltanto l’ultimo di una serie ininterrotta di episodi giudiziari con protagonisti i politici. La Tangentopoli del 1992-93 non ha mai smesso di far girare denaro e affari sporchi, come dimostrano i recenti arresti bipartisan di Greganti, Frigerio e Grillo per le presunte tangenti Expo. Ma una novità rispetto agli ultimi anni c’è: la parte del protagonista nelle aule dei tribunali e nelle patrie galere non è più appannaggio del partito del plurinquisito e condannato Silvio Berlusconi, nonostante i casi Scajola e Dell’Utri, bensì del Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano che, sarà un caso, ma continua a imbarcare una ciurma di inquisiti e condannati da fare invidia ad una holding criminale.

Si è detto di Paolo Romano, personaggio sconosciuto al grande pubblico. Ma il campionario di pregiudicati (o quasi) a cui può attingere l’ex delfino senza quid sembra inesauribile. Ncd ne sta diventando una calamita. È notizia ancora fresca l’approdo tra le file dei diversamente berlusconiani di Cesare Previti. Proprio lui, il mitico “Cesarone”, l’avvocato romano inseparabile sodale di B. negli anni d’oro di Forza Italia. Colui che nel 1995 ha scolpito la storica frase “A Renà te stai a scordà la busta” rivolto al giudice corrotto Renato Squillante nel Circolo Canottieri Lazio. Previti può vantare una condanna a 6 anni per il casoImi-Sir e una per il Lodo Mondadori. Curriculum fin troppo ricco per non far gola agli alfaniani.

La stella di Previti non riesce però ad oscurare i meriti giudiziari dei suoi nuovi compagni di partito. C’è Roberto Formigoni, rinviato a giudizio il 3 marzo scorso per associazione a delinquere e corruzione nell’ambito dell’inchiesta sulla Sanità lombarda. Dalla parte opposta dello stivale, in Calabria, Giuseppe Scopelliti è costretto dalla legge Severino a mollare la poltrona di presidente regionale a causa di una condanna in primo grado a 6 anni per abuso d’ufficio e falso in atto pubblico. Niente paura per lui: era già pronta la candidatura in Europa. Sempre la Calabria è stato il teatro di una brutta storia di censura dei giornali di cui si è reso protagonista il senatore Antonio Gentile (non indagato).

Nunzia De Girolamo è indagata a Benevento per la vicenda degli appalti del 118 e per i presunti favori fatti agli amici. Il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, rappresentante di Comunione e Liberazione in Ncd insieme al Celeste Formigoni, deve rispondere in Sardegna di concorso in abuso in atti d’ufficio per la nomina all’Authority del porto di Olbia dell’ex deputato del PDL, Fedele Sanciu. Un occhio di riguardo va riservato anche a Renato Schifani, già fedelissimo di Berlusconi, indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. A legare il nome dell’avvocato Schifani al boss Filippo Graviano, detenuto al 41bis per le stragi del ’92-’93, è stato il pentito Gaspare Spatuzza.

Anche il senatore trapanese Antonio d’Alì era accusato di aver intrattenuto rapporti niente di meno che con Matteo Messina Denaro, ma una dubbia prescrizione lo ha salvato. La lista prosegue con il parlamentare europeo Vito Bonsignore, condannato a due anni in via definitiva per le tangenti all’ospedale di Asti. Il senatore Antonio Azzolini è indagato a Trani per truffa, falso e reati ambientali. Pietro Aiello, senatore calabrese, è sospettato di voto di scambio con la ‘ndrangheta. Antonio Caridi, anche lui senatore e calabrese, è solo sospettato di rapporti con le ‘ndrine. L’ultimo senatore nativo della Calabria è Giovanni Bilardi, indagato per peculato. Il senatore Bruno Mancuso è indagato a Messina per associazione a delinquere.

Il consigliere regionale pugliese ed ex parlamentare Tato Greco per ricettazione dalla procura di Bari. E poi ci sono Paolo Tancredi, Alessandro Pagano, Giuseppe Castiglione, Antonino Minardo, Vincenzo Piso e Ulisse Di Giacomo. Commentando l’arresto di Romano, Alfano ha parlato di “tempistica inquietante”. Ma qui di inquietante c’è solo la sfilza di reati di cui devono rispondere i membri di Ncd.