Palestina: tra Hamas e Fatah scoppia la pace. Israele infuriato

hamas fatahComunque la si pensi sullo scontro israelo-palestinese in Terra Santa, il significato della storica riconciliazione tra le fazioni palestinesi di Hamas e Al Fatah lo ha colto il presidente israeliano Benjamin Netanyahu: “Tra Hamas e la pace con Israele il presidente palestinese Abu Mazen ha scelto Hamas”. La ritrovata unità del popolo palestinese, infatti, rischia paradossalmente di diventare un ostacolo per il processo di pace che si trascina faticosamente da decenni. I recenti colloqui di pace in scadenza il 29 aprile, con l’America di Obama a fungere da mediatore, possono già considerarsi un fallimento.

Se a questo si aggiunge la stretta di mano tra il leader di Hamas Ismail Haniyeh, capo dell’esecutivo della Striscia di Gaza, e Azzam al-Ahmed, in rappresentanza di Abu Mazen, che ha posto fine ad una guerra civile iniziata nel 2007, ecco che gli Usa possono cercare di scaricare tutte le responsabilità dei loro errori sui palestinesi. “Questo sviluppo può danneggiare seriamente gli sforzi per la pace”, hanno fatto sapere dal dipartimento di Stato a Washington. Come se i bombardamenti di Tsahal sulla Striscia, il muro che divide i Territori da Israele, le migliaia di detenuti politici palestinesi nelle carceri con la stella di Davide e la mai interrotta costruzione di colonie illegali sulla terra dei contadini palestinesi non l’avessero già danneggiata abbastanza la pace.

Ora che la parte laica e maggioritaria del popolo palestinese riunita sotto le insegne dell’OLP (di cui Fatah è il partito più grande) decide di scendere a patti con i fratelli di Gaza, influenzati dall’estremismo religioso di Hamas che non ha mai riconosciuto lo stato di Israele, è scontato che da parte israeliana un po’ si esageri parlando di “palestinesi terroristi che vogliono la distruzione di Israele” e un po’ si tema davvero che la ritrovata unità palestinese possa porre fine al sogno biblico di una terra di Israele completamente ebrea, da Gerusalemme alla Cisgiordania, dalla Galilea alla Striscia di Gaza.

Ecco spiegato il fuoco di fila politico-mediatico partito in contemporanea con i raid aerei che gli isrealiani hanno ripreso, ufficialmente come “rappresaglia” rispetto al lancio di razzi verso le proprie città, ma in realtà per fornire una “risposta concreta” alla pace scoppiata tra i suoi nemici. L’ex ambasciatore in Italia Avi Pazner concorda con Netanyahu sull’errore commesso da Abu Mazen nell’aver preferito Hamas alla pace. Anche l’ex premier di Tel Aviv Ehud Barak giudica negativamente la riconciliazione Hamas-Fatah.

Dopo aver immediatamente annullato l’incontro previsto con i negoziatori palestinesi, giovedì scorso il consiglio dei ministri presieduto da Netanyahu ha deciso addirittura di sospendere qualsiasi trattativa con i palestinesi e ha disposto nuove sanzioni economiche contro l’Autorità Nazionale Palestinese. “L’esecutivo non condurrà trattative con un governo palestinese che si appoggi su Hamas”, taglia corto un comunicato ufficiale del governo. Il viceministro israeliano degli Esteri, Zeev Elkin, giudica l’annunciata intenzione dei palestinesi di formare un governo di unità nazionale entro cinque settimane e di recarsi alle urne entro sei mesi un “caldo abbraccio degli assassini di Hamas” nei confronti di Abu Mazen.

L’intransigente e univoca reazione del governo di Tel Aviv rivela l’arroganza di una parte, quella più ricca, formata dagli israeliani e dai loro fiancheggiatori americani, che pretende persino di scegliersi l’interlocutore palestinese con cui firmare la pace. Una pace che sono proprio vasti settori della cultura ebraica a non volere (così come, dall’altra parte, gli estremisti islamici combattono per la distruzione di Israele). Ridicolo solo pensare che l’unità del popolo palestinese rappresenti un atto di guerra, a meno che non la si pensi come il ministro degli Esteri con la kippah, il “falco” Avigdor Lieberman, per il quale un accordo tra israeliani e palestinesi è sempre stato impossibile.

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