Le idee non si processano. Salvini difende i Riserenissimi

RiserenissimiAnche se la Lega Nord non è in alcun modo implicata nell’inchiesta sui cosiddetti secessionisti veneti, il segretario Matteo Salvini si ribella alla ricostruzione investigativa degli inquirenti di Brescia che ha portato all’arresto di 24 persone accusate di reati gravissimi come associazione con finalità di terrorismo, eversione dell’ordine democratico, fabbricazione e detenzione di armi da guerra. La procura sospetta il tentativo di raggiungere “l’indipendenza dallo Stato italiano con il ricorso a metodi violenti e all’insurrezione popolare”. La notizia del blitz effettuato dai carabinieri del Ros in diverse province venete contro il presunto esercito indipendentista non fa in tempo ad arrivare sui media che Salvini decide di prendere posizione dalla sua pagina facebook.
“Aiutano i CLANDESTINI, cancellando il reato di clandestinità – posta a caldo il segretario leghista – liberano migliaia di DELINQUENTI con lo svuota-carceri, e arrestano chi vuole l’Indipendenza. Siamo alla follia. Se lo Stato pensa di fare paura a qualcuno, sbaglia”. Poco dopo rincara la dose parlando di un tentativo di “arrestare le idee” e lancia una manifestazione di protesta per domenica 6 aprile a Verona con lo slogan “Pacificamente liberi”. Secondo Salvini, insomma, quello messo in piedi dal Ros, dal procuratore di Brescia Tommaso Buonanno e dal gip che ha emesso le ordinanze di custodia cautelare, non sarebbe nient’altro che un teorema, né più né meno del famigerato Teorema Calogero utilizzato contro Autonomia Operaia negli anni ’70.
Il Teorema Salvini non considera assolutamente come ipotesi di reato il possesso di un trattore riadattato come carro armato, dotato di un cannoncino da 12 mm regolarmente funzionante, sequestrato a Casale di Scodosia nel padovano. Né pensa che le prove fornite dagli inquirenti sui contatti intercorsi tra gli arrestati e la criminalità albanese per il reperimento di armi leggere giustifichino la repressione del movimento indipendentista.
Se quello architettato dall’Alleanza, questo il nome scelto dai congiurati, sia paragonabile al golpe da operetta dei Serenissimi del 1997, oppure rappresenti un serio attentato all’integrità territoriale italiana, saranno gli sviluppi dell’inchiesta a stabilirlo. Quel che è certo è che i Riserenissimi si ispiravano apertamente all’azione dei Serenissimi (anche due ex come Luigi Faccia e Flavio Contin sono finiti al fresco) con l’aggiunta del ricorso a metodi violenti pur di ottenere l’indipendenza dallo stato italiano. Un disegno eversivo ritenuto molto più ampio di quello dei fratelli maggiori.
Il gruppo era stato fondato il 26 maggio 2012 ad Erbusco, in provincia di Brescia, ed era composto da diverse organizzazioni secessioniste tra cui Brescia Patria, Veneto Stato e i sardi di Disubbidientzia. Il piano per ottenere l’indipendenza, per sferrare l’attacco al cuore dello stato italiano, era articolato e complesso. L’Alleanza prevedeva di agire su un doppio binario. Il primo, pubblico e legale, comprendeva il ricorso alla propaganda politica, l’organizzazione di conferenze e di manifestazioni di piazza. Il secondo, quello occulto, era costituito da una struttura organizzativa segreta (un nucleo centrale, un Comandante della Piazza per la Veneta Serenissima Armata, schede di adesione, utenze cellulari coperte). Quest’ultima avrebbe dovuto guidare il putsch di piazza San Marco con la presenza, oltre al Tanko cingolato, di decine di uomini armati.
Una ricostruzione investigativa che, se fosse veritiera, dovrebbe far gridare al più grave atto eversivo della storia dell’Italia repubblicana. Salvini l’ha sbrigativamente derubricato come pacifica manifestazione del pensiero. Luca Zaia, presidente del Veneto, ha parlato di “arresti a orologeria” all’indomani del referendum sull’indipendenza veneta. E, in effetti, il fatto che i Riserenissimi facessero ricorso ad una diffusa attività di autofinanziamento alla luce del sole e avessero aperto addirittura un conto dedicato alla raccolta fondi presso la Cassa Padana, fa sorgere il dubbio che il pallino delle armi fosse solo l’aspetto folkloristico di un movimento indipendentista veneto per lo più pacifico.

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