F-35, ricatto americano all’Italia

Obama F-35Sull’acquisto di 90 caccia F-35 da parte dell’Aeronautica militare italiana si allunga l’ombra del ricatto politico del governo statunitense. A riaprire la polemica sugli F-35 è stato Gad Lerner durante la sua trasmissione Fischia il vento. Il noto giornalista è venuto in possesso di una nota diffusa dall’ambasciata americana a Roma che suona come un avvertimento al governo italiano: impossibile rinunciare o ridurre l’ordine degli F-35 senza subire conseguenze non solo militari, ma anche economiche. L’impressione è che da Washington abbiano voluto rinfrescare la memoria a Renzi sul fatto che gli F-35 prodotti dalla Lockheed Martin fanno parte di un patto vincolante e segreto firmato da tempo.

L’intervento americano va così a fare il paio con le parole pronunciate dal presidente Giorgio Napolitano in occasione delle celebrazioni del 25 aprile. Il vecchio Re Giorgio, capo delle Forze Armate secondo Costituzione, aveva sorpreso tutti tornando ad indossare l’elmetto da soldato per condannare il “nuovo anacronistico antimilitarismo”, ovvero la semplice richiesta di sottoporre al parlamento le esigenze di spesa della Difesa, F-35 compresi. Timorosi per la possibile insufficienza del monito quirinalizio, gli americani hanno deciso di ribadire il concetto.

“Ulteriori riduzioni sul programma – si legge nella nota diplomatica consegnata a Lerner – potrebbero incidere sugli investimenti e, dunque, sui benefici non soltanto sotto il profilo militare, ma anche in termini economici in generale ed occupazionali in particolare”. Parole che lasciano pochi dubbi sulle reali finalità del messaggio. È nella logica delle cose, infatti, che un taglio degli ordinativi di F-35 porterebbe ad una immediata ricaduta occupazionale sullo stabilimento piemontese di Cameri, in provincia di Novara, che assembla parti dei super-jet per conto dell’Alenia, società del Gruppo Finmeccanica. Perché allora gli americani sentono tanto il bisogno di ribadire l’aspetto economico della rinuncia agli F-35? L’unica risposta plausibile è il richiamo al rispetto dei patti (segreti) già firmati.

Ad ulteriore dimostrazione della volontà a stelle e strisce di far sentire la propria ingerenza sull’allocazione delle risorse militari di un paese alleato, ovvero la decisione diretta su quali e quanti armamenti comprare, c’è anche l’inusuale interventismo ostentato da Barack Obama. L’ambasciata americana a Roma ha ricordato con un’altra nota che il presidente americano, durante la sua visita lampo nel Belpaese per incontrare papa Francesco e l’amico Giorgio, ha puntato il dito contro le carenze di investimenti militari degli altri paesi della Nato. A Washington spendono il 4% del Pil per armarsi fino ai denti, mentre l’Italietta destina meno dell’1% della propria ricchezza in armamenti.

Restando in casa nostra, il ministro della Difesa Roberta Pinotti, ospite di Lerner insieme al capo di Stato Maggiore della Difesa Luigi Binelli Mantelli, ha definito “fattibile” un’azione politica che porti ad “una revisione del programma”. I suoi buoni propositi si sono però scontrati rigidità militaresca di Binelli Mantelli il quale, molto più in sintonia con i desiderata americani, ha pronosticato che gli F-35 “saranno il futuro delle forze aeree per i prossimi 40-50 anni, un futuro a cui non c’è alternativa”. Evidentemente il capo di Stato Maggiore deve aver parlato con gli sherpa di Obama, mentre la povera ministra non è stata avvertita da nessuno del “patto segreto” che ci tiene al guinzaglio del governo Usa.

La Pinotti ha tentato di recuperare tentando di staccare l’adesivo di “servi” attaccato sulle divise italiane. Non c’è sudditanza, c’è un’alleanza”, ha detto, ma nessuno le ha creduto. A giudizio del primo ministro della Difesa donna della storia repubblicana italiana “non siamo acquirenti, ma coproduttori”. E allora, come si spiegano i diktat a stelle e strisce? Binelli Mantelli, invece, non vede alternative agli F-35 che nei prossimi 15 anni verranno adottati da moltissimi paesi. Sempre che gli innumerevoli problemi tecnici non lascino a terra il gioiellino della Lockheed Martin.

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Grillo attacca il sistema PD-MPS: peste rossa e mafia del capitalismo

grillo assemblea mpsIl ciclone Beppe Grillo si presenta all’assemblea dei soci del Monte dei Paschi di Siena (delegato da un piccolo azionista) e si scatena in una invettiva contro il sistema di potere Pd-Mps. Definisce il PD, senza citarlo, la “peste rossa” che “non ha per ora nomi, ma ha un preciso indirizzo, via Nazareno Roma”. Considera Siena e la commistione tra politica e denaro il “cuore del voto di scambio”. Per il guru a 5Stelle la vera mafia del capitalismo è a Siena e non in Sicilia. Una frase che ha fatto esultare non pochi italiani.

Grillo comincia il suo discorso citando il decreto di archiviazione dell’inchiesta sugli ex vertici di Mps, Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, per affermare che “Mussari e Vigni obbedivano a ordini di politici locali e nazionali e anche se i giudici non ne fanno i nomi è evidente che sono politici del PD che aveva il controllo della Fondazione Monte dei Paschi”.

La svalutazione del titolo di MPS, continua Grillo, è “devastante”. Nel 1999 valeva 5 euro, oggi 10/20 centesimi: “La più grossa distruzione di valore della storia finanziaria del Paese e forse dell’Europa”. Il comico-politico attacca Amato, D’Alema e Bassanini che “da Sinistra” negli anni ’90 bollarono come “palla al piede dell’economia nazionale” il sistema bancario pubblico. Le banche pubbliche cominciarono così ad essere privatizzate, fino a che non si giunse alla crisi americana dei mutui subprime che investì anche i tre principali istituti di credito italiani, una volta pubblici: Unicredit, Intesa Sanpaolo e Mps. “Tutte tecnicamente fallite” dice Grillo, e non a torto.

“Siena è stata la città più rossa d’Italia – dice Grillo – anche il 58% dei voti al vecchio PCI. Ma i vecchi, ottimi compagni, quelli dell’antifascismo, della lotta partigiana e poi delle lotte contadine e operaie, si erano guardati bene da mettere le mani nella banca. Ma quei compagni non ci sono più o non hanno più potere”. Con la metamorfosi del Pci in Pds, poi Ds e, infine, Pd le nuove generazioni di politici hanno sottratto la ricchezza a chi la produceva per dissiparla fino a consumarla. Quella che Grillo definisce la “peste rossa”, appunto.

L’anno della svolta è il 1995, quando l’istituto di Rocca Salimbeni viene privatizzato e l’allora Pds, accusa Grillo, tramite il Comune e la Provincia di Siena prende possesso della Fondazione a cui era stato assegnato il 100% delle azioni Mps. Da quel momento “la banca smette di fare utili” e paga sontuosi dividendi agli azionisti “mangiandosi il capitale e le riserve”. Il processo di disfacimento di Mps “diventa rovinoso” nel 2001 allorché il Pd nomina Mussari presidente della Fondazione. Nel 2006 il manager calabro-toscano si “autonominerà” presidente della banca e sarà responsabile delle disastrose operazioni Banca 121 e Antonveneta.

Grillo fornisce una dettagliata ricostruzione della fallimentare acquisizione di Antonveneta fino al 2011, sollevando il dubbio che anche Bankitalia e Consob fossero coinvolte perché non hanno sollevato alcuna obiezione quando “non potevano non vedere”. Secondo il guru del M5S, il quasi fallimento di Mps è tutta colpa delle ingerenze indebite del Pd. Non manca nemmeno un tocco di giallo con l’accenno al suicidio di David Rossi, anche questo da attribuirsi, almeno “moralmente”, al Pd.

L’ultimo capitolo del suo intervento Grillo lo dedica alla nuova gestione Profumo-Viola. L’ex numero uno di Unicredit, fortemente voluto dal sindaco senese Franco Ceccuzzi del Pd, è sospettato di aver coperto il debito di 600 mln di euro che Sorgenia di Carlo De Benedetti (tessera n.1 Pd) ha contratto con il Monte. Ma non solo, perché Grillo lo accusa anche di stare svendendo quel che resta della banca ai “mostri della finanza Usa” come il fondo di investimento Black Rock. L’invito rivolto agli azionisti è quello di fermare la peste rossa.

Golpe Fini-Napolitano: gli ex finiani confermano le accuse di Berlusconi

imagegolpe Fini NapolitanoIl fallito golpe del 2010, ordito da Gianfranco Fini e Giorgio Napolitano per liberarsi della scomoda presenza di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, non è solo il frutto della “mente” del capo di Forza Italia, come aveva detto Fini replicando alle sue accuse. Alcuni ex finiani come Amedeo Laboccetta e Fabio Granata offrono la loro testimonianza a supporto dei sospetti dell’ex Cavaliere sul fatto che, dietro la scissione di Fli dal Pdl, ci fosse la promessa di ottenere la presidenza del Consiglio fatta dal presidente della Repubblica a quello della Camera. Un patto scellerato, se le circostanze dovessero rivelarsi reali, confermato anche da un ignoto ma informatissimo ascoltatore della trasmissione radiofonica La Zanzara di Radio24, qualificatosi con il nome di “Antonio da Roma”.

Ma procediamo con ordine. L’accusa di golpe l’aveva lanciata Berlusconi durante la recente ospitata nel salotto di Porta a Porta. “Fini ha fatto ciò che ha fatto perché convinto dal Capo dello Stato che avrebbe formato il nuovo governo e ci sono 12 testimoni che hanno sentito la telefonata di Fini, messa in vivavoce, che garantiva di avere le spalle coperte”, aveva detto il Condannato di Arcore scatenando il solito putiferio di reazioni. Visti i precedenti di grande “contapalle”, e alla luce dell’infelice battuta sui tedeschi che negano i lager, la sparata berlusconiana era stata archiviata dai più come l’ennesima battuta ad effetto, buona solo per finire al centro dell’attenzione mediatica.

Ma, a distanza di pochi giorni, questa vicenda potenzialmente gravissima, che coinvolge la prima e la terza carica dello Stato dell’epoca (Napolitano c’è ancora), è ritornata prepotentemente agli onori delle cronache. Amedeo Laboccetta – il politico ex AN coinvolto nell’inchiesta sul re delle slot Francesco Corallo – racconta al Giornale la sua versione dei fatti. Attribuisce a Fini la frase testuale “Napolitano è della partita” e ricorda che il delfino di Almirante “non faceva mistero del suo rapporto con il presidente della Repubblica, anzi, se ne vantava e lo faceva sapere anche fuori dal suo entourage, per convincere le persone a seguirlo”.

Laboccetta rammenta che in quell’autunno caldo del 2010 (appena preceduto dall’estate bollente della casa di Montecarlo e seguito dal voto di fiducia favorevole a B. del 14 dicembre) Fini gli disse di non essere uno sprovveduto, “non farei quel che faccio (la scissione da B. ndr) se non avessi alle spalle chi mi dà le giuste coperture”. Una chiara allusione a Re Giorgio secondo Laboccetta che conclude confessando che “il progetto per far fuori Berlusconi è nato molto prima, già dal 2009, ed è diventato pienamente operativo nel 2010”. Accuse pesanti confermate anche da un finiano anonimo a cui il quotidiano di Sallusti attribuisce il coinvolgimento nell’affaire di Roberto Alesse, ex consigliere di Fini.

Tra i finiani pentiti, anche Fabio Granata ha confermato al Fatto Quotidiano che dietro la sfida di Fini a Berlusconi “c’è stata una regia di Napolitano”. La versione del golpetto raccontata da Berlusconi e dagli ex finiani viene confermata, per quanto possa valere, dalla testimonianza di un radioascoltatore della coppia Cruciani-Parenzo. “Ero uno dei presenti quando Napolitano chiamò Gianfranco Fini – dice mister X a Radio24 – gli altri nomi dei presenti non li posso fare, li deve fare Berlusconi. Fini mise in viva voce il telefono perché doveva convincere una parte del partito ad allontanarsi da Berlusconi e a far cadere il governo nel voto di fiducia. Napolitano chiese la disponibilità a Gianfranco Fini di formare un nuovo governo. Gli chiese se se la sentiva”.

Il signor “Antonio” invita Fini a raccontare tutto, ma il politico caduto ormai in disgrazia decide di opporre un enigmatico silenzio ad eccezione di una frase lapidaria: “I complotti denunciati da Berlusconi sono solo nella sua mente”.

Berlusconi: “I tedeschi negarono i lager”. È polemica, ma anche Storia

“Per i tedeschi i campi di concentramento non ci sono stati”. Sono giorni ormai che questa frase, pronunciata da Silvio Berlusconi durante una conferenza stampa a Milano, viene ripetuta senza soluzione di continuità da giornali, tv e siti internet. Ma anche i politici si sono sbizzarriti in un profluvio di dichiarazioni critiche e reazioni sdegnate. Quelli italiani ma, soprattutto, i diretti interessati teutonici come il candidato PSE alla presidenza della Commissione Martin Schulz, il presidente del PSE Sergei Stanishev, l’euro-capogruppo socialista Hannes Swoboda; ma anche Elmar Brok, consigliere di Angela Merkel e teorico alleato dell’impresentabile ex Cavaliere nel PPE.

Proprio la sdegnata e unitaria reazione della Germania ha offerto al Condannato di Arcore la platea internazionale per il ritorno in grande stile sulla scena politica, giusto in tempo per lanciare la remontada in vista delle elezioni europee del 25 maggio. Effetto voluto o imbarazzante coincidenza?

Che quella di Berlusconi sia stata un’uscita programmata, oppure un molto più probabile scivolone dovuto all’incipiente demenza senile, il risultato non cambia: tutti sono tornati a parlare di lui. Certo, per ricoprirlo di improperi, oppure, nel migliore dei casi, per biasimarlo elegantemente e prenderne le distanze. Fatto sta che, in pieno Terzo millennio, ci vuole un bel coraggio per arrivare ad affermare che “per i tedeschi i campi di concentramento non ci sono stati”. E Berlusconi quell’incosciente coraggio l’ha trovato. Confondendo sì il presente con il passato (i tedeschi non negano oggi i lager, lo fecero in passato), ma arrivando persino a toccare il nervo ancora scoperto della Memoria tedesca del nazismo e dell’Olocausto degli ebrei nei lager. Una memoria rimasta sepolta fino agli anni ’70, come è stato storicamente accertato.

Nessuno potrà mai affermare con certezza che Berlusconi abbia voluto impartire una lezione di storia, oppure sia stato l’incosciente e scomposto veicolatore di una verità storica utilizzata solo allo scopo di attaccare l’odiato burocrate Schulz. La conferma della libera interpretazione berlusconiana della storia arriva da una insospettabile: Irit Dekel, sociologa israeliana associata alla Humboldt Universität di Berlino, intervistata dal sospettabile Giornale di Casa Berlusconi. “La prima generazione non ha negato l’orrore (dell’Olocausto ndr) ma lo ha vissuto con una consapevolezza marginale e distaccata, senza un vero riconoscimento delle responsabilità”, spiega la Dekel, secondo la quale nel dopoguerra lo sterminio degli ebrei rimase un “tabù culturale” perché non se ne parlava.

La seconda generazione diede invece la colpa alle istituzioni, ma non al popolo tedesco. La terza, infine, “ammetteva che fosse responsabilità del popolo, ma non di mio padre”, ovvero dei propri familiari. Tutto comincio a cambiare nel 1968 ma, conclude la studiosa ebrea, ancora oggi non esiste la “cosiddetta narrativa del carnefice”, ovvero il punto di vista del nazista “sterminatore quotidiano di ebrei”. Una lacuna psicologica che i tedeschi devono ancora colmare.

Berlusconi è dunque innocente? La prova della buona fede del capo Pdl potrebbe nascondersi nell’esilarante spiegazione che lui stesso ha offerto dell’uso della definizione di kapò che tanto fece infuriare il socialista tedesco nel 2003. Il ruolo a cui il tycoon di Mediaset voleva destinare l’attuale presidente del Parlamento europeo era proprio quello dell’omonimo sergente Schulz del celebre telefilm americano degli anni ’60 Hogan’s Heroes, di cui le tv berlusconiane hanno mandato in onda ben 108 puntate. Una battuta geniale costata al Berlusconi comico incompreso la pesante accusa di antisemitismo. L’avesse spiegata prima.

Palestina: tra Hamas e Fatah scoppia la pace. Israele infuriato

hamas fatahComunque la si pensi sullo scontro israelo-palestinese in Terra Santa, il significato della storica riconciliazione tra le fazioni palestinesi di Hamas e Al Fatah lo ha colto il presidente israeliano Benjamin Netanyahu: “Tra Hamas e la pace con Israele il presidente palestinese Abu Mazen ha scelto Hamas”. La ritrovata unità del popolo palestinese, infatti, rischia paradossalmente di diventare un ostacolo per il processo di pace che si trascina faticosamente da decenni. I recenti colloqui di pace in scadenza il 29 aprile, con l’America di Obama a fungere da mediatore, possono già considerarsi un fallimento.

Se a questo si aggiunge la stretta di mano tra il leader di Hamas Ismail Haniyeh, capo dell’esecutivo della Striscia di Gaza, e Azzam al-Ahmed, in rappresentanza di Abu Mazen, che ha posto fine ad una guerra civile iniziata nel 2007, ecco che gli Usa possono cercare di scaricare tutte le responsabilità dei loro errori sui palestinesi. “Questo sviluppo può danneggiare seriamente gli sforzi per la pace”, hanno fatto sapere dal dipartimento di Stato a Washington. Come se i bombardamenti di Tsahal sulla Striscia, il muro che divide i Territori da Israele, le migliaia di detenuti politici palestinesi nelle carceri con la stella di Davide e la mai interrotta costruzione di colonie illegali sulla terra dei contadini palestinesi non l’avessero già danneggiata abbastanza la pace.

Ora che la parte laica e maggioritaria del popolo palestinese riunita sotto le insegne dell’OLP (di cui Fatah è il partito più grande) decide di scendere a patti con i fratelli di Gaza, influenzati dall’estremismo religioso di Hamas che non ha mai riconosciuto lo stato di Israele, è scontato che da parte israeliana un po’ si esageri parlando di “palestinesi terroristi che vogliono la distruzione di Israele” e un po’ si tema davvero che la ritrovata unità palestinese possa porre fine al sogno biblico di una terra di Israele completamente ebrea, da Gerusalemme alla Cisgiordania, dalla Galilea alla Striscia di Gaza.

Ecco spiegato il fuoco di fila politico-mediatico partito in contemporanea con i raid aerei che gli isrealiani hanno ripreso, ufficialmente come “rappresaglia” rispetto al lancio di razzi verso le proprie città, ma in realtà per fornire una “risposta concreta” alla pace scoppiata tra i suoi nemici. L’ex ambasciatore in Italia Avi Pazner concorda con Netanyahu sull’errore commesso da Abu Mazen nell’aver preferito Hamas alla pace. Anche l’ex premier di Tel Aviv Ehud Barak giudica negativamente la riconciliazione Hamas-Fatah.

Dopo aver immediatamente annullato l’incontro previsto con i negoziatori palestinesi, giovedì scorso il consiglio dei ministri presieduto da Netanyahu ha deciso addirittura di sospendere qualsiasi trattativa con i palestinesi e ha disposto nuove sanzioni economiche contro l’Autorità Nazionale Palestinese. “L’esecutivo non condurrà trattative con un governo palestinese che si appoggi su Hamas”, taglia corto un comunicato ufficiale del governo. Il viceministro israeliano degli Esteri, Zeev Elkin, giudica l’annunciata intenzione dei palestinesi di formare un governo di unità nazionale entro cinque settimane e di recarsi alle urne entro sei mesi un “caldo abbraccio degli assassini di Hamas” nei confronti di Abu Mazen.

L’intransigente e univoca reazione del governo di Tel Aviv rivela l’arroganza di una parte, quella più ricca, formata dagli israeliani e dai loro fiancheggiatori americani, che pretende persino di scegliersi l’interlocutore palestinese con cui firmare la pace. Una pace che sono proprio vasti settori della cultura ebraica a non volere (così come, dall’altra parte, gli estremisti islamici combattono per la distruzione di Israele). Ridicolo solo pensare che l’unità del popolo palestinese rappresenti un atto di guerra, a meno che non la si pensi come il ministro degli Esteri con la kippah, il “falco” Avigdor Lieberman, per il quale un accordo tra israeliani e palestinesi è sempre stato impossibile.

Etihad non fa sconti: Alitalia diventa un emirato o fallisce

Etihad AlitaliaAlitalia è giunta a un bivio: lasciare per sempre a terra la propria flotta, oppure cedere alle condizioni inique proposte dalla compagnia aerea degli Emirati Arabi Etihad. Gli emiri provano ad approfittare delle condizioni fallimentari in cui è stata ridotta da imprenditori Patrioti e politici corrotti quella che una volta era la compagnia di bandiera italiana. Decenni di sprechi, favoriti anche dalle migliaia di assunzioni clientelari pretese dai sindacati, seguiti nel 2008 dal disastroso “salvataggio” orchestrato da Silvio Berlusconi per vincere le elezioni in nome dell’italianità di Alitalia.

Il cruciale consiglio di amministrazione della compagnia, convocato il 22 aprile scorso, si è risolto con uno scarno comunicato che è servito all’ad Gabriele Del Torchio per illustrare ai consiglieri “lo stato delle relazioni con Etihad”. Formula burocratica dietro la quale si nasconde il contenuto del ricatto che gli arabi si possono permette di fare ad una azienda sommersa dai debiti. Gli emiri, che del capitalismo occidentale hanno assimilato la spietatezza negli affari, sarebbero disposti a sborsare tra i 350 e i 500 mln di euro per acquisire una quota della compagnia italiana compresa tra il 40 e il 49%. A condizione, però, di poter licenziare 3.000 dipendenti, di trasformare in azioni Alitalia 400 mln di debiti vantati da Unicredit e Banca Intesa, e di ottenere la manleva sul contenzioso con Carlo Toto, ex numero uno di Airone.

Oltre a pretendere queste tre operazioni, Etihad pensa di fare dell’Italia un suo emirato e si rivolge direttamente al governo per ottenere lo stop dei finanziamenti pubblici alle compagnie low cost, considerati contrari alle leggi sulla concorrenza. Ma non solo, perché la compagnia degli EAU punta ad entrare nel capitale della società Adr-Aeroporti di Roma, di proprietà della famiglia Benetton, con una quota di almeno il 20%. Lo scopo è quello di trasformare Fiumicino nell’unico hub intercontinentale italiano, collegandolo all’Alta Velocità ferroviaria e abbandonando al suo destino lo scalo di Malpensa.

Se posta in questi termini, quella araba rappresenterebbe una conquista del continente europeo che nemmeno ai tempi del Califfato di Cordova. E il fatto è che non ci sono in vista soluzioni alternative. La cordata di Patrioti che doveva ridare l’Alitalia agli italiani, voluta da Berlusconi e capeggiata dall’allora ad di Unicredit Corrado Passera, ha chiuso il 2013 con un bilancio disastroso. Le perdite prodotte in cinque anni dai “capitani coraggiosi” come Colaninno, Marcegaglia, Riva, Ligresti, Benetton e Passera ammontano a 1,3 miliardi di euro: 326 mln nel 2009, 160 mln nel 2010, 69 mln nel 2011 con ad Rocco Sabelli; 280 mln nel 2012 con Andrea Ragnetti; quasi 500 mln nel 2013 con Gabriele Del Torchio.

E pensare che nella primavera del 2008 Airfrance avrebbe acquisito Alitalia accollandosi tutti i debiti e con “soli” 2.000 esuberi, diventati più di 3.200 con il Piano Passera ai quali, adesso, dovranno aggiungersene altrettanti. Una tragedia imprenditoriale, politica, occupazionale e sociale per la quale nessun responsabile pagherà mai. Neanche Romano Prodi che nel 1988, da presidente dell’Iri, licenziò il manager Umberto Nordio dando avvio alla lenta ma inesorabile fine di Alitalia.

Una citazione particolare la merita il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi, ciellino di Ncd. Uomo di fiducia di Berlusconi ai tempi del disastroso rifiuto posto ad Airfrance e della fiducia accordata all’Armata Brancaleone dei Patrioti, Lupi si permette di definire il massacro di Alitalia compiuto da Etihad un “accordo strategico”. Certo, come no, strategico di sicuro, ma solo per gli emiri miliardari e per coloro che, come Lupi, continuano ad occupare le Poltrone in barba al buon senso e alla pazienza (non infinita) dei cittadini.

Strage di Bologna e caso Moro: la versione di Carlos lo Sciacallo

Carlos lo SciacalloLa strage di Bologna? Giusva Fioravanti e Francesca Mambro sono “dei coglioni” che non c’entrano niente. La responsabilità è dei servizi segreti militari americani attraverso Gladio. Il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro? Orchestrato da agenti del Mossad israeliano infiltrati nelle Brigate Rosse. Il terrorista Ilich Ramírez Sánchez, meglio noto con il soprannome di Carlos lo Sciacallo, ribadisce la sua versione dei fatti sui misteri d’Italia degli anni ’70-’80 in occasione dell’intervista rilasciata al saggista Marco Dolcetta e pubblicata sul Fatto Quotidiano. Ma, dalla Maison centrale di Poissy, il carcere speciale francese dove sconta l’ergastolo, Carlos aggiunge qualche particolare interessante al suo racconto in bilico tra realtà e romanzo.

Occorre premettere che il venezuelano Ilich Ramírez Sánchez ha abbracciato sin da giovane il credo comunista-leninista-stalinista, senza mai abbandonarlo. Ha iniziato la carriera di eversore nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e in seguito ha fondato il gruppo terrorista Separat, composto quasi esclusivamente da tedeschi. Un comunista vecchio stile che ha flirtato pericolosamente con i servizi segreti di mezzo mondo, una persona che valuta gli avvenimenti ancora come uno scontro tra Capitale e rivoluzione socialista.

Con queste credenziali Carlos si permette di ritornare sulla vicenda di Thomas Kram, un rivoluzionario tedesco membro del suo gruppo che si trovava a Bologna, vicino alla stazione, proprio il 2 agosto 1980, giorno dell’attentato. La pista Kram è stata battuta più volte anche dagli inquirenti che indagano sulla strage di Bologna, ma lo Sciacallo conferma che Kram, appena giunto nel capoluogo felsineo, “è stato seguito da un sacco di gente con dei cappotti lunghi”. La prova, secondo Carlos, che “c’è gente che ha interesse a non far passare la verità” e che voleva coinvolgere il giovane tedesco nella strage (magari facendolo “casualmente” morire nell’esplosione) perché “era la copertura ideale per l’attentato”. La nonna di Kram, spiega Carlos, era un’ebrea a capo della Resistenza comunista di Berlino che si occupava proprio di sabotare i treni.

Dunque, il botto di Bologna non l’hanno organizzato né il Mossad né la Cia, ma gli 007 militari americani tramite la struttura segreta Gladio (Stay Behind). E poi, aggiunge lo Sciacallo, “non credo che quei giovani fascisti del cavolo (Fioravanti e Mambro condannati all’ergastolo ndr) siano dietro quest’attentato, non si danno a dei coglioni quelle quantità di esplosivi militari”.

Anche sul caso Moro il compagno Carlos dimostra di essere preparato. Secondo lui non ci sono dubbi che le BR romane fossero infiltrate dal Mossad. E la dimostrazione sarebbe la geometrica potenza con cui i terroristi hanno annientato la scorta del presidente DC. Per Carlos sui morti di via Fani c’è la firma dei servizi israeliani perché non era nell’interesse delle BR “giustiziare” quei poliziotti. Quella strage è stata solo una “provocazione”. Sulla morte di Moro cala anche l’ombra della collaborazione degli “spioni” italiani. Carlos accusa il generale Giuseppe Santovito (membro della P2 e capo del Sismi durante i 55 giorni) di essere un “generale fascista” che insieme ad altri ha tramato per impedire uno scambio tra Moro, detenuto nella prigione del popolo, e alcuni compagni brigatisti che potevano facilmente essere trasferiti a Beirut.

Una “operazione da professionisti”, insomma, che ha permesso agli americani di sbarazzarsi di Moro e dei “patrioti che controllavano il segreto militare”. Ma non solo, perché Carlos accusa Valerio Morucci e Adriana Faranda, membri della colonna romana delle BR, di essersi “riempiti le tasche” con il doppiogioco per i Servizi, e ne ha anche per il PCI dell’epoca che “si è messo d’accordo con Cossiga per abbandonare Moro. E la P2 è arrivata al potere”. E lì sembra rimasta.

La lettera dei dissidenti NCD: Alfano e Renzi sotto ricatto politico

scissione NcdEsiste una lettera firmata da una quindicina di senatori del Nuovo Centrodestra che rischia di spaccare a metà il neonato partito alfaniano e di costringere il governo Renzi ad un rimpasto. La missiva certifica la faida interna, lo scontro di Potere che sta scuotendo Ncd, descritto finora come un monolite. Sono stati autorevoli quotidiani come La Stampa a pubblicare questa notizia bomba alla vigilia di Pasqua. I vertici Ncd, con in testa Alfano, Lupi e Quagliariello, si sono precipitati a smentire ma, a stretto giro di posta, il sito Dagospia li ha sbugiardati mettendo on-line la lettera dei dissidenti. In calce alla copia di cui è venuto in possesso Roberto D’Agostino di nomi non ce ne sono, ma il gruppo degli scissionisti Ncd è formato da gente del calibro di Roberto Formigoni, Carlo Giovanardi, Luigi Compagna, Paolo Naccarato, Antonio Gentile.

I diversamente alfaniani, rivolti al presidente “Angelino” e al coordinatore Gaetano Quagliariello, lamentano un “disagio crescente” per il modo in cui è stato gestito il partito e si richiamano teatralmente al “vanificato spirito del 2 ottobre (2013, giorno dello strappo con Berlusconi ndr)” per ritrovare la “democrazia interna”. I senatori capitanati da Formigoni (inquisito e cancellato dalle liste europee) si sentono “esclusi da tutti i processi decisionali che contano” come nei casi delle Riforme, dello Statuto Ncd, delle nomine nelle società partecipate e nella composizione delle liste per le elezioni europee.

Lamentele in apparenza generiche dietro le quali si nascondono nomi e cognomi reali. Quelli di Giuseppe Scopelliti e Lorenzo Cesa, nominati entrambi capolista al Sud per l’alleanza Ncd-Udc, nonostante la fresca condanna a 6 anni per l’ex presidente della Regione Calabria e l’arrivo last minute in casa Alfano del segretario casiniano (indagato per tangenti Finmeccanica). Non certo una “questione morale”, inesistente alle latitudini del “partito degli onesti” messo su dal ministro dell’Interno, ma una più pragmatica “questione di Poltrone”. Come dimostrano i mal di pancia degli scissionisti sulle nomine nelle partecipate arrivate solo per i “siciliani” come Salvatore Mancuso all’Eni.

La dura lettera – che secondo il doppiogiochista Formigoni era un “documento di discussione interno” e quindi non doveva essere pubblicata – prosegue con toni che sanno di ricatto politico: “Se facciamo come il Pdl diventiamo patetici…senza partecipazione aumenta la sensazione di inutilità…se due o tre persone decidono per tutti non va bene”. Non manca nemmeno il richiamo “all’impietosa legge dei numeri” che rischia di non far superare la soglia del 4% ad Ncd nelle elezioni del 25 maggio.

Insomma, il solito repertorio dei politici della casta che sventolano la minaccia di dare vita all’ennesimo partitino, perché consapevoli di detenere un potere ricattatorio enorme verso una maggioranza di governo risicata. E Renzi a Palazzo Madama può contare su poco più dei 161 voti necessari.

Su testate come Il Giornale circola già l’indiscrezione sul nome che il nuovo movimento politico assumerà: Unione dei Movimenti Popolari, liberamente ispirato al francese UMP di Sarkozy. Per il forzista Gianfranco Rotondi “è possibile la nascita di gruppi parlamentari coordinati con Forza Italia”, mentre il quotidiano Libero fornisce addirittura il numero degli alfaniani, sei, pronti a tornare con Berlusconi, ma non a formare un nuovo partito. Altre voci parlano di 25 voti in meno per Renzi (i 15 Ncd e 10 Azzurri). Comunque sia – che sotto ci sia o meno lo zampino del Caimano, tornato a fare shopping di senatori – la lettera dei dissidenti porta guai sia per Alfano che per Renzi. L’ex delfino di Berlusconi dimostrerebbe ancora una volta di non possedere il fatidico quid, mentre il premier pie’ veloce vedrebbe frenata da un indigesto gioco di Palazzo (forse orchestrato da B.) la sua corsa alla rottamazione che pare inarrestabile.

Fallito il Piano Mori: il processo sulla Trattativa resta a Palermo

trattativa MoriL’ennesimo capitolo della vicenda giudiziaria che vede sul banco degli imputati la trattativa Stato-mafia si è chiuso con una sconfitta per Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno. I tre ex ufficiali del Ros dei carabinieri – imputati nel processo sulla trattativa in corso davanti alla corte d’Assise di Palermo – si sono visti rigettare dalla Sesta Sezione Penale della Cassazione la richiesta di trasferire il procedimento dal capoluogo siciliano a Caltanissetta. La motivazione del rischio per l’incolumità pubblica in caso di svolgimento del dibattimento a Palermo, contenuta nell’istanza di rimessione presentata il 5 marzo scorso dai loro legali Giuseppe Saccone e Basilio Milio, non ha retto all’esame della corte presieduta da Stefano Agrò.

Sfuma così per Mori, Subranni e De Donno la possibilità di far ripartire da zero nella città nissena il processo sulla trattativa iniziato a Palermo il 27 maggio 2013 e giunto ormai alla 29esima udienza. Almeno per il momento non potranno liberarsi del pm Nino Di Matteo e, ulteriore umiliazione, saranno anche costretti a pagare le spese processuali occorse per giudicare il loro maldestro tentativo di “fuga da Palermo”.

Ma quali circostanze hanno permesso agli ex carabinieri di motivare la loro richiesta con il pericolo per la sicurezza pubblica? La prima sono le misteriose lettere del corvo, scritte da un anonimo che dimostra di conoscere molto bene le vicende della trattativa tra le Istituzioni e Cosa Nostra. I destinatari del cosiddetto protocollo fantasma sono Di Matteo e gli altri magistrati del pool di Palermo, messi sotto controllo secondo il corvo da uomini dello Stato. Nelle missive si accusano proprio i carabinieri del Ros di aver fatto il doppio gioco nella storia della sparizione dell’Agenda Rossa di Paolo Borsellino e in quelle della mancata perquisizione del covo di Totò Riina nel 1993 e del mancato arresto di Bernardo Provenzano nelle campagne di Mezzojuso nel 1995.

La seconda motivazione addotta da Mori e i suoi è strettamente legata alla prima. Si riferisce all’inquietante presenza di persone sospette vicino l’abitazione del pm Francesco Del Bene e alla rocambolesca effrazione compiuta nel giugno scorso in casa del collega Roberto Tartaglia per rubare una pen drive in cui erano custoditi importanti atti del processo sulla trattativa. Ma senza lasciare alcuna traccia, tanto per far risultare ancora più evidente agli inquirenti un’intimidazione che “puzza di Servizi”.

La circostanza decisiva che ha convinto gli ex militi del Ros del pericolo attentato a Palermo, sono però le minacce proferite dal Capo dei Capi di Cosa Nostra, intercettato nel carcere milanese di Opera. Il sanguinario boss, autore delle stragi di Capaci e via D’Amelio, avrebbe più volte manifestato l’intenzione di far fare la “fine del tonno” a Di Matteo. Il sospetto è che Riina si sia prestato al gioco, facendo finta di non sapere di essere spiato, allo scopo di difendere il suo onore che verrebbe macchiato dall’emersione di un suo rapporto troppo stretto con gli “sbirri”. La trattativa, appunto. Quella che Mori, Subranni e De Donno (insieme agli altri imputati eccellenti Dell’Utri, Mancino e Mannino) hanno sempre negato, ma che adesso vorrebbero ancora mettere in atto spostando il processo da Palermo e cedendo così alle minacce degli stragisti mafiosi guidati sempre da Riina.

Intanto, a bloccare la strada della Verità sui rapporti tra politica e mafia nel biennio 1992-93, ci si mette anche Marcello Dell’Utri. Il Libanese, riparato a Beirut per sfuggire alla condanna per concorso esterno con la mafia, risulta anche tra gli imputati nel processo sulla trattativa (avrebbe curato i rapporti tra i boss e Berlusconi) e ha diritto ad assistere al dibattimento. Assente “Marcello”, dichiarato contumace, la prossima udienza, fissata al 15 maggio dal presidente Alfredo Montalto, potrebbe saltare. Mori & co. possono respirare.

Candidature europee: la carica degli euro-impresentabili

candidati europeeI termini per la presentazione delle liste dei candidati alle elezioni europee sono scaduti alle otto di sera di mercoledì 16 aprile. E i partiti, come sempre, non hanno smentito la loro fama, decidendo di imbarcare nell’avventura europea una ciurma di impresentabili da fare invidia al pirata Barbanera. I più euro-impresentabili sono coloro i quali, indagati, inquisiti o condannati, hanno un conto aperto con la giustizia. In questo campo a fare la parte del leone non è più il partito fuorimoda di Berlusconi, ma il Nuovo Centrodestra di Alfano. Fuori concorso il M5S che, come ha detto Beppe Grillo, presenta tutti candidati “sconosciuti alle procure”.

Ma l’Europa resta un approdo rassicurante non solo per chi è inseguito dalla magistratura italiana. A finire tra i nominati, infatti, ci sono ministri, sottosegretari, capi partito e parlamentari tuttora in carica. Una decisione di dubbio gusto presa dalle segreterie dei partiti per mera convenienza elettorale, senza tenere conto delle necessità dei cittadini e, soprattutto, senza rispettare il mandato politico o istituzionale per il quale sono stati eletti (nominati) e vengono pagati profumatamente i candidati alla doppia poltrona. Un esempio poco edificante di come la moralità nella politica italiana sia giunta a livelli così bassi da ridurre tutto ad uno scambio di posti e privilegi tra casta.

Sono addirittura tre i ministri del governo Renzi che, come risulta ovvio, hanno messo il loro nome in lista solo per fare pubblicità ai rispettivi partiti, consapevoli di farsi eleggere per finta a Strasburgo. Si tratta di Beatrice Lorenzin (ministro della Salute) e Maurizio Lupi (Infrastrutture) di Ncd, e di Stefania Giannini (Istruzione, ma anche coordinatore di Scelta Civica). Lupi è un recordman perché è l’unico a entrare in due liste: quella suddetta dei ministri e quella degli indagati (abuso di ufficio nel suo caso).

Tra i membri del governo scendono in campo per l’Europa anche il sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi (generale dell’esercito eletto con SC) e quello all’Istruzione Gabriele Toccafondi. Clamorosa, poi, la decisione di Renzi di mettere cinque donne come capolista in quota Pd. Peccato che quattro di loro, Alessandra Moretti, Simona Bonafé, Alessia Mosca e Pina Picierno siano ancora parlamentari della Repubblica e non hanno pensato neanche per un istante a dimettersi da deputate per correre alle europee. Logico che Beppe Grillo abbia bollato come “veline” quattro donne senza dignità che lasciano sfruttare la loro immagine solo perché molti potrebbero votarle perché le ritengono “carucce”. Questo il concetto di quote rosa dei Democratici.

Nulla in confronto all’imbarazzo che si prova a scorrere i nomi di indagati e condannati che potrebbero rappresentare l’Italia a Bruxelles. Oltre al già citato Maurizio Lupi, il partito di Alfano può vantare la candidatura di Giuseppe Scopelliti, il governatore dimissionario della Calabria condannato in primo grado a 6 anni per il buco di bilancio di Reggio. La legge Severino gli proibisce di sedersi su una poltrona italiana, ma in Europa il Modello Reggio può ancora funzionare. Sempre in quota Ncd-Udc (Casini e Alfano hanno optato per la fusione onde evitare di scomparire) ci sono il sempreverde Lorenzo Cesa – rieletto segretario dello Scudo Crociato ad honorem dopo la condanna di Tangentopoli e l’indagine sul presunto finanziamento illecito ricevuto da Finmecanica – e l’ex presidente della Provincia di Milano Guido Podestà.

Berlusconi comunque è pronto a vender cara la pelle sul tema giustizia. Il figliol prodigo Gianfranco Miccichè, capolista in Sicilia, qualche problema con la legge l’ha avuto. Il deputato regionale Innocenzo Leontini è coinvolto nella rimborsopoli regionale. Anche il capo bastone pugliese Raffaele Fitto fa registrare un paio di procedimenti giudiziari a suo carico. E poi ci sono Aldo Patriciello e Giampiero Samorì. Infine, torna ad offrire il suo bacino elettorale a Forza Italia il redivivo Clemente Mastella grazie ad una accusa ancora fresca di associazione a delinquere.